La (vecchia) truffa dell’auto senza benzina

«Sono rimasta senza benzina, mi dai qualcosa di soldi?» chiede la ragazza con gli occhi angosciati.

La grandine sbatte sull’auto, il vento sferza l’ombrello della giovane disperata.
Io, seduto e protetto nella macchina in sosta, lei per strada sotto i colpi della tempesta.
Bussa al finestrino in attesa di un segnale di umanità.

Oltre il vetro, cerco di mettere a fuoco il viso della donna.
Chiusa in un giubbotto con la pelliccia eschimese, resiste alle folate di vento che, come frustate, colpiscono prima l’ombrello oramai distrutto e poi lei.

Siamo distanti pochi centimetri, ci separa solo il vetro bagnato dell’auto.
Io al riparo, lei sotto la pioggia incessante.

Non riesco nemmeno a vedere i suoi occhi.
Percepisco solo un sorriso triste.

Truffa o solidarietà? Contro l'assuefazione, perché non sono un mostro

Solidarietà o truffa?

«Devo arrivare a Palma Campania, ho l’auto senza benzina, mi puoi dare qualcosa di soldi? Ti lascio il mio numero di cellulare» continua la ragazza sotto i colpi della grandine.

Non capisco se la richiesta trattasi di vera emergenza oppure è una tecnica per spillare degli spiccioli all’ingenuo di turno.

D’altronde, siamo talmente assuefatti alla disperazione altrui che ci appare normale non aiutare il prossimo.

E, poi, le truffe sono all’ordine del giorno e uomini e donne in povertà assoluta, sono ad ogni angolo della città.
Mendicano alla luce del sole, persone invisibili ai nostri occhi distratti.

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Non sono un «mostro»

Abbasso il finestrino e le passo cinque euro.
Un nonnulla oppure una cifra enorme, dipende dai punti di vista.

Al momento, la banconota è un buon compromesso tra la diffidenza generale e la voglia (personale) di solidarietà.

Stavolta, voglio crederci.

«Grazie, lo vuoi il mio numero?» sussurra la ragazza sotto la tempesta.
«No no figurati» replico incapace di decifrare la vera gravità della situazione.

La giovane prende la banconota, sorride ed un istante dopo vola via, spinta da una raffica di vento – insieme al suo ombrello malconcio.

Rialzo il finestrino dell’auto.
Aziono i tergicristalli per cancellare la pioggia dal parabrezza e fare chiarezza.

Avvio il motore, inserisco la freccia, parto.

«Non sono un mostro assuefatto» mi ripeto convinto.
Sarà vero.

Eppure ho la triste sensazione di essere vittima di una piccola, inutile, disperata truffa.
Perchè?


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