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Tutto sarà perfetto, di Lorenzo Marone: un romanzo «che non vorresti mai terminare» [RECENSIONE]

Tutto sarà perfetto: storia di ricordi e ritorni

Tutto sarà perfetto del bravo Lorenzo Marone è un romanzo da mare (e di mare).
Da leggere sotto l’ombrellone mentre con lo sguardo ti perdi nel blu e all’orizzonte scruti quella piccola isola dove il tempo sembra fermarsi.

E proprio su quel lembo di terra, la  vita smarrita di Andrea – immaturo fotografo quarantenne – in un imprevedibile week end,  cambia: riemergono quelle giornate trascorse sulla spiaggia, il colore dei limoni, l’odore della salsedine sulla pelle, i ricordi dell’infanzia sfuggita.

Per ritrovare ciò che (da lontano) sembrava definitivamente cancellato.

"Tutto sarà perfetto" di Lorenzo Marone: la mia recensione

Tutto sarà perfetto: letto in tre giorni

Letto in tre giorni (di mare),  il romanzo scorre via veloce tra il presente (i dialoghi serrati tra Andrea il ribelle e il padre, il rigido Comandante) e continui flashback.

Con delicatezza, Lorenzo Marone affronta il difficile rapporto genitori/figlio, l’amore incontrastato di una mamma troppo sensibile, la solitudine dell’isola, la forza delle le proprie origini.

Tutto sarà perfetto rientra di diritto nella categoria di libri che «non vorresti mai terminare».
Perché, ad ogni rilettura, come in un viaggio temporale, ti ritrovi tra le viuzze di Corricella, con i piedi nel freddo mare di Procida, guardi incantato Vivara al tramonto, torni bambino protetto dal dolce abbraccio di tua mamma.

Storia emozionante?
Sì.

E, dopo l’ultimo rigo, resti un po’ confuso, come quando parte un tuo vecchio amico.
Sei felice per lui ma sei anche triste perché non vorresti mai lasciarlo andar via.

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Quando intervistai Lorenzo Marone

Incontro Lorenzo Marone alla Feltrinelli di Napoli per la presentazione del libro Magari domani resto.
Siamo nel febbraio del 2017 e lo scrittore non è ancora noto al grande pubblico nazionale.

Qualche settimana prima, l’avevo contattato via e-mail e lui, gentile, risponde alle mie domande per un’intervista esclusiva!

Alla Feltrinelli, la piccola sala è gremita.
Appena lo scrittore varca l’uscio, con un atto di coraggio anticipo tutti e mi presento per la foto-ricordo.
Ma – come tutti i timidi – tentenno.
L’artista viene subito agganciato dal Tg3 Regionale e  risucchiato dai fans, amici e addetti ai lavori.

Perdo la mia occasione.
Ne seguiranno altre, ne sono certo.

Vero Lorenzo? 🙂

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La storia (forse divertente) di un pluriomicida pentito, di Jonas Jonasson [RECENSIONE]

L’assassino, il prete, il portiere, un libro di Jonas Jonasson

L’assassino, il prete, il portiere di Jonas Jonasson annoia … per due terzi.
Divido il romanzo in tre parti:

  • l’inizio: promettente, con capitoli potenzialmente divertenti
  • la parte centrale: lunga e piatta
  • il finale: in ripresa (ma non evita la bocciatura)

Il racconto, dopotutto, è un giusto mix di situazioni bizzarre: l’assurdo incontro tra il pluriomicida pentito, il responsabile della reception, il pastore della Chiesa protestante potrebbe scatenare una serie di pagine surreali ed esilaranti.

Invece, per lunghi tratti, la narrazione languida con una trama fin troppo lineare, priva di quegli scossoni attesi (invano) dall’eccentrico trio.

Jonas Jonasson , autore di "L'assassino, il prete, il portiere"

Jonas Jonasson, meglio in inverno

Desideravo recensire un’opera da leggere tutto d’un fiato sotto l’ombrellone.
L’assassino, il prete, il portiere non rientra in questa categoria di libri estivi.
Acquistatelo pure e provateci senza pregiudizi ma credo che una dolce pennichella vi colpirà prima di giungere a metà storia.

Questa reazione del Lettore Coraggioso non credo sia necessariamente negativa.
Immagino, però, non alimenti l’ego del bravo Jonas Jonasson.

L’assassino, il prete, il portiere merita una pazienza superiore.
Per iniziare a leggerlo, meglio attendere una fredda e piovosa notte d’inverno.

Tra le sicure pareti di casa, sarà più facile superare lo scoglio centrale e giungere all’agognato finale.

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Mille chilometri in bici: ecco il pericolo numero uno

Tagliare la strada, l’incubo del ciclista

tagliare la strada: attraversare improvvisamente la sede stradale, a piedi o con un veicolo, così da impedire a un’altra persona o a un altro veicolo di proseguire e costringerlo a fermarsi o a deviare (quando non si provochi addirittura un incidente); in senso fig., impedire a qualcuno di avanzare, ostacolarlo.

Con la solita sfacciataggine tipica dell‘incivile, lo scooter accelera, affianca, supera ed, incurante del sottoscritto che pedala per recarsi al lavoro, mi taglia la strada.

Il «mostro» compare dal nulla, con uno veloce zig-zag si fa spazio tra le auto bloccate nel traffico cittadino.
Poi, come se non esistessi, con una manovra azzardata, in un istante me lo trovo davanti a pochi centimetri dal manubrio della bici.

Solo la brusca frenata evita la sicura collisione.

Io, arrabbiato, impreco.
Lui, incivile, scompare in una nuvola assordante di fumo nero.

Tagliare la strada: il percolo numero uno scoperto dopo mille chilometri di pedalate a Napoli

Mille chilometri: la classifica dei pericoli

L’apertura improvvisa dello sportello, ecco il vero pericolo che temevo.
Invece, mille chilometri dopo, il podio dei «mostri» è chiaro:

L’elenco delle minacce (evidenti e velate) per l’eroico e solitario ciclista metropolitano è, purtroppo, lungo.
A ben riflettere, tutte le problematiche risalgono ad un elementare diritto violato:  la totale mancanza di piste ciclabili.

Dunque, pedalare a Napoli significa pedalare per strada.
Un’unica via per auto, scooter, camion, autobus, tricicli … e bici.
Con le vetture parcheggiate lungo il percorso pronte a sbatterti una improvvisa portiera in faccia.
 
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Tagliare la strada: perché vince

Assegno il primo posto al subdolo gesto del taglio strada perché è l’indice dell’indifferenza degli automobilisti e piloti di scooter verso i ciclisti metropolitani.

Esseri invisibili che non meritano attenzione.
Alieni da abbattere in un mondo di centauri impazziti.
Nemici da tagliuzzare se ostacolano la retta via.

Ma, in un paese normale, esiste anche un’altra verità.

Continuate pure a tagliarci la strada ma noi, ciclisti metropolitani, dopo ogni singola pedalata, vi rammentiamo che la mobilità alternativa è un sogno realizzabile.

Come i primi mille chilometri del sottoscritto a Napoli, dimostrano.

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Strisce pedonali napoletane: non passa lo straniero

Strisce pedonali, l’attesa

Dieci secondi.
Venti.
Quaranta secondi.

Sul marciapiede della nuova piazza Garibaldicantiere aperto senza pista ciclabile – siamo in tre: il sottoscritto ed una giovane coppia francese.
Gli stranieri, educati e speranzosi, bloccati sulla soglia delle strisce pedonali, attendono lo stop delle automobili per attraversare la strada.

Ignorano che a Napoli, come in molte altre città d’Italia, anche un diritto elementare come l’attraversamento sulle strisce pedonali, va conquistato.

Attraversare le strisce pedonali: una battaglia!

Strisce pedonali, impariamo dall’Europa

Osservo la coppia francese.
Il loro atteggiamento è normale: in qualsiasi altra città d’Europa, alla vista di un pedone nei pressi delle strisce pedonali, le auto si bloccano a distanza di sicurezza.
I veicoli attendono il passaggio delle persone, poi ripartono.

I «mostri» siamo noi che, incuranti, sfrecciamo con auto e scooter a tutta velocità senza rispettare una ovvia norma di civiltà.

Il comportamento dei tanti turisti stranieri che affollano Napoli ci serva da denuncia sociale: non dobbiamo assuefarci alla anormalità.
Pretendere lo stop della auto e scooter per attraversare è un nostro sacrosanto diritto, non un piacere dell’automobilista gentile di turno che, mosso da pietà, ci permette di raggiungere la sponda opposta.

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Come una squadra di rugby

Con il piede destro, conquisto il primo pezzo di striscia pedonale.
Le auto più vicine rallentato, le altre continuano a gareggiare, indifferenti alla nostra presenza.

La coppia francese capisce l’antifona e – come in una squadra di rugby pronta alla meta – si posiziona dietro al sottoscritto.
Formiamo una piramide, io la punta, loro la base.

Tocca a me guadagnare campo, d’altronde il mio DNA è l’evoluzione di anni di guerre napoletane, pronto per questa piccola, ennesima battaglia quotidiana.

Guardo a destra, poi a sinistra.
Di nuovo a destra e con un altro piccolo passo conquisto centimetri.
I francesi, fiduciosi, seguono la medesima strategia.

Come in un patto atavico, una volta lanciato il messaggio non scritto, gli automobilisti napoletani si fermano a pochi passi dalle strisce, col rombo del motore ad urlare minaccioso.
Gli occhi oscillano destra/sinistra/destra e, con prudenza, attraversiamo per raggiungere il ciglio opposto.

Missione compiuta.

Con uno sguardo d’intesa, saluto la simpatica coppia di francesi e li ringrazio.
La loro ingenuità mi rammenta la normalità violata delle strisce pedonali napoletane.


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Universiadi, il murales verticale di Jorit troncato [FOTO]

Universiadi, il murales verticale di Jorit

Osservo la parte superiore del murales di Jorit mentre attendo il verde al semaforo di Poggioreale.
A pochi passi dal Centro Direzionale di Napoli, in sella al carro armato rosso, fotografo l’opera e proseguo dubbioso verso l’ufficio.

Pedalo fino alla base della torre Telecom, la “tela” sulla quale lo street artist – per celebrare le Universiadi 2019 – immortala il volto di cinque campioni dello sport campano.

Dal basso, percepisco meglio la verticalità dell’opera.
Un disegno sottile che sale lungo la stretta facciata della torre per toccare il cielo.

Che, però, risulta troncato se osservato da lontano.

Il murles verticale di Jorit al Centro Direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019

Universiadi, i cinque campioni dello sport campano

Dall’alto verso il basso:

  • Patrizio Oliva (Napoli)
  • Carmelo Imbriani (Salerno)
  • Antonietta De Martino (Benevento)
  • Nando De Napoli (Avellino)
  • Nando Gentile (Caserta)

La prospettiva boccia De Napoli e Gentile, i due campioni posti alla base del murales assediati e nascosti dalle altre costruzioni che circondano la torre.

Dal semaforo, intravedo i vertici della raffigurazione.
Il robusto muro del carcere di Poggioreale, gli altri edifici dello stesso Centro Direzionale, impediscono la visuale completa del progetto.

Un dettaglio voluto?
Una scelta necessaria?

Peccato.

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L’incontro con Jorit

Perdo l’occasione per chiedere, proprio all’autore, il perché di questa prospettiva.

Infatti chi, come il sottoscritto lavora al CDN, ha visto nascere l’opera pennellata dopo pennellata con Jorit aggrappato lungo il grattacielo a disegnare i volti dei cinque personaggi.

Un giorno, durante la pausa pranzo, sotto la torre Telecom incontro lo street artist mentre rilascia un’intervista ad un televisione tedesca.
Incerto e titubante, non trovo il modo di stabilire un contatto con l’artista.

L’attimo fuggente vola via, la domanda resta nell’etere: perché il murales verticale troncato?

Il murales verticale di Jorit al Centro direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019


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Truffa della doppia telefonata: io, vittima (e come ne sono uscito)

Truffa della doppia telefonata: giorno1

Buongiorno sig. Monfrecola, siamo della Wind: le comunichiamo che dal primo luglio la sua tariffa aumenta del 35%

Ricevo la prima telefonata (sul fisso di casa) il venerdì di fine giugno, a meno di quarantotto ore dall’incremento annunciato.
«Cosa? E’ uno scherzo vero?» replico dopo un salto dalla sedia.

Nessuno scherzo, le abbiamo inviato una lettera trenta giorni fa per comunicare la modifica unilaterale del contratto.

La voce femminile è gentile, ferma, sicura.

«Ma io non ho ricevuto nessuna lettera!» inizio ad innervosirmi.
Dal call center rispondono snocciolando l’indirizzo di casa, i recapiti telefonici, insomma i cosiddetti dati personali (o pubblici?).
La lettera, ovviamente, è spedita per posta ordinaria.

«Non è corretto: disdico stesso domani» ribatto stizzito.

Può disdire l’abbonamento entro lunedì altrimenti pagherà una penale di 120€. Se non disdice, invece, dovrà restare con noi per almeno 24 mesi alla nuova tariffa.

.
«Non me ne frega nulla della penale, disdico!» sentenzio oramai paonazzo in volto.

Si calmi.
Facciamo cosi: domani la contatterà l’Ufficio Marketing per venire incontro alle sue richieste.

La voce femminile, rassicurante, chiude la conversazione con una speranza.

La truffa della doppia telefonata

Truffa della doppia telefonata: giorno2

Buongiorno sig. Monfrecola, la chiamo dall’Ufficio Marketing della Wind per la segnalazione sull’aumento delle tariffe.

Il giorno seguente, puntuale, giunge la seconda telefonata.
Alle mie proteste, l’uomo conferma l’ineluttabile aumento.

Però dai tabulati vedo che lei effettua poche telefonate, aspetti un minuto, le vorrei proporre una alternativa.

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I cardini della truffa

Anche la truffa della doppia telefonata si basa sui soliti cardini tipici di un raggiro:

  • situazione improvvisa, inattesa
  • spalle al muro, non trovi nessuna via di uscita
  • assenza di tempo per elaborare una reazione razionale
  • quando tutto sembra perso, proposta di una soluzione rassicurante

L’obiettivo della doppia telefonata è convincere il malcapitato al cambio dell’operatore telefonico.
Difatti, la seconda chiamata si concretizza nell’enunciazione telefonica di un nuovo contratto che, accettato dal truffato (i famosi “SI” strappati dai vari call center), spingono l’utente ignaro verso un diverso gestore telefonico.
Spinta alimentata dallo spettro dell’aumento del 35% .

Come evitare la truffa della doppia telefonata

Subito dopo aver ricevuto la prima telefonata, contatto il call center (quello vero) del mio operatore.

Confermano:

  • nessun aumento è previsto sulla linea
  • dai loro uffici, non è partita nessuna telefonata verso il sottoscritto
  • qualsiasi variazione contrattuale deve essere comunicata necessariamente con una lettera cartacea spedita almeno 30 giorni prima.

Affermano trattasi di una truffa.

La conferma giunge via True Caller, l’app antispam.
Osservando meglio l’etichetta associata al numero sul registro chiamate del cellulare, leggo Falso Wind Centro Telecom.
Gli altri utenti avevano già provveduto a classificare e smascherare l’inganno.

Dunque, restano validi i semplici consigli di buon senso:

  • mantenere la calma
  • non prestare fede a nessuna promessa telefonica
  • rivolgersi solo ai numeri ufficiali ed i canali istituzionali

In pratica, mai accettare caramelle da uno sconosciuto.
Soprattutto per telefono.


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Galleria Principe di Napoli, la good news (con riflessione) [FOTO]

Galleria Principe di Napoli: riaperta!

Stiamo lavorando per l’immediata riapertura della Galleria Principe
(Luigi De Magistris, sindaco di Napoli – 24 gennaio 2019)

Sei mesi dall’‘annuncio-video del Sindaco e dopo un anno dalla chiusura per caduta calcinacci, riapre la Galleria Principe di Napoli.

Ancora incerottata ma restituita alla città.
I bar ed i vari esercizi commerciali con le saracinesche mezze alzate, preparano i locali per l’apertura totale.

Un passo avanti rispetto al desolante cancello sbarrato di inizio anno.
Ma anche l’ennesima conferma dei tempi biblici dell’operatività delle Istituzioni: il passaggio dalla dichiarazione ufficiale del politico di turno alla realizzazione concreta (e finale) dell’opera, equivale ad una imprevedibile traversata nel deserto.

Nel caso della Galleria Principe di Napoli, la traversata è durata solo sei mesi (dopo un anno di attesa).

Sei mesi dall’‘annuncio-video del Sindaco: resto indeciso se essere felici per l’apertura oppure critico per l’inaccettabile prolungarsi dei tempi?

La Galleria Principe di Napoli riaperta

Le foto della Galleria riaperta

Felice per la good news oppure assuefatto alla burocrazia malata?

Mi porto il dubbio in sella alla mia e-bike.
Ogni giorno, per recarmi al lavoro in bici, passo d’avanti la Galleria.
Quel cancello sbarrato era il simbolo di un paese ingessato, malato di cavilli e in perenne emergenza con l’assenza di fondi pubblici.
Davvero inguardabile.

La Galleria Principe ora è accessibile.
Non operativa al cento per cento, con le reti metalliche a garantire la sicurezza dei visitatori.
Ma di nuovo viva.

Per il momento, dalla sella della e-bike, posso tirare una sana boccata di smog.
Mi fermo, parcheggio, poggio il casco sul manubrio, spengo il motore elettrico, entro, fotografo.

Oggi voglio godermi la good news.


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Europeizzare Napoli: con la bici, sul battello nel golfo [FOTO]

In bici, ovunque

Il mondo non ha bisogno di parole ma del tuo esempio

Abituare gli altri alla presenza della bici.
Dimostrare ai napoletani una semplice teoria: in città è possibile spostarsi con la bicicletta.
E lo dimostro con i fatti: il tragitto casa-lavoro è certezza, ora utilizzo l’e-bike come mezzo di trasporto quotidiano.

Alla Posta, per comprare un paio di scarpe, al supermercato.
E, per un giro sul battello turistico nel golfo di Napoli.

Sul battello in bici: per europeizzare Napoli

Come (e più) di Amsterdam

Rifletto su vantaggi e svantaggi partenopei:

  • il clima è benevole quasi tutto l’anno e rispetto ad Amsterdam, Berlino o Copenaghen siamo baciati dalla fortuna (ripeto: sul meteo)
  • siamo penalizzati dalla morfologia del territorio con continue salite/discese e strade strette
  • assenza completa di cultura ciclistica (cittadini)
  • politica per la mobilità alternativa nulla (istituzioni)

Sfrutto la bontà del clima per pedalare tutto l’anno, con la bici a pedalata assistita annullo l’handicap delle continue salite/discese napoletane.
Per gli altri punti, invece, l’esempio diretto risulta lo strumento più significativo.

Ne ho conferma quando – in sella alla e-bike – incrocio lo sguardo stupito dei bambini, (incolpevoli) passeggeri sullo scooter dei genitori (veri colpevoli).
Mi scrutano come se fossi un alieno, poi, superato lo stupore iniziale, comprendono: esiste una alternativa!

Ecco, in quegli sguardi innocenti, mi illudo (e spero) di fare breccia, guadagnare consenso, mostrare e costruire una nuova realtà urbana.

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Sul battello, in bici: la galleria fotografica

Partecipo all’evento organizzato da BeTime, l’Università del tempo libero
Partecipo, in bici.
Per rendere concreto li concetto di mobilità alternativa, ogni giorno, per divertimento, shopping, lavoro.
Come se fossi ad Amsterdam.

PS: parcheggio la e-bike fuori ad un negozio di scarpe.
Entro.
Con un occhio osservo le scarpe, con l’altro controllo la bici.
Europeizzare si, fesso no 🙂


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«Il Palpa». Il più forte (e drogato) di tutti [RECENSIONE]

Palpa, tra tennis ed eroina

«Il Palpa». Il più forte di tutti racconta la partita più dura di Roberto Palpacelli, talento assoluto del tennis italiano degli anni ottanta.

Una biografia scritta con Federico Ferrero, voce tennistica di Eurosport, dalla narrazione avvincente e drammatica.
Perché quando c’è di mezzo il «mostro-droga», la partita la perdi sempre.
Anche se la natura ti regala un talento immenso e possibilità di scalare le classifiche mondiali ATP.

Dal libro-verità, emerge una domanda con due opzioni (non necessariamente esclusive):

  • Roberto Palpacelli spreca la sua vita ed il suo talento tennistico (avrebbe potuto essere un campione se non fosse stato un tossicodipendente)
  • Roberto Palpacelli è ancora vivo grazie all’amore per il tennis (nonostante fosse un tossicodipendente dallo stile di vita estremo)

Roberto Palpacelli detto il Palpa: talento sprecato o vivo per l'amore verso il tennis?

Una vita spericolata

A fine carriera, Il Palpa racimolerà un solo punticino nella classifica ATP.
Avrebbe potuto vincere i tornei più importanti?
Combattere per i trofei del Grande Slam?

«Il Palpa». Il più forte di tutti non è un libro per commiserarsi.
Al contrario, giunti all’ultimo rigo, percepisco la voglia di un uomo di gridare al mondo: «SONO CADUTO MILLE VOLTE MA OGGI SONO VIVO».

Conscio di aver fatto soffrire chi gli è stato vicino – in primis, la sua famiglia.
Razionale nel valutare i suoi limiti psicologici.
Grato alla natura per aver avuto in dono un fisico resistente oltre ogni limite.
Consapevole di aver perso tante opportunità calate dal cielo grazie solo al suo talento tennistico.

Eppure, Roberto Palpacelli non rinnega le sue scelte assurde: alcool, droga, vita spericolata sempre alla ricerca dell’estremo, fino ad un centimetro dal precipizio finale dal quale è impossibile risalire.

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Quando la pallina di tennis colpisce il net

«Il Palpa». Il più forte di tutti ha il merito di presentare al grande pubblico un personaggio controverso, ai molti sconosciuto – anche a chi, appassionato di tennis, segue questo sport da anni.

Davvero bravo Federico Ferrero, capace di raccontare, con equilibrio, il dramma di un uomo caduto nell’inferno dell’eroina.

Dopotutto, basta un nonnulla per cambiare il destino, proprio come la pallina di tennis che, durante un match combattuto punto dopo punto, colpisce il net: dove cadrà?
Un alito di vento e le sorti di una partita (o di una vita?) cambieranno per sempre.

Roberto Palpacelli su Tg2 Storie

Sul web, sono molti i video dedicati al Palpa.
Segnalo il servizio di Tg2 Storie (da facebook).

A proposito, io scelgo l’opzione due: il Palpa non è un campione mancato, è un uomo fortunato ancora vivo grazie al tennis.

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Pedalare a Napoli: il sacrificio del giovane paraurti

Paraurti anteriore: volato via

Appena quattro mesi e poco meno di ottocento chilometri.
E il paraurti anteriore della mia nuova e-bike vola via.

Qualche giorno fa, i primi sinistri scricchiolii.
Proseguo fiducioso: dopotutto, ho comprato un carro armato su due ruote proprio per affrontare i peggiori «mostri» urbani!

Ma, nulla è possibile contro le continue vibrazioni provenienti dalla pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia.

Il paraurti volato via

Nemmeno la fat bike resiste

In sella alla fat bike, non temo nulla.
Batteria più telaio, 24 kg di peso per una velocità massima di 25 km/h.
Ammortizzatori professionali, coprisella imbottito, ruote di scooter.

Organizzato come se combattessi al fronte: io, ciclista napoletano compio il mio dovere e ogni giorno vado al lavoro in bici.

I sampietrini di via Foria, le montagne russe di piazza Carlo III, la guerra al Museo Nazionale.
Lo zig zag tra le auto in sosta con le quattro frecce napoletane accese sulla pista ciclabile di Corso Umberto, progettata, finanziata e ferma nel cassetto di qualche assessore.

Basta!

E’ troppo anche per il novello carro armato.
In funzione solo da quattro mesi.
Dopo appena ottocento chilometri.

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La fine di un giovane paraurti servirà?

Paraurti, vola via!
Il tuo sacrificio è la sconfitta della mobilità alternativa.
La tua ribellione dimostra l’assenza totale di una vera politica ambientale.

Una nuova carrozzeria spezzata dal disinteresse istituzionale, dalle mille promesse sbandierate, intrappolate dalla burocrazia malata e rimaste prigioniere nei meandri dei palazzi governativi.

Ma non mi arrendo.
Continuo a pedalare.
Perché il sacrifico di un giovane paraurti non resti inascoltato.


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La battaglia (vinta) del marciapiede dissestato [FOTO PRIMA/DOPO]

Prima email: 18 maggio

Buonasera,
Segnalo un prevedibile incidente: via Confalone (Napoli) da mesi pezzo di marciapiede inutilizzabile per un pericoloso ferro arrugginito che spunta da una recinzione per buca.
Presenza di bimbi per piscina
Chi interviene?
Grazie per l’attenzione

Destinatario: l’Urp del Comune di Napoli.
Dopo l’email con foto allegate, segue la segnalazione sul sito del Comune.

La risposta giunge dopo qualche ora:

Si inoltra, per quanto di competenza, la segnalazione relativa
all’oggetto.
Cordiali saluti
Servizio URP

L’Urp inoltra l’email alla municipalità di competenza (in questo caso, la V Municipalità).

Il marciapiede di via Confalone

Un pericolo per anziani, mamme e bambini

Questo primo messaggio nasce dalla indignazione nel constatare lo stato di incuria del marciapiede a via Confalone, recintato da svariati mesi.

Un buco, un ferro arrugginito che sporge, i pedoni costretti ad abbandonare il marciapiede per scendere lungo la strada, subito prima della curva.
Una via a senso unico, in pendenza, con le auto parcheggiate a restringere la carreggiata ed una pavimentazione estremamente sconnessa.

Una piscina nei pressi frequentata da mamme e bambini che, mentre risalgono, sono obbligati a deviare con il pericolo di essere investiti da auto e scooter che giungono in senso opposto.

Il cantiere, dunque, rappresenta un pericolo quotidiano per chiunque percorre quella via.

Dunque, ci si sarebbe atteso un ripristino veloce del manto stradale, un intervento nel più breve tempo possibile.
Invece, chiunque abiti in zona può testimoniare l’assoluta mancanza di manutenzione e tanto meno un intervento perentorio.

Via Confalone, la prima riparazione

Riparato dopo una settimana ma …

Dopo una settimana dalla prima segnalazione, ripasso per via Confalone e, con stupore, trovo la buca riparata ma il piccolo cantiere ancora in piedi.

Il malefico ferro arrugginito minaccia i passanti costretti ad abbandonare il marciapiede.
Segue altra e-mail sempre all’Urp del Comune di Napoli:

Buongiorno,
a cinque giorni dalla segnalazione (e vari mesi di incuria), la questione non è risolta.
Ieri sera, il foro ed il ferro arrugginito erano circondati come in foto allegata.
Resta il problema: i pedoni sono costretti a scendere dal marciapiede occupando la strada (stretta) con scooter e auto che giungono in senso opposto in curva.
Per cortesia, potreste ripristinare la pavimentazione del marciapiede in modo da tornare alla *normalità*?

Via Confalone, marciapiede riparato ma ...

Fu vera gloria?

L’happy end giunge a fine maggio: ripasso per via Confalone e trovo il marciapiede finalmente ripristinato!

Mi chiedo: le segnalazioni hanno modificato il flusso degli eventi?
Se non avessi scritto, l’indifferenza avrebbe trionfato?
Oppure, le email sono giunte in un periodo nel quale – comunque – era prevista la manutenzione?

Dubbi amletici di un cittadino non assuefatto.

Forse, c’è ancora speranza.

Via Confalone, marciapiede riparato ma ...


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Napolitudine, di Luciano De Crescenzo e Alessandro Siani e le colpe di Fabio Fazio [RECENSIONE]

Napolitudine: colpa di Fabio Fazio

La colpa è (anche) di Fabio Fazio.
Il presentatore RAI a Che tempo che fa dello scorso 24 marzo, parla del libro con entusiasmo.
Dalle risate di Fazio, il testo appare come un capolavoro della letteratura comica italiana.

Invece, Napolitudine non è un libro divertente.
Non è nemmeno un trattato di filosofia aperto a tutti con il tipico stile di De Crescenzo.

E’ solo un incontro al bar, una chiacchierata informale tra due simpatici personaggi.
Pagine senza pretese, prive di quel tocco che rende la lettura piacevole.
In alcuni tratti, poi, è davvero semplice.

Forse, adatto ad un pubblico infantile?

Napolitudine, di Luciano De Crescenzo e Alessadro Siani: la mia recensione

Napolitudine, era proprio necessario?

Mi chiedo perché Luciano De Crescenzo e Alessadro Siani abbiano scritto Napolitudine. Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania ‘e turnà.
Di questa opera, credo, il mondo ne possa fare a meno.

Comunque, sottolineo che, per motivi diversi, amo i due autori.

De Crescenzo per l’immortale Bellavista, Siani per il buon umore generato dalle infinite gag.
Entrambi diffondono al grande pubblico le personali riflessioni attraverso la spensieratezza.
E, in un mondo indifferente come il nostro, la leggerezza di una risata è un raggio di luce inatteso.

Insieme, però, non funzionano.

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Io non sono Fabio Fazio

Quando Fabio Fazio ospita Alessandro Siani per presentare il libro, doveva porre una prima, fondamentale domanda: perché scrivere questo libro?

Il presentatore RAI doveva recensire con un minimo di obiettività.
Invece, l’assenza di critica promuove automaticamente il testo a possibile LIBRO da leggere.

Il sottoscritto, invece, ama scrivere la verità per rispetto di chi legge.

Dunque, se dovessi utilizzare un solo aggettivo, definirei il volume inutile.
Per essere cortese nei confronti dei due autori, potrei usare l’eufemismo “libro di pura evasione”.

Ma sarebbe eccessivo.
Perché anche la pura evasione merita dei contenuti interessanti.

PS: un’ultima osservazione: la napolitudine esiste.

Alessandro Siani a Che tempo che fa

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