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Category: Interviste (Page 1 of 3)

«Fotografo per catturare le emozioni», Luigi Borrone e la ricerca dell’attimo perfetto [INTERVISTA]

Luigi Borrone, fotografo per passione

Stavolta tocca a Luigi Borrone, fotografo per passione.

Perché l’ispirazione è il terzo occhio del fotografo – professionista o semplice appassionato che sia – e Luigi possiede la scintilla.

Luigi, definisci l’ispirazione.

L’ispirazione non esiste, o meglio, non è un qualcosa di tangibile che si può avere a comando: viene quando vuole e se ne va quando vuole, soprattutto senza mai avvisare.
Può rivelarsi come uno stato di entusiasmo, un impulso improvviso di eccitazione che fa scattare la creazione dell’opera, nel nostro caso fa scattare la fotocamera e riesce a fermare l’attimo per incastonarlo nell’immagine.

Luigi Borrone, il fotografo che ferma il tempo

«Cerco quell’attimo perfetto»

D: Luigi, nei tuoi scatti, immortali angoli nascosti di Napoli e della zona flegrea da un punto di vista originale, il tuo.
Catturi l’istante in una foto.
Da dove nasce quel momento unico che ti obbliga a fermare il tempo e catturare l’emozione?
R: Ho sempre voluto fotografare, anche da piccolo.
Mi piaceva molto e mi piace tutt’ora avere la testimonianza di ciò che vedo e, attraverso la foto, ricordo le emozioni che ho provato in quel momento.
Mi diverto moltissimo a ricercare l’attimo perfetto da fotografare, catturare il momento in cui io e i miei amici ridiamo oppure catturare un pezzo della città che amo per portarlo sempre con me.

Uno scatto denso di ispirazione di Luigi Borrone

«Dopo gli attentati di Parigi, la mia foto di successo»

D: L’ispirazione si può allenare oppure è un dono naturale?
R: Capire e carpire l’attimo in cui scattare è uno stato d’animo che risiede dentro il fotografo e, per ritrovare gli stimoli giusti, occorre sempre esercizio costante, mettersi continuamente in relazione con questo fantomatico attimo.
E fermarlo.
Per regalarlo all’eternità attraverso lo scatto.

D: Luigi, ricordi la tua prima foto di successo?
Lo scatto che ha sancito la voglia di condividere le tue pubblicazioni?
R: La foto dopo gli attentati a Parigi.
Pensai quanti amici e concittadini erano per lavoro e quante persone lasciavano la propria città per trovare fortuna altrove.
Invece, per un gesto folle, hanno trovato la morte.
Per essergli vicino, presi i due simboli delle città e scattai una foto.
La mia città, Pozzuoli, e quella dove i miei concittadini avevano trovato il terrore, Parigi con la torre Effeil.
Con grande sorpresa, la ritrovai twittata dal sindaco di Pozzuoli.
E su Facebbok con oltre 3000 like.

Luigi Borrone, i canali social 

D: Luigi, prima di chiudere, condivido una riflessione di Paola – nostra comune amica: chi scrive (nel tuo caso, chi fotografa) lo fa per se stesso o per gli altri?
R: Cito il grande Daniel Pennac:

Ho fatto delle foto.
Ho fotografato invece di parlare.
Ho fotografato per non dimenticare.
Per non smettere di guardare.

Poi, per me, come già ti dissi, vale sempre il concetto: la foto è l’unico strumento per fermare il tempo.

Luigi Borrone è su facebook, twitter e instagram

A Luigi il mio sincero ringraziamento per l’interessante intervista che ci ha rilasciato.
Per chi volesse seguirlo, segnalo la fanpage ufficiale Luigi Borrone – Fotografo Per Passione, il profilo twitter ed i canale Instagram.


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«L’immaginazione? E’ un viaggio nel tempo», Luciano Esposito, scrittore di nuovi mondi [INTERVISTA]

L’ispirazione secondo Luciano Esposito

Scavo ancora nei meandri della fantasia.
Nella mente dello scrittore, dove nasce la scintilla.

Per carpire quel momento magico nel quale un pensiero diviene un’idea felice.

L’ispirazione: da dove nasce? L’ispirazione: chi la possiede?

L’ispirazione nasce dal sentimento, quindi ce l’abbiamo tutti, dobbiamo solo imparare a riconoscerla e a sprigionarla per darle voce.
In un qualsiasi momento puoi vedere, ascoltare, pensare, qualcosa che ti fa dire: Sì, questa è un’idea!
A quel punto devi subito annotarla da qualche parte per catturarla (io di solito uso il blocco note dello smartphone), perché le idee sono evanescenti e se non le afferri al volo sfumano via come nebbia al sole.
Mi piace pensare che l’ispirazione rappresenti un viaggio nel tempo, nel senso che ciascun pensiero illuminante è figlio di tutto ciò che si è vissuto fino a quel momento, di qualcosa che è venuta prima e sta diventando presente; è quindi un processo creativo che può portarti avanti, nel futuro, in un posto in cui bisognerebbe cercare di restare il più a lungo possibile.

La parola a Luciano Esposito, autore di Abbi fortuna e dormi, per comprendere dove e come sia nato il suo primo libro.

Per conoscere colui che è dotato della scintilla.

«L'ispirazione? E' un viaggio nel tempo» (Luciano Esposito, autore di "Abbi fortuna e dormi"

Abbi fortuna e dormi, il primo libro di Luciano Esposito

D: Quel giorno alla Ubik di Napoli, io c’ero.
Era evidente la tua emozione nel presentare al pubblico  Abbi fortuna e dormi, la tua prima opera.
Oggi, a distanza di tempo, che ricordi hai di quel momento speciale?
R: Ho un meraviglioso ricordo, vivido e indelebile.
Venerdì 24 febbraio 2017, Ore 18:00.
Fino a quel momento non avevo mai presentato un libro e quello è stato il modo migliore per festeggiare il mio compleanno.
Per me un gran motivo di soddisfazione ritrovarmi tra le frizzanti parole del prof. Gerardo Salvadori, il profondo intervento dello scrittore Sergio Saggese, le emozionanti letture animate dal prof. Michele Farina e le magiche esecuzioni live con chitarra classica del Maestro Federico Quercia.
Ricordo ancora uno ad uno tutti i partecipanti, parenti e amici insieme a persone mai viste prima.
Grazie a tutti!

Ad esser sincero, all’inizio ero un po’ teso perché non avevamo steso alcun programma per la serata, a parte la scaletta delle letture di Michele.
Passati i primi momenti d’emozione, mi sono sciolto, le parole sono uscite fluide dalla mia bocca senza stare troppo a pensarle.
Fosse stato per me, avrei continuato per ore ed ore.

Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta la prof.ssa Ermelinda Federico (che ci guarda da lassù) che ha creduto in me fin dall’inizio, lo scrittore Nando Vitali per avermi sostenuto col suo meraviglioso modo di pensare, la Robin Edizioni che mi ha offerto la possibilità di pubblicare il mio romanzo e la libreria Ubik che ci ha ospitati.

Sento infine di ringraziare i miei genitori, che mi hanno sopportato e supportato durante le innumerevoli revisioni del testo.

D: Luciano, Abbi fortuna e dormi era da sempre nei meandri della tua mente.
Un giorno speciale hai trasformato l’ispirazione in trama.
Come è nata la scintilla del tuo primo libro?
R: Le scintille sono state varie.
La prima è stata l’idea centrale intorno a cui la trama si svolge, un sogno che avevo in testa da tempo, tra me e me non finivo mai di dirmi:
prima o poi dovrò scriverne.
La seconda scintilla è scoccata con la nascita di mia figlia.
Le lunghe attese in clinica prima del parto hanno alimentato la mia ispirazione.

Posso solo dire che il giorno della venuta al mondo della mia bambina è stato quel momento speciale che ha trasformato l’ispirazione in trama.

Abbi fortuna e dormi  è una storia incentrata sulla scintilla di un sentimento puro di vero amore da parte di un uomo nei confronti di due donne.
Non stiamo parlando di un volgare tradimento ma di
polifedeltà, termine (coniato da Sergio Saggese) che sintetizza perfettamente in una parola la trama del mio racconto.
Infine, a trasformare la trama in libro, ci ha pensato la scintilla della
Robin Edizioni.  

Abbi fortuna e dormi, il primo libro di Luciano Esposito

«La creatività massima nasce dai sogni»

D: Tu scrivi storie, crei racconti mai narrati fino ad oggi.
Storie nate dalla tua fantasia, l’intreccio dei pensieri irrazionali con emozioni ataviche.
Da dove nasce quel fulmine che trasforma una riflessione in una trama?
Quel momento magico che ti obbliga a buttar fuori e mettere nero su bianco le parole imprigionate nel tuo cervello?
R: Amo scrivere sia racconti brevi che scritti più lunghi.
Quasi sempre i primi sono ispirati a fatti realmente accaduti o piccole storie derivanti da esperienze vissute durante la vita di tutti i giorni.
In uno scritto breve riversi su carta, in poco tempo (qualche ora al massimo), una serie di emozioni, argomentazioni che logicamente organizzate possono suscitare una riflessione od un sorriso.
Diversamente, in un romanzo bisogna tener sotto controllo la storia, i personaggi, il modo di esprimersi, i tempi, in maniera tale che ogni parola sia giustificata e alla fine tutto abbia un senso.
Quando mi dedico ad uno scritto breve, ogni momento è buono: giorno, notte, in treno, all’Autogrill, al mare, in montagna.
Al contrario, ai romanzi mi ci dedico prevalentemente a casa, durante i week end.

D: Luciano, l’ispirazione nasce dal mondo che ti circonda?
Quale è il segreto per alimentare l’immaginazione?
R: L’immaginazione è una creatura che vive dentro la nostra anima, io la nutro con pochi ingredienti naturali: viaggi, libri e film.
A volte mi capita di trarre un’ispirazione inconscia dai sogni, sono loro a suggerirmi lo spunto per alcune stesure letterarie, lì raggiungo il mio picco massimo di creatività.
Dimenticavo la vita!
Tutte le esperienze vissute, belle o brutte che siano, alla fine diventano ricordi su cui si basano le fondamenta dell’immaginazione.

"Ogni momento + buono per scrivere", (Luciano Esposito)

I progetti futuri: il secondo, atteso libro

D: Luciano, ci hai già rilasciato una sincera ed interessante intervista nella quale abbiamo affrontato vari temi.
Parliamo, invece, del prossimo futuro: a quale opera stai lavorando?
Nuovi progetti?
R: Essendo architetto, ho diversi progetti in cantiere (risatina).
Riferendomi alla produzione letteraria, sono in procinto di ultimare il mio nuovo romanzo, completamente diverso dal precedente per genere, struttura e stile narrativo.
Questa volta ho affrontato uno dei temi più insidiosi e tenebrosi della riflessione umana: la morte.
Ho cercato di esorcizzarla a modo mio attraverso gli occhi di un vecchio impresario.
La storia si svolge in un remoto paesino di montagna.
Per il momento non aggiungo altro, posso solo dire che non mancheranno sorprese e un gran finale.

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«La scrittura è una necessità»

D: Luciano, prima di chiudere, condivido una riflessione di Paola: chi scrive lo fa per se stesso o per gli altri?
R: Anche se la scrittura è un modo per esternare al mondo qualcosa di noi, sono convinto che chi scrive lo fa per sé stesso.
Mettere alcune storie nero su bianco è, per me, una necessità.
Non c’entrano fama, soldi o ritorni d’immagine, è un semplice bisogno naturale, come mangiare, bere o respirare.
Una cosa che non ha nulla a che vedere con la razionalità, ma riguarda il cuore, l’istinto, la passione.
Scrivere, nel mio caso, ha anche un effetto rilassante perché mi permette di mettere da parte i pensieri pesanti e regalarmi alcune ore di pace e serenità.
Perchè creare con le parole significa inventare nuovi mondi, ed io, in quei mondi, mi ci perdo puntualmente …

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«L’ispirazione? E’ nascosta dentro ogni cosa», Maria Carmela Micciché, scrittrice [INTERVISTA]

L’ispirazione secondo Maria Carmela Miccichè

Cerco ancora la scintilla.
Desidero carpire quel momento magico nel quale un pensiero illumina la mente e diviene un’idea felice.

L’ispirazione: da dove nasce? L’ispirazione: chi la possiede?

Ogni essere vivente.
Il gatto che va a dormire in un posto impensabile, il pappagallino che corteggia la cocorita, Leonardo che disegnò la macchina per volare. L’ispirazione è futuro, è un’idea che ha il futuro dentro, per questo credo sia dentro ciascun essere vivente, pensa al tronco che rotolò e a quell’uomo che guardandolo pensò “e … se facessi una ruota?”: ispirazione geniale!

L’ispirazione si può allenare oppure è un dono naturale?

Visto che, secondo me, appartiene a ciascuno, è una componente dell’uomo ma se ci prendi confidenza puoi allenarla, per lo meno, si dovrebbe allenarla.
Il cuoco trae ispirazione dai sensi, la maestra dai suoi alunni, il venditore ambulante dai clienti, l’ispirazione è una specie di gioco che ti permette di trovare un sistema per raggiungere lo scopo, solo che a volte ci facciamo distrarre da altro e allora impostiamo, quantifichiamo, inquadriamo e l’ispirazione zittita da tanto rumore, tace.

La risposta è nella mente degli artisti, esseri speciali capaci di creare dal nulla, trasformare un pensiero illuminato in un’opera.

Gli artisti sono i più fortunati perché l’ispirazione è la vita stessa, l’artista non inventa nulla racconta la vita dal suo punto di vista, che scolpisca o dipinga, che fotografi o componga musica, racconta ciò che vede la sua anima, poi che diventi un’opera d’arte beh, quello chi può dirlo?

Maria Carmela Miccichè, nel suo laboratorio, scrive racconti e poesie, dunque crea con la forza dell’immaginazione storie fino ad oggi mai narrate.

Maria Carmela possiede il dono: è ispirata.

Maria Carmela Micciche, lautrice di Elena intrecciava fiori di sale
«L’ispirazione è una chiave di lettura della vita stessa»

D: Tu scrivi storie, crei racconti mai narrati fino ad oggi.
Storie nate dalla tua fantasia, l’intreccio dei pensieri irrazionali con emozioni ataviche.
Da dove nasce quel fulmine che trasforma una riflessione in una trama?
Quel momento magico che ti obbliga a buttar fuori e mettere nero su bianco le parole imprigionate nel tuo cervello?
R: Come dicevo prima, secondo me, l’ispirazione è una chiave di lettura della vita stessa.
Tutto ciò che ci circonda è frutto di un’ispirazione a volte felice a volte no.
Cos’è la creazione se non il risultato dell’ispirazione?
Non credo di inventare nulla ma un’immagine, un ricordo, un profumo, un sentimento, sono parole che hanno delle storie dentro.
La trama, almeno per me, prende forma nel divenire, magari parto dal profumo di pane appena sfornato e finisco in un vicolo di Roma.
E’, quello che dicevo, un’idea con il futuro dentro e chissà dove finirà 🙂

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«Ho cominciato a scrivere piccole cose in terza elementare»

D: L’amore per la lettura/scrittura è nata a scuola oppure è una passione sorta all’improvviso, in un tempo indefinito, in un luogo non luogo?
R: Sono nata in una casa piena di libri e a dieci anni amavo girare per i corridoi della biblioteca comunale e sentire l’odore di tutte quelle parole sugli scaffali.
Mi ha sempre affascinato il libro come oggetto e come contenitore di storie.
Ho cominciato a scrivere piccole cose che ero in terza elementare, per me era un gioco divertentissimo, potevo scrivermi le storie che volevo leggere, una specie di self service 🙂

D: La scrittura, come tutti i grandi amori, si alimenta di passione.
Maria Carmela, quale è il segreto per mantenere sempre viva la passione?
R: Vivere. Imparare a guardare per prima noi stessi e poi tutto ciò che succede attorno con curiosità, non dare nulla per scontato.
Vivere è meravigliarsi sempre.

D: Maria Carmela, segnalaci gli ultimi tre libri letti e due titoli che non possono mancare nella libreria di famiglia.
R: Regine di quadri, scritto a tre mani da Tremanidipittura ossia Fernanda, Lucia e Rita, Puntaspilli e abiti di carta, di Patrizia Vittoria Rossi e Racconti dell’anno di mezzo di Franco Antonio Belgiorno.
Due autori che non possono mancare sul mio comodino: Pirandello e Agatha Christie.

Lo studio di Maria Carmela Miccichè

“Elena intrecciava fiori di sale”, un’ispirazione di successo

D: Maria Carmela, “Elena intrecciava fiori di sale” forse era da sempre nei meandri della tua mente.
Un giorno speciale hai trasformato l’ispirazione in trama.
Come è nata la scintilla del tuo primo libro?
R: La scintilla è nata all’editore Armando Siciliano, ci siamo incontrati per caso, abbiamo chiacchierato un po’ e prima di salutarci mi ha chiesto di fargli avere del “materiale”.
Sinceramente ho pensato che fosse più per gentilezza che per altro.
Comunque, gli mandai alcuni racconti.
Mi telefonò a ottobre e a dicembre c’era il mio libro.
Ho avuto il libro, il mio libro, in mano la sera della presentazione, è stata un’emozione non da poco.

D: “Elena intrecciava fiori di sale” forse è la gratificazione che tutti gli scrittori sognano. Quali sensazioni provi nell’immaginare il Lettore, con la testa nel tuo libro, pronto a divorare le pagine, felice di leggere una storia che lo appassiona?
R: Mi stupisco e mi meraviglio quando un lettore mi contatta per raccontarmi del mio libro.
Mi stupisco perché è qualcosa di talmente bello che non sono mai preparata.
Ogni volta che un lettore mi racconta le emozioni che ha vissuto con i miei personaggi, è un regalo che mi fa ed è la spinta a migliorarmi sempre per cercare di dare sempre il massimo.

D: Dunque, il tuo primo libro: a distanza di tempo, lo ami ancora come il primo giorno?
R: Lo amo e per me sarà sempre un contenitore di emozioni ma la scrittura ha un suo percorso e quindi adesso scrivo in modo diverso non migliore, solo con un tempo diverso.

Scopri il nuovo libro di Maria Carmela Miccichè, Elena intrecciava fiori di sale

Il futuro: teatro ed un nuovo libro

D: Maria Carmela, i tuoi racconti nascono dalla realtà che ti circonda?
Quali le maggiori fonti di ispirazione?
R: L’amore.
L’amore per i miei nonni che ascoltavo mentre mi raccontavano la vita, l’amore per la mia terra, l’amore per gli odori, per i rumori, per la ruvidità di una pietra o la morbidezza di un pensiero, l’amore immenso che ho per le parole, questi mucchietti di lettere e vocali capaci di far comunicare uomini e anime.

D: A quale opera stai lavorando? Progetti futuri?
R: Lo scorso anno ho scritto un testo teatrale “Isabel”, un atto unico poco facile e forse per questo, per usare le parole del regista, “Ogni parola è un macigno”.
Insomma, ha incontrato l’entusiasmo del regista Vittorio Rubino, di Vania Orecchio e Simonetta Cuzzocrea, le due attrici professioniste, il compositore, attore e regista Salvo Giorgio che ha composto le musiche originali per “Isabel” e così a marzo lo daremo in teatro.
Nel frattempo di Isabel sta nascendo il libro e poi ho in cantiere un libro di poesie e un altro testo teatrale che mi è stato commissionato da una storia del libro.

D: Prima di chiudere, condivido una riflessione di Paola: chi scrive lo fa per se stesso o per gli altri?
R: Io ho iniziato a scrivere le storie che mi piaceva leggere, quindi scrivevo solo per me.
Al liceo scrivevo sul diario scolastico che poi passava di banco in banco e ho cominciato a trovare divertente il fatto che altri leggessero.
Adesso scrivo, come mi piace dire, mi lascio scrivere, per me e per ogni lettore che mi dedica il suo tempo.
Chi mi legge sta regalandomi il suo tempo, potrebbe fare altro e invece è con me e io scrivo per lui.

D: Maria Carmela, chiudiamo l’intervista con una riflessione libera:l’ispirazione sia con te.
R: Grazie.
Le tue interviste portano bene, lo so per esperienza e quindi spero di essere intervistata ancora da te perché vorrà dire che avrò altre cose da raccontare e che l’ispirazione avrà dato ancora i suoi frutti.
Grazie per il tuo tempo e grazie a chi avrà letto tutto quanto.
Buona ispirazione a te 🙂


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L’ispirazione, cos’è? Risponde Paola, scrittrice col vizio [INTERVISTA]

L’ispirazione secondo (il vizio) di Paola

Cerco la scintilla.
Desidero carpire quel momento magico nel quale un pensiero illumina la mente e diviene un’idea felice.

L’ispirazione: da dove nasce?
L’ispirazione: chi la possiede?
L’ispirazione: si può allenare oppure è un dono naturale?

La risposta è nella mente degli artisti, esseri speciali capaci di creare dal nulla, trasformare un pensiero illuminato in un’opera.
Scultori, pittori, scrittori, fotografi: uomini dotati del talento, della scintilla.

Il vizio di Paola è una visione di Paola.

Paola scrive racconti, dunque crea con la forza dell’immaginazione storie fino ad oggi mai narrate.

Paola possiede il dono: è ispirata.

Intervista a Paola, per carpire il mistero dell'ispirazione

«Chi scrive prova a tradurre il vento in parole»

D: Paola, definisci l’ispirazione.
R: Mi riesce difficile definire l’ispirazione, posso solo provare a descrivere che tipo di esperienza è per me.
Dunque, stai tra la gente per strada, o al lavoro o a casa tra i fornelli, e improvvisamente vedi o avverti qualcosa che ti accende una lampadina e ti fa venire un’idea.

D: Paola, tu scrivi storie, crei racconti mai narrati fino ad oggi.
Storie nate dalla tua fantasia, l’intreccio dei pensieri irrazionali con emozioni ataviche. 
Da dove nasce la scintilla?
Quel fulmine che trasforma una riflessione in una trama? 
Quel momento magico che ti obbliga a buttar fuori e mettere nero su bianco le parole imprigionate nel tuo cervello?
R: Non so se definirlo un momento magico, quello in cui ti viene ‘l’idea’. sicuramente si avverte una necessità, un’irresistibile voglia di catturare, con le parole, delle emozioni che si stanno vivendo e che altrimenti svanirebbero nel nulla.
Quando rileggo qualcosa che ho scritto, anche a distanza di tempo, ho l’impressione di rivivere il momento in cui quelle parole sono state scritte.
Come se le emozioni venissero liberate nell’aria.

D: L’ispirazione: credi che possa essere allenata oppure è un dono naturale?
R: Non credo che l’ispirazione sia un esercizio nè un dono naturale.
E’ una ventata: in alcuni giorni è forte, in altri debole, in altri completamente assente.
Chi scrive prova a tradurre il vento in parole.

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Paola, scrittrice per passione … della lettura

D: Paola, ami scrivere e noi apprezziamo i tuoi racconti  ed il sono il tuo primo fan.
Sei anche una «lettrice seriale» come tu stessa ti definisci.
Credi nel circolo vizioso: leggo, dunque scrivo?
R: Assolutamente no.
Credo che la lettura sia fondamentale e formativa, quindi sicuramente uno scrittore è sempre un buon lettore, ma non tutti i lettori possono diventare scrittori, sarebbe come pensare che basti mangiare dell’ottimo cibo per diventare un bravo cuoco.

D: L’amore per la lettura/scrittura è nata a scuola oppure è una passione sorta all’improvviso, in un tempo indefinito, in un luogo non luogo?
R: La scuola è sicuramente il primo luogo in cui si viene a contatto con la lettura, e così è stato anche per me.
Ho iniziato da bambina, anche con letture impegnative, e non ho più smesso.

D: Paola, segnalaci gli ultimi tre libri letti e due titoli che non possono mancare nella libreria di famiglia.
R: Gli ultimi tre libri che ho letto sono:

  • Souvenir, di Maurizio De Giovanni
  • Se mi tornassi questa sera accanto, di Carmen Pellegrino
  • L’altra madre, di Andrej Longo

Per quanto riguarda i libri che non possono mancare, direi sicuramente tutta la produzione di Pirandello, che è il mio preferito da sempre.

Paola con Maurizio De Giovanni

L’ispirazione dove ci porta?

D: Paola, i tuoi racconti nascono dalla realtà che ti circonda?
Quali le maggiori fonti di ispirazione?
R: Sai, io non credo a quelli che dicono che i loro racconti sono frutto esclusivo di fantasia.
In ogni racconto, o romanzo, c’è qualcosa che è capitato a noi o a qualcuno vicino a noi.
Qualche volta può trattarsi anche di qualcosa di cui abbiamo anche solo sentito parlare, ma comunque lo scrittore è presente in ogni parola che scrive.

D: Paola, l’ispirazione ti porta in un’isola felice dove crei, trasformi, adatti, realizzi i tuoi sogni. Come raggiungere questo luogo magnifico?
R: Riesco a raggiungere un ‘luogo magnifico’, che per me significa riuscire a estranearsi da ciò che mi circonda, ogni volta che leggo una storia, anche mentre leggo quella che sto scrivendo.

D: Paola, chiudiamo l’intervista con una riflessione libera:l’ispirazione sia con te.
R: Più che con una riflessione vorrei chiudere con una domanda che pensavo mi venisse posta: chi scrive lo fa per se stesso o per gli altri?

«Il vizio di Paola», note sull’autrice

Paola, lettrice per passione e scrittrice per vizio.
Alla continua ricerca di ispirazione.
Gli specchi è il suo breve racconto vincitore del primo premio della «III edizione di Scintille in cento parole».

Paola, autrice della rubrica «Il vizio di Paola»

 Luigi Borrone, fotografo per passione

«Amo la fotografia perché unico strumento per fermare il tempo. due foto scattate nello stesso istante non saranno mai uguali »
Luigi Borrone, fotografo per passione, è l’autore della prima foto presente in questo post.
A Luigi il mio sincero ringraziamento.

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«Fight Eat Club? Ispirato da Edward Norton e Brad Pitt» [INTERVISTA]

Fight Eat Club, da un sogno di Antonio Prestieri

Quella domenica di ottobre del 2016 in tv davano uno dei miei film, ma soprattutto uno dei miei romanzi preferiti, Fight Club.

Questa storia non parte da un garage di Palo Alto: stavolta siamo in Italia, nel produttivo nord.
Tra la nebbia della periferia milanese, avanza l’idea di un gruppo di giovani capeggiati dall’istrionico Antonio Prestieri.

Già scrittore (Le Cose degli Altri, il suo romanzo d’esordio), dal nulla crea Fight Eat Club, il primo portale dedicato alle sfide tra cuochi amatoriali.

[…] Hanno messo sopra un piatto da portata la loro tenacia, competenze e complicità, e fatto di un guantone da cucina il loro acchiappasogni

Con curiosità, intervisto l’Amministratore Delegato di Fight Eat Club.
Per carpire quel momento magico nel quale un sogno diviene realtà.

Fight Eat Club, lo staff

Fight Eat Club, le 8 regole della sfida

D: Antonio, amo studiare i casi di successo e la vostra startup lo è.
Rientri tra quelle persone che, grazie ad un’idea vincente, modifica il proprio destino.
Ci racconti il momento magico nel quale scatta la scintilla e nasce Fight Eat Club?
R: Tutto accadde lo scorso autunno.
Avevo avuto un improvviso attacco di Media.
Succede ogni volta che per pigrizia cerco di liberare la mente senza dover uscire.
Così mi lascio andare sul divano e subisco il flusso televisivo.
Quando ho bisogno di resettare la mente la televisione riesce pienamente ad addormentare i neuroni.
Quella domenica di ottobre del 2016 in tv davano uno dei miei film, ma soprattutto uno dei miei romanzi preferiti, Fight Club.
Il cervello così si attivò e, anziché spegnersi, iniziò ad eccitarsi sotto lo sguardo di Edward Norton il quale acquistava mobili dagli svedesi.
Fu l’alter ego, Brad Pitt, ad accendere la miccia.
L’attore aveva interpretato in Ocean’s eleven e in Snatch, un personaggio che spesso mangiava.
Non so perchè, quando lo rividi in Fight Club pensai alle scene di questi film.
La parola “eat” entrò di prepotenza e nacque Fight Eat Club con le sue 8 regole

Antonio Prestieri, quando la scintilla

D: Antonio, Fight Eat Club era nei meandri del tuo cervello.
Nascosto tra i geniali pensieri che emergono di sera, prima di addormentarsi, e svaniscono con i primi raggi di sole.
Stavolta il sogno è proseguito.
Perché? Quali gli elementi forti/diversi dell’idea?
R: Quella notte di ottobre sognai le sfide tra cuochi amatoriali come la lotta liberatrice del film.
Come tanti cuochi e foodie, quando cucino mi rilasso col mondo ma non abbasso la guardia, anzi sono più combattivo che mai e so che potrei vincere con chiunque ai fornelli.

D: Talento, passione, coraggio: sono i tre elementi necessari per vincere una sfida.
In quale dei tre ti riconosci?
R: Sicuramente nella passione.
Quando c’è la passione, il coraggio arriva sempre e il talento sbuca improvvisamente dal nulla.

Antonio Prestieri, Amministratore Delegato di Fight Eat Club

Fight Eat Club, come funziona

D: La passione per la tecnologia, l’amore per il buon cibo, la voglia di divertirsi.
Ci spieghi come funziona Fight Eat Club?
R:  Fight Eat Club è il primo “talent” sul web di sfide culinarie a premi tra cuochi amatoriali, una vera e propria gara con video ricette da casa.
L’innovazione è soprattutto nella APP.
La prima al mondo dedicata alle video ricette: l’APP permetterà a chiunque volesse realizzare una video ricetta da casa di farlo in modo semplice usando solo il proprio cellulare.
L’app, infatti, guida l’utente passo passo nella realizzazione della video ricetta, curando anche il montaggio e la musica.
In questo modo tutti i cuochi amatoriali possono partecipare e vincere!

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La forza di un sognatore

D: Fight Eat Club: quali obiettivi vi siete posti?
Quando il vostro progetto sarà «un successo» e quando «un fallimento»?
R:  In America un business man si valuta dal numero dei suoi fallimenti, maggiori saranno e maggiore sarà il suo successo.
A questo punto della mia vita possiamo essere tranquilli: sarà un successo!

D: Antonio il percorso da seguire per concretizzare un sogno è zeppo di fossi, curve, salite. Quali i principali ostacoli da segnalare ai futuri sognatori?
Come superare i mille imprevisti?
R:  Troppe variabili per dare un consiglio, posso solo dire che il mondo non ama i sognatori perché sono capaci di cambiarlo.

Fight Eat Club, lo staff

Fight Eat Club, emozioni culinarie

D: Antonio, sei sul blog dei «mostri».
Ci sono più «mostri» in cucina o sul web?
R:  Nel Web.
In cucina i mostri sono pochi.
Qualche chef professionista che crede che pendano tutti dai sui piatti; non ricorda che tutto il cibo si trasforma e una buona parte si scarta nei wc di ogni cliente.

D: Antonio, salutaci con una riflessione libera e stimola il nostro appetito con una video ricetta speciale.
R:  Quando, per la prima volta, vidi crescere il Flan nel forno ebbi la netta sensazione che quella sarebbe stata la prima di un’infinita serie di emozioni culinarie.
L’emozione più grande però arrivò dopo, quando le persone che amavo assaggiarono il piatto e rividi nei loro occhi l’espressione dell’amore che avevo riversato dentro …
Il progetto Fight Eat Club nasce da un film, chiuderei con una frase allora.
Con una frase del film Ratatouille:

“Il cibo trova sempre coloro che amano cucinare! “

Tra le tante ricette, vi consiglio la Tarte Tatin alle Cipolle di Stefano Callegaro, il nostro testimonial (Vincitore di Masterchef 4)


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SuperSarriBros, come nasce un caso di successo. Parla Gerardo Marino, l’ideatore [INTERVISTA]

SuperSarriBros, il Napoli come il videogame

SuperSarriBros si ritaglierà un ricordo nella mente di tutti i tifosi del Napoli ed io ricorderò per sempre questi momenti.
(Gerardo Marino, ideatore di SuperSarriBros)

E’ interessante conoscere Gerardo Marino, l’ideatore della pagina facebook SuperSarriBros.

I suoi video sulle azioni del Napoli in stile videogame spopolano in Rete ed i tifosi del bel calcio – non solo i supporter azzurri – ringraziano ed apprezzano a colpi di “Mi piace”.

Per un appassionato, godimento allo stato puro: le geometrie teorizzate da mister Sarri, disegnate sul campo dai vari Insigne, Mertens, capitan Hamsik ed immortalate sul web dai videoclip virali del pirotecnico Gerardo Marino.

Gol, musica ed effetti speciali: un mix di fantasia, divertimento e passione.
Scopriamo perché Gerardo Marino è un caso di successo.
A suon di “bip”.

Gerardo Marino, l'ideatore di SuperSarriBros ed il famoso logo presenti nei suoi video

Gerardo Marino, un caso di successo

D: Gerardo, tu sei un caso di successo.
Una persona qualsiasi che, grazie ad un’idea vincente, cambia il suo destino e passa “al livello successivo” (come insegnano i tuoi video).
Ci racconti il momento nel quale la tua vita è balzata in avanti?
Non intendo il famoso Milan Napoli – la partita che ti ha spronato a realizzare il primo video – nel quale Insigne, dopo 25 passaggi azzurri, realizza un gol magnifico.
Intendo, invece, la scintilla.
Da dove nasce quell’istante magico che ti ha regalato la giusta ispirazione?
R: Diciamo che l’istante magico … la scintilla è scoccata quando ho deciso di realizzare per la prima volta un vero e proprio filmato con tanto di copertina inserendo anche le lunghe geometrie di passaggi e non solo il classico filmatino del gol.
La gara in questione???
Di nuovo un MILAN-NAPOLI ma del 21 gennaio 2017.

D: I video di SuperSarriBros dormivano nei meandri del tuo cervello: chi o cosa ha aperto il cassetto e permesso di concretizzare le tue geniali intuizioni nei famosi videoclip?
R: A me piaceva già molto editare filmati e gol del Napoli, anche negli anni passati.
Saranno almeno quattro anni che pubblico su internet ma raramente uno dei miei filmati risultava virale.
Quindi se c’è stato qualcuno che mi ha permesso di realizzare questi video, direi che quel qualcuno è solo Mister Maurizio Sarri con il suo gioco brillante e spumeggiante!

Gerardo Marino, l'ideatore di SuperSarriBros

Gerardo Marino, tra passione e sogni

D: I casi di successo sono indice di talento, coraggio e passione.
In quale dei tre ti riconosci di più?
R: Sicuramente nella passione.
E’ quella che mi ha portato a realizzare tutto ciò e soprattutto perchè lo faccio con gioia.
Credo che solo quando si ha la passione per una cosa la si fa anche con gioia!

D: Gerardo, i video sono la tua passione ma, immagino, lavori in un altro settore.
Cosa (o quando) ti manca per trasformare la tua passione di videomaker tifoso del Napoli in un lavoro?
R: Non saprei … di certo per me sarebbe un sogno lavorare non per portare solo lo stipendio a casa.
Forse manca soltanto quel qualcuno che mi venga a contattare rendendomi l’uomo più felice del mondo???
Eheheh …
Non nego che ogni tanto sogno questa ipotesi ma … poi ritorno alla tua domanda … cosa mi manca?? … non saprei …

Gerardo Marino, l'ideatore di SuperSarriBros

«Il successo? Non mi spaventa»

D: Il circo mediatico necessita ogni giorno di nuovi «mostri» da gettare in pasto alle masse affamate.
Il successo trita ed illude: oggi è il tuo momento, sei sulle prime pagine ed i tuoi video ottengono migliaia di visualizzazioni.
Ti spaventa la fama?
Come pensi di sfruttare questo momento favorevole?
R: No, non mi spaventa la fama.
Al momento vivo con gioia le piccole soddisfazioni che ricevo!
Tipo la tua intervista oppure l’intervista per la tv locale o anche la felicità nel vedere che persone note della TV condividono i miei video.
Sfruttare al meglio questo momento? E’ quello che mi fa paura di più.
Ho sempre paura che succeda qualcosa quando tutto sembra andare per il meglio …. chissà.

D: Un giorno molto lontano (speriamo mai), il nostro simpatico SarriBros andrà in pensione.
Ora che sei sotto le luci dei riflettori, temi di (ri)cadere nel dimenticatoio?
R: No no, son consapevole di tutto!
Sperando che sia un lontanissimo giorno …. sono pronto ad essere dimenticato.
Anche se sono convinto che qualcos’altro proverò ad inventare eheheh ….
Di certo SuperSarriBros si ritaglierà un ricordo nella mente di tutti i tifosi del Napoli ed io ricorderò per sempre questi momenti.

Mister Sarri firma la maglia di Gerardo Marino, ideatore di SuperSarriBros

Video, la forza della colonna sonora

D: Gerardo, in un video la musica amplifica le emozioni.
Alterni spesso brani italiani (anche napoletani) a canzoni straniere.
Come scegli la giusta canzone?
R: Proprio cosi.
Un video amplifica le emozioni ed io scelgo la canzone in base a determinate situazioni.
Non le butto mai li a caso, ognuna ha un suo perchè.
Un esempio che mi piace tantissimo: quando i due folletti Mertens ed Insigne regalano assist e gol, quale miglior canzone se non “LA COPPIA PIU’ BELLA DEL MONDO”?

D: Le immagini te le regala Sarri, la musica la scegli tu.
Quale consideri il video perfetto per l’abbinamento musica/partita?
R: LAZIO-NAPOLI 0-3

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«I mostri? Le leggi sul copyright»

D: Gerardo, sei sul sito ufficiale dei «mostri».
Quali consideri i peggiori «mostri» che hai affrontato?
R: mah … non credo di aver affrontato mai mostri al momento … anzi pensandoci bene e ironizzando un po’, i «mostri» attuali sono le leggi sul copyright che purtroppo non mi permettono spesso di caricare in rete i miei filmati perchè bloccati.
E la cosa triste è che poi, fai un giro più largo nella Rete, e scopri che navigano liberamente e senza censura filmati terribili di violenza e crudeltà senza nessun problema.
Ecco che allora mi sento come affrontare un terribile MOSTRO 😀

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Un video per i tifosi di Napoli e Roma

D: Ho una richiesta per te.
La cultura è la prima arma per combattere i «mostri» come violenza e discriminazioni, elementi spesso presenti nei nostri stadi.
Con la stessa tecnica utilizzata per SupedrSarriBros, perché non realizzi un videoclip per unire la tifoseria del Napoli con gli ultrà della Roma?
Un video da condividere INSIEME, un primo passo per rompere quel muro di tensioni createsi tra le due tifoserie.
Se funziona, penseremo alle altre squadre.
Sarebbe una strada interessante per sfruttare la tua notorietà, a favore del mondo del calcio.
Che ne pensi? Saresti disposto?
R: Certo che sarei disposto!
Non nego che mi manca molto l’amicizia che anni fa esisteva con i cugini romanisti.
Purtroppo la tragedia di Ciro Esposito sarà impossibile da dimenticare e ci vorrebbe sul serio uno sforzo enorme per riappacificare le due tifoserie.
Provare non costa nulla.

D: L’intervista termina con un messaggio in bottiglia da lanciare nell’oceano della Rete.
A te l’ultima parola Gerardo!
R: Dedicatevi a ciò che vi appassiona!
Non è mai troppo tardi.
Ed aggiungo una citazione:

“Scegli un lavoro che ami e non dovrai lavorare nemmeno un giorno in tutta la tua vita” (Confucio)


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Valeria Corciolani, la scrittrice di gialli che ama i cattivi (e cita Einstein) [INTERVISTA]

Valeria Corciolani, quando la scintilla?

Conosco Valeria attraverso gli occhi di Guia e Lucia, le protagoniste del giallo appena finito, La mossa della cernia.
Giunto all’ultimo rigo, col sorriso stampato in viso, contatto l’autrice.

Desidero carpire l’attimo nel quale Valeria Corciolani diventa scrittrice (di successo), comprendere quando nasce la scintilla che cambia il flusso degli eventi, quel momento magico nel quale Valeria mette in discussione le certezze per rovesciare il suo mondo e seguire la passione, l’amore per la scrittura.

Valeria Corciolani, autrice di commedie noir

Dalle immagini alle parole

D: Valeria, quando e come hai compreso di essere una scrittrice?
Prima della scintilla, che vita conducevi?
R: “Scrittrice” mi pare sempre un sostantivo troppo grande e inarrivabile riferito a me che nasco lettrice ingorda e sempre eternamente grata a tutti gli autori che mi hanno trascinata nelle loro storie.
In realtà la mia vita non è cambiata molto, ho solo modificato “prospettiva”: prima raccontavo storie solo con le immagini, ora le racconto anche con le parole.
Ho realizzato che scrivere poteva diventare una faccenda seria dopo, grazie all’inaspettato e travolgente riscontro dei lettori, un po’ come partire con l’idea di assaggiare con l’alluce l’acqua del bagnasciuga e trovarsi felicemente catapultati nella traversata a nuoto della Manica.

D: Ci vuole più coraggio a svoltare e seguire la passione oppure a rimanere negli schemi prestabiliti privi di calore e colore?
R: Più che coraggio forse si tratta di abbandonarsi a quel pizzico di incoscienza che appartiene ai sogni.
Il coraggio viene dopo, quando dai la martellata al grillo parlante che ti saltella dentro ripetendoti allo sfinimento “ma che diavolo stai facendo?”.
Un grillo che non ha tutti i torti in effetti, perché l’editoria di questi tempi è forse il settore più sdrucciolevole e zeppo di incognite, ma per ora – nonostante le fatiche e le inevitabili delusioni – ne è valsa davvero la pena.

Valeria Corciolani, scrittrice di noir ed amante dell'arte in tutte le sue forme

Valeria Corciolani, Chiavari (ed il mare)

D: Valeria, le vicende di Guia e Lucia si svolgono a Chiavari, paese nel quale vivi e lavori. Che rapporto hai con la tua terra?
R: E’ un rapporto di grande affetto e di grande rabbia, molto simile a quello che nutro per il nostro Paese, l’Italia.
Viviamo in un luogo splendido, ricco di tesori, storia, arte, meraviglie naturali e … e sembra che la cosa non ci riguardi: non sappiamo valorizzarlo, non sappiamo sfruttarlo in modo consapevole, rispettoso e adeguato, non sappiamo viverlo e amarlo come merita, e questo mi fa una grande rabbia, ecco.

D: Chiavari è la tua “prigione d’oro” mentre l’infinito del mare è la fuga (letteraria)?
R: Chiavari è una cittadina di provincia, con tutti i pregi e i difetti delle piccole cittadine di provincia, qui sta il suo bello: è una miniera di spunti, di microstorie gustose, brulicante di vite e segreti che si gonfiano e sgonfiano passando di bocca in bocca.
Siamo liguri: parchi di convenevoli ma, scavando la scorza, ricchi di cuore e di poesia.
E poi c’è il mare, sconfinato immenso e nello stesso tempo culla e rifugio.
E’ la mia fuga sì, nel suo abbraccio ritrovo il mio “centro”: l’acqua si ingoia i pensieri molesti e tornano a galla solo le intuizioni migliori.

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Valeria Corciolani, autrice di “La mossa della cernia”

D: i personaggi di “La mossa della cernia” trasmettono umanità.
Non ho identificato nessun vero «cattivo» nel libro, nemmeno l’assassino.
Per un giallo, trovo sia un punto di debolezza ma anche una sorpresa inattesa.
Perché questo buonismo totale?
R: In realtà non si tratta di buonismo, piuttosto lo definirei uno sguardo che cerca di andare oltre il “cattivo” – che c’è, intendiamoci, ma non è detto che sia necessariamente il colpevole – figure che impari a conoscere nelle loro fragilità, nelle loro scelte e a cui tutto sommato ti affezioni.
Amo frugare nelle vite, entrare nelle loro storie e farci entrare chi legge, per scoprire le motivazioni umane che portano al delitto, dove non c’è separazione netta tra Bene e Male ma un’infinita varietà di sfumature.
Questo mi interessa più di una ricerca pedissequa degli indizi, che trovo sempre un poco arida e noiosa.
Simenon diceva:

“bisogna comprendere e mai giudicare, perché non ci sono solo vittime e non colpevoli”

Io credo sia davvero così e mi piace raccontarlo accompagnandoci il lettore, con lievità e anche un pizzico di ironia.
Infatti i miei romanzi sono più delle commedie noir che dei veri e propri gialli, la suddivisione in generi a volte costringe a queste piccole inesattezze che non corrispondono alla cuore vero dei romanzi, ma mi pare che i lettori in fondo non ci badino più di tanto.

D: Valeria, è il giorno della rivincita.
Tra tutti i tuoi romanzi quale credi sia stato sottovalutato dal pubblico?
R: Mah, sottovalutato magari no, però La mossa della cernia è tra tutti i miei romanzi forse quello che ha avuto meno visibilità, ma non mi pare che se la sia presa troppo 😉

Valeria Corciolani, l'autrice de La mossa della cernia

Valeria Corciolani, la scuola e la cultura

D: Agli scrittori chiedo sempre il proprio rapporto con la scuola.
Che tipo era il tuo professore di italiano?
R: Era una professoressa severissima e terribile eh, ma strepitosa!
Pensate che dopo una sua memorabile lezione su Émile Zola, uno all’insaputa dell’altro, ci siamo catapultati in libreria a comprare Teresa Raquin.
In classe eravamo in trentadue, l’abbiamo letta tutti fino all’ultima pagina.
E senza che nessuno ce l’avesse imposto.
Non aggiungo altro.

D: Ha contribuito a modellare la scrittrice di oggi oppure la formazione scolastica pensi sia solo nozionistica e non produce vera cultura?
R: Come si suol dire “la scuola la fanno gli insegnanti”: se l’insegnante è innamorato di ciò che insegna fa innamorare chi lo ascolta, sempre.
La cultura fatta solo di nozioni non è vera cultura, bisogna amare e “praticare” ciò che si studia, solo così si impara davvero.
Conoscere la regola serve solo se poi diventa parte interattiva del nostro viverla, leggere, ad esempio, è un modo meraviglioso e perfetto per imparare a scrivere, per conoscere la grammatica, i verbi, la costruzione del periodo … divertendosi.

Valeria Corciolani, scrittrice ed amante dell'arte in tutte le sue forme

I tre libri (o ebook?) consigliati da Valeria

D: Ci segnali i tre libri che non possono mancare nella tua libreria?
R: Questa è una domanda che mi mette sempre in crisi, ogni momento della mia vita è stato siglato da libri che hanno lasciato il segno e quindi l’elenco si allunga con l’età (lunghissssssimo, quindi).
Io amo molto rileggere, per cui mi baserò sui quelli che ho tenuto più tra le mani, potrebbe essere un compromesso accettabile?

  • I racconti di Dino Buzzati
  • A che punto è la notte di Fruttero&Lucentini
  • L’affare Saint – Fiacre di George Simenon
  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg

Eh, alla fine ne ho messi quattro, perdonata?

D: Una curiosità personale: Valeria sei legata al tabù devo-toccare-la-pagina e quindi leggi solo libri cartacei oppure sei una fautrice degli ebook (come il sottoscritto)?
R: Nessun tabù di sorta, e poi diciamolo, queste diatribe che sento tra digitale\cartaceo non hanno molto senso.
Ciò che conta veramente è LEGGERE, il come e dove non importa.
Uno non potrà mai soppiantare l’altro perché sono due facce di quella meravigliosa realtà che si chiama LIBRO.
Gli ebook sono pratici, leggeri, in vacanza ho finalmente tutta la valigia a disposizione (che prima tre quarti era dedicata ai libri) e in casa poi ho libri dappertutto, anche in bagno, per dire che stava diventando davvero complicato stivarne ancora.
Insomma, per me che leggo ovunque è davvero comodo: pesa niente e contiene più romanzi di una libreria a quattro pareti.
Ho il modello basico, quello che richiede la luce esterna e alla vista sembra proprio di leggere la pagina di un tascabile, si può ingrandire, sottolineare, evidenziare e fare le “orecchie” all’angolo della pagina senza patire (ebbene sì, non sopporto i libri rovinati e ciancicati, mi procura proprio un dolore fisico), sull’ebook lo faccio senza remore e le posso richiamare in modo pratico e veloce
Con questo il cartaceo lo compro ancora e lo amo, perché mi piace andare in libreria, perché certi libri sono proprio belli da vedere, da mostrare e da toccare e perché l’unica pecca dell’ebook è che non te lo puoi fare autografare, mannaggia…

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Valeria ed i «mostri»

D: dalla tua biografia scopro che ami l’arte in tutte le sue forme: scrittura, fotografia, creatività.
L’arte contro il degrado morale ed urbano: esiste un’arma più potente per combattere i «mostri»?
R: Bella domanda.
A cui vorrei esistesse davvero una risposta.
Nel blog dei “mostri” ho notato con piacere come si alternino le due facce di “mostritudine”, quasi a mettere l’accento sul “se si vuole cambiare si può davvero cambiare”.
Sono convinta che l’arte potrebbe essere un ottimo strumento per contrastare il degrado morale e urbano, si evince nel suo piccolo anche nella scelta di decorare sottopassi e palazzi, prima deturpati da scritte oscene e disegni ancor peggio, con i meravigliosi graffiti e murales degli street artist.
Un’educazione alla bellezza, una lezione visiva di educazione civica, rispetto e tutela dell’ambiente.
Gli stessi messaggi che possono passare attraverso la lettura di un buon libro, la visione di un buon film o di una pièce teatrale, o il piccolo universo racchiuso in uno scatto fotografico.

D: Valeria, sei capitata sul blog dei «mostri».
Quali i peggiori affrontati?
R: I peggiori “mostri” sono quelli impastati dall’ottusità.
La difficoltà di far capire che spendere per la cultura è l’unico modo per ricevere indietro il centuplo.
Ma il più delle volte è rimbalzare invano contro un muro di gomma.
Frustrante.

D: E come li hai contrastati?
R: Con l’evidenza dei fatti, ma ho scoperto che l’ottusità è spesso refrattaria anche all’evidenza.
Uno zoccolo durissimo difficile da scalzare, insomma.
Bisogna solo confidare nella fortuna di incappare in un pizzico di lungimiranza in più.
A volte capita, ma è raro più dei vetrini blu sulla spiaggia.

D: L’intervista termina con una riflessione a piacere.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
D: E’ una citazione di Albert Einstein, che racchiude in sé ciò di cui sono convinta e che non saprei dire meglio:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza.
La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo.”

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Luigi Borrone, il fotografo che ferma il tempo [INTERVISTA]

Luigi Borrone, fotografo per passione

«Amo la fotografia perché unico strumento per fermare il tempo.
Due foto scattate nello stesso istante, non saranno mai uguali»

Così si presenta Luigi Borrone, fotografo per passione.

Sempre sorridente, il mio amico è un tipo sensibile e con la battuta pronta.
Il buon umore di Luigi, però, non oscura il lato artistico e profondo di un ragazzo che ama la sua terra, la magnifica zona flegrea, protagonista di mille colorati scatti pubblicati (anche) sul canale Instagram.

Luigi Borrone, fotografo per passione

Luigi Borrone: come fermo il tempo

D: Luigi, ci spieghi perché «due foto scattate nello stesso istante, non saranno mai uguali?»
R: La macchina fotografica e l’unico strumento per fermare il tempo.
Ci sarà sempre quel nano secondo che rende due foto scattate in sequenza diverse l’una dall’altra.

Luigi Borrone, il fotografo che ama fermare il tempo

I trucchi di una buona foto

D: Luigi, la magnifica zona flegrea è spesso il soggetto delle tue foto.
Quanto conta il panorama per rendere uno scatto speciale?
R: Non sono mai stato un grande amante della foto di paesaggio.
La trovavo noiosa.
La luce del sole, nulla che si potesse costruire, dover sottostare ai tempi e ai modi della natura … orribile non poter “fare la luce” ma doverla solamente “subire”.
Ma essere nato nella zona flegrea, ha cambiato il mio rapporto con la fotografia di paesaggio.
Come fai a non immortalare la bellezze di questa terra?

D: Luigi, le tue pubblicazioni, oltre per lo scatto unico, si caratterizzano anche per le storie narrate: viene prima l’immagine oppure la parola?
R: Viene prima la parola.
Prima di scattare, bisogna avere le idee chiare ed è la chiarezza ad influire sul risultato finale facendo la “differenza”.
Oggi con il digitale si scattano milioni di foto; io, da piccolo, con la cara vecchia reflex, ricordo bene le 24 pose e il costo dei rullini.

D: I tre consigli per una bella foto?
R: Non saprei, io – come ti dicevo – sono un fotografo per passione.
Guardo molte foto scattate dagli altri, non sono in grado di fornire consigli.
Posso solo dire di mettere passione in ogni scatto.

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L’emigrante che odiava il mare

D: E’ tempo di rivincite: quale è lo scatto nel quale credevi ed invece è passato perlopiù inosservato?
R:  E’ uno scatto attuale, sul tema degli emigranti.
Queste persone provengono dal deserto e non hanno mai visto il mare.
Tante volte sono costretti, oltre al viaggio che affrontano, a vendere oggetti sulle nostre spiagge.
Una volta, dopo che scattai una foto ad un emigrante, mi fermai per mostrargliela e gli chiesi se sapesse nuotare.
Mi disse di no.
Veniva dal deserto libico, lui odiava il mare.

Luigi Borrone e l'emigrante che veniva dal deserto (e non sapeva nuotare)

Il bianco e nero

D: In una foto, quando il bianco e nero?
R: Usare il bianco e nero è puramente una scelta artistica, nessuno ci obbliga ad impiegarlo.
Del colore, si dice che sia una grossa distrazione.

D: Luigi, credi sia giusto ritoccare le foto? Non rischiamo di snaturare l’originale?
R: Qualche ritocco ci può stare, ma non tanti altrimenti la fotografia rischia di diventare un’immagine che la macchina fotografica non potrà mai riprodurre, quindi bella solo visivamente ma senza significato.
Di seguito, un esempio di foto modificata.

Luigi Borrone, il ritocco solo se necessario
luigi_borrone ed il foto ritocco

La foto denuncia

D: Luigi, sei su faCCebook.eu, il blog ufficiale dei «mostri»: a tal proposito, ne hai mai immortalato uno?
R: Si, ho fatto una segnalazione alla polizia locale per dei pali della segnaletica caduti a terra.

D: Credi nella foto denuncia oppure utilizzi il tuo canale solo per informare ed intrattenere?
R: Le mie foto riportano tutti gli avvenimenti che ci circondano.
Dalla denuncia all’evento, al ricordo.

Luigi Borrone, fotografo per passione

Travolto da twitter, instagram e facebook

D: Il tuo rapporto con i social?
R: Sono stato travolto dall’era dei social media.
Mi trovate su Instagram, twitter oppure la fanpage facebook.

D: Luigi, il messaggio finale da lanciare nell’oceano della Rete.
A te la parola!
R: Sono onorato dell’intervista, spero che mie foto trasmettano qualcosa.
Posso solo dire che la passione non assaggia, divora.
E ogni volta che scatto una foto seguo la mia filosofia: se nel mirino vedi una persona, lascia perdere.
E’ il suo pensiero che devi ritrarre.
Sperando di riuscirci.


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Le 5W di New York secondo Guia Rossignoli [INTERVISTA]

New York: Who? What? When? Where? Why?

Butto giù il fresco e leggero Planando piano su New York: un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei in un sorso.

L’originale guida scritta da Guia Rossignoli, blogger ed esperta d’arte, durante la permanenza (un anno) nella metropoli statunitense, da leggere tutta d’un fiato.

Le curiosità su New York, sulle difficoltà e l’entusiasmo di una ragazza che lascia Firenze per tuffarsi nella Grande Mela, non si esauriscono all’ultima pagina dell’ebook.
Anzi, aumentano.

Approfitto della disponibilità dell’autrice per chiedere un’intervista speciale: dopo un anno di vita newyorkese, riuscirà Guia a superare l’ostacolo delle 5W?

Guia Rossignlol a New York

Who? – Guia Rossignoli, chi è New York?

D: Guia, chi è Guia Rossignoli? … e chi è New York?
R: Guia Rossignoli è una ricercatrice.
Mi sembra ormai troppo semplicistico definirsi per quello che si è studiato.
In tal senso, risposta che soddisfa i più, sono restauratrice.
Ma è pur vero che sono anche scrittrice, perché ciò che muove i miei pensieri e il mio approccio con il mondo è come rendere un incontro, un episodio, un’avventura in forma di testo.
Da sempre scrivo per me, e questa è la mia grande passione.
New York è il moto costante, il luogo che mette alla prova per i ritmi frenetici e i costi surreali, non ammette disillusi, ospita molti ambiziosi.
Il miscuglio di culture che la città ospita rende possibile trovare un proprio spazio.
Di New York si dice tutto e il suo esatto contrario: il giudizio che si forma in ognuno dipende dal momento della vita in cui ci si arriva, dal proprio spirito, dai propri desideri, che possono esaudirsi o restare disattesi, come può accadere in ogni altro luogo.

D: Chi è invece Planando piano su New York?
R: Planando piano proviene da un blog che ero stata sollecitata ad avviare quando sono partita.
Questo spiega la sua struttura non lineare in forma di pensieri tra loro staccati, che la casa editrice ha chiesto espressamente di mantenere.

I grattacieli di New York

What? – Cos’è New York?

D: Guia, quali sono gli elementi che rendono New York «speciale» agli occhi del mondo? Cosa colpisce della Grande Mela?
Davvero esiste il «sogno americano» oppure è un’invenzione cinematografica?
R: New York è speciale per motivi vari e tutti coloro che la amano forse potrebbero citare qualcosa di diverso.
Ho adorato camminare e sentirmi invisibile fino a perdermi nella folla, riuscire a toccare nell’aria un’energia e una vibrazione altissima, percepire la possibilità che le cose si realizzino.
Colpisce il fatto che si decidano delle cose, ad esempio costruzioni, ristrutturazioni, restauri, e poi vengano non solo realizzate ma anche in tempi brevi.
Adesso la situazione politica è cambiata, ma a New York la gente è scesa in piazza e hanno protestato.
Il sogno americano esiste, e a volte si realizza.
Come quello italiano, francese o inglese del resto!
Ma nel moto c’è vita, e a New York di moto ce n’è moltissimo.
Ciò che vibra e si percepisce, per me la maggior differenza con l’Italia, è la speranza e la fiducia nel cambiamento costante e nel miglioramento.
L’ottenimento del successo è un’altra storia, e sta nelle proprie capacità, nel destino e in numerosi altri fattori che esulano sicuramente dalla circostanze geografiche.

D: Nel tuo Planando piano su New York, cosa trovo di diverso rispetto alle altre guide?
R: Non si tratta propriamente di una guida, ma della cosiddetta letteratura di viaggio.
E’ la mia esperienza su quella città; chi ha voglia di conoscere un punto di vista di chi ha lavorato in un museo americano e ha vissuto molto di musica, potrà curiosare tra le mie pagine.
Di diverso nel libro credo che si trovi l’autentico stupore, perché mi sono realmente entusiasmata di fronte a una miriade di incontri.

Guia Rossignoli, immagini da New York

When? Quando New York?

D: Guia, quale è la migliore stagione per visitare New York?
R: L’autunno per i colori spettacolari della natura, e il cielo terso, e la temperatura invidiabile.
L’inverno, per la neve che ti intrappola, ti stringe nelle sue spire, e ti mette alla prova.
La primavera, irreale con le sue cascate di petali nei parchi.
L’estate, perché sarà sempre la prima volta che ho visitato New York.

D: Quando leggere Planando piano su New York? Consigli una particolare stagione della vita?
R: Quando si è aperti e capaci di leggere tra le righe, se no forse sarà un racconto piuttosto semplice; ho volutamente omesso molto che è rimasto in sospeso, da approfondire in altri tempi, quando sarei stata pronta a raccontarlo.
Ma i semi ci sono, e qualcuno che ha riletto il libro una seconda volta li ha trovati.
Ho tentato, pur nella semplicità di molti dei capitoli, a lanciare dei piccoli messaggi, buoni comunque per ogni fase di lettura della vita.
Ci sarò riuscita?

L'inverno di New York

Where? – Dov’è New York?

D: Guia, New York è davvero il centro del mondo?
R: Non saprei. Il centro del mondo non siamo noi?

D: In quale meandro dei tuoi pensieri era nascosto Planando piano su New York: un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei?
New York ha avuto il merito di spronarti a scrivere?
R: Ho sempre scritto per me stessa, ma gli impegni di lavoro e familiari erano così pressanti da impedirmi la cura della scrittura.
Ovvietà e scuse.
Si sceglie ogni cosa: le priorità e tutto ciò che si vuole dimenticare, compreso chi siamo e cosa amiamo.
Ho passato una grande crisi iniziata prima di trasferirmi negli Stati Uniti.
Trovavo pace scrivendo, soprattutto dopo la perdita di alcune persone contestuale al mio ritorno in Italia.
Buttare fuori sui fogli è stata la cura per sentire che l’esistenza aveva un senso, che gli incontri hanno sempre un valore, che non è mai tutto perso finchè siamo vivi.
Certo che New York ha avuto il merito di spronarmi a scrivere.
Ho avuto molto tempo in solitudine, e per la prima volta mi sono posta come pagina bianca che doveva riscriversi da capo.
Faticoso, anzi terribile.
Adesso che sono in un’altra fase posso dire che è stato fondamentale per la mia vita.

Guia Rossignoli, autrice di Planando piano su New York: Un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei

Why? Perché New York?

D: Guia, perché ti sei innamorata di New York?
R: Questa città era il mio sogno da sempre.
Volevo imparare bene l’inglese, e adesso posso dire che me la cavo.
Volevo entrare in uno dei musei più importanti al mondo e ci sono riuscita, e pure dalla porta principale, per quanto mi sentissi sempre una mezza persa.
Sono una curiosa, e gli americani che conosco e ho conosciuto sono degli entusiasti, affascinati da noi.
A posteriori posso dire che è stato uno scambio non sempre facile ma ad armi pari, in cui io e New York ci siamo donate soprattutto innumerevoli meravigliosi regali.

D: Perché hai sentito l’esigenza di scrivere Planando piano su New York: un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei?
R: Con il blog ho iniziato a misurarmi con la scrittura e il pubblico; il libro è venuto quasi da solo.
Sono debitrice a tutti coloro che mi hanno incoraggiato, fatto complimenti, chiesto chiarimenti.
E’ stata una fase collettiva, piena d’aiuto e sostegno.

New York, foto di Guia Rossignoli

How? Come!

D: Guia, il come non rientra nelle 5W ma considerala una licenza poetica dell’intervistatore. Come ti ha cambiato il successo di Planando piano su New York
R: Grazie!
Molti hanno letto il libro e hanno dato il loro parere positivo ma non saprei se considerarlo un successo.
Forse si vedrà nel tempo?
La vera vittoria è che adesso sto riuscendo a scrivere nonostante tutti gli altri impegni.

D: Guia, siamo ai titoli di coda. A te l’ultima parola: lancia il messaggio nell’oceano della Rete.
R: Non mollare mai i propri sogni.
Si possono realizzare solo quando si ha chiari quali sono, e soprattutto quando si perseguono!

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Si può vivere di Matematica? Risponde la prof [INTERVISTA]

«Con la Matematica non potrà vivere» (1998)

«Con la Matematica non potrà vivere. Le spiace se accendo una sigaretta?»
Nel 1998 Page e Brin creano Google, Cossiga e Mastella fondano l’Unione Democratica della Repubblica ed il sottoscritto – giovane neolaureato – affronta le prime sfide per entrare ufficialmente nel mondo del lavoro.

Con la passione in tasca e l’amore per la Matematica, invio curriculum e sostengo colloqui.

L’uomo con la sigaretta lancia l’anatema: la Matematica è affascinante, nobile ma non ti riempe la pancia?

Alla fine avrà ragione: lavorerò nel mondo dell’Informatica e la Matematica resterà la parentesi accademica della mia vita.

Ornella, prof di Matematica ed ex informatica

L’intervista alla prof. Ornella

La Matematica del ventunesimo secolo

A distanza di vent’anni, ritorno sul brusco concetto dell’uomo con la sigaretta: nel ventunesimo secolo, si può vivere di Matematica?

Risponde la mia amica Ornella, laureata alla Federico II di Napoli (con il sottoscritto) ex informatica (collega prima in EDS e pol in HP) ed oggi professoressa esimia della Scienza Regina.

Ornella, nonostante il sangue infetto dai byte, è rimasta fedele alle sue convinzioni.
A differenza del sottoscritto.

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Matematica e lavoro

D: Ornella, come si è evoluta la tua carriera lavorativa dalla laurea ad oggi?
R: Mi sono laureata in pieno boom informatico, a ridosso dell’avvento dell’euro e dell’anno 2000: le aziende informatiche cercavano personale come il pane, in particolare laureati in discipline scientifiche.
Mi ritrovai a sostenere un colloquio senza aver neanche mandato il curriculum, forte del mio voto di laurea.
Per circa 15 anni ho lavorato come informatica, prima in Eds, poi in HP e da 3 anni sono approdata nel mondo della scuola rispolverando la mai sopita passione matematica.

D: In pieno boom tecnologico, consiglieresti ad un giovane di iscriversi alla facoltà di Matematica?
R: Si, assolutamente SI!
La tecnologia si evolve in fretta, tutto diventa obsoleto nell’arco di al più 6 mesi.
Ciò che invece dura per sempre è la capacità di affrontare e risolvere i problemi in maniera strutturata ed organizzata, capacità che lo studio della matematica aiuta ad affinare e perfezionare.
La tecnologia si impara in qualsiasi momento, con un buon manuale e tanto spirito di iniziativa: la capacità di ragionare, invece, va coltivata e sostenuta con percorsi di studio ad hoc.

Matematica o Informatica?

Matematica, vent’anni dopo (2017)

D: Con l’esperienza di un lavoratore triturato dalla crisi economica, sei pentito della scelta universitaria?  Se avessi saputo, avresti puntato su una facoltà più vicina alle richieste esplicite delle aziende?
R: Studiare in funzione di ciò che oggi richiede il mercato è una scelta sbagliata in partenza: da recenti studi è emerso che il lavoro che un giorno faranno i nostri figli, oggi non esiste ancora.
Sono convinta che vadano coltivate le proprie inclinazioni, cercando di maturare competenze che siano il più possibile trasversali.
Studiare matematica, a mio avviso, risponde alle richieste di tante aziende: mai sentito parlare di problem solving?
Per non parlare, poi, degli skill motivazionali: provateci voi a sostenere un esame in cui bisogna dimostrare centinaia di teoremi!
Se non è motivazione questa!
L’unico motivo per cui in qualche occasione mi sono pentita di aver studiato matematica è il fatto che non sia qualificante a livello professionale: un matematico non può esercitare la libera professione come un avvocato o un ingegnere e questo è senza dubbio un limite.

D: A distanza di vent’anni, analizzo la carriera di quel gruppo di matematici.
Molti insegnano, altri programmano: è questo il destino dei futuri matematici?
Divisi tra scuola e società informatiche?
Non è riduttivo per l’importanza degli studi affrontati?
R: Da quando lavorare è riduttivo?
Se guardi il bicchiere mezzo pieno scopri che nessuno di noi ha avuto difficoltà a collocarsi nel mondo del lavoro, che tanti hanno saputo riciclare le proprie conoscenze in un contesto completamente diverso: studiare matematica ci ha regalato un’elasticità mentale che non è da tutti!

La Matematica e la scuola

D: La scuola persiste nel suo schema secolare: l’insegnante difeso dalla cattedra, gli studenti incollati al banco ascoltano e scrivono (nel migliore dei casi).
Ornella, credi che la scuola debba rivedere il rapporto professore/alunno?
La Matematica, necessita di nuovi strumenti didattici?
R: Oggi la scuola è attraversata da due anime: c’è forte spinta al cambiamento ma anche tanta resistenza all’innovazione.
A questo va aggiunta una platea studentesca con degli stili di apprendimento lontanissimi da quelli a cui noi adulti siamo abituati.
Sono molti gli insegnanti che si mettono in discussione e sperimentano proposte didattiche innovative che si allontanano dalla classica lezione frontale.
Per la matematica, in particolare, c’è un orientamento ad un approccio più “problematico” che assiomatico che fornisca agli studenti gli strumenti per risolvere problemi sempre più vicini alla realtà.

D: Ornella, perché la Matematica è spesso odiata dagli studenti? 
Come descrivi il tuo rapporto con la Matematica?
R: Gli studenti detestano studiare cose di cui non percepiscono l’utilità, tanto più se mettono fortemente alla prova le loro capacità intellettive.
La matematica è senza dubbio un oggetto misterioso: è dappertutto ma loro non la vedono!
Lo sforzo principale nell’insegnamento è riuscire a far loro intravedere la matematica che è intorno, a far capire loro che cerchiamo insieme di strutturare pensieri e concetti che già posseggono.
Il mio rapporto con la Matematica oggi è fortemente viziato dall’essere stata un’informatica: tutto ciò che ho studiato lo rivedo e lo rielaboro alla luce dell’esperienza vissuta.
Anche nelle spiegazioni la mia visione è fortemente orientata ai processi, alla ripetibilità, alla deframmentazione dei problemi: uso molti schemi e mappe, cerco di educare i ragazzi all’analisi ed alla logica e (ANATEMA!!) non pretendo che ricordino formule a memoria … può darsi che sbagli, col tempo correggerò il tiro!

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La prof contro l’uomo con la sigaretta

D: Ripenso all’uomo con la sigaretta ed alla sua profezia: «con la Matematica non potrà vivere». Ornella, sei capace di smentire tale affermazione?
R: Diciamo che “Con la Matematica non potrà vivere nell’oro” è certamente vero ma è anche sorprendentemente vero che la Matematica insegna a vivere e ti dà strumenti per affrontare i problemi con un po’ di consapevolezza in più.

D: Ornella, sei in una classe del quinto anno delle superiori.
Devi spiegare perché la Matematica è «bella ed affascinante»: a te la parola.
R: Quando voglio stupire i miei alunni propongo una ricerca sulla successione di Fibonacci, denominata la successione di Dio, che regola tantissime cose presenti in natura: è bellissimo vedere le loro facce quando scoprono che anche la distribuzione dei petali di un fiore è regolata da una legge matematica e che i numeri non sono aridi come credevano!
A volte propongo anche qualche video divertente (ad esempio, il matematico Eduardo Saenz de Cabezon per farli riflettere sulle conquiste del pensiero: un teorema è per sempre!

D: Siamo ai titoli di coda: osservazioni matematiche libere
R: Cioè, che vuoi sapere?
Se finalmente ho imparato l’enunciato del Teorema del Dini in tutte le salse?

No, niente da fare!


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La storica serata degli ex Database, EDS ed HP: parla Emma, l’organizzatrice [INTERVISTA]

Perché rivedere gli ex colleghi di lavoro?

… ho visto Paola seduta su una panca, ci siamo strette in un abbraccio e lei mi ha sussurrato tra i singhiozzi che non era giusto, che era troppo triste e che avremmo dovuto incontrarci tutti in situazioni diverse, in allegria.

Intervisto Emma, l’ex collega che, dopo più di vent’anni, si è dimessa da HP – la multinazionale americana per la quale lavoravamo – ed oggi è fautrice di un incontro storico.

Al suo invito, rispondono quasi cento informatici conosciuti negli ultimi ventisette anni.

Emma, l'organizzatrice del raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

L’intervista ad Emma, l’organizzatrice

D: Emma, come e quando ti è balenata l’idea di radunare gli ex colleghi di lavoro degli ultimi ventisette anni?
R: Tutto è scaturito da un evento molto triste.
Mi trovavo al funerale di un ex collega venuto a mancare improvvisamente, la cosa mi aveva colpito profondamente, con la mente un po’ annebbiata continuavo a guardarmi intorno scrutando le facce dei presenti.
Erano proprio tanti e tantissimi erano i colleghi ma anche gli ex colleghi come me.
Ad un certo punto ho visto Paola seduta su una panca, ci siamo strette in un abbraccio e lei mi ha sussurrato tra i singhiozzi che non era giusto, che era troppo triste e che avremmo dovuto incontrarci tutti in situazioni diverse, in allegria.
Sono convinta che entrambe avessimo in mente che ci eravamo perse questa opportunità con Mino ma che lo stesso errore non doveva ripetersi in futuro.
Dopo qualche giorno mi sono detta: lo faccio!

D: Quanti hanno aderito all’iniziativa?
R: Eravamo 98.

D: Scusami se insisto ma devo porti una domanda scomoda.
Se due persone desiderano incontrarsi – anche se non lavorano più insieme – possono vedersi come e quando vogliono.
Organizzare una serata per convocare gli ex colleghi, non credi sia superfluo (o da ipocriti)?
R: L’ipocrisia non mi appartiene e chi mi conosce lo sa bene.
Credo che molti si siano incontrati anche prima di questo evento e lo faranno in futuro, ma rivedersi tutti insieme dopo tanto tempo, come se ci fossimo lasciati il giorno prima, credo non abbia prezzo.
Dopotutto, chi è intervenuto lo ha fatto liberamente sapendo che dietro questa serata non c’erano secondi fini o personaggi da corteggiare per “interesse”.
Ciò che ci accomunava erano e sono i bei ricordi e un’amicizia più o meno profonda ma pur sempre tale.

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

Il momento più toccante: il ricordo di Mino

D: Emma, che emozioni hai provato durante l’evento?
Il momento più toccante (se c’è stato)? 
Quali sentimenti hanno animato la serata?
Ad esempio, hai notato imbarazzo nel rivedere persone perse da oltre dieci anni?
R: L’emozione predominante è stata l’allegria, c’erano sorrisi sinceri ovunque, ben documentati dalle bellissime foto di Pietro.
C’era l’azienda che avevo trovato ad inizio carriera in Database, gente spensierata e ben disposta verso gli altri, qualche imbarazzo iniziale per qualcuno ma poi basta.
Quella era la mia gente, il tempo e le difficoltà ci hanno spesso resi peggiori, ci hanno incattiviti, ma per una sera eravamo nuovamente quelli di un tempo.
E’ stato emozionante!
Mi ha colpito molto la “riconoscenza” dimostratami da alcuni per ciò che avevo organizzato: una poesia, una statuina come riconoscimento per essere la “migliore organizer del mondo”, una maglietta simpaticissima, una rosa …. e tantissime belle parole.
Il momento più toccante è quando ho spiegato a tutti come era nato l’evento e quindi, per qualche attimo Mino è stato con noi, nella mente di ognuno, anche altri amici/colleghi persi in questi anni sono stati lì, con noi.

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

I «mostri» del passato

D: Scommetto che il LAVORO è stato il tema principale della serata ed i RICORDI hanno monopolizzato le discussioni.
R: Non mi è sembrato si parlasse di lavoro, tranne in qualche caso raro.
Da quello che ho potuto constatare, si stava insieme chiacchierando un po’ di tutto, come si fa di solito quando ci si incontra tra dei vecchi amici dopo tanto tempo.

D: Emma, come è il tuo rapporto con il tempo che fu? Temi i «mostri» del passato?
R: Ho deciso da tempo di rimuovere i «mostri» del passato, l’ho detto anche quando mi sono dimessa nella mia e-mail di saluto.
Ho deciso di portare via con me solo le cose belle.
Resta, ovviamente, la consapevolezza di quale sia stata la mia storia vera.
Nel bene e nel male, tutto ha contribuito a rendermi ciò che sono oggi ma a che serve struggersi pensando agli eventi negativi passati?

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

Il periodo più bello (ed il più difficile)

D: Dei tanti anni trascorsi nel mondo dell’informatica, quale il periodo più bello ed il più difficile?
R: Tanti sono stati i momenti belli, partendo dal corso di formazione insieme ad alcuni che poi sono rimasti i miei amici storici, passando per il periodo dell’anno 2000 con la mitica trasferta in Germania, le lotte sindacali che pure mi hanno regalato l’amicizia di splendide persone.
Il periodo più difficile è stato invece quello dell’emarginazione lavorativa, della consapevolezza di una volontà aziendale di smantellare il sito di Pozzuoli con la conseguente corsa al “si salvi chi può” che ha portato al logoramento dei rapporti umani tra colleghi.
Forse questa rimpatriata, inconsciamente, serviva anche a dimostrare a noi stessi che un altro mondo è possibile.

D: Soddisfatta della serata oppure cambieresti qualche dettaglio?
Non mi dire che hai intenzione di ripetere l’evento!
R: Direi che la serata è andata proprio bene, il posto era giusto, il servizio buono e le persone felici.
Forse cambierei un po’ il menù che non mi ha del tutto soddisfatta e l’aspetto esteriore della torta, che però era molto buona.
Credo che eventi simili siano belli perché unici, comunque lasciamo che sia il tempo a decidere se una replica sarà possibile ed avrà un senso.

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

Abu Dhabi, foto e parole di una napoletana (emigrata e felice)

Abu Dhabi, sei mila km da Napoli

«E’ vero, Ferrari, Porsche e Mercedes sono parcheggiate sotto casa e ti sfrecciano di fianco in autostrada. All’inizio un po’ ti fa impressione, dopo un po’ non ci fai più caso».

Nadia è nata a Napoli.
Ma vive a Abu Dhabi.
Negli Emirati Arabi, a sei mila chilometri da casa.

Nadia è mia amica.
Da vent’anni o forse più.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Dall’inviata ad Abu Dhabi, Emirati Arabi

Quante persone conosco ad Abu Dhabi?
Nessuna.
Oltre a Nadia, ovviamente.

L’eccezionalità dell’evento va sfruttato: per un giorno Nadia sarà il nostro corrispondente in Medio Oriente!

Come un vero inviato, risponderà a dieci domande per descrivere un mondo a noi ignoto.
A te la linea Nadia, vai con la diretta da Abu Dhabi!

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Lavorare ad Abu Dhabi: il Paradiso delle opportunità?

D: Nadia, perché Abu Dhabi?
R: Non ho scelto io Abu Dhabi, Abu Dhabi ha scelto me, con un’offerta di lavoro nello stesso settore nel quale ho lavorato per anni in Italia.
Fino a qualche anno fa quando pensavo a Dubai ed Abu Dhabi mi dicevo che non ci avrei speso una vacanza: un posto dove grattacieli e isole artificiali la fanno da padroni non mi attirava.
Poi l’offerta di lavoro interessante ed allettante mi ha ovviamente fatto riconsiderare le cose.
E per fortuna, devo dire, perché amo stare qui; mi sento sicura ed appagata.

D: Pensi agli Emirati Arabi ed immagini un mondo ricco, pieno di possibilità, ove la crisi economica non giungerà mai.
E’ un luogo comune oppure confermi: ad Abu Dhabi esistono reali opportunità di lavoro?
R: Direi di si, ci sono buone opportunità di lavoro ad Abu Dhabi e nel resto degli Emirati Arabi Uniti, dovute ad un’economia che partendo ovviamente dal settore Oil & Gas si è estesa in ogni direzione; perché da qualche anno a questa parte gli sceicchi hanno cominciato a diversificare, poichè il petrolio non durerà ancora molto.
Dubai ha puntato sul turismo, Abu Dhabi che è più tradizionale e conservativa, più araba direi, sul settore edilizio – locale ed estero, sulla ricerca e sviluppo di nuovi metodi di generazione di energia elettrica, sull’alta tecnologia, sul settore aerospaziale.
La crisi del 2007 comunque è giunta anche qui, non con la stessa intensità, ma comunque si è fatta sentire.

D: Quali consigli per una persona disposta a trasferirsi ad Abu Dhabi?
Oggi, quali sono le figure professionali più richieste?
R: Direi sicuramente tutte le figure legate al settore Alberghiero e Ristorazione, al Real Estate, ingegneri, meccanici. Figure però “da un certo livello in su’ ”.
Cioè: i lavori considerati ‘più’ umili’ sono prerogativa solo di certe nazionalità: indiani, filippini, pakistani.
Per esempio, non si trova un italiano che fa le pulizie o il portiere di palazzo.
L’Italiano operaio è almeno un supervisor.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Abu Dhabi, quanto costa vivere?

D: Immagino sceicchi, petrolieri e Ferrari parcheggiate fuori casa.
Quanto costa vivere ad Abu Dhabi?
Ci puoi fornire degli esempi reali? (Frutta, verdura, vino, vestiti, cinema …)
E lo stipendio medio per vivere con dignità, a quanto ammonta?
R: E’ vero, Ferrari, Porsche e Mercedes sono parcheggiate sotto casa e ti sfrecciano di fianco in autostrada.
All’inizio un po’ ti fa impressione, poi non ci fai più caso.
Ci sono delle cose che costano tantissimo, per esempio andare al ristorante, nei locali notturni, dove gli alcolici costano tantissimo, andare dal parrucchiere o in un centro estetico.
Di contro, ti puoi permettere di andare in questi posti col taxi perché con sette/otto euro riesci a fare un viaggio lungo anche una quarantina di chilometri.
I taxi sono molto utilizzati qui, specie durante i fine settimana, perché la soglia di tolleranza all’alcool è zero e se resti coinvolto in un incidente stradale (diciamo anche lieve) e non hai colpa, ma dall’alcool test viene fuori che hai bevuto un goccino di vino a cena, sei spacciato … il sistema giudiziario è molto veloce 
Elettricità, acqua e aria condizionata costano veramente poco, considerato l’uso spropositato che se ne fa.
Frutta e verdura forse un 10-15% in più rispetto all’Italia.
Il vino non si compra al supermercato: questo è un paese musulmano, all’avanguardia ma pur sempre musulmano!
Ci sono dei negozi in zone separate che vendono solo liquori e alcolici di ogni specie.
Per acquistarli devi avere una tessera che ‘bisognerebbe’ esibire ad ogni acquisto, ma devo dire che i proprietari di questi negozi non sono affatto rigidi in questo e quasi sempre l’acquisto non viene registrato attraverso la tessera.
La carne di maiale non si vende dappertutto, solo in alcuni supermercati e mai disposta in bella vista: c’è una stanzetta separata con la scritta sulla porta “Pork – for non Muslim” che ti conduce alla carne “ della perdizione “ dove 70 grammi di prosciutto cotto Citterio costano 5 euro …

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Un giorno qualsiasi

D: Nadia, ci descrivi una giornata-tipo ad Abu Dhabi?
Com’è il clima? Quali luoghi frequenti?
R: Durante la settimana la routine è normale e praticamente simile a quella che seguivo in Italia, con la differenza che qui vado a lavorare in macchina.
Lavoro dall 8 alle 17.
Io sono fortunata perchè abito vicino alla spiaggia, quindi ci sta che qualche volta, quando riesco a vincerla sulla pigrizia, il pomeriggio dopo il lavoro faccia una passeggiata fino alla spiaggia.
I tramonti qui sono bellissimi.
Durante il fine settimana, che qui è il venerdi e sabato, qualche ora in spiaggia – ma non in piena estate quando la temperatura arriva intorno ai 47 gradi.
Qui l’impronta è anglosassone, quindi il venerdi va di moda il brunch (ovviamente sto parlando di contesti con soli espatriati, senza gente del posto).
Il brunch è come un grande pranzo domenicale italiano, a buffet, con la differenza che i ‘non Italiani’, non si arrendono e non si ritirano fino a che non sono belli e sbronzi.
Perché’ poi c’è’ l’After Brunch e l’After After Brunch ….
Io già a fine brunch non vedo l’ora di tornare a casa e spesso è quello che faccio.
D’estate quando fa molto caldo e non si può passeggiare fuori si va nei mall.
Ce ne sono un’infinità.
Il Dubai Mall è immenso, come una piccola città.

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Abu Dhabi, assenza di criminalità

D: Il clima influenza i nostri comportamenti: come trovi le persone?
Cordiali? Disponibili? Ospitali?
Oppure distanti? Inavvicinabili? Con la puzza sotto al naso verso gli stranieri?
R: Non c’è una grande mescolanza tra ‘locali’ e ‘espatriati’, ma penso che ci sia un grande rispetto degli uni verso gli altri.
Nei mall, per esempio, si vedono donne in minigonna camminare di fianco a quelle in abbaia.
Qui siamo negli Emirati Arabi, il paese della felicità, non in Arabia Saudita.
Negli Emirati Arabi c’è il Ministero della Felicità e Tolleranza presieduto da una donna.
Se rispetti regole, sei a posto e vivi bene; se non le rispetti il sistema giudiziario è velocissimo e senza mezzi termini; la via al carcere è breve anche solo per qualche foto sbagliata o per un assegno a vuoto.
Se tenti di scattare una foto a un sito petrolifero, dove è chiaramente indicato che è proibito scattare foto, ti arrestano e ti portano in carcere.
E’ capitato, ho letto, ad una coppia italiana di madre e figlio.
Chi va contro le regole viene punito, ed è per questo che qui’ criminalità e microcriminalità sono praticamente inesistenti.
Se dimentichi il cellulare da qualche parte e quasi sicuro che lo ritrovi.
Se tenti di scattare una foto di nascosto ad una persona del posto, è possibile che questa si insospettisca. Ma se sul lungomare di Dubai c’è gente del posto seduta a godersi un pomeriggio di ozio e ti fermi a parlare con loro, allora ti accorgi di quanto sono ospitali e disponibili, ti offrono acqua caffè e datteri.
E’ capitato a me personalmente quando la mia famiglia è venuta a trovarmi.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Italians do it better

D: Da Abu Dhabi, come appare la nostra piccola Italia?
Come ci giudicano gli «altri»?
R: Mafia. E’ la prima parola che viene in mente a tutti quando sentono che sei Italiano (i miei colleghi mi hanno soprannominato Mafi), però anche ‘maccheroni’ e ‘Armani’ e made in Italy di qualità o ‘Italians do it better’

AbuDhabi - Napoli, 6000 chilomentri

L’altra Abu Dhabi

D: Nadia, non riesco ad immaginare un luogo ove vige l’Assoluto.
Sono convinto che, sotto il tappeto (orientale), si nascondono dei piccoli, grandi «mostri».
Per esempio, negli Emirati Arabi, il dramma dell’immigrazione come viene affrontato?
Esiste un problema terrorismo e/o sicurezza interna?
R: In un paese dove la popolazione è per il 90% di immigrati, l’immigrazione non è un dramma, ma una benedizione all’economia.
Qui vivono pacificamente piu’ di 120 nazionalita’ diverse.
Ognuno con le proprie tradizioni e soprattutto il rispetto delle regole.
Io mi sento al sicuro qui, gli Emirati non sono l’Arabia Saudita e dico che questo è il paese più sicuro del mondo.
Qui non esistono immigrati illegali.
Tutti gli immigrati hanno la residenza e per avere la residenza c’è bisogno di uno sponsor, che e il datore di lavoro.
Senza un datore di lavoro resti un turista in visita per non più tre mesi.

D: Il cofano della Ferrari brilla sotto il sole cocente.
Ci sarà pure qualcuno che dovrà sgobbare per pulire quel cofano!?
Ad Abu Dhabi, sono rispettati i diritti dei lavoratori?
R: Si, ci sono i car-cleaners, dappertutto: nei parcheggi dei centri commerciali, nei parcheggi sotto casa e per venti / trenta dirham (5 / 6 euro) ti puliscono la macchina all’esterno.
Hanno questi piccoli carrellini con tutto l’essenziale, acqua inclusa e nel tempo di una spesa al supermercato ti ritrovi la macchina bella pulita.
Ma non sono illegali, sono dipendenti di una ditta specializzata.
Lavorano più di dodici ore al giorno e d’estate a 45 gradi, i parcheggi sono delle fornaci.
A tutti i lavoratori è offerto vitto e alloggio oltre allo stipendio, trasporto da e per il luogo di lavoro e un’assicurazione medica.
Questo trattamento è offerto a tutti, anche ai cleaners o a quelli che alle casse dei supermercati ti sistemano la spesa nelle buste (ce n’è’ uno ad ogni cassa!).
Ok, magari l’alloggio non è poi questo posto di lusso, sono camerate condivise, ma è comunque una sistemazione, aria condizionata inclusa ovviamente.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Nadia, emigrante e … felice!

D: La distanza incolmabile tra povertà e ricchezza è la scintilla per accendere il fuoco della violenza. Anche ad Abu Dhabi le periferie sono affollate di africani, filippini e bengalesi?
In un mondo dove trionfa l’extra lusso, sono loro gli «invisibili»?
Gli sfruttati per i lavori cosiddetti minori?
I sottopagati globali del ventunesimo secolo?
R: Mah, non saprei riguardo allo sfruttamento.
Io so che quello che guadagnano qua basta a mantenere famiglie intere nel loro paese e anche a comprare case.
Un assistente contabile Filippino o Indiano guadagna quanto un impiegato medio Italiano (magari con laurea), cioè l’equivalente di 1200/1300 euro al mese.
Un IT Indiano di medio/basso livello guadagna l’equivalente di 1000 euro al mese; e 1000 euro mandati in India vi assicuro che sono un’enormità.
Gli operai guadagnano di meno e lavorano di più ma in quale paese questo non avviene?

D: Nadia,da Abu Dhabi, prima di restituire la linea, lancia una riflessione libera.
Vai, gli ultimi novanta secondi sono tuoi!
R: Sono contenta di stare qui perché mi sento appagata dal punto di vista economico-lavorativo, ho una buona vita sociale, amici, pochi ma buoni. Comunque, non è sempre tutto così facile e bello come appare.
Il primo anno è stato durissimo.
Stare lontani dai propri affetti, interagire continuamente con persone di cultura e tradizioni totalmente diverse, ricominciare in un nuovo ambiente di lavoro ma questo cambiamento mi ha fatto crescere e arricchito perciò se tornassi indietro lo rifarei altre mille volte.


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