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Il mostro di Lunedì 09 Maggio 2011
Un prete da rispettare
 
 
Perchè questo mostro è stato proposto?

Ognuno di noi ha un approccio personale con il clero. C'è chi odia i preti, c'è chi li ama, c'è chi è indifferente. C'è chi li odia senza motivo, c'è chi li ama senza motivo, c'è chi è indifferente a tutti i costi. Ma loro sono persone come noi e vanno rispettati per quello che sono, non per quello che rappresentano o che dovrebbero rappresentare. Spesso ci si allontana da Dio a causa loro, a volte ci si riavvicina grazie a loro.


Monster's Blog
Scritto da Babel il 09/05/11
 

Premetto che non ho mai avuto molta simpatia per i preti.
Li ho sempre visti come prodotto di un’ipocrisia che dura da millenni, quali  falsi interpreti della “verità” che solo da loro pare essere conosciuta. L’interpretazione che la Chiesa fornisce delle Sacre Scritture mi è sempre apparsa come un’interpretazione per loro esclusivo o quasi esclusivo tornaconto.
Certo negli anni questa mia scarsa considerazione generale è stata più volte smentita dal singolo servitore di Dio, e per fortuna ne ho incontrati anche diversi (specie se frati e missionari) e, per quanto la mia opinione non abbia mai mutato indirizzo, in effetti ho avuto modo di apprezzarne anche più di uno, per la loro opera, per la loro convinzione, per la loro fede.
Tempo fa avevo conosciuto Don Giuseppe, un prete giovane e pieno di iniziative. Un vice parroco entrato quasi subito in contrasto con il parroco perché, a differenza di quest’ultimo, sapeva come avvicinare i fedeli, sapeva come avvicinare i bambini, sapeva come avvicinare gli ammalati.
Purtroppo non sapeva come avvicinare il suo superiore, che delle elemosine ricevute dal suo vice voleva farne solo “gratta e vinci”, non sapeva neanche come avvicinare il suo vescovo, perché anziché averne giustizia, ne ha avuto solo un iniquo trasferimento.

 

 

Sono rimasto molto sconcertato da questa vicenda anche perché io stesso, come tanti altri, avvicinai il vescovo nel tentativo di far capire quale fosse l’affetto che legava i parrocchiani al loro Don Giuseppe, ma ogni tentativo fu vano in nome di una presunta politica de “il prete giusto al posto giusto”, che tradotto per noi voleva dire: scordatevi Don Giuseppe perché non vi meritate un prete così benvoluto.
Al suo posto è arrivato Don Franco.
Contrastando quanto ho poc’anzi affermato, devo ammettere che la scelta del vescovo, in un ambiente come quello in cui vivo, è stata tutto sommato azzeccata: da un canto ci aveva tolto Don Giuseppe, dall’altra ci ha dato Don Franco che a Don Giuseppe ha ben poco da invidiare perché ha un approccio, sebbene più serioso, parimenti benevolo e disponibile.
Di recente ho avvicinato Don Franco per una questione che mi riguardava direttamente, e da bravo diffidente quale sono per natura, mi ero già documentato sulle risposte che mi avrebbe potuto dare (quelle “canonicamente” corrette), e così è stato. Il mio successivo approccio con Don Franco è stato quindi un po’ più leale (da parte mia, è ovvio!) e devo dire che ha saputo conquistare la mia fiducia.
Oggi vi parlerò di lui, o meglio di un’iniziativa in vista della prima comunione dei bambini della parrocchia che coinvolge i genitori. In sostanza, seguendo l’esempio del seme di grano e del suo sviluppo fino a divenire pane, Don Franco ha chiesto a se stesso, e propone ai genitori di chiedersi: “che tipo di pane sono io per i miei figli?”. E cosa, e chi, da chicco di grano, mi ha permesso di diventare pane?
A ben pensare, è veramente qualcosa che va al di là della metafora apparente. E dopo averci riflettuto ho deciso di aderire all’iniziativa con maggior passione di quanta io stessi avrei mai potuto immaginare, e quindi eccomi qua a raccontare brevemente a me stesso ed agli altri il percorso della mia vita che, da chicco di grano, mi ha portato ad essere “pane” per i miei figli.
Premetto di ritenere, senza timore di smentita, che ognuno di noi non è e non sarà mai un solo tipo di “pane” per i propri figli, nel senso che loro possono vederci a volte in un modo ed a volte nell’altro. Una valutazione complessiva essi potranno farla solo quando non ci saremo più, quando avranno modo di ricordare il loro papà per tutto quello che ha fatto o non ha fatto nella propria vita. E solo allora si renderanno conto se il loro papà è stato “un buon pezzo di pane”, oppure “un pane duro da digerire”, oppure ancora “un pessimo pezzo di pane senza amore e sapore”. E se ne renderanno conto anche per come saranno loro stessi in quel momento.
Ognuno di noi dunque diventa pane solo dopo essere stato un chicco di grano. E come il chicco di grano deve essere stato seminato, innaffiato, raccolto e lavorato, quindi cotto alla giusta temperatura e nel forno adeguato, altrimenti non diventerà mai un “buon pezzo di pane”.
Se ripenso a me stesso come chicco di grano dico perciò che ho avuto molte persone che mi hanno “preparato” e si sono presi cura di me affinché io potessi diventare quello che poi sono diventato. Per primi, ovviamente, i miei genitori. Si potrebbe stare per delle ore e riempire vere e proprie enciclopedie parlando dei propri genitori, ma sarebbero tutte o quasi tutte ovvietà. Dico solo che la mia mamma era un pezzo di pane buonissimo, mai salato, un pane soffice e dolce come il pan di spagna, mentre il mio papà era come un pezzo di pane duro, che però quando lo assaggiavi diventava buonissimo.
Ma altre persone si sono occupate di quel chicco di grano che ero. Primo fra tutti come non ricordare il mio maestro alle elementari, il professore Mario Raciti. Si, professore, perché lui era laureato e per propria scelta aveva deciso di insegnare alle elementari. Erano i tempi in cui in prima elementare venivano iscritti 50 bambini per classe (la mia ne aveva 48) ed un solo maestro. Mi viene da ridere quando vedo le maestre di mia figlia che sudano per soli 16 bambini per classe (e sono in 4!) e non riescono neanche a tenerli come si deve…
Lui aveva un atteggiamento affettuoso con tutti e malgrado ci fossero bambini, miei compagni di classe, veramente pestiferi (per non dire piccoli delinquenti) lui sapeva sempre come prenderli e come educarli, spesso al posto dei loro genitori. Lo faceva sempre con affetto ma non per questo senza fermezza. Lui è stato un maestro non solo nella didattica (e vi assicuro che non è stata poca cosa) ma anche e soprattutto maestro di vita. Lo ricordo ancora adesso con lo stesso affetto come allora, e sono passati più di 45 anni. Lui ha saputo coltivare quel piccolo chicco di grano che ero, lo ha innaffiato con l’acqua della sua saggezza e del suo sapere, alla fonte della sua bontà d’animo e della sua comprensione.
E dopo di lui ci sono stati alcuni insegnanti delle scuole medie. Delle medie ricordo ancora il prof. Lamarca di Italiano e Storia, la Prof.ssa Saitta di Matematica, la Prof.ssa Kraig di Tedesco. Tutti e tre avevano caratteristiche morali e professionali molto simili a quelle del Prof. Raciti. Tutti e tre sapevano coniugare la necessità didattica con l’occhio attento dell’educatore, ai quali nulla sfuggiva dei fermenti dell’età adolescenziale dei loro discenti. Ed in ogni occasione avevano sempre una parola giusta, uno sguardo adeguato, anche un urlaccio se necessario, per farti capire cos’era giusto e cos’era sbagliato. I loro insegnamenti di vita, ma anche il loro saper spiegare le cose che ci sembravano impossibili da capire a quell’età e che grazie a loro diventano di facilità estrema, li ricordo ancora oggi con un pizzico di nostalgia e molta commozione. Gli anni sono passati, dopo le superiori ci sono state le scuole militari, dove la disciplina ferrea, se non avesse  avuto quale compagna imprescindibile il buon senso da parte dei tanti e tanti superiori avuti nel corso della carriera, sarebbe stata insopportabile. Ma da ognuno dei miei superiori, così come anche dai colleghi e spesso, molto spesso, anche dai subordinati, ho sempre imparato qualcosa, qualcosa che mi è sempre rimasto e che mi è sempre servito per improntare la mia azione di comando nei confronti di chi, necessariamente, doveva riporre la propria fiducia nel mio operato. Ed ecco che ad un certo punto della mia vita quel chicco di grano che ero è diventato una pianta alta e matura, pronta per essere raccolta e diventare pane. Ma da quella pianta altri chicchi di grano son venuti fuori e da quelli altri ancora.
Adesso per i miei figli sono il loro “pane buono” ,spero di esserlo ancora a lungo e di essere per questo ricordato.
Ho provato a chiedere alla mia bambina, spiegandone la metafora, che tipo di “pane” io sia per lei, e mi ha risposto: “sei il pane buono!”. Ma per adesso è troppo piccola per poter dare un giudizio sereno. Provate a chiederglielo fra 30 o 40 anni (speriamo!). Solo allora il suo giudizio potrà essere assennato ed obiettivo.
Grazie Don Franco, per avermi offerto questo spunto di riflessione. E’ scritta d’impeto e per questo non la rileggerò. Rileggetela voi, se volete.  

Babel.
Mi trovate pure su Babelweb.it


P.S. I nomi sono reali, non me vogliano gli interessati se quest'articolo non fosse gradito.

 
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Bacheca (3 commenti)
 
14:13

bellissimo racconto..mi sono emozionata! Complimenti per te, Babel! Mio marito (webmonster) mi ha parlato di te! Quello dei preti è veramente un mestieraccio, ma essere servitori di Cristo è per i coraggiosi! Credo che in ogni categoria poi ci siano i più dotati e i meno dotati....

 
10:58

Nella categoria dei preti ammiro i missionari ed i preti di fronteria. Detesto quelli legati rigidamente alle posizioni del clero.

 
10:52

Che mestieraccio, quello del prete... Però a volte vi si trovano anche delle soddisfazioni!

 
 
 
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