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Litorale domizio, la catena umana per salvare il (nostro) mare

“Diamoci una Mano”, la catena umana per il litorale domizio

Sabato 4 agosto (ore 10.30) aderisco alla catena umana proposta  da Gaetano Cerrito, imprenditore impegnato per il rilancio del litorale domizio.

Perché, ogni estate, è assurdo porsi la solita, sconfortante domanda: «i depuratori funzionano?»
Perché, giunti in spiaggia, è anomalo chiedersi: «oggi, com’è il mare?»

In lunghi tratti del litorale domizio, la qualità delle acque dipende dalla buona sorte: i giorni della corrente favorevole, ti bagni in un mare cristallino.
Se becchi il momento nefasto (scarichi illegali nei tanti canali che sfociano in mare?), puoi trovare liquami, pannolini o chissà quale altro «mostro».

Eppure, negli ultimi anni, è indubbio constatare un netto miglioramento delle condizioni delle acque.
Allora, perché non possiamo pretendere un mare sempre pulito?

Si chiama ‘Diamoci una mano‘ l’iniziativa che partirà sabato 4 agosto alle 10,30 dai lidi Tamurè e Baja Club e che coinvolgerà tutti i bagnanti dei 9 chilometri di spiaggia che vanno da Baia Domizia sino a Baia Felice. (fonte: Il Mattino)

Sul litorale domitio, partecipo alla catena umana per denunciare l'inquinamento del nostro mare

Il mistero dei depuratori campani

Prima o poi scoprirò la verità sui depuratori campani.
Quanti ne sono?
Dove sono?
Quali realmente funzionano?
Depurano dodici mesi all’anno oppure si fermano nel periodo invernale?

Se un cittadino campano, ogni benedetta estate, è logorato dal dubbio: «i depuratori funzionano?» significa che l’opera di questi impianti è alquanto opinabile.
Sarebbe opportuno, da parte degli enti competenti, una maggiore e più chiara comunicazione sull’argomento.

Se poi, un giorno, fosse possibile visitare uno di questi leggendari depuratori, il sottoscritto sarà il primo tra i prenotati.
Armato di videocamera e taccuino, documenterò l’esperienza.

Nel mentre, sarò uno dei mille anelli della catena umana di sabato 4 agosto.
Mille anelli, una sola voce: salviamo il nostro mare.

PS: ringrazio Mario Cavaliere, instagramer di successo, per lo scatto sottomarino nel mare blu.
Del litorale domizio, ovvio.


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Galleria Umberto di Napoli, il fascino della metà bellezza [FOTO]

Galleria Umberto restaurata … a metà

Un lato è chiaro, pulito, tornato all’antico splendore.
L’altra facciata, invece, mostra l’usura del tempo che fu.

Così si presenta la maestosa Galleria Umberto I di Napoli, nel cuore della città, a due passi dal centro storico (e dal mare).

Dopo due mesi senza e-bike, mi regalo una prima pedalata a via Toledo, tra i tanti turisti che affollano la città ed i mille colori (rumori?) dei vicoli.
Viaggio in direzione piazza del Plebiscito e resto attratto dalle due facce della Galleria Umberto, una sosta per due scatti è obbligatoria.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Il fascino dell’imperfezione

Ripenso alla pendenza della torre di Pisa: se fosse dritta, a chi interesserebbe?
L’unicità del monumento è dovuta al suo difetto che rende la torre pendente un polo di attrazione mondiale.

Lo stesso ragionamento l’applico alla nostra Galleria Umberto: il restauro a metà la rende … speciale!

Se il lavoro fosse completo al cento per cento, dopo il bagliore negli occhi, subentrerebbe la normalità di un’opera terminata.
E poi l’assuefazione ed il successivo oblio.

Invece, il contrasto tra il bello del restauro e l’incuria della opposta facciata è un pugno allo stomaco che non lascia indifferenti.
Il visitatore ignaro salta con lo sguardo da destra a sinistra e viceversa.

L’opera incompiuta lo costringe a riflettere e poi, superati i primi minuti di choc, la domanda gli sorge spontanea: perchè la Gallieria Umberto è bella a metà?

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

La (non) spiegazione

Dal web leggo la (non) spiegazione: questioni burocratiche legate ai condomini privati che abitano nella galleria.

Una parte ha investito per il rifacimento, l’altra ha deciso di non spendere soldi per il restauro.

Ognuno ha le sue ragioni (economiche).

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Galleria Umberto, l’icona di Napoli

Il restauro dimezzato è la giusta icona della nostra città.

Napoli, sempre in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che realmente è, con le mille potenzialità e il degrado che incombe.

La voglia di stupire e la mancanza cronica di fondi, la forza dell’arte e la burocrazia inceppata, l’orgoglio per le nostre mille bellezze e la vergogna dei soliti «mostri» che ci affliggono … l’elenco è lungo ed è noto a tutti (ora, aggiungiamo anche la Galleria Umberto).

E così, tra un pensiero ed una riflessione, scatto qualche foto.

Riprendo l’e-bike, torno su via Toledo e pedalo verso il mare.
Sorrido mentre penso a questo ennesimo controsenso tutto napoletano.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà


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Al mare, testimone di un salvataggio eroico

Un soccorso in mare vissuto in diretta

Quale sentimento spinge una persona ad abbandonare la sicurezza della propria vita per lanciarsi in mare e soccorrere uno estraneo in difficoltà?

E’ la domanda che mi pongo oggi mentre assisto – dalla spiaggia di un lido del litorale domizio – al salvataggio di un gruppo di bagnanti che, per le condizioni del mare avverso, non riescono a tornare a riva.

A pochi metri dalla spiaggia libera, le forti onde creano un fosso tra un gruppo di persone e la costa.
Un uomo inizia a sbracciare per segnalare l’emergenza: nuota ma le correnti lo allontanano dalla riva.
Nonostante non affondi del tutto, è in forte difficoltà.
Il mare lo sovrasta, poi riemerge, sbraccia ancora.

Con lui si distinguono altre persone, forse un bambino ed una giovane ragazza.
Tutti in pericolo.

Litorale domizio, volontari e bagnini salvano un gruppo di bagnanti in difficoltà

L’intervento dei bagnini (e dei volontari)

Dai lidi limitrofi, i bagnini scattano immediatamente.
Con le tavolette rosse in pugno, superano il fosso marino ed, in pochi istanti, raggiungono il gruppo di persone in totale panico, a poche decine di metri dalla spiaggia.
Li soccorrono.

Insieme ad altri volontari, li riportano tutti sul bagnasciuga.
Giunge anche un terzo bagnino con l’imbarcazione di salvataggio per aiutare chi è senza energie.

Per fortuna, la missione di si conclude con un lieto fine.

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Il coraggio dei volontari

Da sotto l’ombrellone, noto delle persone correre verso il mare.
Non capisco cosa stia accadendo finchè non raggiungo la folla in riva ed ascolto i commenti preoccupati.

La squadra di volontari che si è lanciata verso i bagnanti in difficoltà è davvero numerosa.

Conto almeno una decina di uomini, qualche ragazzo ed una giovane donna.
Li vedo rientrare affaticati, raccontano di un anziano in preda al panico (credo l’uomo che sbracciava) e di un bambino impaurito.
Li hanno raggiunti – chi dalla spiaggia, chi via mare – ed, insieme ai bagnini, salvati.

Ascolto l’impresa con ammirazione.

Queste persone, non temevano di affogare?
Prima di tuffarsi, hanno riflettuto sul pericolo al quale andavano incontro?

Rischiano la vita per soccorrere degli estranei.

L’azione di questi volontari non finirà mai sui giornali e nessuna Istituzione gli renderà i giusti meriti.
Ma, entrano di diritto nell’esercito di eroi silenziosi che combattono i «mostri» della nostra società.

A loro, il nostro pubblico ringraziamento.


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«La mia vita» di Sir Alex Ferguson, per gli amanti del calcio inglese [RECENSIONE]

Alex Ferguson, da Govan a leggenda del calcio

Acquisto la biografia ufficiale di Alex Ferguson prima del malore dello scorso maggio.
Da quanto leggo sul web, l’ex allenatore del Manchester United è fuori pericolo (anche se resta in terapia intensiva).

L’interesse del sottoscritto per una leggenda del calcio moderno, nasce dalla curiosità di carpire quali elementi rendono eccezionale un anonimo scozzese partito dal quartiere dei cantieri navali di Glasgow ed arrivato fin sulla vetta del mondo (sportivo).

Sir Alex Ferguson sintetizza le doti di un manager di successo in poche, significative righe:

gli elementi più importanti per una leadership di successo: etica del lavoro, determinazione, il saper prendere decisioni

La mia vita, la biografia ufficiale di Alex Ferguson

Chiedete a Cristiano Ronaldo

In La mia vita, Alex Ferguson racconta i ventisette anni (consecutivi) come allenatore/manager del Manchester United.
Un record imbattuto che rimarrà tale a lungo (vista la frenesia degli attuali presidenti di club).

Il libro è ricco di storie inedite: dalla maturazione del giovane Cristiano Ronaldo ai mille altri talenti scoperti nei campi di periferia e poi lanciati in prima squadra.
Il rapporto con i media inglesi, le simpatie/antipatie con gli altri allenatori della Premier League (la stima per Mourinho ma anche la diffidenza con Rafa Benitez).

Mille racconti tra i tanti successi e qualche utile sconfitta.
Un libro imperdibile per chi ama il calcio inglese, talmente condensato di aneddoti da sembrare un romanzo fantasy.

Invece, La mia vita è il giusto tributo ad un uomo di sport fuori dall’ordinario.

non abbiamo perso la partita è solo scaduto il tempo

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Se la torre di Pisa fosse dritta [FOTO]

A Pisa per sostenere la torre pendente

Cerco la miglior posizione per la foto di rito.

Piazza dei Miracoli pullula di turisti giunti da ogni angolo del Pianeta.
Con le mani ferme per aria, alla ricerca della giusta distanza, sostengono la torre.

Ognuno è convinto della propria tecnica: c’è chi sovrappone le mani di fianco la torre, chi si stende pancia all’aria per sorreggere il monumento dalla base, chi si piega sulle ginocchia e finge uno sforzo per non far cadere la torre da un lato.

Alcuni preferiscono lo scatto nei pressi del monumento, altri si allontanano per sfruttare la prospettiva.

La pendenza stimola la fantasia, tutti alla ricerca della foto perfetta.

La prima fila è occupata dall’organizzatissimo esercito di giapponesi.
Con disciplina, attendono che si liberino le migliori posizioni occupate dai connazionali con gli occhi a mandorla per immortalare la torre pendente.

I professionisti, dotati del piedistallo.
I più giovani, alzano al cielo lo smartphone agganciato all’asta pakistana, un sorriso per il selfie d’ordinanza da condividere in tempo reale via social.

Se la torre di Pisa fosse dritta, a chi interesserebbe?

A chi interessa la torre di Pisa dritta?

La massa di turisti – compreso il sottoscritto – è attratto proprio dal difetto che rende unico il monumento.

Se la torre di Pisa fosse dritta, piazza dei Miracoli si ridurrebbe ad uno de tanti magnifici luoghi d’arte italiana.
La torre verrebbe ricordata come «il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta» ma non sarebbe presa d’assalto come oggi.

«La pendenza è dovuta a un cedimento del terreno sottostante verificatosi già nelle prime fasi della costruzione»

Mi pongo una domanda: la curiosità per la torre pendente, stimola i visitatori a studiare anche la storia dell’intero complesso?
Oppure ci si limita ad osservare senza approfondire?

Tra una riflessione ed un sorso d’acqua, con pazienza sfrutto un varco tra la folla di turisti e – finalmente – giunge il mio turno: pochi istanti ed immortalo la torre di Pisa!

La trasferta toscana termina.
Torno a Napoli con la risposta che cercavo: la torre, meglio se resta pendente 🙂

La torre di Pisa


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Italia90 e Francia98: la mia doppia esperienza ai Mondiali di calcio

Italia90, a Napoli contro l’Argentina di Maradona

Tifammo per gli azzurri fino all’ultimo rigore.
Tra i sessantamila del San Paolo, in quella maledetta notte che non fu magica, c’era anche il sottoscritto.

Da giovane universitario – oltre alle immancabili ripetizioni private – lavoro come steward allo stadio.
Più che un lavoro, si tratta di vero sfruttamento giovanile.

Entri se un amico è già nel giro e ti segnala.
Ragazzi sottopagati lasciati indifesi contro le belve che, da ogni angolo del San Paolo, sbucano per intrufolarsi senza biglietto.

Dopo la battaglia per regolare gli ingressi tra curva e distinti,  posso assistere ad un tempo della partita.
E, in quel periodo, a Napoli gioca un certo Diego Maradona.

Così, grazie ad un amico steward in servizio, quel martedì 3 luglio del 1990, entro gratis per assistere ad una partita storica.

La montatura mediatica è ridicola: «Napoli tifa Argentina» titolano molti giornali.

Non fischiammo l’inno argentino, non insultammo gli avversari, applaudimmo alle azioni e alle giocate di Maradona, è vero.
Ma, rispettare l’avversario e tributargli i giusti meriti, non dovrebbe essere la normalità sportiva?

Oggi, quel falso storico, appare come l’ennesima fake news montata ad arte per nascondere l’allora fallimento calcistico.

Ed io, ne fui testimone.

Ai Mondiali di calcio, Francia del 1998, io c'ero!

A Francia98 come vincitore di un concorso

Nel 1998 lavoro in EDS, una multinazionale americana dell’IT, sponsor del mondiale francese.

Un concorso interno mette a disposizione – per ogni sede dell’azienda – quattro biglietti per la partita Italia Austria, a Parigi.

Partecipo per curiosità, siamo in tanti e non aspiro alla vittoria.
Ma, a volte, la fortuna bussa alla porta dell’ultimo arrivato (ero un neoassunto).
Vinco due biglietti per la partita più un soggiorno tutto pagato in giro per la capitale francese!

Per lo stupore dei colleghi, senior, manager e amministratori delegati.

Ecco, la seconda avventura del sottoscritto ad un mondiale di calcio, è legata alla buona sorte.

Una volta nella vita ma è successo 🙂

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A Russia 2018, stavolta non ci sono

Per il Mondiale di Russia, giungono da ogni parte del mondo, cinque milioni di turisti.

Tra loro, manca il sottoscritto.

Stavolta non conosco amici steward e non vinco concorsi.
Attendo la prossima occasione.

La vita, quando meno te l’aspetti, bussa alla tua porta.
E quando accade, devi avere la valigia pronta.


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Due mesi senza te

Sfogo d’amore

Dicono che la Vita sia come una ruota.
Gira, gira e rigira.
Nessuno può essere maestro perché oggi capita a me, domani a te.
La Vita gira sempre.
Come una ruota.

E se parliamo di ruote, non posso che pensare a Lei.
Mi manca, da morire.
Da quel maledetto 17 maggio, sono trascorsi due malaugurati mesi.
E di Lei, ancora nessuna traccia.

Eppure, l’ho vista per l’intero inverno.
La pioggia ed il vento non mi hanno fermato.
Ho comprato due magliette termiche pur di recarmi ogni giorno in ufficio, con Lei.
Ogni santo giorno, inseparabili amici di viaggio.

E oggi, che potremmo passeggiare al sole, col tepore dell’estate e la libertà dei gabbiani, non c’è.

La Vita non gira come una ruota.
La Vita va al contrario.

La Vita non gira come una ruota, la Vita va al contrario

Oggi sono un uomo più forte

Senza di Lei, da due mesi combatto contro i «mostri» metropolitani ben noti alle cronache.

Compresso nella carrozza della metropolitana insieme ad altri mille pendolari già sfiniti a prima mattina, alla fermata dell’autobus in balia delle intemperie ed in attesa di un mezzo pubblico che non giungerà mai, sono esperienza della Vita che mi rendono un uomo più forte – non credo migliore. 

In queste occasioni di dolore, rimpiango la nostra frequentazione giornaliera.

Con Lei ero un pendolare libero, un lavoratore rilassato, uno sportivo felice, un uomo indipendente.

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Un caso su un milione, eppure succede

Per consolarmi, chi l’ha accolta – quel maledetto 17 maggio – affermò: «è un problema che non capita mai».

Già, ma le statistiche non giustificano gli imprevisti.
Perché anche lo sventurato colpito dal fulmine si chiede: «un caso su un milione, perché proprio a me?».

Da quel giorno, telefono ogni settimana per sapere come procede.
Messaggi, e-mail, Whatsapp: non mi dimentico di Lei, attendo il suo rientro con fiducia.

E così, da quel maledetto 17 maggio, sono senza la mia amata e-bike.
Il motore è andato.
KO.
BLACK OUT.
Prima un rumore sordo, poi il silenzio.

Il negoziante l’ha spedita al rivenditore, «la bici è in garanzia, non ti preoccupare».
Le ultime parole famose.
Da allora, niente pedalate per la città.
Niente vento tra i capelli.
Niente libertà.

Ma non demordo.
Attendo e mentre viaggio con i mezzi pubblici, osservo la Vita.
Perché la metropolitana e gli autobus sono ricchi di volti, parole ed espressioni.
Mille storie da ascoltare.

Già, la Vita.
Non gira come la ruota di una bici.
Sarebbe troppo lineare e prevedibile.

La Vita, va sempre al contrario.

Presto tornerò al lavoro in bici


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San Leucio: l’arte della seta, i colori della sfilata storica ed il magnifico belvedere [FOTO]

A San Leucio con BeTime

Il belvedere è il primo, magnifico colpo.

Con la domenica limpida, Capri è ben visibile all’orizzonte.
A pochi passi dalla stupefacente terrazza di San Leucio, scorgo l’imponente Reggia di Caserta.
Alle spalle, il Vesuvio domina – come sempre – la scena.

Aderisco all’evento organizzato da BeTime, l’Università del tempo libero: siamo al Complesso Monumentale di San Leucio pronti a visitare il setificio più famoso al mondo ed ammirare la sfilata storica, una festa che si tiene (ogni anno) a giugno.

a San Leucio con BeTIme

Lo statuto di Ferdinandopoli

Il paesaggio alle mie spalle è una tavolozza di colori.
Chiedo ad un amico di immortalare il momento: prevale l’azzurro, forse i Borboni tifavano Napoli?

All’interno del museo dedicato alla seta, difronte all’ingegno dei macchinari e alla precisione della lavorazione, resto sbigottito.

La guida ci spiega, con minuzia di particolari, perché la seta di San Leucio è presente nei palazzi del potere più importanti al mondo: dalla Casa Bianca a Buckingham Palace!

E poi, le innovazioni introdotte dallo Statuto di San Leucio (o Codice leuciano) di Ferdinando IV di Borbone: l’istruzione scolastica per ragazzi e ragazze, la formazione lavorativa, la specializzazione nel settore della seta, la parità di trattamento economico uomo/donna, la sanità garantita per tutti, una casa assegnata ad ogni operaio, la possibilità di accedere a sussidi sociali …

Leggi presenti a San Leucio, il piccolo borgo in provincia di Caserta … nel 1700!
(basta cercare in Rete per confermare o smentire le affermazioni della guida)

A San Leucio, i macchinari per produrre la seta

La galleria fotografrica

La bellezza del luogo resta negli occhi dei visitatori, rapiti dai colori della sfilata storica e dai balli ottocenteschi organizzati per la serata (del 24 giugno).

A voi le foto per spronarvi a visitare un luogo dalla storia unica.
Forse irripetibile?


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Maleducazione cieca

Fin dove giunge la maleducazione?

Viaggio in metropolitana (Linea1).
Carrozza piena, ne abbiamo viste di peggio.

Entra un ragazzo non vedente: col bastone lungo e sottile, guadagna spazio tra i passeggeri incuriositi.

Pian piano attraversa la carrozza, con calma raggiunge la porta opposta all’ingresso.
E’ sicuro nei movimenti, evidentemente prende la metro con regolarità.
Mentre il treno riparte, il ragazzo non vedente appoggia la schiena sulla parete, in prossimità dell’uscita.

Tutti osservano, nessuno si alza per cedergli il posto.

Maleducazione cieca

La reazione del sottoscritto

I ragazzi isolati nelle cuffie, signori indifferenti, donne chiuse nel loro mondo.
Mentre il treno attraversa le gallerie (buie) e corre veloce verso la successiva stazione, nell’ecosistema underground – specchio del mondo di sopra – trionfa l’egoismo.

Tutti incollati al sediolino della metro, il ragazzo non vedente in piedi.
Assurdo, davvero assurdo.

Anzi, inaccettabile!

Reagisco.

Mi avvicino ad un giovane: lui, seduto, comodo.
Il coetaneo in piedi, più in là.
Con le mani, indico il non vedente.
Il giovane alza lo sguardo con aria stupita, non comprende le intenzioni.
Con le dita, punto ai miei occhi con un movimento continuo destra-sinistra della mano.
Il giovane osserva ancora il non vedente, poi il sottoscritto.

Infine capisce.

«Vuole accomodarsi?» dalla bocca distratta, finalmente, partono le parole magiche.
«Grazie, fra poco scendo» il non vedente risponde senza esitazione.

Dopo pochi minuti, la metro giunge alla stazione.
Le porte si aprono ed il ragazzo, aiutandosi col sottile bastone, esce e prosegue il suo cammino con fiducia.

Dal treno, lo seguo con lo sguardo.
Ben presto, il non vedente svanisce  tra la folla dei pendolari, un fiume di persone concentrate solo su se stesse incapace di aiutare il prossimo.

La metro riparte.
La maleducazione cieca, resta.


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«Un ragazzo normale» il miglior romanzo di Lorenzo Marone [RECENSIONE]

Un ragazzo normale: dagli anni 80 ad oggi

Leggo Un ragazzo normale di Lorenzo Marone e con la mente torno bambino.
Quando, da piccolo, trascorrevo interi pomeriggi dietro ad un Super Santos o in giro con la bici.
Dagli anni ottanta ai giorni nostri, l’intervallo temporale della mia adolescenza.

Leggere il romanzo dello scrittore napoletano, significa aprire l’album dei ricordi: quelli dolci, legati alle atmosfere magiche della nostra infanzia – amorevole o complicata che sia.
Quel periodo irripetibile della vita che forma l’adulto di domani.

Come succede a Mimì – il figlio del portiere di uno stabile del Vomero – che conoscerà il giovane Giancarlo Siani, il giornalista de Il Mattino, suo vicino di casa.

E, grazie al suo esempio, ben presto imparerà a distinguere il male dal Bene.

«Un ragazzo normale» di Lorenzo Marone: [RECENSIONE]

Il miglior romanzo di Lorenzo Marone?

Tra i libri di Lorenzo Marone (ed il sottoscritto li ha letti tutti), Un ragazzo normale è il mio preferito.

Perché l’ho letto in un week end.
Perché presenta una trama appassionante, scorrevole, avvincente, con spunti di riflessione sulla Napoli di ieri e di oggi.

Sono convinto: Un ragazzo normale è la migliore opera di Lorenzo Marone.

Un romanzo di formazione che ricorda la figura coraggiosa di Giancarlo Siani, il giovane giornalista sorridente.
Il supereroe dei tanti Mimì.

“Non scrive cose pericolose, ma scrive cose vere, quelle che nessuno ha il coraggio di scrivere”

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Dopo il sogno nel cuore, l’anno sabbatico

Comandante, dove sei?

Osservo la “N” azzurra con nostalgia.
L’immagine sulla borsa poggiata sul pedalò riapre ferite (sportive) non ancora rimarginate.

Ne è trascorso di tempo dalla fine dell’ultima SerieA ma il sottoscritto prova ancora delusione per l’amaro epilogo.
Continuo a rivivere quei momenti: dove abbiamo sbagliato?
E incredulo chiedo; perchè?
L’assenza di una risposta convincente mi lascia nel limbo dell’incertezza.

Come l’abbandono di un amico senza una plausibile spiegazione.
Già, un caro vecchio amico con il quale cresci, ti confronti, provi emozioni e poi sparisce senza nemmeno una telefonata.
Il vuoto che non puoi colmare con la logica di un ragionamento.

Osservo la “N” azzurra in una domenica qualsiasi, in riva al mare.
Con lo sguardo raggiungo l’orizzonte e la domanda dell’io-tifoso riemerge prepotente: perchè il nostro Comandante non guida il Napoli campione d’Italia?

 
Avevo un sogno nel cuore

Confermare Sarri, l’unico rimedio?

Chiodo schiaccia chiodo, è una regola falsa.
Il nuovo allenatore Ancelotti non cancella la malinconia per la storia appena terminata.

Il nostro epico Comandante, fautore di emozioni e bellezza calcistica mai vista prima, resta impresso nella mente dello scrivente.

La grande ingiustizia poteva essere riparata solo con la permanenza di Maurizio Sarri alla guida sel suo (nostro) seducente Napoli.
Avrei preferito mille volte la conferma dell’uomo con la tuta a qualsiasi altro nome, anche risonante.

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Per ritrovare la passione perduta

Troppe delusione tutte insieme: via il Comandante, via (forse) il Capitano.

E così, dopo l’ultimo campionato avvelenato, decido: prendo una pausa dal calcio.

La decisione ponderata è suffragata da mille validi motivi.
Ne elenco alcuni:

  • amo il fair play e nel calcio non esiste il fari play
  • amo la sana competizione ed il calcio è competizione scorretta
  • amo la trasparenza e nel calcio la trasparenza è stata cancellata
  • amo la riconoscenza e nel calcio la riconoscenza è surclassata dal soldi
  • amo la fedeltà ma nel calcio vincono i mercenari
  • amo la correttezza e lealtà ma nel calcio il risultato conta più di tutto.

Amo lo sport ma il calcio non è più uno sport.

Stanco e privo di passione, oggi necessito di ripulire la mente dalle gioie regalate dal Comandante.
Un reset emozionale.
Perché cotante emozioni sono impossibili da ripetere.

Quel feeling squadra-tifosi che ci ha spinto ad un metro dalla vetta, quell’atmosfera magica di un sogno prossimo alla realizzazione.

Prendo atto: il sogno nel cuore si è infranto contro l’ingiustizia del calcio malato, deluso parto per il mio anno sabbatico.

Per ritrovare la passione perduta.
E, per riconoscenza al Comandante.


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C’era una volta la fermata dell’autobus [FOTO]

Fermata dell’autobus = parcheggio selvaggio

La foto ricordo immortala un gruppo di elementi, triste costante dell’arredo urbano.

All’interno della linea gialla che delimita lo spazio riservato alla sosta dell’autobus pubblico, riconosciamo i soliti personaggi.
Seduti (da sinistra verso destra):

  • lo scooter, l’abitué
  • i cassonetti della spazzatura, gli invasori
  • l’automobile, l’onnipresente

Alle spalle: la fermata dell’autobus.

Parcheggio selvaggio alla fermata dell'autobus

Una scena di ordinaria inciviltà

Osservo l’invasione dal lato opposto del marciapiede.
Sono a via Giacinto Gigante nel quartiere Vomero-Arenella dove un posto auto vale quanto un buon investimento in borsa.

Vista la rarità di parcheggi, ognuno infila l’auto dove può.
Anche dentro lo spazio riservato alla fermata degli autobus pubblici.

In realtà, questa foto non mostra nemmeno un caso di estrema gravità perché – dopotutto – un minimo di superficie libera è ancora disponibile (proprio dove attendono le due signore).
Chiunque giri per Napoli, prima o poi, si sarà imbattuto in fermate dell’autobus interamente ricoperte da auto e scooter.

Il parcheggio selvaggio cancella l’area riservata al mezzo pubblico utile alla discesa/salita dei passeggeri in totale sicurezza (e, particolare non secondario, senza intralciare il traffico).

Ciò che mi colpisce in questo scatto, invece, è la ripetitività della scena.

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Pericolosa normalità

Anche ieri e due giorni fa lo scooter era parcheggiato vicino i cassonetti della spazzatura.
Tutti insieme appassionatamente all’interno della linea gialla riservata.

Ai vigili urbani che presidiano l’incrocio qualche metro più avanti, risulta normale non intervenire per multare chi infrange la Legge.

Dunque, un’azione illegale – vista la ripetitività quotidiana – viene percepita come comportamento regolare.
E, quindi, accettato.

L’abitudine nel vedere una fermata dell’autobus assediata da scooter, auto e cassonetti dell’immondizia, bene rappresenta l’evoluzione dell’indifferenza divenuta assuefazione.

La migliore linfa per i peggiori «mostri» metropolitani.


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