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Il linguaggio fotografico,
di Pietro Ricciardi.

Le forme retoriche del linguaggio fotografico, cosa sono e come usarle.
 

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Chi è Pietro Ricciardi

Pietro Ricciardi, appassionato e studioso della fotografia, ci spiega i concetti base del linguaggio fotografico.

 
 
Linguaggio fotografico: la SINEDDOCHE, di Pietro Ricciardi
Scritto da Pietro Ricciardi il 22/12/09
 

La nascita della “fotografia digitale” è coincisa con la diffusione della fotografia come hobby di massa, anche grazie all’apparente maggiore economicità del digitale rispetto all’analogico.
In realtà se ci si lascia “prendere la mano”, pur non avendo i costi di sviluppo e stampa dell’era analogica, col digitale si rischia di spendere migliaia di euro, spesso rincorrendo megapixel e prestazioni dell’apparecchio che poco hanno a che vedere realmente con la “fotografia”… un po’ come acquistare un computer di nuova generazione con dischi ultraveloci, tanti giga di ram e l’ultimissimo Word, per scrivere una lettera, senza nemmeno conoscere, ad esempio, come si effettua una “stampa in unione”. Vabbè, rientriamo nel tema e parliamo di linguaggio fotografico.

 
 
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Linguaggio fotografico: IL LUOGO COMUNE, di Pietro Ricciardi
Scritto da Pietro Ricciardi il 29/12/09
 

Cosa sia un “luogo comune”, nella retorica della comunicazione, è piuttosto chiaro a chiunque.
Anche a chi non si occupa di comunicazione o, come nel nostro caso, di fotografia.
Premettendo che questi piccoli interventi si basano molto su alcuni studi che ho fatto, ricorrendo quindi ad altre fonti, prime tra tutte la raccolta “Il linguaggio fotografico” Ed. Progresso, diamo uno sguardo alla figura retorica del “luogo comune”.

 
 
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Linguaggio fotografico: qualche digressione, di Pietro Ricciardi
Scritto da Pietro Ricciardi il 05/01/10
 

Quello che stiamo analizzando, pur con tutti i limiti di chi si arroga il diritto di scrivere di argomenti che non domina affatto, sono le forme del linguaggio fotografico assimilabili alla retorica dell’oratoria.
Viene naturale porsi una domanda: conoscere le figure della retorica è sufficiente a sapere come e quando utilizzarle?

 
 
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Linguaggio fotografico: IL PARADOSSO, di Pietro Ricciardi
Scritto da Pietro Ricciardi il 12/01/10
 

Abbiamo parlato, fino ad ora, della “sineddoche” e del “luogo comune”, forme retoriche piuttosto semplici. La prima addirittura sempre presente in qualsiasi foto, che in quanto rappresentazione di una parte della realtà, no può fare riferirsi ad essa attraverso la visione di una parte di essa.
Una figura retorica un po’ più complessa nel linguaggio fotografico è il paradosso.

 
 
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Linguaggio fotografico: L’IPERBOLE, di Pietro Ricciardi
Scritto da Pietro Ricciardi il 19/01/10
 

Proseguiamo la nostra piccola esplorazione delle figure retoriche applicate alla fotografia continuando ad esaminare figure della retorica dell’oratoria semplici ed intuitive, per approdare, un po’ alla volta, alle figure più complesse.
“Ti amo da morire”. Oppure: “Aspetta un secondo”. O, ancora: “Vado a fare quattro passi”.
Si tratta di iperbole che vengono utilizzate nel linguaggio comune, senza spesso interrogarsi sulla loro natura.
È ovvio che l’amore in se non può causare la morte… non può essere “da morire”, ma il senso di questa frase viene comunemente accettata da chi se al sente dire, riconducendo il significato al giusto valore che essa assume. Allo stesso modo chi esce a fare “4 passi” ne farà ben più di 4.
In questo caso con l’iperbole si trasmette il messaggio che si farà una breve passeggiata.

 
 
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Linguaggio fotografico: L’ENFASI, di Pietro Ricciardi
Scritto da Pietro Ricciardi il 19/02/10
 

Riprendiamo, dopo una breve pausa, a parlare di linguaggio fotografico, partendo dal curiosare su wikipedia, dove leggiamo dell’enfasi: “(dal greco èmphasis, da empháinō, «esibisco, mostro») è una figura retorica di tipo sintattico che consiste nell'accentuare mediante una determinata costruzione una parola o una frase, in modo da sottolinearne il significato e le implicazioni. Nella frase Lui sì che è un amico l'enfasi mette in evidenza le implicazioni della parola amico, nella frase il sangue non è acqua si sottolinea l'importanza dei legami di sangue.
Nel linguaggio parlato l'enfasi si accompagna a un aumento di intensità della voce e dei gesti. Nel linguaggio teatrale, spesso e volentieri molti registi sollecitano gli attori ad una miglior recita con l'espressione "più enfasi!". Nella classificazione di Lausberg, l'enfasi rientra nei tropi, insieme con l'antonomasia, l'iperbole, l'ironia, la litote, la metonimia, la metafora, la perifrasi, la metalessi e la sineddoche”.
Interessante, in questa descrizione, la parte finale, che subito ci fornisce un’indicazione delle similitudini tra la figura retorica dell’enfasi con la litote, la sineddoche, la metafora ed altre, alcune delle quali abbiamo preso in considerazione nel nostro chiacchierare sulla retorica applicata alla fotografia.
Queste figure, infatti, rientrano nella tropi, secondo la tassonomia di Lausberg. Il tropo ( o tropi al plurale) indica qualsiasi figura retorica in cui un'espressione è trasferita dal proprio significato ad un significato figurato. In questo, dunque, la similitudine con le figure retoriche già incontrate in questo piccolo cammino che facciamo insieme tra le figure retoriche della fotografia.
Andiamo al dunque: come si usa l’enfasi in fotografia?

 
 
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Forme retoriche o meno, quello che conta è il background di chi guarda una foto
Scritto da Pietro Ricciardi il 12/04/10
 

Le forme retoriche studite fino ad oggi, e quelle che vedremo, con calma, nei prossimi post, sono state catalogate basandosi su uno sfondo di “conoscenze comuni al genere umano”.
Si tratta di qualcosa intimamente connesso ai sensi di cui siamo dotati.
Percepiamo il mondo che ci circonda attraverso i nostri occhi che si trovano ad una certa altezza da terra. Avremo sempre la sensazione di maestia nell’osservare qualcosa che ci sovrasta. Avremo sempre l’impressione di inferiorità guardando qualcosa che ci richiede di guardare verso il basso.
Allo stesso modo percepiremo le differenze tra “moderno e antico”, “giovane e vecchio”, “piccolo e grande” poichè queste sono “misura di ciò che siamo e di ciò che non siamo”.
I nostri sensi sono quindi lo sfondo sul quale si proiettano le figure retoriche cui ricorriamo quando scattiamo le nostre foto.

Non meno dei nostri sensi, il background culturale di chi scatta una foto – o di chi la osserva - condiziona come questa viene percepita; qual’è il messaggio che l’immagine trasmette.

Per poter avere una prova empirica che dimostrasse questa preposizione sono ricorso all’uso delle comunity web.
Su un social network ho infatti postato la foto che trovate allegata a questo post che riprende un bambino ebreo nel ghetto di Varsavia, nel 1943. Il bambino ha le manine alzate ed il viso esprime terrore per il soldato tedesco che lo segue, con il fucile spianato. Ho chiesto agli utenti della community:
“Cosa pensate che volesse comunicare il fotografo quando ha ripreso questa foto”?

 
 
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"Questa rubrica mi piace molto perchè faCCebook.eu si basa sulle immagini pubblicando ogni giorno la foto di un mostro.
Riuscire a comprendere il messaggio che sta dietro uno scatto è importante perciò invito tutti a leggere gli articoli di Pietro. Grazie Riccia!"

Mario, il webmonster.

 
 
 
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