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Category: Interviste (Page 1 of 2)

Luigi Borrone, il fotografo che ferma il tempo [INTERVISTA]

Luigi Borrone, fotografo per passione

«Amo la fotografia perché unico strumento per fermare il tempo.
Due foto scattate nello stesso istante, non saranno mai uguali»

Così si presenta Luigi Borrone, fotografo per passione.

Sempre sorridente, il mio amico è un tipo sensibile e con la battuta pronta.
Il buon umore di Luigi, però, non oscura il lato artistico e profondo di un ragazzo che ama la sua terra, la magnifica zona flegrea, protagonista di mille colorati scatti pubblicati (anche) sul canale Instagram.

Luigi Borrone, fotografo per passione

Luigi Borrone: come fermo il tempo

D: Luigi, ci spieghi perché «due foto scattate nello stesso istante, non saranno mai uguali?»
R: La macchina fotografica e l’unico strumento per fermare il tempo.
Ci sarà sempre quel nano secondo che rende due foto scattate in sequenza diverse l’una dall’altra.

Luigi Borrone, il fotografo che ama fermare il tempo

I trucchi di una buona foto

D: Luigi, la magnifica zona flegrea è spesso il soggetto delle tue foto.
Quanto conta il panorama per rendere uno scatto speciale?
R: Non sono mai stato un grande amante della foto di paesaggio.
La trovavo noiosa.
La luce del sole, nulla che si potesse costruire, dover sottostare ai tempi e ai modi della natura … orribile non poter “fare la luce” ma doverla solamente “subire”.
Ma essere nato nella zona flegrea, ha cambiato il mio rapporto con la fotografia di paesaggio.
Come fai a non immortalare la bellezze di questa terra?

D: Luigi, le tue pubblicazioni, oltre per lo scatto unico, si caratterizzano anche per le storie narrate: viene prima l’immagine oppure la parola?
R: Viene prima la parola.
Prima di scattare, bisogna avere le idee chiare ed è la chiarezza ad influire sul risultato finale facendo la “differenza”.
Oggi con il digitale si scattano milioni di foto; io, da piccolo, con la cara vecchia reflex, ricordo bene le 24 pose e il costo dei rullini.

D: I tre consigli per una bella foto?
R: Non saprei, io – come ti dicevo – sono un fotografo per passione.
Guardo molte foto scattate dagli altri, non sono in grado di fornire consigli.
Posso solo dire di mettere passione in ogni scatto.

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L’emigrante che odiava il mare

D: E’ tempo di rivincite: quale è lo scatto nel quale credevi ed invece è passato perlopiù inosservato?
R:  E’ uno scatto attuale, sul tema degli emigranti.
Queste persone provengono dal deserto e non hanno mai visto il mare.
Tante volte sono costretti, oltre al viaggio che affrontano, a vendere oggetti sulle nostre spiagge.
Una volta, dopo che scattai una foto ad un emigrante, mi fermai per mostrargliela e gli chiesi se sapesse nuotare.
Mi disse di no.
Veniva dal deserto libico, lui odiava il mare.

Luigi Borrone e l'emigrante che veniva dal deserto (e non sapeva nuotare)

Il bianco e nero

D: In una foto, quando il bianco e nero?
R: Usare il bianco e nero è puramente una scelta artistica, nessuno ci obbliga ad impiegarlo.
Del colore, si dice che sia una grossa distrazione.

D: Luigi, credi sia giusto ritoccare le foto? Non rischiamo di snaturare l’originale?
R: Qualche ritocco ci può stare, ma non tanti altrimenti la fotografia rischia di diventare un’immagine che la macchina fotografica non potrà mai riprodurre, quindi bella solo visivamente ma senza significato.
Di seguito, un esempio di foto modificata.

Luigi Borrone, il ritocco solo se necessario
luigi_borrone ed il foto ritocco

La foto denuncia

D: Luigi, sei su faCCebook.eu, il blog ufficiale dei «mostri»: a tal proposito, ne hai mai immortalato uno?
R: Si, ho fatto una segnalazione alla polizia locale per dei pali della segnaletica caduti a terra.

D: Credi nella foto denuncia oppure utilizzi il tuo canale solo per informare ed intrattenere?
R: Le mie foto riportano tutti gli avvenimenti che ci circondano.
Dalla denuncia all’evento, al ricordo.

Luigi Borrone, fotografo per passione

Travolto da twitter, instagram e facebook

D: Il tuo rapporto con i social?
R: Sono stato travolto dall’era dei social media.
Mi trovate su Instagram, twitter oppure la fanpage facebook.

D: Luigi, il messaggio finale da lanciare nell’oceano della Rete.
A te la parola!
R: Sono onorato dell’intervista, spero che mie foto trasmettano qualcosa.
Posso solo dire che la passione non assaggia, divora.
E ogni volta che scatto una foto seguo la mia filosofia: se nel mirino vedi una persona, lascia perdere.
E’ il suo pensiero che devi ritrarre.
Sperando di riuscirci.


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Le 5W di New York secondo Guia Rossignoli [INTERVISTA]

New York: Who? What? When? Where? Why?

Butto giù il fresco e leggero Planando piano su New York: un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei in un sorso.

L’originale guida scritta da Guia Rossignoli, blogger ed esperta d’arte, durante la permanenza (un anno) nella metropoli statunitense, da leggere tutta d’un fiato.

Le curiosità su New York, sulle difficoltà e l’entusiasmo di una ragazza che lascia Firenze per tuffarsi nella Grande Mela, non si esauriscono all’ultima pagina dell’ebook.
Anzi, aumentano.

Approfitto della disponibilità dell’autrice per chiedere un’intervista speciale: dopo un anno di vita newyorkese, riuscirà Guia a superare l’ostacolo delle 5W?

Guia Rossignlol a New York

Who? – Guia Rossignoli, chi è New York?

D: Guia, chi è Guia Rossignoli? … e chi è New York?
R: Guia Rossignoli è una ricercatrice.
Mi sembra ormai troppo semplicistico definirsi per quello che si è studiato.
In tal senso, risposta che soddisfa i più, sono restauratrice.
Ma è pur vero che sono anche scrittrice, perché ciò che muove i miei pensieri e il mio approccio con il mondo è come rendere un incontro, un episodio, un’avventura in forma di testo.
Da sempre scrivo per me, e questa è la mia grande passione.
New York è il moto costante, il luogo che mette alla prova per i ritmi frenetici e i costi surreali, non ammette disillusi, ospita molti ambiziosi.
Il miscuglio di culture che la città ospita rende possibile trovare un proprio spazio.
Di New York si dice tutto e il suo esatto contrario: il giudizio che si forma in ognuno dipende dal momento della vita in cui ci si arriva, dal proprio spirito, dai propri desideri, che possono esaudirsi o restare disattesi, come può accadere in ogni altro luogo.

D: Chi è invece Planando piano su New York?
R: Planando piano proviene da un blog che ero stata sollecitata ad avviare quando sono partita.
Questo spiega la sua struttura non lineare in forma di pensieri tra loro staccati, che la casa editrice ha chiesto espressamente di mantenere.

I grattacieli di New York

What? – Cos’è New York?

D: Guia, quali sono gli elementi che rendono New York «speciale» agli occhi del mondo? Cosa colpisce della Grande Mela?
Davvero esiste il «sogno americano» oppure è un’invenzione cinematografica?
R: New York è speciale per motivi vari e tutti coloro che la amano forse potrebbero citare qualcosa di diverso.
Ho adorato camminare e sentirmi invisibile fino a perdermi nella folla, riuscire a toccare nell’aria un’energia e una vibrazione altissima, percepire la possibilità che le cose si realizzino.
Colpisce il fatto che si decidano delle cose, ad esempio costruzioni, ristrutturazioni, restauri, e poi vengano non solo realizzate ma anche in tempi brevi.
Adesso la situazione politica è cambiata, ma a New York la gente è scesa in piazza e hanno protestato.
Il sogno americano esiste, e a volte si realizza.
Come quello italiano, francese o inglese del resto!
Ma nel moto c’è vita, e a New York di moto ce n’è moltissimo.
Ciò che vibra e si percepisce, per me la maggior differenza con l’Italia, è la speranza e la fiducia nel cambiamento costante e nel miglioramento.
L’ottenimento del successo è un’altra storia, e sta nelle proprie capacità, nel destino e in numerosi altri fattori che esulano sicuramente dalla circostanze geografiche.

D: Nel tuo Planando piano su New York, cosa trovo di diverso rispetto alle altre guide?
R: Non si tratta propriamente di una guida, ma della cosiddetta letteratura di viaggio.
E’ la mia esperienza su quella città; chi ha voglia di conoscere un punto di vista di chi ha lavorato in un museo americano e ha vissuto molto di musica, potrà curiosare tra le mie pagine.
Di diverso nel libro credo che si trovi l’autentico stupore, perché mi sono realmente entusiasmata di fronte a una miriade di incontri.

Guia Rossignoli, immagini da New York

When? Quando New York?

D: Guia, quale è la migliore stagione per visitare New York?
R: L’autunno per i colori spettacolari della natura, e il cielo terso, e la temperatura invidiabile.
L’inverno, per la neve che ti intrappola, ti stringe nelle sue spire, e ti mette alla prova.
La primavera, irreale con le sue cascate di petali nei parchi.
L’estate, perché sarà sempre la prima volta che ho visitato New York.

D: Quando leggere Planando piano su New York? Consigli una particolare stagione della vita?
R: Quando si è aperti e capaci di leggere tra le righe, se no forse sarà un racconto piuttosto semplice; ho volutamente omesso molto che è rimasto in sospeso, da approfondire in altri tempi, quando sarei stata pronta a raccontarlo.
Ma i semi ci sono, e qualcuno che ha riletto il libro una seconda volta li ha trovati.
Ho tentato, pur nella semplicità di molti dei capitoli, a lanciare dei piccoli messaggi, buoni comunque per ogni fase di lettura della vita.
Ci sarò riuscita?

L'inverno di New York

Where? – Dov’è New York?

D: Guia, New York è davvero il centro del mondo?
R: Non saprei. Il centro del mondo non siamo noi?

D: In quale meandro dei tuoi pensieri era nascosto Planando piano su New York: un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei?
New York ha avuto il merito di spronarti a scrivere?
R: Ho sempre scritto per me stessa, ma gli impegni di lavoro e familiari erano così pressanti da impedirmi la cura della scrittura.
Ovvietà e scuse.
Si sceglie ogni cosa: le priorità e tutto ciò che si vuole dimenticare, compreso chi siamo e cosa amiamo.
Ho passato una grande crisi iniziata prima di trasferirmi negli Stati Uniti.
Trovavo pace scrivendo, soprattutto dopo la perdita di alcune persone contestuale al mio ritorno in Italia.
Buttare fuori sui fogli è stata la cura per sentire che l’esistenza aveva un senso, che gli incontri hanno sempre un valore, che non è mai tutto perso finchè siamo vivi.
Certo che New York ha avuto il merito di spronarmi a scrivere.
Ho avuto molto tempo in solitudine, e per la prima volta mi sono posta come pagina bianca che doveva riscriversi da capo.
Faticoso, anzi terribile.
Adesso che sono in un’altra fase posso dire che è stato fondamentale per la mia vita.

Guia Rossignoli, autrice di Planando piano su New York: Un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei

Why? Perché New York?

D: Guia, perché ti sei innamorata di New York?
R: Questa città era il mio sogno da sempre.
Volevo imparare bene l’inglese, e adesso posso dire che me la cavo.
Volevo entrare in uno dei musei più importanti al mondo e ci sono riuscita, e pure dalla porta principale, per quanto mi sentissi sempre una mezza persa.
Sono una curiosa, e gli americani che conosco e ho conosciuto sono degli entusiasti, affascinati da noi.
A posteriori posso dire che è stato uno scambio non sempre facile ma ad armi pari, in cui io e New York ci siamo donate soprattutto innumerevoli meravigliosi regali.

D: Perché hai sentito l’esigenza di scrivere Planando piano su New York: un anno nella Grande Mela tra musica, libri e musei?
R: Con il blog ho iniziato a misurarmi con la scrittura e il pubblico; il libro è venuto quasi da solo.
Sono debitrice a tutti coloro che mi hanno incoraggiato, fatto complimenti, chiesto chiarimenti.
E’ stata una fase collettiva, piena d’aiuto e sostegno.

New York, foto di Guia Rossignoli

How? Come!

D: Guia, il come non rientra nelle 5W ma considerala una licenza poetica dell’intervistatore. Come ti ha cambiato il successo di Planando piano su New York
R: Grazie!
Molti hanno letto il libro e hanno dato il loro parere positivo ma non saprei se considerarlo un successo.
Forse si vedrà nel tempo?
La vera vittoria è che adesso sto riuscendo a scrivere nonostante tutti gli altri impegni.

D: Guia, siamo ai titoli di coda. A te l’ultima parola: lancia il messaggio nell’oceano della Rete.
R: Non mollare mai i propri sogni.
Si possono realizzare solo quando si ha chiari quali sono, e soprattutto quando si perseguono!

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Si può vivere di Matematica? Risponde la prof [INTERVISTA]

«Con la Matematica non potrà vivere» (1998)

«Con la Matematica non potrà vivere. Le spiace se accendo una sigaretta?»
Nel 1998 Page e Brin creano Google, Cossiga e Mastella fondano l’Unione Democratica della Repubblica ed il sottoscritto – giovane neolaureato – affronta le prime sfide per entrare ufficialmente nel mondo del lavoro.

Con la passione in tasca e l’amore per la Matematica, invio curriculum e sostengo colloqui.

L’uomo con la sigaretta lancia l’anatema: la Matematica è affascinante, nobile ma non ti riempe la pancia?

Alla fine avrà ragione: lavorerò nel mondo dell’Informatica e la Matematica resterà la parentesi accademica della mia vita.

Ornella, prof di Matematica ed ex informatica

L’intervista alla prof. Ornella

La Matematica del ventunesimo secolo

A distanza di vent’anni, ritorno sul brusco concetto dell’uomo con la sigaretta: nel ventunesimo secolo, si può vivere di Matematica?

Risponde la mia amica Ornella, laureata alla Federico II di Napoli (con il sottoscritto) ex informatica (collega prima in EDS e pol in HP) ed oggi professoressa esimia della Scienza Regina.

Ornella, nonostante il sangue infetto dai byte, è rimasta fedele alle sue convinzioni.
A differenza del sottoscritto.

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Matematica e lavoro

D: Ornella, come si è evoluta la tua carriera lavorativa dalla laurea ad oggi?
R: Mi sono laureata in pieno boom informatico, a ridosso dell’avvento dell’euro e dell’anno 2000: le aziende informatiche cercavano personale come il pane, in particolare laureati in discipline scientifiche.
Mi ritrovai a sostenere un colloquio senza aver neanche mandato il curriculum, forte del mio voto di laurea.
Per circa 15 anni ho lavorato come informatica, prima in Eds, poi in HP e da 3 anni sono approdata nel mondo della scuola rispolverando la mai sopita passione matematica.

D: In pieno boom tecnologico, consiglieresti ad un giovane di iscriversi alla facoltà di Matematica?
R: Si, assolutamente SI!
La tecnologia si evolve in fretta, tutto diventa obsoleto nell’arco di al più 6 mesi.
Ciò che invece dura per sempre è la capacità di affrontare e risolvere i problemi in maniera strutturata ed organizzata, capacità che lo studio della matematica aiuta ad affinare e perfezionare.
La tecnologia si impara in qualsiasi momento, con un buon manuale e tanto spirito di iniziativa: la capacità di ragionare, invece, va coltivata e sostenuta con percorsi di studio ad hoc.

Matematica o Informatica?

Matematica, vent’anni dopo (2017)

D: Con l’esperienza di un lavoratore triturato dalla crisi economica, sei pentito della scelta universitaria?  Se avessi saputo, avresti puntato su una facoltà più vicina alle richieste esplicite delle aziende?
R: Studiare in funzione di ciò che oggi richiede il mercato è una scelta sbagliata in partenza: da recenti studi è emerso che il lavoro che un giorno faranno i nostri figli, oggi non esiste ancora.
Sono convinta che vadano coltivate le proprie inclinazioni, cercando di maturare competenze che siano il più possibile trasversali.
Studiare matematica, a mio avviso, risponde alle richieste di tante aziende: mai sentito parlare di problem solving?
Per non parlare, poi, degli skill motivazionali: provateci voi a sostenere un esame in cui bisogna dimostrare centinaia di teoremi!
Se non è motivazione questa!
L’unico motivo per cui in qualche occasione mi sono pentita di aver studiato matematica è il fatto che non sia qualificante a livello professionale: un matematico non può esercitare la libera professione come un avvocato o un ingegnere e questo è senza dubbio un limite.

D: A distanza di vent’anni, analizzo la carriera di quel gruppo di matematici.
Molti insegnano, altri programmano: è questo il destino dei futuri matematici?
Divisi tra scuola e società informatiche?
Non è riduttivo per l’importanza degli studi affrontati?
R: Da quando lavorare è riduttivo?
Se guardi il bicchiere mezzo pieno scopri che nessuno di noi ha avuto difficoltà a collocarsi nel mondo del lavoro, che tanti hanno saputo riciclare le proprie conoscenze in un contesto completamente diverso: studiare matematica ci ha regalato un’elasticità mentale che non è da tutti!

La Matematica e la scuola

D: La scuola persiste nel suo schema secolare: l’insegnante difeso dalla cattedra, gli studenti incollati al banco ascoltano e scrivono (nel migliore dei casi).
Ornella, credi che la scuola debba rivedere il rapporto professore/alunno?
La Matematica, necessita di nuovi strumenti didattici?
R: Oggi la scuola è attraversata da due anime: c’è forte spinta al cambiamento ma anche tanta resistenza all’innovazione.
A questo va aggiunta una platea studentesca con degli stili di apprendimento lontanissimi da quelli a cui noi adulti siamo abituati.
Sono molti gli insegnanti che si mettono in discussione e sperimentano proposte didattiche innovative che si allontanano dalla classica lezione frontale.
Per la matematica, in particolare, c’è un orientamento ad un approccio più “problematico” che assiomatico che fornisca agli studenti gli strumenti per risolvere problemi sempre più vicini alla realtà.

D: Ornella, perché la Matematica è spesso odiata dagli studenti? 
Come descrivi il tuo rapporto con la Matematica?
R: Gli studenti detestano studiare cose di cui non percepiscono l’utilità, tanto più se mettono fortemente alla prova le loro capacità intellettive.
La matematica è senza dubbio un oggetto misterioso: è dappertutto ma loro non la vedono!
Lo sforzo principale nell’insegnamento è riuscire a far loro intravedere la matematica che è intorno, a far capire loro che cerchiamo insieme di strutturare pensieri e concetti che già posseggono.
Il mio rapporto con la Matematica oggi è fortemente viziato dall’essere stata un’informatica: tutto ciò che ho studiato lo rivedo e lo rielaboro alla luce dell’esperienza vissuta.
Anche nelle spiegazioni la mia visione è fortemente orientata ai processi, alla ripetibilità, alla deframmentazione dei problemi: uso molti schemi e mappe, cerco di educare i ragazzi all’analisi ed alla logica e (ANATEMA!!) non pretendo che ricordino formule a memoria … può darsi che sbagli, col tempo correggerò il tiro!

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La prof contro l’uomo con la sigaretta

D: Ripenso all’uomo con la sigaretta ed alla sua profezia: «con la Matematica non potrà vivere». Ornella, sei capace di smentire tale affermazione?
R: Diciamo che “Con la Matematica non potrà vivere nell’oro” è certamente vero ma è anche sorprendentemente vero che la Matematica insegna a vivere e ti dà strumenti per affrontare i problemi con un po’ di consapevolezza in più.

D: Ornella, sei in una classe del quinto anno delle superiori.
Devi spiegare perché la Matematica è «bella ed affascinante»: a te la parola.
R: Quando voglio stupire i miei alunni propongo una ricerca sulla successione di Fibonacci, denominata la successione di Dio, che regola tantissime cose presenti in natura: è bellissimo vedere le loro facce quando scoprono che anche la distribuzione dei petali di un fiore è regolata da una legge matematica e che i numeri non sono aridi come credevano!
A volte propongo anche qualche video divertente (ad esempio, il matematico Eduardo Saenz de Cabezon per farli riflettere sulle conquiste del pensiero: un teorema è per sempre!

D: Siamo ai titoli di coda: osservazioni matematiche libere
R: Cioè, che vuoi sapere?
Se finalmente ho imparato l’enunciato del Teorema del Dini in tutte le salse?

No, niente da fare!


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La storica serata degli ex Database, EDS ed HP: parla Emma, l’organizzatrice [INTERVISTA]

Perché rivedere gli ex colleghi di lavoro?

… ho visto Paola seduta su una panca, ci siamo strette in un abbraccio e lei mi ha sussurrato tra i singhiozzi che non era giusto, che era troppo triste e che avremmo dovuto incontrarci tutti in situazioni diverse, in allegria.

Intervisto Emma, l’ex collega che, dopo più di vent’anni, si è dimessa da HP – la multinazionale americana per la quale lavoravamo – ed oggi è fautrice di un incontro storico.

Al suo invito, rispondono quasi cento informatici conosciuti negli ultimi ventisette anni.

Emma, l'organizzatrice del raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

L’intervista ad Emma, l’organizzatrice

D: Emma, come e quando ti è balenata l’idea di radunare gli ex colleghi di lavoro degli ultimi ventisette anni?
R: Tutto è scaturito da un evento molto triste.
Mi trovavo al funerale di un ex collega venuto a mancare improvvisamente, la cosa mi aveva colpito profondamente, con la mente un po’ annebbiata continuavo a guardarmi intorno scrutando le facce dei presenti.
Erano proprio tanti e tantissimi erano i colleghi ma anche gli ex colleghi come me.
Ad un certo punto ho visto Paola seduta su una panca, ci siamo strette in un abbraccio e lei mi ha sussurrato tra i singhiozzi che non era giusto, che era troppo triste e che avremmo dovuto incontrarci tutti in situazioni diverse, in allegria.
Sono convinta che entrambe avessimo in mente che ci eravamo perse questa opportunità con Mino ma che lo stesso errore non doveva ripetersi in futuro.
Dopo qualche giorno mi sono detta: lo faccio!

D: Quanti hanno aderito all’iniziativa?
R: Eravamo 98.

D: Scusami se insisto ma devo porti una domanda scomoda.
Se due persone desiderano incontrarsi – anche se non lavorano più insieme – possono vedersi come e quando vogliono.
Organizzare una serata per convocare gli ex colleghi, non credi sia superfluo (o da ipocriti)?
R: L’ipocrisia non mi appartiene e chi mi conosce lo sa bene.
Credo che molti si siano incontrati anche prima di questo evento e lo faranno in futuro, ma rivedersi tutti insieme dopo tanto tempo, come se ci fossimo lasciati il giorno prima, credo non abbia prezzo.
Dopotutto, chi è intervenuto lo ha fatto liberamente sapendo che dietro questa serata non c’erano secondi fini o personaggi da corteggiare per “interesse”.
Ciò che ci accomunava erano e sono i bei ricordi e un’amicizia più o meno profonda ma pur sempre tale.

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

Il momento più toccante: il ricordo di Mino

D: Emma, che emozioni hai provato durante l’evento?
Il momento più toccante (se c’è stato)? 
Quali sentimenti hanno animato la serata?
Ad esempio, hai notato imbarazzo nel rivedere persone perse da oltre dieci anni?
R: L’emozione predominante è stata l’allegria, c’erano sorrisi sinceri ovunque, ben documentati dalle bellissime foto di Pietro.
C’era l’azienda che avevo trovato ad inizio carriera in Database, gente spensierata e ben disposta verso gli altri, qualche imbarazzo iniziale per qualcuno ma poi basta.
Quella era la mia gente, il tempo e le difficoltà ci hanno spesso resi peggiori, ci hanno incattiviti, ma per una sera eravamo nuovamente quelli di un tempo.
E’ stato emozionante!
Mi ha colpito molto la “riconoscenza” dimostratami da alcuni per ciò che avevo organizzato: una poesia, una statuina come riconoscimento per essere la “migliore organizer del mondo”, una maglietta simpaticissima, una rosa …. e tantissime belle parole.
Il momento più toccante è quando ho spiegato a tutti come era nato l’evento e quindi, per qualche attimo Mino è stato con noi, nella mente di ognuno, anche altri amici/colleghi persi in questi anni sono stati lì, con noi.

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

I «mostri» del passato

D: Scommetto che il LAVORO è stato il tema principale della serata ed i RICORDI hanno monopolizzato le discussioni.
R: Non mi è sembrato si parlasse di lavoro, tranne in qualche caso raro.
Da quello che ho potuto constatare, si stava insieme chiacchierando un po’ di tutto, come si fa di solito quando ci si incontra tra dei vecchi amici dopo tanto tempo.

D: Emma, come è il tuo rapporto con il tempo che fu? Temi i «mostri» del passato?
R: Ho deciso da tempo di rimuovere i «mostri» del passato, l’ho detto anche quando mi sono dimessa nella mia e-mail di saluto.
Ho deciso di portare via con me solo le cose belle.
Resta, ovviamente, la consapevolezza di quale sia stata la mia storia vera.
Nel bene e nel male, tutto ha contribuito a rendermi ciò che sono oggi ma a che serve struggersi pensando agli eventi negativi passati?

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

Il periodo più bello (ed il più difficile)

D: Dei tanti anni trascorsi nel mondo dell’informatica, quale il periodo più bello ed il più difficile?
R: Tanti sono stati i momenti belli, partendo dal corso di formazione insieme ad alcuni che poi sono rimasti i miei amici storici, passando per il periodo dell’anno 2000 con la mitica trasferta in Germania, le lotte sindacali che pure mi hanno regalato l’amicizia di splendide persone.
Il periodo più difficile è stato invece quello dell’emarginazione lavorativa, della consapevolezza di una volontà aziendale di smantellare il sito di Pozzuoli con la conseguente corsa al “si salvi chi può” che ha portato al logoramento dei rapporti umani tra colleghi.
Forse questa rimpatriata, inconsciamente, serviva anche a dimostrare a noi stessi che un altro mondo è possibile.

D: Soddisfatta della serata oppure cambieresti qualche dettaglio?
Non mi dire che hai intenzione di ripetere l’evento!
R: Direi che la serata è andata proprio bene, il posto era giusto, il servizio buono e le persone felici.
Forse cambierei un po’ il menù che non mi ha del tutto soddisfatta e l’aspetto esteriore della torta, che però era molto buona.
Credo che eventi simili siano belli perché unici, comunque lasciamo che sia il tempo a decidere se una replica sarà possibile ed avrà un senso.

Il raduno degli ex colleghi Database, EDS, HP, Maticmind, Lutech

Abu Dhabi, foto e parole di una napoletana (emigrata e felice)

Abu Dhabi, sei mila km da Napoli

«E’ vero, Ferrari, Porsche e Mercedes sono parcheggiate sotto casa e ti sfrecciano di fianco in autostrada. All’inizio un po’ ti fa impressione, dopo un po’ non ci fai più caso».

Nadia è nata a Napoli.
Ma vive a Abu Dhabi.
Negli Emirati Arabi, a sei mila chilometri da casa.

Nadia è mia amica.
Da vent’anni o forse più.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Dall’inviata ad Abu Dhabi, Emirati Arabi

Quante persone conosco ad Abu Dhabi?
Nessuna.
Oltre a Nadia, ovviamente.

L’eccezionalità dell’evento va sfruttato: per un giorno Nadia sarà il nostro corrispondente in Medio Oriente!

Come un vero inviato, risponderà a dieci domande per descrivere un mondo a noi ignoto.
A te la linea Nadia, vai con la diretta da Abu Dhabi!

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Lavorare ad Abu Dhabi: il Paradiso delle opportunità?

D: Nadia, perché Abu Dhabi?
R: Non ho scelto io Abu Dhabi, Abu Dhabi ha scelto me, con un’offerta di lavoro nello stesso settore nel quale ho lavorato per anni in Italia.
Fino a qualche anno fa quando pensavo a Dubai ed Abu Dhabi mi dicevo che non ci avrei speso una vacanza: un posto dove grattacieli e isole artificiali la fanno da padroni non mi attirava.
Poi l’offerta di lavoro interessante ed allettante mi ha ovviamente fatto riconsiderare le cose.
E per fortuna, devo dire, perché amo stare qui; mi sento sicura ed appagata.

D: Pensi agli Emirati Arabi ed immagini un mondo ricco, pieno di possibilità, ove la crisi economica non giungerà mai.
E’ un luogo comune oppure confermi: ad Abu Dhabi esistono reali opportunità di lavoro?
R: Direi di si, ci sono buone opportunità di lavoro ad Abu Dhabi e nel resto degli Emirati Arabi Uniti, dovute ad un’economia che partendo ovviamente dal settore Oil & Gas si è estesa in ogni direzione; perché da qualche anno a questa parte gli sceicchi hanno cominciato a diversificare, poichè il petrolio non durerà ancora molto.
Dubai ha puntato sul turismo, Abu Dhabi che è più tradizionale e conservativa, più araba direi, sul settore edilizio – locale ed estero, sulla ricerca e sviluppo di nuovi metodi di generazione di energia elettrica, sull’alta tecnologia, sul settore aerospaziale.
La crisi del 2007 comunque è giunta anche qui, non con la stessa intensità, ma comunque si è fatta sentire.

D: Quali consigli per una persona disposta a trasferirsi ad Abu Dhabi?
Oggi, quali sono le figure professionali più richieste?
R: Direi sicuramente tutte le figure legate al settore Alberghiero e Ristorazione, al Real Estate, ingegneri, meccanici. Figure però “da un certo livello in su’ ”.
Cioè: i lavori considerati ‘più’ umili’ sono prerogativa solo di certe nazionalità: indiani, filippini, pakistani.
Per esempio, non si trova un italiano che fa le pulizie o il portiere di palazzo.
L’Italiano operaio è almeno un supervisor.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Abu Dhabi, quanto costa vivere?

D: Immagino sceicchi, petrolieri e Ferrari parcheggiate fuori casa.
Quanto costa vivere ad Abu Dhabi?
Ci puoi fornire degli esempi reali? (Frutta, verdura, vino, vestiti, cinema …)
E lo stipendio medio per vivere con dignità, a quanto ammonta?
R: E’ vero, Ferrari, Porsche e Mercedes sono parcheggiate sotto casa e ti sfrecciano di fianco in autostrada.
All’inizio un po’ ti fa impressione, poi non ci fai più caso.
Ci sono delle cose che costano tantissimo, per esempio andare al ristorante, nei locali notturni, dove gli alcolici costano tantissimo, andare dal parrucchiere o in un centro estetico.
Di contro, ti puoi permettere di andare in questi posti col taxi perché con sette/otto euro riesci a fare un viaggio lungo anche una quarantina di chilometri.
I taxi sono molto utilizzati qui, specie durante i fine settimana, perché la soglia di tolleranza all’alcool è zero e se resti coinvolto in un incidente stradale (diciamo anche lieve) e non hai colpa, ma dall’alcool test viene fuori che hai bevuto un goccino di vino a cena, sei spacciato … il sistema giudiziario è molto veloce 
Elettricità, acqua e aria condizionata costano veramente poco, considerato l’uso spropositato che se ne fa.
Frutta e verdura forse un 10-15% in più rispetto all’Italia.
Il vino non si compra al supermercato: questo è un paese musulmano, all’avanguardia ma pur sempre musulmano!
Ci sono dei negozi in zone separate che vendono solo liquori e alcolici di ogni specie.
Per acquistarli devi avere una tessera che ‘bisognerebbe’ esibire ad ogni acquisto, ma devo dire che i proprietari di questi negozi non sono affatto rigidi in questo e quasi sempre l’acquisto non viene registrato attraverso la tessera.
La carne di maiale non si vende dappertutto, solo in alcuni supermercati e mai disposta in bella vista: c’è una stanzetta separata con la scritta sulla porta “Pork – for non Muslim” che ti conduce alla carne “ della perdizione “ dove 70 grammi di prosciutto cotto Citterio costano 5 euro …

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Un giorno qualsiasi

D: Nadia, ci descrivi una giornata-tipo ad Abu Dhabi?
Com’è il clima? Quali luoghi frequenti?
R: Durante la settimana la routine è normale e praticamente simile a quella che seguivo in Italia, con la differenza che qui vado a lavorare in macchina.
Lavoro dall 8 alle 17.
Io sono fortunata perchè abito vicino alla spiaggia, quindi ci sta che qualche volta, quando riesco a vincerla sulla pigrizia, il pomeriggio dopo il lavoro faccia una passeggiata fino alla spiaggia.
I tramonti qui sono bellissimi.
Durante il fine settimana, che qui è il venerdi e sabato, qualche ora in spiaggia – ma non in piena estate quando la temperatura arriva intorno ai 47 gradi.
Qui l’impronta è anglosassone, quindi il venerdi va di moda il brunch (ovviamente sto parlando di contesti con soli espatriati, senza gente del posto).
Il brunch è come un grande pranzo domenicale italiano, a buffet, con la differenza che i ‘non Italiani’, non si arrendono e non si ritirano fino a che non sono belli e sbronzi.
Perché’ poi c’è’ l’After Brunch e l’After After Brunch ….
Io già a fine brunch non vedo l’ora di tornare a casa e spesso è quello che faccio.
D’estate quando fa molto caldo e non si può passeggiare fuori si va nei mall.
Ce ne sono un’infinità.
Il Dubai Mall è immenso, come una piccola città.

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Abu Dhabi, assenza di criminalità

D: Il clima influenza i nostri comportamenti: come trovi le persone?
Cordiali? Disponibili? Ospitali?
Oppure distanti? Inavvicinabili? Con la puzza sotto al naso verso gli stranieri?
R: Non c’è una grande mescolanza tra ‘locali’ e ‘espatriati’, ma penso che ci sia un grande rispetto degli uni verso gli altri.
Nei mall, per esempio, si vedono donne in minigonna camminare di fianco a quelle in abbaia.
Qui siamo negli Emirati Arabi, il paese della felicità, non in Arabia Saudita.
Negli Emirati Arabi c’è il Ministero della Felicità e Tolleranza presieduto da una donna.
Se rispetti regole, sei a posto e vivi bene; se non le rispetti il sistema giudiziario è velocissimo e senza mezzi termini; la via al carcere è breve anche solo per qualche foto sbagliata o per un assegno a vuoto.
Se tenti di scattare una foto a un sito petrolifero, dove è chiaramente indicato che è proibito scattare foto, ti arrestano e ti portano in carcere.
E’ capitato, ho letto, ad una coppia italiana di madre e figlio.
Chi va contro le regole viene punito, ed è per questo che qui’ criminalità e microcriminalità sono praticamente inesistenti.
Se dimentichi il cellulare da qualche parte e quasi sicuro che lo ritrovi.
Se tenti di scattare una foto di nascosto ad una persona del posto, è possibile che questa si insospettisca. Ma se sul lungomare di Dubai c’è gente del posto seduta a godersi un pomeriggio di ozio e ti fermi a parlare con loro, allora ti accorgi di quanto sono ospitali e disponibili, ti offrono acqua caffè e datteri.
E’ capitato a me personalmente quando la mia famiglia è venuta a trovarmi.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Italians do it better

D: Da Abu Dhabi, come appare la nostra piccola Italia?
Come ci giudicano gli «altri»?
R: Mafia. E’ la prima parola che viene in mente a tutti quando sentono che sei Italiano (i miei colleghi mi hanno soprannominato Mafi), però anche ‘maccheroni’ e ‘Armani’ e made in Italy di qualità o ‘Italians do it better’

AbuDhabi - Napoli, 6000 chilomentri

L’altra Abu Dhabi

D: Nadia, non riesco ad immaginare un luogo ove vige l’Assoluto.
Sono convinto che, sotto il tappeto (orientale), si nascondono dei piccoli, grandi «mostri».
Per esempio, negli Emirati Arabi, il dramma dell’immigrazione come viene affrontato?
Esiste un problema terrorismo e/o sicurezza interna?
R: In un paese dove la popolazione è per il 90% di immigrati, l’immigrazione non è un dramma, ma una benedizione all’economia.
Qui vivono pacificamente piu’ di 120 nazionalita’ diverse.
Ognuno con le proprie tradizioni e soprattutto il rispetto delle regole.
Io mi sento al sicuro qui, gli Emirati non sono l’Arabia Saudita e dico che questo è il paese più sicuro del mondo.
Qui non esistono immigrati illegali.
Tutti gli immigrati hanno la residenza e per avere la residenza c’è bisogno di uno sponsor, che e il datore di lavoro.
Senza un datore di lavoro resti un turista in visita per non più tre mesi.

D: Il cofano della Ferrari brilla sotto il sole cocente.
Ci sarà pure qualcuno che dovrà sgobbare per pulire quel cofano!?
Ad Abu Dhabi, sono rispettati i diritti dei lavoratori?
R: Si, ci sono i car-cleaners, dappertutto: nei parcheggi dei centri commerciali, nei parcheggi sotto casa e per venti / trenta dirham (5 / 6 euro) ti puliscono la macchina all’esterno.
Hanno questi piccoli carrellini con tutto l’essenziale, acqua inclusa e nel tempo di una spesa al supermercato ti ritrovi la macchina bella pulita.
Ma non sono illegali, sono dipendenti di una ditta specializzata.
Lavorano più di dodici ore al giorno e d’estate a 45 gradi, i parcheggi sono delle fornaci.
A tutti i lavoratori è offerto vitto e alloggio oltre allo stipendio, trasporto da e per il luogo di lavoro e un’assicurazione medica.
Questo trattamento è offerto a tutti, anche ai cleaners o a quelli che alle casse dei supermercati ti sistemano la spesa nelle buste (ce n’è’ uno ad ogni cassa!).
Ok, magari l’alloggio non è poi questo posto di lusso, sono camerate condivise, ma è comunque una sistemazione, aria condizionata inclusa ovviamente.

Abu Dhabi, la testimonianza di Nadia, napoletana negli Emirati Arabi

Nadia, emigrante e … felice!

D: La distanza incolmabile tra povertà e ricchezza è la scintilla per accendere il fuoco della violenza. Anche ad Abu Dhabi le periferie sono affollate di africani, filippini e bengalesi?
In un mondo dove trionfa l’extra lusso, sono loro gli «invisibili»?
Gli sfruttati per i lavori cosiddetti minori?
I sottopagati globali del ventunesimo secolo?
R: Mah, non saprei riguardo allo sfruttamento.
Io so che quello che guadagnano qua basta a mantenere famiglie intere nel loro paese e anche a comprare case.
Un assistente contabile Filippino o Indiano guadagna quanto un impiegato medio Italiano (magari con laurea), cioè l’equivalente di 1200/1300 euro al mese.
Un IT Indiano di medio/basso livello guadagna l’equivalente di 1000 euro al mese; e 1000 euro mandati in India vi assicuro che sono un’enormità.
Gli operai guadagnano di meno e lavorano di più ma in quale paese questo non avviene?

D: Nadia,da Abu Dhabi, prima di restituire la linea, lancia una riflessione libera.
Vai, gli ultimi novanta secondi sono tuoi!
R: Sono contenta di stare qui perché mi sento appagata dal punto di vista economico-lavorativo, ho una buona vita sociale, amici, pochi ma buoni. Comunque, non è sempre tutto così facile e bello come appare.
Il primo anno è stato durissimo.
Stare lontani dai propri affetti, interagire continuamente con persone di cultura e tradizioni totalmente diverse, ricominciare in un nuovo ambiente di lavoro ma questo cambiamento mi ha fatto crescere e arricchito perciò se tornassi indietro lo rifarei altre mille volte.


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Partire o restare, Lorenzo Marone risponde [INTERVISTA+FOTO]

Lorenzo Marone alla Feltrinelli di Napoli

«Ci siamo sentiti per l’intervista» farfuglio mentre, emozionato, stringo la mano a Lorenzo Marone,
Siamo alla Feltrinelli di Napoli ed il giovane scrittore napoletano presenta il suo nuovo libro, Magari domani resto.

«Si certo, grazie» risponde gentile prima di essere risucchiato dalla folla.

Appena lo scrittore termina l’intervista al TG3 Campania, mi fiondo ma non ho la prontezza per scattare una foto insieme, per l’intervista.

L’occasione sfugge, Lorenzo Marone scompare tra gli abbracci degli amici, i saluti ai fan, gli autografi sui libri.

Lorenzo Marone alla Feltrinelli di Napoli presenta "Magari domani resto" (intervista al TG3)

Lorenzo Marone, scrittore napoletano

Decido di intervistare Lorenzo Marone dopo aver pubblicato la recensione di «La tentazione di essere felici».
Perché il libro, nella sua semplicità, colpisce e spinge a riflettere.

L’autore, con toni delicati, tocca argomenti a me cari: la difesa dei più deboli, il contrasto all’indifferenza generale, la non accettazione della triste realtà, la voglia (e possibilità) di cambiamento, la denuncia dell’assuefazione, il primo pericoloso passo perché il degrado (morale e civile) diventi normalità.

Lorenzo Marone e Diego De SIlva alla Feltrinelli di Napoli per presentare "Domani magari resto", il nuovo libro di Marone

La scuola, perno fondamentale

D: Lorenzo, l’assuefazione fa apparire normale ciò che normale non è.
A Napoli, la nostra città, abbiamo mille esempi di piccole e abnormi assuefazioni.
Una delle armi più potenti per contrastare tale «mostro» è la cultura ed il tuo bel libro, La tentazione di essere felici, ne è un felice esempio.
Concordi?
R: La cultura è conoscenza, e la conoscenza permette di sviluppare il libero pensiero. È l’unico modo che abbiamo per contrastare le storture e l’assuefazione, come dici, alla bruttezza.
Anche un libro, nel suo piccolo, contribuisce a questo.

D: Lo scrittore, dunque, nella guerra contro l’ignoranza, è un soldato fondamentale.
Credi che a scuola si insegni cultura oppure aride nozioni?
A tal proposito, il tuo professore di Italiano, ha contribuito alla formazione di scrittore?
R: La scuola è il perno fondamentale, certo, poi dipende dagli insegnanti, bisogna essere fortunati in tale senso.
Credo che dovrebbero essere previsti test psicologici approfonditi prima di diventare insegnanti.
Loro hanno in mano il futuro della società.
Dovrebbero essere il top da ogni punto di vista, e, allo stesso tempo, essere trattati da top economicamente.

Feltrinelli di Napoli, sala gremita per Lorenzo Marone e Diego De Silva

Il rapporto con Napoli

D: Napoli, città degli eccessi, oscilla tra bellezza e degrado e la normalità è spesso un risultato faticoso da raggiungere.
Come definisci il tuo rapporto con la città?
La vivi? Ti spaventa?
R: La vivo e non mi spaventa.
Nel mio piccolo cerco di raccontare la mia Napoli, una città “normale”, un quartiere borghese che racchiude vite normali, come ce ne sono tanti in ogni città.
Raccontare gli eccessi di questa città non mi interessa granché, c’è già chi lo fa.

"Magari domani resto", il nuovo libro di Lorenzo Marone presentato alla Feltrinelli di Napoli (con Diego De Silva) - Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli ed ex Presidente della Regione Campania in prima fila

“Magari domani resto”, il nuovo libro di Lorenzo Marone presentato alla Feltrinelli di Napoli (con Diego De Silva) – Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli ed ex Presidente della Regione Campania in prima fila

La tentazione di essere felici, in difesa delle donne

D: Lorenzo, La tentazione di essere felici affronti il delicato tema della violenza sulle donne.
Come nasce l’esigenza di raccontare tale storia?
R: È un argomento del quale si parla sempre poco.
In Italia c’è un femminicidio ogni 2,3 giorni.
Nel libro è un evento che spingerà il protagonista a cambiare, a tendere la mano, lui che ne è sempre stato incapace.
Tendere la mano, quello che dovremmo fare tutti.

D: Dal sito ufficiale leggo che, nella tua ex vita, eri un avvocato ma «dentro di me sentivo che quella non era la mia strada».
Quanto coraggio hai avuto per scegliere di cambiare, uscire dal binario prestabilito e seguire la passione?
Temevi di finire come Cesare Annunziata, il vecchio protagonista del tuo libro, rancoroso ed insoddisfatto del passato?
R: Sì, è stato un attimo di lucida follia, di coraggio e anche dolore, che mi ha permesso, alla fine, di uscire da una strada che non sentivo mia.

Lorenzo Marone alla Feltrinelli di Napoli con Diego De Silva

Magari domani resto, il nuovo romanzo

D: Lorenzo, da poco è uscito il tuo nuovo romanzo Magari domani resto.
Puoi anticiparci la trama del romanzo?
R: Magari domani resto, edito per Feltrinelli, è incentrato sul tema dell’andare o restare, del fuggire o resistere.
La protagonista è Luce, una ventiquattrenne avvocato nata e cresciuta nei Quartieri Spagnoli.
Mi andava di raccontare una parte della città che non avevo ancora raccontato, la Napoli popolare, e mostrare come, anche in un quartiere difficile, esistono persone che conducono vite normali, combattendo ogni giorno per affermarsi nonostante le difficoltà.

"Magari domani resto", il nuovo libro di Lorenzo Marone presentato alla Feltrinelli di Napoli

Essere sempre se stessi

D: La stesura, ti ha prosciugato oppure volavi sull’onda dell’entusiasmo?
Quali i momenti di difficoltà? Mai affrontata la «crisi della pagina bianca»?
R: No, per fortuna ho una buona fantasia.

D: Amo chiedere agli scrittori come immaginano i propri Lettori.
Sei curioso di carpire l’espressione quando, col volto immerso nelle pagine del tuo libro, leggono le parole uscite da dentro la tua anima?
Sorridono? Riflettono? Si emozionano?
R: Non penso mai ai lettori mentre scrivo, altrimenti mi farei fuorviare e finirei per scrivere per loro, per accontentarli o conquistarli.
Sarebbe lo sbaglio più grande, perché nella scrittura bisogna essere se stessi, autentici al cento per cento.

Anche Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli ed ex Presidente della Regione Campania, alla Feltrinelli di Napoli per Lorenzo Marone e Diego De Silva

Anche Antonio Bassolino, ex sindaco di Napoli ed ex Presidente della Regione Campania, alla Feltrinelli di Napoli per Lorenzo Marone e Diego De Silva

Perché leggere

D: Lorenzo, sei sul blog ufficiale dei «mostri».
Quali i peggiori affrontati?
R: Sono pieno di mostri che mi porto dietro e cerco di tenere a bada ogni giorno.

D: L’intervista termina con una riflessione a piacere.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
R: Spegnete lo smartphone e aprite un libro.
Almeno la sera nel letto!

L'attimo in cui Lorenzo Marone, Diego De Silva ed Antonio Bassolino - alla Feltrinelli di Napoli per presentare il nuovo libro di Marone - guardano il sottoscritto :-)

L’attimo in cui Lorenzo Marone, Diego De Silva ed Antonio Bassolino – alla Feltrinelli di Napoli per presentare il nuovo libro di Marone – guardano il sottoscritto :-)

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Sante Roperto, come sfuggire all’amore non vissuto [INTERVISTA]

Sante Roperto, lo scrittore

Conflenti esiste per davvero.
Dopo l’ultimo rigo di La notte in cui gli animali parlano, il romanzo di Sante Roperto, cerco il nome del piccolo paese in Rete.

Col sorriso stampato sul volto, navigo sul sito ufficiale del Comune in provincia di Catanzaro, alla ricerca di notizie sulla festa della Madonna e – perchè no? – dell’amore non vissuto tra Matteo e Claudia, delle avventure di guerra di nonno Alessandro.

Le dita scorrono veloci sulla tastiera, pubblicare la recensione del libro è semplice come bere un bicchiere d’acqua.

Merito di un romanzo nel quale è facile ritrovarsi, merito di Sante Roperto capace di nascondere tra le righe i pensieri ed i dubbi della nostra giovinezza.

Sull’onda dell’entusiasmo, chiedo un’intervista all’autore.
Gentile, accetta.

Sante Roperto, autore del libro "La notte in cui gli animali parlano"

Conflenti, la Calabria della mia infanzia

D: Sante, esagero se affermo che Conflenti, il piccolo paese calabro dove si svolge la vicenda, è il personaggio principale di La notte in cui gli animali parlano, il tuo romanzo d’esordio?
R: Non esageri. Il libro inizia con un viaggio, quello del ritorno al paese, che volevo rappresentasse un po’ il ritorno alle origini.
Il paese è inizialmente lo sfondo della storia, poi pagina dopo pagina i vicoli, le persone e le tradizioni entrano di prepotenza nella trama e finiscono per influenzare alcune scelte dei protagonisti.

D: Amo la Calabria, amo le storie narrate in riva al mare, forse perché mi ricordano le vacanze dell’infanzia.
Perché decidi di ambientare il racconto proprio a Conflenti?
Oggi vivi a Caserta: quale legame conservi con la Calabria?
Una curiosità: dopo il successo di La notte in cui gli animali parlano, i conflentesi si son fatti vivi? 🙂
R: Conflenti è il paese dei miei nonni e dei miei genitori.
Nel libro la storia di Alessandro è la vera storia di mio nonno, quella di Matteo e Claudia è invece figlia della mia fantasia.
Sono nato a Caserta, ma avendo origini calabresi sono molto legato a Conflenti e alla Calabria in genere.
Purtroppo è un terra distante da molte cose, oltre che dal resto d’Italia, per tanti motivi e non solo geograficamente. Ma conserva, nel calore della gente e nella forza delle tradizioni, alcuni valori che senza dubbio sono tra i migliori che si possano trovare.
Il romanzo è ambientato in un paese del tutto simile a tanti altri paesi di cui l’intera Italia è piena.
I conflentesi si son fatti vivi?
Molto, e li ringrazio per l’affetto dimostrato nei confronti del libro e per quanto hanno fatto per aiutarmi nella promozione.
Hanno contribuito al successo.

Conflenti, il paese raccontato in "La notte in cui gli animali parlano" di Sante Roperto

La notte in cui gli animali parlano, l’esordio

D: L’amore non vissuto, il sentimento sul quale è incentrato il romanzo, è un’arma potente: alimenta il ricordo ed il ricordo idealizza, pone su un immeritato piedistallo l’oggetto del desiderio.
L’amore non vissuto può essere una pericolosa prigione?
Come rompere le sbarre d’acciaio del «come poteva essere se …» ?
R: L’amore non vissuto, come tutte le cose che potevano essere e non sono state, può essere una trappola.
Perché ti spinge a non vivere il quotidiano, ti imbriglia in una realtà parallela e spesso fortemente idealizzata, fino a diventare un alibi che ti impedisce di vivere tutto quello che la vita ti ha riservato e ti scorre davanti.
Nel libro il filo conduttore è questo, ma al di là delle scelte che i tre protagonisti faranno nel finale, credo che non abbia troppo senso vivere con la testa rivolta al passato.
Ha più senso usare quella nostalgia e quel rapporto col passato come un sentimento di slancio verso il futuro.

Sante Roperto, l'autore di "La notte in cui gli animali parlano"

Nando Gentile, il Maradona napoletano

D: Avevi già pubblicato Dinastia Gentile. L’uomo dell’ultimo tiro dedicato al campione di basket. Mai sofferto della crisi della pagina bianca?
Chi i tuoi maestri di penna?
R: Mai sofferto, finora.
Forse aver lavorato in radio per vent’anni mi aiuta a trovare sempre una frase o una considerazione da dire o scrivere.
Devo dire che scrivendo per passione però non sono molto assiduo, quindi ci sono momenti in cui alterno abbuffate di scrittura ad altri di stasi. È normale per molti.
Tra tanti maestri, ho sempre apprezzato Italo Calvino, uno dei più grandi scrittori italiani per lo stile, l’onestà con la quale instaura il rapporto col lettore e la semplicità.

Sante Roperto, autore di " Dinastia Gentile. L'uomo dell'ultimo tiro"

La scuola, il nostro futuro

D: Sante, agli intervistati chiedo sempre il proprio rapporto con la scuola.
Che tipo era il tuo professore di italiano?
Ha contribuito a modellare lo scrittore di oggi oppure la formazione scolastica pensi sia solo nozionistica e non produce vera cultura?
R: Senza dubbio i professori che, dalle elementari in poi, ho incontrato mi hanno lasciato qualcosa di importante che ha contributo a realizzare la persona che sono oggi.
La Scuola, come l’Università (nella quale insegno da una decina di anni), ha un compito fondamentale: quello di formare la classe dirigente del futuro, la mente del cittadino e di creare il background culturale di un paese.
L’Italia è il paese col più alto tasso di analfabetismo funzionale d’Europa.
Al sistema educativo spetta il compito di riportare a galla il paese che ha diffuso cultura in tutto il mondo.

D: Contro il degrado (morale), lo scrittore – come l’insegnante – ha un ruolo fondamentale: è un soldato dell’«Esercito del Bene».
Perché, nella Battaglia per la Cultura, lo Stato – il Generale che dovrebbe comandare eroicamente le forze – è il primo a non credere nella vittoria?
R: Sei italiani su dieci leggono meno di un libro all’anno.
Su queste basi lo Stato, così come altre istituzioni, segue altri canali.
Non è detto che non ci creda, semplicemente utilizza percorsi e strategie diverse.

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La cultura contro il degrado morale

D: Una parte dei cittadini considera «normale» situazioni altrove assurde, penso ad esempio alla veloce accettazione dell’incendio di Città della Scienza e del Museo della Musica di Reggio Calabria, due icone della civiltà.
L’indifferenza annulla l’indignazione e rende normale ciò che normale non lo è: concordi?
Quali strumenti abbiamo per contrastare il dilagare del degrado morale?
R: Ne abbiamo tanti. 
Ma la società, come in altri paesi, partecipa di meno in generale: è meno coinvolta, meno intraprendente e non si identifica più in nulla.
Questo porta ad avere meno senso civico e meno rispetto per le cose.
Basti pensare a cosa succede con la terribile tutela e gestione di molti monumenti in Italia.
Ci siamo ormai assuefatti e da questo nasce il degrado morale.

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Caserta, Napoli, tra basket e calcio

D: Sante, sei (anche) un giornalista sportivo e collabori con la Juve Caserta Basket.
A Caserta il basket, a Napoli il calcio.
Quali passioni ti ispirano questi due sport?
R: Il basket a Caserta e il calcio a Napoli vivono di grande tradizione, perché hanno scritto pagine importanti della storia dei due sport, e della passione di un pubblico competente ed esigente, linfa vitale di molti successi.
Ma rispetto ai fasti che Caserta e Napoli hanno vissuto negli anni ’80 è cambiato molto.
Lo sport è business e questo richiede organizzazione e professionalità.
Se vuoi farlo ad alti livelli, dobbiamo uscire dal provincialismo, adeguandoci e impegnandoci a creare società strutturate e dirigenti professionali ed efficienti.
Negli ultimi anni, tanto a Caserta quanto a Napoli, questa cosa è in parte mancata.
E i risultati sono andati a corrente alternata.

Sante Roperto e Vinecnzo Montella, allentatore del Milan (foto dal profilo twitter della Juve Caserta)

Mauro Felicori, nuovo manager della Reggia

D: Ho lavorato a Caserta per sei anni.
Era il 1998 e trovai la città ospitale, troppo caotica per essere così piccola, una entità distaccata dalla magnifica, imponente e prorompente Reggia.
Perché Caserta e la Reggia sembrano una coppia annoiata che non si parla più?
L’economia della città non dovrebbe ruotare intorno al suo importante monumento conosciuto in tutto il mondo?
R: Negli anni ’90 Caserta era una città piena di tante caserme e di migliaia di militari.
Ora, dopo l’abolizione dell’obbligo di leva, non è più così.
La città si è svuotata e vive nei grandi centri commerciali.
Sulla Reggia dico che è dovuto venire un manager da Bologna, Mauro Felicori, per riportarla al suo antico ruolo.
In due anni, uno dei monumenti più belli al mondo è stato finalmente rivalutato e apprezzato per quello che merita.
Nel solo 2016 i visitatori sono aumentati del 30%.
C’è tanto ancora da fare e la competenza di Felicori aiuterà la Reggia a tornare ai fasti di un tempo.
Così facendo, magari, la città riacquisterà un senso di appartenenza e di identificazione che talvolta non mostra di avere.

Reggia di Caserta di sera

Napoli? Una delle città più belle al mondo

D: Napoli, città dai mille paradossi.
Quali sentimenti ti ispira un luogo capace di attirare turisti da ogni angolo del pianeta, stupire con le sue imparagonabili bellezze e caratteristiche uniche, inorridire per la violenza della camorra ed il degrado dietro il vicolo?
D: Vivo Napoli quotidianamente per lavoro da vent’anni.
Rispetto ad allora devo dire che la città è cambiata tanto, come altre metropoli hanno fatto.
Da Bassolino a De Magistris si è lavorato per avere una città migliore.
E credo ci siano riusciti.
Conserva ancora mille incongruenze difficili da risolvere, ma non è così violenta e degradata come nell’immaginario collettivo si pensa.
Lo è nella stessa misura in cui lo sono altre metropoli del mondo.
Napoli è solo l’avamposto di molte verità, bistrattata da molti e spesso dagli stessi napoletani, ma rimane una delle città più belle del mondo.

D: Sante, sei capitato sul blog dei «mostri».
La domanda è obbligatoria: quali i peggiori «mostri»  affrontati?
D: Questa intervista!… Scherzo!

Anche Radio Kiss Kiss e Pippo Pelo leggono 'La notte in cui gli animali parlano' (foto dal profilo twitter di Sante Roperto)

Perché il libro

D: Sante, nel ringraziarti per la disponibilità, ti lascio l’ultimo rigo: l’intervista termina con una riflessione libera.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
D: Grazie per lo spazio offerto al mio romanzo e spero di tornare ‘a trovarvi’.
Alla Rete posso solo dire di allenarsi a leggere qualche libro in più: il libro è la tecnologia più resistente che la storia conosca.
Ci sarà un motivo.

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Sante Roperto, note

Sante Roperto, nato nel 1977, vive a Caserta ed è professore associato di Medicina veterinaria presso l’Università Federico II di Napoli.
È autore di oltre 50 lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali.
Giornalista dal 1997, per dieci anni è stato corrispondente di Superbasket e ha creato e diretto l’area marketing della JuveCaserta. 
Ha lavorato con le reti del gruppo Lunaset e scritto per molti quotidiani campani. Conduce trasmissioni sportive su Radio Prima Rete dal 1999.
Nel 2010 ha scritto 40 minuti dal paradiso, e nel 2012 ha pubblicato L’uomo dell’ultimo tiro – La biografia di Nando Gentile, partecipando al Bancarella dello Sport.
La notte in cui gli animali parlano è il suo romanzo d’esordio.
(dal sito ufficiale Goware)


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Anna Pernice si racconta: dieci domande su moda, viaggi e giornalismo

Anna Pernice, travel fashion blogger

Tra le piacevoli novità dello SMAU Napoli 2016, annovero la fashion travel blogger Anna Pernice.

Seguo l’interessante workshop sullo storytelling, «l’arte del narrare» con attenzione.
Restano mille domande da porre.

Un paio di giri per gli stand dello SMAU, prendo coraggio e le chiedo un’intervista.
Gentile, accetta.

Anna Pernice, fashion travel blogger ed autrice del libro “Manuale per aspiranti blogger”

L’intervista: chi è Anna Pernice

D: Anna, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione, intraprendi una strada diversa. Segui la passione (comunicazione, moda, viaggi) invece di cercare un lavoro «standard». Quali riflessioni ti spingono a divenire una «fashionista in giro per il mondo» come cita il tuo sito ufficiale travelfashiontips.com?
R: In realtà, dopo la laurea presa con il massimo dei voti a soli 25 anni, ho iniziato subito a lavorare nella direzione marketing e comunicazione di alcune aziende del fashion retail internazionali, per le quali gestivo i social network, il sito web, organizzavo eventi tra cui fiere e sfilate internazionali e curavo il blog aziendale.
Da lì è nata l’idea di creare un mio blog personale nel quale raccontare le mie passioni (i viaggi e la moda). Un pò alla volta il blog è cresciuto sempre più e mi ha richiesto sempre più tempo diventando il mio lavoro primario.
Mi sono licenziata da un contratto a tempo indeterminato, ma non ho abbandonato il lavoro nella comunicazione.
Infatti continuo a gestire la comunicazione da consulente esterna per alcune aziende moda.

D: Allo SMAU, il tuo workshop ha suscitato molto interesse, la sala era piena con il sottoscritto in prima fila.
Ti osservavo ed ascoltavo i concetti esposti per carpire i segreti di una professionista della comunicazione moderna: quali emozioni suscita un dibattito davanti ad una platea attenta ad ogni tua parola e gesto?
R: E’ stata un’esperienza davvero molto emozionante. vedere la sala piena di persone giunte fin lì solo per me, prendere appunti, registrare le mie parole, farmi domande interessate è stata un’emozione indescrivibile.
Non ti nego che ero un po’ tesa.
Prima di allora non avevo mai parlato davanti ad una platea così vasta, ma fatto solo lezioni a classi di massimo 30 partecipanti, ma è stata un’esperienza davvero gratificante.

Anna Pernice, travel e fashion blogger allo SMAU Napoli 2016

La scuola e la vita

D: Sei una giovane giornalista: quali i cardini per una corretta informazione?
R: Non limitarsi a prendere le informazioni solo dai comunicati stampa, ma vivere le esperienze sul campo sperimentando in prima persona le storie e gli avvenimenti, facendo interviste e vivendo il momento che si vuole andare a raccontare, che si tratti di una sfilata di moda, di una destinazione turistica o di un fatto di cronaca.

D: agli intervistati chiedo sempre il loro rapporto con la scuola.
Che tipo era il tuo professore di italiano? Ha contribuito a modellare la giornalista di oggi oppure la formazione scolastica pensi sia solo nozionistica e non produce vera cultura?
R: A scuola sono sempre stata una persona molto studiosa, la cosiddetta “secchiona” in prima fila. La vera formazione penso avvenga alle scuole elementari, è lì che ho imparato la grammatica e l’italiano e la mia maestra era davvero una persona squisita.
La scuola crea solo la formazione iniziale, è poi la vita a creare tutto il resto.

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I viaggi

D: Anna, viaggiare è il lavoro più bello del mondo.
L’entusiasmo di partire, la scoperta di nuovi mondi, il confronto con culture diverse: il viaggio, l’arma contro l’ignoranza.
Riesci a trovare una corretta definizione di «casa» ed una giustificazione a chi urla «difendiamo i nostri confini»?
R: La mia casa è il mondo. Viaggio sin da quando era bambina.
Una passione trasmessami da mio padre e mio nonno che navigavano.
Scoprire posti e culture diverse è un’esperienza bellissima che ti apre la mente e ti aiuta a crescere intellettualmente e culturalmente.

D: Anna, non ti chiederò il luogo più affascinante visitato.
Indicaci, invece, le tre caratteristiche alle quali non rinunci per scegliere la futura meta.
R: A me piacciono viaggi culturali, sport avventurosi e mete romantiche quindi questi sono gli ingredienti che mi fanno selezionare una meta piuttosto che un’altra, anche se il mio obiettivo è girare tutto il mondo.

Anna Pernice, capodanno a Dublino (foto dal sito ufficiale travelfashiontips.com)

La moda

D: In Statistica, «la moda è l’elemento che si ripete con maggior frequenza».
Come si può seguire la moda ed essere originale?
R: Avendo un proprio stile ed attingendo dalla moda solo ciò che realmente ci piace.

D: L’uomo ha la mania di misurare tutto, dallo spazio al tempo.
Non trovi ridicolo misurare la bellezza?
Ci suggerisci, invece, tre trucchi per risultare eleganti?
(nel vestire e/o nei comportamenti, scegli tu)
R: La bellezza è soggettiva. L’eleganza è qualcosa di innato.
In linea di massima, essere sobri è la forma più alta di eleganza.

D: Ho sempre detestato la domanda «vuoi più bene a mamma o papà?» quindi eviterò di chiederti se ami di più viaggiare, seguire una sfilata di moda o scrivere.
Quali interessi oltre il lavoro?
(magari «vuoi più bene alla zia»)
R: Come si evince dal mio blog travelfashiontips.com i miei interessi sono molteplici.
Mi piace il cinema, il teatro, andare ad un concerto, uscire con gli amici… 😉

Anna Pernice, fashion travel blogger ed autrice del libro “Manuale per aspiranti blogger”

Manuali per aspiranti blogger, il libro di Anna Pernice

D: Manuale per aspiranti blogger edito dalla Dario Flaccovio Editore è la tua prima opera.
A chi è rivolto e quali argomenti tratta?
R: Manuale per aspiranti blogger è un libro pensato per tutti coloro che vogliono avvicinarsi al mondo del blogging e dello storytelling o che vogliano trasformare il proprio blog da un semplice hobby ad uno strumento di lavoro a tutti gli effetti, stipulando contratti con enti, agenzie o concessionarie di pubblicità.
Un libro nel quale non spiego solo come aprire e scrivere un blog, ma anche come gestire tutto ciò che c’è intorno: la community da creare, i rapporti da intrattenere, i social network da gestire e come creare un media kit professionale per proporsi ad aziende ed agenzie per collaborazioni.

D: La stesura del libro, ti ha prosciugato ogni energia oppure volavi sull’onda dell’entusiasmo? Quali i momenti di difficoltà?
Mai affrontata la «crisi della pagina bianca»?
R: La stesura del libro mi ha portato via molto tempo, ma in contemporanea avevo il mio lavoro da gestire ed i viaggi da fare.
Spesso ho scritto di notte, tante volte in treno.
No, mai sofferta la sindrome da pagina bianca.
Avevo già in mente come volevo che fosse, spesso quello che mancava era proprio il tempo.

D: Anna, ultimo libro letto?
R: Calendar Girl di Audrey Carlan

D: Per un divertente gioco del destino, sei capitata sul «blog dei mostri».
Quali i peggiori «mostri» affrontati?
R: Per un curioso gioco del destino, sono capitata sul blog dei mostri proprio ora che ho conosciuto una persona che mi sta facendo appassionare alla storia del mostro di Firenze 😀

D: Anna, l’intervista termina con una riflessione libera.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
R: Credete sempre nei vostri sogni, perchè con costanza e determinazione, anche il sogno più difficile può realizzarsi.

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Luciano Esposito e la storia dell’uomo innamorato di due donne (contemporaneamente)

Tra Eco e Fallaci sbuca Luciano Esposito

Luciano, partiamo dalla fine.
Quali emozioni ti suscita l’immagine di Abbi fortuna e dormi sugli sugli scaffali delle librerie?
R: Chi l’avrebbe mai detto. Non posso negare che vedere esposto il mio romanzo in libreria, tra Umberto Eco e la Fallaci, mi ha fatto un certo effetto.
Per carità, lungi da me qualsiasi tipo di accostamento, è solo questione di iniziali di cognome.

Luciano Esposito è un amico di famiglia.
Gioviale, disponibile, ospitale.
Pochi sospettano che, dietro quel sorriso bonario, si cela l’animo sensibile dello scrittore.

«Chiunque ha una storia da raccontare, basta porgli le giuste domande» è la scintilla per le interviste del sottoscritto a personaggi perlopiù sconosciuti al grande pubblico.

Oggi tocca al novello scrittore, il tipo di personaggio sul quale amo accendere il riflettore.

Per scoprire un possibile talento, per ascoltare e conoscere il mondo di una persona che ha realizzato un’opera immortale: un libro.

Luciano Esposito, l'autore di «Abbi fortuna e dormi»

L’intervista

D: Luciano, perché un bel giorno senti l’esigenza di raccontare una storia che, forse avevi dentro da sempre, e pubblichi Abbi fortuna e dormi, il tuo primo libro?
R: Mi è sempre piaciuto raccontare storie. Era mia intenzione lasciare sul comò dei miei figli un romanzo scritto dal padre. La pubblicazione è stata conseguenza di un evento fortuito, devo tutto all’incontro con la prof.ssa Ermelinda Federico (persona eccezionale recentemente scomparsa) che ha trovato un editore (Robin Edizioni) disposto a pubblicare il mio manoscritto.

D: dunque, che significa scrivere? Trovi valida la teoria: «più leggo, più scrivo, più leggo»
R: Scrivere vuol dire mettersi in gioco per raccontare e, inevitabilmente raccontarsi. E’ un atto creativo che ha il potere di trasformare la realtà, oltre ad essere un modo indiretto per parlare con qualcuno e sentirsi meno soli, anche se spesso quel qualcuno sei tu.
Scrivere è linfa vitale.
Trovo che la teoria «più leggo, più scrivo, più leggo» funzioni alla perfezione, anche se, ultimamente «più scrivo».

D: Puoi anticiparci qualcosa della trama del tuo romanzo?
R: Premetto che non è un romanzo autobiografico.
Tutto comincia con un viaggio in treno.
Stefano è un architetto con un unico grande amore, Barbara, che però l’ha lasciato. Un giorno incontra Cleo, una ragazza tanto bella quanto misteriosa; lei è la donna dei suoi sogni e diventerà l’unica ragione per continuare a esistere.
Quando un’altra donna inaspettatamente entrerà a far parte del suo cuore, Stefano affronterà l’esperienza travagliata di una doppia relazione.
Si possono amare due persone contemporaneamente?
L’esito finale, per nulla scontato, arriverà dopo un lungo tragitto interiore costellato di domande che troveranno sorprendenti risposte.

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Nando Vitali, il maestro e l’amico

D: La stesura dell’opera, ti ha prosciugato ogni energia oppure volavi sull’onda dell’entusiasmo? Quali i momenti di difficoltà? Mai affrontata la «crisi della pagina bianca»?
R: Mi ci sono volute parecchie energie per volare sull’onda lunga di un entusiasmo sempre più crescente. Avevo la trama bene in mente fin dall’inizio ma ho dovuto lavorare non poco per chiudere la storia come volevo.
La difficoltà più grande che ho incontrato è stata dare coerenza e scorrevolezza alla narrazione per oltre trecento pagine. Problematiche tante, tutte superate grazie al sostegno professionale dello scrittore Nando Vitali, mio maestro e amico, senza il suo contributo il mio romanzo non sarebbe così riuscito.
Non ho mai affrontato la crisi della pagina bianca, quando decido di sedermi davanti al PC lo faccio per scrivere.

D: Come immagini i tuoi Lettori? Sei curioso di carpire la loro espressione quando, col volto immerso nelle pagine del tuo libro, leggono le parole uscite da dentro la tua anima?
Sorrideranno? Rifletteranno? Si emozioneranno?
R: Nel mondo dei miei lettori c’è di tutto: amici, amici di amici, parenti, persone conosciute, persone sconosciute e persone che forse non conoscerò mai.
Abbi fortuna e dormi è una storia trasversale, rivolta a lettori di ogni età, leggibile anche dai più giovani per la scorrevolezza significativa del testo.
Spesse volte mi chiedo quale sia l’espressione dei miei lettori mentre leggono i diversi passaggi, sono sicuro che sorrideranno, rifletteranno e si emozioneranno.

«Abbi fortuna e dormi» di Luciano Esposito, sugli scaffali della Feltrinelli tra Umberto Eco e Oriana Fallaci

La scuola e la prof.ssa di Italiano

D: La fan page ufficiale di Abbi fortuna e dormi è ricca di commenti e foto.
I veri amici sono rari. sei felice di tanto affetto e stima oppure temi di deluderli?
R: La paura di deludere qualcuno è sempre dietro l’angolo, devo dire, però, che i complimenti e i giudizi positivi ricevuti fino ad ora mi hanno riempito di gioia e mi hanno dato un grande slancio per continuare a scrivere.

D: Luciano, torniamo sui banchi di scuola: che tipo era il tuo professore di italiano? Ha contribuito a modellare la scrittore di oggi oppure la formazione scolastica pensi sia solo nozionistica e non produce vera cultura?
R: Cominciamo col ricordare che la mia professoressa di italiano, alle superiori, era una bella donna. Spesso durante l’interrogazione si distraeva guardando fuori dalla finestra con occhi assenti ed io me ne accorgevo, allora, per allungare il brodo, cominciavo a raccontarle di tutto, da Pinocchio a Biancaneve, l’importante era non interrompere l’esposizione.
Alla fine me ne tornavo al banco con un bel voto. Giuro!
Anche se la scuola mi ha formato infondendomi le nozioni base, la passione per la scrittura è nata in età matura.
Scrivere deve essere un atto libero, non un’imposizione.

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Povertà di spirito: il «mostro» da sconfiggere

D: Se avessi la possibilità – anche temporale – quale scrittore vorresti incontrare?
R: Mi piacerebbe incontrare George Orwell, per chiedergli come ha fatto a prevedere eventi futuri.
Il suo 1984 (scritto nel 1948) è straordinariamente avveniristico.
Stupefacente.

D: Chi consideri i tuoi «maestri» di penna?
R: Tutti gli autori che ho letto, e il mio maestro Nando Vitali, ovviamente.

D: ultimo libro letto?
R: Il suonatore di pietre, di Sergio Saggese.

D: Luciano, domanda d’obbligo: quali sono i peggiori «mostri» affrontati?
Convieni che una delle armi più potente per sconfiggerli sia la cultura?
R: Credo che il mostro più grande di tutti sia la povertà.
Povertà, non solo intesa come condizione di chi si trova ad avere un limitato accesso a beni e servizi d’importanza primaria.
Sto parlando di un altro genere di povertà, per certi aspetti ancora più grave: la povertà di spirito, che spesso equivale a ignoranza.
È un po’ come un cane che si morde la coda, l’ignoranza genera povertà che genera ignoranza (la peggiore delle povertà).
Se vogliamo fare un esempio, l’ignoranza è anche la principale causa di un’infinità di guerre. Non a caso, le zone del mondo teatri di conflitti sanguinosi coincidono con quelle dove è maggiormente diffuso l’analfabetismo.
In altre parole, l’ignoranza rende succubi nei confronti di chi ne sa di più.
La crescita culturale è l’unica vera possibilità di riscatto e di liberazione per l’umanità.

D: Luciano, l’intervista termina con una riflessione libera.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
R: Se avete voglia di sognare e di passare qualche ora spensierata, di sorridere, riflettere ed emozionarvi, leggete Abbi fortuna e dormi.
E se l’avete già letto, rileggetelo!

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Fidel Castro, dittatore o rivoluzionario? La parola a Rosario, conoscitore di Cuba [FOTO]

Fidel Castro, la libertà prima di tutto

Se limiti la libertà, sottrai ad ogni singola persona l’area per respirare.
Ogni giorno.
Ogni istante.

Anche se garantisci l’istruzione per tutti, gli ospedali per le fasce deboli, costruisci ponti e scuole.
Resti un dittatore.

Regime politico caratterizzato dalla concentrazione di tutto il potere in un solo organo, monocratico o collegiale, che l’esercita senza alcun controllo (fonte Treccani)

Privare la libertà ad un popolo con l’uso indiscriminato della forza e la legge della violenza, è un macigno che affossa ogni altra azione.

Non esistono spiragli di discussione: Fidel Castro, per il sottoscritto, resta un dittatore.

Filde Castro, dittatore o rivoluzionario? Le parole di Rosario, conoscitore della relatà di Cuba

Per i cubani, chi è veramente Fidel Castro?

Oggi, con interesse, rileggo l’intervista rilasciatomi da Rosario nel lontano 2012.
Il mio amico, in varie occasioni, ha visitato Cuba e conosce la realtà oltre la cartolina disegnata per i turisti.

Le domande miravano a capire una semplice verità: come vivono i cubani? Ed il governo di Fidel Castro, come viene percepito?

A Voi, Lettori, un estratto dell’intervista a Rosario.

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L’intervista del 2012 (un estratto)

D: Rosario, da quanti anni viaggi in America Latina ed in particolare frequenti Cuba?
R: Viaggio in paesi “hispanohablante” ormai dal 2005 e devo dire la verità, soprattutto Cuba, la sento mia è come se fossi davvero a casa mia.
Quest’anno è la terza volta che vado nell’ “isla grande”.

D: Cuba l’immagino come un’isola dalle molteplici facce: la prima “cartolina” che mi viene in mente è la povertà nella quale vivono la maggior parte delle persone e la voglia dei molti di scappare dalla dittatura e raggiungere le coste degli Stati Uniti. Confermi questa mia impressione?
R: La verità che tutti vogliono cambiare aria, però è praticamente impossibile uscire dal paese. Però, al dire il vero, alla povertà visibile ovunque ci sono altrettante sacche di ricchezza, praticamente chi lavora nel turismo o nel contrabbando e soprattutto i diplomatici dello stato.

I cubani come considerano Fidel Castro?

D: a me sembra assurdo anche solo nominare la parola “dittatore”.
Siamo nel 2012, i cubani come possono tollerare la presenza della famiglia Castro? Regime, censura, militari, tv di stato … tutti questi concetti “fanno a cazzotti” con la libertà. Allora Rosario ti chiedo in che percentuale Cuba si può definire un’isola LIBERA? Il regime è opprimente e sanguinario? Esistono tutt’oggi forti limitazioni per i cittadini? Ci sono spiragli di apertura del governo? Ed hai mai sentito nominare la parola “democrazia” a Cuba?
R: Nessuno parla di dittatura o governo in pubblico, la parola “Fidel” è bandita dal vocabolario cubano tutti evitano di pronunciarla per non avere problemi. Comunque con l’avvento di Raul, il fratello minore di Fidel Castro, c’è una lieve apertura al cambiamento infatti sono avviate varie riforme su tutti i fronti che, a quanto pare, hanno giovato solo a poche persone, è facile immaginare a chi!
L’isola in realtà è “libera” solo per i turisti e una amica cubana mi diceva che loro si sentono stranieri nella loro terra.

Cuba, paradiso per i turisti: ma quale è la verità?

D: penso ai cubani come a delle persone semplici ed ospitali, amanti della musica e del divertimento. Veramente i cubani sono persone allegre (nonostante tutto) oppure è un luogo comune?
R: Si, in realtà sono molto umili e ospitali e quel poco che hanno te lo danno senza compromessi. La cosa che mi sconvolge che tutti si divertono senza avere un “peso” in tasca, l’effetto contrario di qui dove ci sono i soldi e nessuno si sa divertire. Tutti sono amanti dei balli latino-americani, li vedi ballare dappertutto, nei locali, in spiaggia, in strada mentre passano le auto, oramai sono abituato però è uno spettacolo indimenticabile per chi non lo ha mai visto. La filosofia del cubano è “oggi rido perché non ho niente, domani rido perché posso avere qualcosa”.

D: a tal proposito, come è la vita by night a Cuba? E’ veramente il “paradiso” di molti uomini occidentali che vanno alla ricerca del sesso-facile oppure è solo una leggenda metropolitana?
R: Dipende che cosa cerchi. Purtroppo di leggenda oggi c’è ben poco, chiaro che è il paradiso di molti ultrasessantenni che vedi abbracciati con ragazzine diciottenni. Questo a Cuba si chiama”economia”.

Cuba, la vita di notte parte dell'economia del paese

D: ci descrivi una giornata tua giornata tipica a Cuba?
R: Al mattino: colazione in casa particular, un giro per la città tra i vari mercatini di artigianato locale, piscina o spiaggia a Playa del Est, pranzo a sacco o in uno dei ristorantini che danno sulla spiaggia.
Pomeriggio: un giro per la città vecchia, tra monumenti, fortezza e le stradine di La Habana Vieja, ovviamente non manca la visita alla fabbrica di sigari o al museo del rum, poi ritorno a casa a riposare.
Sera: cena in un ristorantino italiano, poi le solite cose, un café all’aperto dove fanno musica dal vivo, o una disco o un locale solo per turisti.
Tutto questo lo si può fare anche accompagnati da “amiguitas” cubane.

D: come i tutti i paesi poveri, anche su quest’isola dei Caraibi esiste una forte differenza tra le zone frequentate dai turisti e i luoghi dove vivono i cubani?
R: Attualmente si, ci sono zone accessibili solo ai turisti, previo pagamento di un pedaggio, che ovviamente i cubani non possono permetterselo.
Per esempio l’accesso alle belle spiagge e ai complessi turistici di Varadero, l’accesso ai cayos, l’ingresso al centro storico patrimonio dell’UNESCO della città di Trinidad. Però se si vuole vedere la vera Cuba bisogna uscire dalle città e inoltrarsi nelle zone che chiamano “del campo”, baraccopoli a cielo aperto frequentate esclusivamente dai cubani.

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Cuba, dall’album del 2012 di Rosario


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L’intervista dell’anno: I want you!

L’aforisma

ognuno ha una storia da raccontare, basta porgli le giuste domande

(Mario Monfrecola)

Concordo con l’autore.

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Io, giornalista per gioco (e passione)

Il piacere di ascoltare le storie altrui è il motore che spinge il sottoscritto ad intervistare chiunque abbia voglia di rispondere alle domande di un finto giornalista.

Ok, l’ammetto:

  • adoro giocare al giornalista
  • sono un ottimo uditore
  • cerco persone da intervistare ed il prossimo puoi essere proprio TU!

Io, giornalista per gioco, voglio TE per l'intervista dell'anno!

Come avviene l’intervista

Ci incontriamo (se possibile) per una conversazione informale, ascolto la storia, memorizzo i particolari, scatto due o tre fotografie al prescelto.

Indosso i panni del Lettore Curioso e stilo dieci domande non banali (o almeno ci provo) che ognuno di noi vorrebbe porre.

Dieci domande, un punto di vista inedito con un un solo obiettivo: accendere il riflettore sull’intervistato per far conoscere al pubblico una nuova, interessante storia.

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AAA voglio TE per l’intervista!

Le buone intenzioni non bastano. la categoria delle interviste di faCCebook scarseggia di «mostri».

E mi dispiace perché – sono sicuro – ognuno di Voi, amici Lettori, ha delle risposte interessanti dentro sé stesso.

Bastano le opportune domande e la giusta dose di autoironia: perché se ti prendi troppo sul serio, ti escludi da solo.

Bando alle ciance, contattami subito (scegli tu il canale social o l’email nella colonna a destra del post)

Un clic per la TUA intervista 🙂


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Andrea Petringolo, il mondo visto da dietro il bancone. Del suo bar

Andrea Petringolo, al di là del bancone

Andrea Petringolo è il proprietario del EL CAFESINO, il bar che ogni mattina accoglie e ricarica gli impiegati dell’isola G7, al Centro Direzionale di Napoli.

Senza il caffè di Andrea, la macchina lavorativa non va in moto.

Da dietro al bancone del suo elegante locale, Andrea osserva l’esercito di lavoratori sorseggiare la bevanda (rigorosamente servita in tazzine bollenti), dibattere con ardore sui temi di attualità, filosofeggiare sulla Vita, sognare un futuro migliore … fino al fatidico «andiamo?» che spezza i viaggi e riporta gli impiegati alla dura realtà.

Tra i tanti frequentatori, c’è il sottoscritto.

Andrea Petringolo e lo staff de EL CAFESINO (Centro Direzionale di Napoli, isola G7)

Il bancone del bar, lo spartiacque

I ruoli sono netti, separati da un confine preciso: il bancone del bar.

Da un lato: i clienti.
Sulla sponda opposta: il barista.

Noi, in sosta per una breve pausa, pronti a riprendere il perenne movimento.
Lui – insieme alla moglie e le cordiali collaboratrici – professionista del ristoro ed attento osservatore del frenetico mondo oltre la frontiera.

Il medesimo schema si ripete in mille altri bar della penisola: nei pressi di un ufficio, un altro Andrea Petringolo serve il buon caffè, registra i soliti discorsi dei clienti, interviene se coinvolto, ascolta lo sfogo del malcapitato di turno, sorride ed incoraggia, congeda i clienti con un caloroso «arrivederci».

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L’intervista

D: Andrea, ogni giorno, da dietro al bancone, contempli l’esercito di impiegati bere il caffè, discutere, salutare, fuggire. Che esseri strani siamo diventati?
R: osservo una generazione frenetica, non ci godiamo nemmeno la pausa caffè.
Vi scruto mentre ordinate, impazienti già alla cassa.
Scalpitate, il tempo è tiranno, sempre di corsa, vittime dei ritmi forsennati, bere il caffè e scappare … fino alla successiva pausa.

D: intere giornate trascorse al di là del confine: Andrea, il bancone del tuo bar – la linea tra il tuo mondo ed il nostro – ti rende prigioniero?
R: mi piace il mio lavoro, anche se qualche volta desidero evadere, vivo bene dietro al bancone. Amo viaggiare ma non mi sento prigioniero del mio locale.
A volte penso che conoscere i miei clienti è come un viaggio, dopotutto ogni persona è un pianeta da scoprire.

Il mondo dietro al bancone

D: raccontaci il tuo mondo, il mondo dietro al bancone
R: al di qua del confine, c’è un mondo con ritmi opposti ai “vostri”. Salto dietro al bancone alle 6.30 ed esco verso le 18,30. L’ora di punta è la mattina verso le otto e l’ora di pranzo.
Notate che il mondo dietro al bancone è in fermento quando voi altri vi fermate. Direi che siamo sincronizzati, come una squadra che fa i turni: voi finite e noi iniziamo pronti ad accogliervi, poi tornate al lavoro e noi impegnati a riordinare il locale. Verso le sedici cala un un po’ pace e finalmente tiriamo un sospiro di sollievo.

D: dietro al bancone, quanti siete ?
R: il numero è variabile, dai quattro ai sei abitanti, metà uomini e l’altra metà donne. Nel nostro, a differenza del mondo reale, rispettiamo le quote rosa.
Sottolineo che le mie giovani collaboratrici sono aiutanti preziose e fondamentali e senza di loro la vita dietro al bancone sarebbe impossibile.
A volte litighiamo – anche dietro al bancone la convivenza è difficile! –  con l’unico obiettivo di ottenere il massimo per la soddisfazione dei clienti.

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Quella volta del folle con la pistola …

D: dal tuo punto di vista privilegiato, studi il viavai continuo di uomini e donne sempre di corsa: storie particolari da raccontare?
R: lo scorso luglio un folle con pistola diffuse il terrore al Centro Direzionale. Le persone spaventate dai recenti attentati pensarono subito al peggio.
Per fortuna si trattò solo di un disperato che fu disarmato ed arrestato dalla Polizia. Oggi basta un nonnulla per generare panico.
Comunque, anche noi da dietro al bancone, vivemmo la tensione del momento.

D: Andrea, il barista – come ogni lavoro al contatto col pubblico – deve saper relazionarsi con chiunque: è questa la maggior virtù di chi vive dietro il bancone?
R: cerco sempre la soddisfazione del clienti perchè il prodotto offerto è curato in ogni minimo dettaglio.
Ad esempio, per il compleanno o eventi speciali, decoriamo i cappuccini ed i caffè con il disegno di un cuore o uno smile. Sono gli auguri personalizzati di chi vive da dietro al bancone!
A volte devo avere anche molta pazienza soprattutto con i clienti tifosi della Juventus! Ci prendiamo in giro con simpatia e sempre in amicizia.

El Cafesino, Centro Direzionale di Napoli, isola G7

L’augurio di Andrea

D: Andrea, quando sei tu il  cliente in un altro bar, scruti il bancone del tuo collega: quali dettagli distinguono un buon bar da un locale qualsiasi?
R: il primo particolare è l’igiene. La pulizia del bancone e la professionalità del collega sono l’indice della qualità del bar e quindi del caffè.
Poi, un caffè può piacere o meno a secondo del gusto (chi preferisce caffè stretto, chi macchiato, altri lungo).
Comunque, non tutti i banconi sono uguali!

D: chiudiamo questa breve chiacchierata con un ultimo messaggio: come la sentinella del faro osserva il mare, tu da dietro  al tuo bancone guardi le nostre vite. Forza, invia un messaggio al resto del mondo!
R: ho inaugurato il locale il 7 gennaio, lo stesso giorno che arrivaste voi di Maticmind al CDN. Una fortunata coincidenza vero?
Ci stiamo conoscendo giorno dopo giorno …
Auguro a tutti una situazione personale e lavorativa al top!
Per andare sempre avanti nella vita.
Magari insieme, sorseggiando con calma un buon caffè.

Ringrazio Andrea Petringolo per l’intervista.
Se capitate all’isola G7 del Centro Direzionale di Napoli, recatevi al EL CAFESINO.
Vi attende il buon aroma del caffè napoletano ed Andrea  pronto ad accogliervi.
Dietro al suo bancone, come sempre.


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