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Il mostro di Lunedì 12 Aprile 2010
Forme retoriche o meno, quello che conta è il background di chi guarda una foto
 
 
Perchè questo mostro è stato proposto?

L'appassionato di fotografia Pietro Ricciardi ci spiega che indipendentemente dal messaggio che vuole lanciare il fotografo, l'interpretazione di una immagine dipende soprattutto dal nostro background culturale. Come esempio di questa teoria Ricciardi ha eseguito un interessante esperimento pubblicando su un social network la seguente foto e chiedendo agli utenti cosa pensassero che volesse comunicare il fotografo? L'articolo spiega le conclusioni.


Monster's Blog
Scritto da Pietro Ricciardi il 12/04/10
 

Le forme retoriche studite fino ad oggi, e quelle che vedremo, con calma, nei prossimi post, sono state catalogate basandosi su uno sfondo di “conoscenze comuni al genere umano”.
Si tratta di qualcosa intimamente connesso ai sensi di cui siamo dotati.
Percepiamo il mondo che ci circonda attraverso i nostri occhi che si trovano ad una certa altezza da terra. Avremo sempre la sensazione di maestia nell’osservare qualcosa che ci sovrasta. Avremo sempre l’impressione di inferiorità guardando qualcosa che ci richiede di guardare verso il basso.
Allo stesso modo percepiremo le differenze tra “moderno e antico”, “giovane e vecchio”, “piccolo e grande” poichè queste sono “misura di ciò che siamo e di ciò che non siamo”.
I nostri sensi sono quindi lo sfondo sul quale si proiettano le figure retoriche cui ricorriamo quando scattiamo le nostre foto.

Non meno dei nostri sensi, il background culturale di chi scatta una foto – o di chi la osserva - condiziona come questa viene percepita; qual’è il messaggio che l’immagine trasmette.

Per poter avere una prova empirica che dimostrasse questa preposizione sono ricorso all’uso delle comunity web.
Su un social network ho infatti postato la foto che trovate allegata a questo post che riprende un bambino ebreo nel ghetto di Varsavia, nel 1943. Il bambino ha le manine alzate ed il viso esprime terrore per il soldato tedesco che lo segue, con il fucile spianato. Ho chiesto agli utenti della community:
“Cosa pensate che volesse comunicare il fotografo quando ha ripreso questa foto”?

 

 

Pietro Ricciardi è anche su facebook, diventa suo amico

Come avevo immaginato, nel giro di poche ore ho ricevuto una ventina di commenti, che sintetizzo di seguito:

credo che voglia indicare la FOLLIA totale. E' superfluo puntare il fucile verso il bimbo ma il gesto del soldato-criminale rappresenta proprio il disprezzo e la conferma della loro idea di superiorità ariana verso gli ebrei, anche verso gli innocenti e indifesi come un bambino”;

forse voleva farci capire come la crudeltà nazista si servisse di menti deboli e facilmente manovrabili come quella di un soldato che punta il suo fucile verso un bambino innocente, come verso una bestia feroce,nella fredda esecuzione di un ordine che non gli permetteva ormai piu' di distinguere il bene dal male...”;

...il messaggio dell'assurdità di un fenomeno quale quello del nazi-fascismo che ha svuotato per anni le persone delle proprie coscienze, facendole diventare disumane...perchè solo tali si poteva essere per portare avanti un tale orrore...”;

Il non rispetto della vita!”;

il disgusto verso la violenza senza limite. Le mani alzate di un bambino.....la violenza di chi e' indifeso non solo perche' non ha armi ma perche' non dovrebbe neppure sapere cosa e' una guerra e/o un massacro.”;

...Tenera compassione per l'innocenza rubata, il terrore del bambino, la fierezza del soldato per un atto così vile...”;

Credo che il fotografo volesse trasmettere l'idea della negazione della libertà e del non rispetto dei diritti umani. In particolare, un'infanzia negata, senza spazio per il gioco e per la scuola, significa, da adulti, un futuro di emarginazione, esclusione sociale e povertà. Infanzia negata=futuro zero...”;

Penso che il fotografo abbia voluto mostrare quanto possa diventare DISUMANO il genere UMANO...”.

Tutte le risposte sono state più o meno di questo tenore, ma tutte sbagliate.
Nel ghetto di Varsavia, nel 43, non c’erano fotografi come Capa o James Nachtwey. Chi si aggirava in quelle strade o era un ebreo o un soldato nazista.
La foto è stata scattata da un soldato per dimostrare ai suoi superiori l’efficacia del servizio di deportazione degli ebrei.
Ciò che oggi leggiamo come una foto di denuncia di un orrore, all’epoca, da chi era immerso in una cultura diversa dalla nostra, era percepita come una foto che dimostrava l’efficienza di una macchina progettata per annientare vite umane, anche di un bambino di 7 anni.
Ciò che a noi, grazie all’empatia che naturalmente tendiamo ad avere nei confronti di chi soffre, dice una cosa, ad altri può dire l’esatto opposto.
Quello del messaggio trasmesso e di quello percepito, del resto, è un argomento che da decenni tiene banco, non solo in fotografia, ma anche nello studio della semiologia più in generale.
Fino a che non avremo la certezza dell’esistenza di una “regola formale universale” nella fotografia, nulla potrà sostituire, dunque, la didascalia, che deve fornire le linee guida interpretative a chi osserva i nostri scatti.

Per i più curiosi: Il bambino si chiama Tvsi Nussbaum, oggi dovrebbe avere 70 anni e vivere a Spinn Valley nello Stato di New York, dove è emigrato nel 1953, dopo essere stato liberato dagli americani dal campo di Bergen Belsen.
Lavorava come otorinolaringoiatra.
"I tedeschi - dice - chiamavano la gente davanti all'hotel Polsky. Avevano una lista, ma il mio nome non c'era. I miei genitori erano già stati ammazzati e io non sapevo che cosa fare. Sono uscito dalla fila, ed un tedesco ha gridato "Alza le mani" ed io le ho alzate.
Un altro tedesco ha detto: "è un bambino solo, tanto vale fucilarlo subito" ed ha scattato questa foto".
Aveva solo sette anni. In quel momento suo zio Shalom uscì di corsa dalla filaurlando "Fermo, quello è mio figlio", salvandogli la vita.

 
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Bacheca (2 commenti)
 
16:49

adesso a quasi 40 anni mi piacciono molto alcune foto di me adolescente che allora mi facevano disperare...è cambiato il background....

 
10:37

secondo me il messaggio che si legge in una foto dipende sempre da quali occhi la guardano e magari la stessa persona da due significati diversi se guara la foto in due momenti distinti

 
 
 
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