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Author: Mario Monfrecola (Page 2 of 60)

L’Idiota che sogna Napoli: tre aforismi di un uomo troppo buono

L’idiota, di Fëdor Dostoevskij (1869)

Un uomo buono e gentile scambiato per stupido.
Il Principe, personaggio amorevole fino a disarmare il prossimo, negli interlocutori suscita prima ilarità poi un dubbio atroce: trattasi di un uomo dall’intelletto superiore alla media oppure di un vero idiota?

Già nel lontano 1869, il geniale Fëdor Dostoevskij gioca con l’animo umano.
Bontà o arrendevolezza?
Capacità di comprensione estrema oppure ignoranza cieca?
Sana ingenuità o stoltezza?

Resto affascinato dalla lettura dell’Idiota.
Lettura lunga e non ancora terminata.

Pagina dopo pagina, assaporo le conversazioni del principe Myskin, le divertenti reazioni degli altri personaggi alle risposte argute o semplici del presunto … idiota.

E rifletto: dopo un secolo e mezzo (il romanzo risale al 1869), anche oggi, un uomo troppo buono ed aperto al prossimo, suscita dubbi?

Forse, perché la diffidenza è nell’animo umano.
Nel 1869 come nel 2018.

L'idiota di Dostoevskij, alcuni passaggi

Le chiacchiere 

E’ una scienza, quella delle chiacchiere, che ha le sue seduzioni.
Io ho conosciuto politici, letterati e poeti che proprio grazie a questa, sono riusciti a fare carriera

L’ingiustizia della Vita

Come la nuvola di Krylov che passa sopra le terre aride per andare a scaricarsi nell’oceano

Napoli e la bellezza

L’idiota, costretto per motivi di salute in una clinica di un piccolo paesino svizzero, sogna di evadere alla ricerca di colori ed emozioni.
E, nel 1869, cita Napoli come meta di un viaggio fantastico.

Sognavo sempre una grande città come Napoli, ricca di palazzi, di grida, di movimento, di vita (1869)

Il Principe riconosce, nella nostra città, un luogo colorato dove regna l’emozione.
Notevole considerazione del 1869.

Nella sua semplicità, il principe Myskin ha ben chiaro un concetto: la gentilezza, la bontà d’animo, la comprensione verso il prossimo, sono gli unici strumenti capaci di sostenere la società.

Voi, Principe, una volta avete detto che la bellezza avrebbe salvato il mondo … 

La bellezza, l’arma contro il degrado (morale e non).
L’arte,  la cultura, la supremazia del Bene contro il Male.

La bellezza, dunque, salverà li mondo.
E Napoli.


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Amerigo Vespucci, la visita di un bimbo che voleva diventare marinaio [FOTO]

A bordo dell’Amerigo Vespucci

Non chi comincia ma quel che persevera

«Quale significato nasconde questo slogan?»
Lo spirito del cronista non mi abbandona nemmeno sull’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Italiana.

Guadagno spazio tra la folla e immortalo lo scatto.

«Ogni nave della Marina ha il suo motto, questo è il nostro» risponde il giovane marinaio alla domanda del sottoscritto.

A bordo dell'Amerigo Vespucci

Dopo un’ora e mezza di fila ..

A Napoli, evidentemente, non sono l’unico a desiderare un giro sul famoso veliero.
Dopo un’ora e mezza di fila, barcollo lungo la rampa e salgo sul ponte della storica nave.

Ho la netta sensazione di passeggiare in un luogo speciale, uno di quei posti dove si è scritta la Storia.
Ogni angolo trasuda emozione: quelle corde vissute, le scali complicate da salire, le scialuppe, il ponte che vola verso l’orizzonte, l’imperioso timone.

A conferma, osservo – sempre nel porto di Napoli – una enorme nave da crociera attraccata.
Lo stile tra il veliero e la nave da crociera è abissale: l’Amerigo Vespucci conserva l’eleganza e la gentilezza di una nobil donna, l’enorme «mostro» poco distante appare come una ferraglia cafona e senza anima.

L’attesa è stata ripagata.
Girare per l’Amerigo Vespucci è un avventuroso viaggio nel tempo.

A bordo dell'Amerigo Vespucci

Il bambino che voleva diventare marinaio

Com’è eroica la vita del marinaio!
La forza del mare in tempesta, il coraggio di questi uomini che domano le onde, la quiete del mare piatto, il lungo viaggio, l’attesa in cabina, la vita di bordo, l’odore del sale che ti entra nelle ossa, l’amore di chi aspetta.

Potevo essere io un marinaio?
Non credo proprio.

Lascio il sogno ai tanti bimbi che esplorano la nave con i loro genitori 🙂

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Amerigo Vespucci, la galleria di immagini


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E se andassi al teatro in bici?

La svolta in città: far la spesa in bici

Con l’occhio sinistro controllo la e-bike, col destro parlo con la commessa.
In bilico sulle scale della libreria, non ho il coraggio di lasciare la bici.
Nonostante l’abbia incatenata ad un palo, temo che all’uscita dal negozio, avrò un libro in più ed una bici in meno.

Per i ciclisti, a Napoli manca tutto: dalla agognata pista ciclabile ad un ovvio parcheggio dove sostare (in sicurezza) il proprio mezzo a due ruote.

Un vero sistema di mobilità alternativa permette, a chi ama pedalare in città, di raggiungere il supermercato, parcheggiare la bici (con la certezza di ritrovarla al ritorno), far la spesa e continuare gli spostamenti.
Andare alla posta, recarsi al cinema, visitare un museo.

Senza auto.

Usare la bici in città per far la spesa, andare al teatro ... quando accadrà a Napoli?

Foto: in un piccolo centro della Toscana …

Ad oggi, utilizzo la e-bike per il solo tragitto casa-lavoro / lavoro-casa.
Desidero il salto di qualità ma il contesto cittadino opprime l’iniziativa.
Troppe insidie: la difficoltà nel trovare un posto sicuro dove lasciare l’amata bici è l’ostacolo principale da superare.

Sembra una banalità, invece, è un problema reale.

Ad esempio, quando partecipai alla riunione con il Sindaco De Magistris a palazzo San Giacomo, nei pressi di piazza Municipio, trovai un solo garage disposto ad accettare la bici.
Dopo tre ore di sosta, pagai la tariffa di una moto!
(per la cronaca: 7€ se la memoria non mi inganna)

Eppure, basta spostarsi di qualche Regione, per verificare come – altrove – la bici sia un normale mezzo di trasporto di uso quotidiano.

La foto l’ho scattata questa estate in un piccolo centro della Toscana.
Turisti e cittadini si spostano, raggiungono i lidi, pranzano al ristorante pedalando.

Fuori ogni locale, le rastrelliere.

Per incentivare l’uso delle due ruote, facilitarne l’uso, convincere gli indecisi, dimostrare che, in un sistema organizzato, spostarsi in bici conviene (a tutti).

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Primo passo: parcheggiare la bici

La richiesta del sottoscritto: permettere ai ciclisti metropolitani l’utilizzo della bici per muoversi in città.

Come?
Installiamo le rastrelliere nei vari angoli di Napoli.

Fuori gli uffici postali, lungo le strade dello shopping, nei musei, cinema e teatri, nei cortili delle scuole (poi, un giorno non troppo lontano, anche nei pressi delle stazioni della metropolitana).
Partiamo dalle zone a traffico limitato, più facili da controllare.

Permettere di parcheggiare – in sicurezza – è l’inizio per incentivare l’uso della bici ogni giorno.

Una richiesta semplice e di immediata efficacia.
Attendiamo risposte – anzi, rastrelliere.


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Io, in un libro sul razzismo nel calcio. A mia insaputa (e ora chiedo i danni)

Il mio post citato da Lamberto Gherpelli

Io, citato nel libro "Che razza di calcio" di Lamberto Gherpelli

Che razza di calcio, di Lamberto Gherpelli, venduto su Amazon e Google Libri cita il post del sottoscritto pubblicato in data 25 febbraio 2015 dal significativo titolo Se nel calcio vale la proprietà transitiva (razzista) ….

L’articolo originale (dello scrivente), dimostra – tramite la proprietà transitiva – il becero razzismo dei matematici juventini:

I tifosi della Juventus (o presunti tali), a dispetto dei volgari striscioni esposti durante l’incontro di Champions League con il Borussia Dortmund, evidentemente sono dotti in Matematica.
Difatti, i giornali di oggi riportano gli slogan dedicati ai colleghi tedeschi:

«l’amico del mio nemico è mio nemico».

Perché la curva dello Juventus Stadium enuncia con disinvoltura la proprietà transitiva contro il «nemico» teutonico?

Grazie allo studio dell’algebra, il mistero è presto svelato: la tifoseria del Napoli e quella del Catania sono infatti gemellate con quella della squadra tedesca.

Dunque, a rigor di logica, i tifosi del Napoli e del Catania sono amici (gemellati) dei supporter del Borussia.
Ma i partenopei e gli etnei sono nemici degli juventini.
Ne consegue che gli juventini diventano matematicamente nemici dei tifosi del Borussia Dortmund.

I tifosi della Juve e la proprietà transitiva

Come scopro la copia del post nel libro?

Ogni tot mesi, googlo “Mario Monfrecola” per verificare le quotazioni della mia reputazione digitale.

Dopo gli immancabili profili social, compare il link al libro di Lamberto Gherpelli.

Stupito – mi era sfuggito in precedenza? – clicco e scopro il pezzo di articolo nel paragrafo dedicato ai volgari striscioni della curva dello Juventus Stadium durante l’incontro di Champions League con il Borussia Dortmund.

Non posso leggere oltre, il sito visualizza solo un’anteprima dell’ebook.
Se desidero continuare, necessito di acquistare l’opera di Lamberto Gherpelli.

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La richiesta di risarcimento

Non ho dubbi: l’autore di Che razza di calcio sfrutta le idee del sottoscritto per il suo libro (che non ho nemmeno letto).

Confermo anche che, in questi anni, non ho ricevuto richieste per autorizzare la stampa dell’articolo Se nel calcio vale la proprietà transitiva (razzista) … per fini commerciali.

Trattasi di violazione di copyright?
Oppure, citare l’autore originale del post, libera lo scrittore da ogni conseguenza legale?

Potrei chiedere la consulenza di una cinica squadra di avvocati, mettere in moto gli squali del foro per trovare un cavillo burocratico e spennare l’autore?
Imporre alla casa editrice il ritiro di tutte le copie dagli scaffali di ogni libreria italiana?

No!

Non opero per speculare, mi spiace non sono un «mostro».
Al contrario, sono orgoglioso di essere citato in un libro.

Ringrazio Lamberto Gherpelli per aver scovato in Rete il mio articolo, averlo letto e reputato valido.
Ricevere la visita di uno scrittore, rende la mia piccola casa digitale un angolo del web affidabile.
Un risultato impagabile per un piccolo sito come faCCebook.

Una richiesta di  «risarcimento danni», però, non posso lasciarmela sfuggire: una copia autografata di Che razza di calcio.

Meglio se in versione digitale.
Grazie Lamberto 🙂


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Strisce pedonali violate, a Napoli la fantascienza è realtà

A Napoli le strisce pedonali sono superate

Le automobili volanti non necessitano di parcheggiare, sostano sui terrazzi dei grattacieli.
Mezzi ecologici e veloci, non restano bloccati nei rumorosi ingorghi cittadini, evitano di stirare i pedoni distratti, si spostano nella metropoli del futuro come delle leggere navicelle spaziali.

Come i film di fantascienza insegnano, se pensiamo alla società del domani, la prima immagine che il nostro cervello visualizza è proprio una macchina volante che, silenziosa ed ecologica, veleggia tra i palazzi illuminati.

Siamo tutti sicuri: le metropoli del futuro sono libere da quella odiosa e continua linea di ferraglia in sosta, i marciapiedi puliti e raggiungibili dai pedoni senza impedimenti di alcun genere.

Nei film di fantascienza, le strisce pedonali semplicemente non esistono.
Perché superflue.

Come a Napoli oggi.

Strisce pedonali violate: chi controlla?

Strisce pedonali, terra di conquiste (illegali)

Un grosso SUV nero fermo proprio sulle strisce pedonali
Un’altra auto, sempre all’incrocio, impedisce di salire sul marciapiede.
Il SUV e l’utilitaria formano un angolo retto perfetto, indice di una geometrica illegale tipica del parcheggio selvaggio.

Il cofano dell’una ed il paraurto dell’altra distano pochi centimetri: passare tra le due carrozzerie è impossibile.
La maleducazione dei conducenti arriva a bloccare qualsiasi varco, anche la pedana per le carrozzine (mamma o disabile che sia) è chiusa dal macchinone incivile.

Chi se ne frega del prossimo?
L’importante, per i «mostri» metropolitani, è parcheggiare l’auto.
Costi quel che costi.

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Proposta futuristica: cancellare le strisce pedonali

Portiamoci avanti con il lavoro.
Veniamo incontro ai «mostri» nostrani ed anticipiamo il futuro: Napoli sarà la prima città italiana senza strisce pedonali.

Intervenga subito il Sindaco con una legge speciale.
Noi cittadini capiamo ed accettiamo assuefatti.

Oggi risulta impossibile far rispettare la sosta, le auto necessitano di spazio, i pedoni possono infilarsi tra le lamiere parcheggiate senza soluzione di continuità, le mamme ed i disabili acquistino delle carrozzelle motorizzate pronte a saltare sul marciapiede privo della pedana.

Il futuro ha un prezzo.
Come l’inciviltà dilagante.


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Manila, di Enrica Orlando: storia di «mostri» e di speranza [RECENSIONE]

Manila, libro estremo 

Manila, di Enrica Orlando, è una storia ricca di «mostri».
I peggiori.
I «mostri» ai qual non puoi sfuggire.
Perché ti perseguitano da dentro.

Un libro duro da leggere.
Conversazioni spietate che spiazzano per crudezza e degrado (morale e fisico dei personaggi ).
La disperazione porta ad azioni disumane e la brava Enrica Orlando, con uno stile asciutto (e spesso volgare), sbatte in faccia al Lettore il lato più oscuro dell’animo umano.

Quello che vorremmo dimenticare ed, invece, è solo celato dietro l’angolo di ogni coscienza.

Manila, di Enrica Orlando, la mia recensione

Manila, quante volte sei morta?

Manila suscita sentimenti opposti: la detesti quando si autodistrugge, sorridi per l’ironia con la quale affronta i drammi del destino, entreresti nelle pagine del libro pur di aiutarla.
Infine, l’ abbracceresti per augurarle un po’ di meritata felicità.

Personaggi estremi, contesto fatiscente, legge della sopravvivenza, periferie sporche ed abbandonate.
Cancellazione di ogni briciola di umanità.
Come in una guerra.
E l’inevitabile caduta negli inferi.

Eppure, anche nel buio più assoluto, nei peggiori inferni metropolitani, la forza della vita trova e si aggrappa a quella mano tesa, pronta ad aiutarti.

Manila non lascia indifferenti.
E, per un’artista, è il miglior complimento. 
Per questo va letto.

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A Recanati, sul (caro) colle dell”Infinito: un sogno realizzato [FOTO]

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle»

A 293 metri sopra il livello del mare, realizzo un sogno.
Il punto più alto della vacanza, a Recanati, sul colle dove Giacomo Leopardi compose l’Infinito.

A Recanati, sul colle de L'Infinito: un sogno realizzato!

L’Infinito, grafia di Giacomo Leopardi

Chissà perché ho sempre amato Leopardi, fin dai tempi della scuola.
Eppure, alle superiori, brillavo soprattutto nelle materie scientifiche e snobbavo la letteratura.

Forse la scintilla scattò quel giorno, quando per caso – presso la Biblioteca Nazionale di Napoli – visito una mostra dedicata al poeta e leggo una copia del’Infinito con la grafia originale di Leopardi.

Una folgorazione che, a distanza di anni, mi porta a Recanati?

Recanati, la prigione d’oro di Leopardi

Emozionato, dal colle osservo le colline marchigiane.
Con la vista scruto l’orizzonte, il trionfo del verde tra le dolci vette delle montagne in lontananza.

Per il sottoscritto, un panorama affascinante.
Per Giacomo Leopardi, l’Infinito oltre la siepe, la via di fuga dalla prigione di Recanati.

A Recanati, sul colle de L'Infinito

«Come in un libro di storia»

«Sembra di passeggiare tra le pagine di un libro di storia» balbetto appena giungo a Recanati, a pochi passi da Casa Leopardi.
Dalla piazza limitrofa, osservo l’imponente palazzo, sede (ancora oggi) della famiglia del poeta.

All’interno, l’enorme biblioteca privata voluta dal padre, il Conte Monaldo, uomo illuminato pronto ad investire il proprio patrimonio per acquistare e raccogliere libri di storia, scienza, filosofia, astronomia …

Creerà una biblioteca con quasi 14 mila volumi, a disposizione per lo studio dei figli e della popolazione (a fine settecento, uno dei primi casi in Europa di biblioteca privata aperta al pubblico).

A Recanati, casa Leopardi

L’amore per Silvia? Un falso storico

Dalle finestre del palazzo, il giovane Leopardi studia ed osserva la vita nella piccola piazza, al centro di Recanati.

La vivacità dei bambini, il duro lavoro di Teresa Fattorini – figlia del cocchiere di casa Leopardi – morta a soli vent’anni per tubercolosi.
Secondo la guida che ci accompagna, Leopardi non ama Teresa Fattorini ma resta colpito dal suo triste destino.

A lei si ispirerà (nove anni dopo) per comporre A Silvia.

A Recanati, la casa di Silvia

La biblioteca, il Google di Leopardi

Studi recenti asseriscono che il giovane Leopardi consultò il 75% dei 14 mila volumi presenti in biblioteca.

I libri come un moderno motore di ricerca: tra le migliaia di pagine catalogate per argomento, il poeta sfama la sua infinita sete di conoscenza.
E viaggia con la mente lontano da quelle pareti che, ben presto, risulteranno un mondo troppo piccolo per un uomo così straordinario.

Spostandosi col tavolino, da finestra in finestra alla ricerca della luce, Leopardi con la forza dell’immaginazione, da quelle finestre, osserverà il mondo e scriverà versi immortali.

A Recanati, il sabato del villaggio

A Recanati, il sabato del villaggio


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Litorale domizio, la catena umana per salvare il (nostro) mare

“Diamoci una Mano”, la catena umana per il litorale domizio

Sabato 4 agosto (ore 10.30) aderisco alla catena umana proposta  da Gaetano Cerrito, imprenditore impegnato per il rilancio del litorale domizio.

Perché, ogni estate, è assurdo porsi la solita, sconfortante domanda: «i depuratori funzionano?»
Perché, giunti in spiaggia, è anomalo chiedersi: «oggi, com’è il mare?»

In lunghi tratti del litorale domizio, la qualità delle acque dipende dalla buona sorte: i giorni della corrente favorevole, ti bagni in un mare cristallino.
Se becchi il momento nefasto (scarichi illegali nei tanti canali che sfociano in mare?), puoi trovare liquami, pannolini o chissà quale altro «mostro».

Eppure, negli ultimi anni, è indubbio constatare un netto miglioramento delle condizioni delle acque.
Allora, perché non possiamo pretendere un mare sempre pulito?

Si chiama ‘Diamoci una mano‘ l’iniziativa che partirà sabato 4 agosto alle 10,30 dai lidi Tamurè e Baja Club e che coinvolgerà tutti i bagnanti dei 9 chilometri di spiaggia che vanno da Baia Domizia sino a Baia Felice. (fonte: Il Mattino)

Sul litorale domitio, partecipo alla catena umana per denunciare l'inquinamento del nostro mare

Il mistero dei depuratori campani

Prima o poi scoprirò la verità sui depuratori campani.
Quanti ne sono?
Dove sono?
Quali realmente funzionano?
Depurano dodici mesi all’anno oppure si fermano nel periodo invernale?

Se un cittadino campano, ogni benedetta estate, è logorato dal dubbio: «i depuratori funzionano?» significa che l’opera di questi impianti è alquanto opinabile.
Sarebbe opportuno, da parte degli enti competenti, una maggiore e più chiara comunicazione sull’argomento.

Se poi, un giorno, fosse possibile visitare uno di questi leggendari depuratori, il sottoscritto sarà il primo tra i prenotati.
Armato di videocamera e taccuino, documenterò l’esperienza.

Nel mentre, sarò uno dei mille anelli della catena umana di sabato 4 agosto.
Mille anelli, una sola voce: salviamo il nostro mare.

PS: ringrazio Mario Cavaliere, instagramer di successo, per lo scatto sottomarino nel mare blu.
Del litorale domizio, ovvio.


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Galleria Umberto di Napoli, il fascino della metà bellezza [FOTO]

Galleria Umberto restaurata … a metà

Un lato è chiaro, pulito, tornato all’antico splendore.
L’altra facciata, invece, mostra l’usura del tempo che fu.

Così si presenta la maestosa Galleria Umberto I di Napoli, nel cuore della città, a due passi dal centro storico (e dal mare).

Dopo due mesi senza e-bike, mi regalo una prima pedalata a via Toledo, tra i tanti turisti che affollano la città ed i mille colori (rumori?) dei vicoli.
Viaggio in direzione piazza del Plebiscito e resto attratto dalle due facce della Galleria Umberto, una sosta per due scatti è obbligatoria.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Il fascino dell’imperfezione

Ripenso alla pendenza della torre di Pisa: se fosse dritta, a chi interesserebbe?
L’unicità del monumento è dovuta al suo difetto che rende la torre pendente un polo di attrazione mondiale.

Lo stesso ragionamento l’applico alla nostra Galleria Umberto: il restauro a metà la rende … speciale!

Se il lavoro fosse completo al cento per cento, dopo il bagliore negli occhi, subentrerebbe la normalità di un’opera terminata.
E poi l’assuefazione ed il successivo oblio.

Invece, il contrasto tra il bello del restauro e l’incuria della opposta facciata è un pugno allo stomaco che non lascia indifferenti.
Il visitatore ignaro salta con lo sguardo da destra a sinistra e viceversa.

L’opera incompiuta lo costringe a riflettere e poi, superati i primi minuti di choc, la domanda gli sorge spontanea: perchè la Gallieria Umberto è bella a metà?

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

La (non) spiegazione

Dal web leggo la (non) spiegazione: questioni burocratiche legate ai condomini privati che abitano nella galleria.

Una parte ha investito per il rifacimento, l’altra ha deciso di non spendere soldi per il restauro.

Ognuno ha le sue ragioni (economiche).

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Galleria Umberto, l’icona di Napoli

Il restauro dimezzato è la giusta icona della nostra città.

Napoli, sempre in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che realmente è, con le mille potenzialità e il degrado che incombe.

La voglia di stupire e la mancanza cronica di fondi, la forza dell’arte e la burocrazia inceppata, l’orgoglio per le nostre mille bellezze e la vergogna dei soliti «mostri» che ci affliggono … l’elenco è lungo ed è noto a tutti (ora, aggiungiamo anche la Galleria Umberto).

E così, tra un pensiero ed una riflessione, scatto qualche foto.

Riprendo l’e-bike, torno su via Toledo e pedalo verso il mare.
Sorrido mentre penso a questo ennesimo controsenso tutto napoletano.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà


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Al mare, testimone di un salvataggio eroico

Un soccorso in mare vissuto in diretta

Quale sentimento spinge una persona ad abbandonare la sicurezza della propria vita per lanciarsi in mare e soccorrere uno estraneo in difficoltà?

E’ la domanda che mi pongo oggi mentre assisto – dalla spiaggia di un lido del litorale domizio – al salvataggio di un gruppo di bagnanti che, per le condizioni del mare avverso, non riescono a tornare a riva.

A pochi metri dalla spiaggia libera, le forti onde creano un fosso tra un gruppo di persone e la costa.
Un uomo inizia a sbracciare per segnalare l’emergenza: nuota ma le correnti lo allontanano dalla riva.
Nonostante non affondi del tutto, è in forte difficoltà.
Il mare lo sovrasta, poi riemerge, sbraccia ancora.

Con lui si distinguono altre persone, forse un bambino ed una giovane ragazza.
Tutti in pericolo.

Litorale domizio, volontari e bagnini salvano un gruppo di bagnanti in difficoltà

L’intervento dei bagnini (e dei volontari)

Dai lidi limitrofi, i bagnini scattano immediatamente.
Con le tavolette rosse in pugno, superano il fosso marino ed, in pochi istanti, raggiungono il gruppo di persone in totale panico, a poche decine di metri dalla spiaggia.
Li soccorrono.

Insieme ad altri volontari, li riportano tutti sul bagnasciuga.
Giunge anche un terzo bagnino con l’imbarcazione di salvataggio per aiutare chi è senza energie.

Per fortuna, la missione di si conclude con un lieto fine.

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Il coraggio dei volontari

Da sotto l’ombrellone, noto delle persone correre verso il mare.
Non capisco cosa stia accadendo finchè non raggiungo la folla in riva ed ascolto i commenti preoccupati.

La squadra di volontari che si è lanciata verso i bagnanti in difficoltà è davvero numerosa.

Conto almeno una decina di uomini, qualche ragazzo ed una giovane donna.
Li vedo rientrare affaticati, raccontano di un anziano in preda al panico (credo l’uomo che sbracciava) e di un bambino impaurito.
Li hanno raggiunti – chi dalla spiaggia, chi via mare – ed, insieme ai bagnini, salvati.

Ascolto l’impresa con ammirazione.

Queste persone, non temevano di affogare?
Prima di tuffarsi, hanno riflettuto sul pericolo al quale andavano incontro?

Rischiano la vita per soccorrere degli estranei.

L’azione di questi volontari non finirà mai sui giornali e nessuna Istituzione gli renderà i giusti meriti.
Ma, entrano di diritto nell’esercito di eroi silenziosi che combattono i «mostri» della nostra società.

A loro, il nostro pubblico ringraziamento.


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«La mia vita» di Sir Alex Ferguson, per gli amanti del calcio inglese [RECENSIONE]

Alex Ferguson, da Govan a leggenda del calcio

Acquisto la biografia ufficiale di Alex Ferguson prima del malore dello scorso maggio.
Da quanto leggo sul web, l’ex allenatore del Manchester United è fuori pericolo (anche se resta in terapia intensiva).

L’interesse del sottoscritto per una leggenda del calcio moderno, nasce dalla curiosità di carpire quali elementi rendono eccezionale un anonimo scozzese partito dal quartiere dei cantieri navali di Glasgow ed arrivato fin sulla vetta del mondo (sportivo).

Sir Alex Ferguson sintetizza le doti di un manager di successo in poche, significative righe:

gli elementi più importanti per una leadership di successo: etica del lavoro, determinazione, il saper prendere decisioni

La mia vita, la biografia ufficiale di Alex Ferguson

Chiedete a Cristiano Ronaldo

In La mia vita, Alex Ferguson racconta i ventisette anni (consecutivi) come allenatore/manager del Manchester United.
Un record imbattuto che rimarrà tale a lungo (vista la frenesia degli attuali presidenti di club).

Il libro è ricco di storie inedite: dalla maturazione del giovane Cristiano Ronaldo ai mille altri talenti scoperti nei campi di periferia e poi lanciati in prima squadra.
Il rapporto con i media inglesi, le simpatie/antipatie con gli altri allenatori della Premier League (la stima per Mourinho ma anche la diffidenza con Rafa Benitez).

Mille racconti tra i tanti successi e qualche utile sconfitta.
Un libro imperdibile per chi ama il calcio inglese, talmente condensato di aneddoti da sembrare un romanzo fantasy.

Invece, La mia vita è il giusto tributo ad un uomo di sport fuori dall’ordinario.

non abbiamo perso la partita è solo scaduto il tempo

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Se la torre di Pisa fosse dritta [FOTO]

A Pisa per sostenere la torre pendente

Cerco la miglior posizione per la foto di rito.

Piazza dei Miracoli pullula di turisti giunti da ogni angolo del Pianeta.
Con le mani ferme per aria, alla ricerca della giusta distanza, sostengono la torre.

Ognuno è convinto della propria tecnica: c’è chi sovrappone le mani di fianco la torre, chi si stende pancia all’aria per sorreggere il monumento dalla base, chi si piega sulle ginocchia e finge uno sforzo per non far cadere la torre da un lato.

Alcuni preferiscono lo scatto nei pressi del monumento, altri si allontanano per sfruttare la prospettiva.

La pendenza stimola la fantasia, tutti alla ricerca della foto perfetta.

La prima fila è occupata dall’organizzatissimo esercito di giapponesi.
Con disciplina, attendono che si liberino le migliori posizioni occupate dai connazionali con gli occhi a mandorla per immortalare la torre pendente.

I professionisti, dotati del piedistallo.
I più giovani, alzano al cielo lo smartphone agganciato all’asta pakistana, un sorriso per il selfie d’ordinanza da condividere in tempo reale via social.

Se la torre di Pisa fosse dritta, a chi interesserebbe?

A chi interessa la torre di Pisa dritta?

La massa di turisti – compreso il sottoscritto – è attratto proprio dal difetto che rende unico il monumento.

Se la torre di Pisa fosse dritta, piazza dei Miracoli si ridurrebbe ad uno de tanti magnifici luoghi d’arte italiana.
La torre verrebbe ricordata come «il campanile della cattedrale di Santa Maria Assunta» ma non sarebbe presa d’assalto come oggi.

«La pendenza è dovuta a un cedimento del terreno sottostante verificatosi già nelle prime fasi della costruzione»

Mi pongo una domanda: la curiosità per la torre pendente, stimola i visitatori a studiare anche la storia dell’intero complesso?
Oppure ci si limita ad osservare senza approfondire?

Tra una riflessione ed un sorso d’acqua, con pazienza sfrutto un varco tra la folla di turisti e – finalmente – giunge il mio turno: pochi istanti ed immortalo la torre di Pisa!

La trasferta toscana termina.
Torno a Napoli con la risposta che cercavo: la torre, meglio se resta pendente 🙂

La torre di Pisa


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