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Category: Società (Page 1 of 12)

San Gennaro si difende come può [FOTO]

San Gennaro, il giorno prima

Scatto la foto martedì 18 settembre, il giorno prima del sospirato miracolo partenopeo.

I dissuasori gialli compaiono anche a via Duomo, nel centro storico di Napoli, lungo la via dei musei, nell’arteria che porta dalla centralissima via Foria al tesoro di San Gennaro.

Parcheggio la e-bike, immortalo la scena, un quadro dei nostri tormentati tempi moderni.

Via Duomo, San Gennaro si difende come può

Via Duomo, un lungo zig-zag

La manifestazione si snoda in un lungo zig-zag, i dissuasori incuriosiscono i passanti più che spaventare.
Via Duomo è presidiata dalle forze dell’ordine, nessuna auto in sosta selvaggia, pochi scooter … oggi percorrerla in bici è un vero piacere.

In attesa del miracolo – e della grande folla di fedeli – la sicurezza è garantita.

Via Duomo, anche San Gennaro si difende come può

I dissuasori-panchine

Se riflettiamo in modo asettico, la presenza dei dissuasori gialli è un sintomo che fa rabbrividire.

Difenderci da un nemico invisibile, con ogni mezzo, proprio sotto casa.
Assurdo.

Meglio sorridere con la riflessione tutta napoletana di uno spettatore nei pressi del Duomo sull’uso delle barriere gialle: «almeno c’assettam!» (almeno ci sediamo).

Via Duomo, anche San Gennaro si difende come può

Via Duomo, San Gennaro si difende come può


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Capodimonte di sera con BeTime, un granello di cultura per bloccare la routine [FOTO]

Il museo di Capodimonte di sera

Una serata al museo, la passeggiata nel weekend … i nostri eventi sono granellini di sabbia che inceppano il grande meccanismo della routine. La cultura per spezzare il monotono meccanismo casa-lavoro-casa […]

Il sottoscritto ed Osvaldo – segretario di BeTime, l’Università del tempo libero – concordano: desideriamo fermare il trita-tempo, occorre agire contro la routine che trasforma le nostre giornate in sbiadite fotocopie tutte uguali.

Aderire agli eventi organizzati dalla nostra associazione culturale, ci aiuta ad affrontare le settimane (lavorative) con maggior entusiasmo.

La visita al museo di Capodimonte è la testimonianza perfetta: serata magnifica in un luogo magico, tra i capolavori di Caravaggio e Tiziano e le mille storie celate dietro ogni opera d’arte.

Un piccolo, importante granellino di cultura per inceppare la mastodontica macchina del tempo.

Il museo di Capodimonte di sera, una magnifica visita con BeTime

Capodimonte di sera, con BeTime e Le Capere

L’evento è organizzato in collaborazione con Le capere, donne che raccontano Napoli.

Rifletto: puoi visitare il museo di Capodimonte dodici volte l’anno ed ogni volta scopri un itinerario insolito, una storia mai ascoltata prima, un’opera che ti colpisce.
Perchè il museo di Capodimonte è meraviglioso – ancora di più in questa calda serata di settembre.

Al sottoscritto, ospite attento, non resta che ascoltare la narrazione della capera, guida professionale ed entusiasta.

E scattare foto, per Voi amici Lettori 🙂

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Capodimonte di sera, la galleria fotografica


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Il gioco del quindici per la Millennial Generation

Il gioco dei quindici per la Generazione Y

I numeri da 1 a 15, una cella vuota.
Appena il mio sguardo incrocia il quadrato con le cellette rosse e bianche, la mente torna a quando ero bambino.

Il gioco del quindici, da piccolo, era tra i miei passatempi preferiti.
Le dita sottili scorrono lungo il quadrante con l’agilità della giovane età, sposto i numeri in modo fluido senza intoppi.

Alla ricerca della successione perfetta: ordinare (in modo crescente o decrescente) il caos.
Come un minestrone nel quale separare gli ingredienti.
Un bell’esecizio di manualità, applicazione, divertimento.

Mi chiedo: oggi, nel ventunesimo secolo, tra videogames, smartphone e Whatsapp, esiste un eroico adolescente che prova ad ordinare i numeri?
Il gioco del quindici, è un perfetto sconosciuto per la Generazione Y?

Il gioco del quindici sconosciuto alla Millennial Generation?

Gioco minuscolo o mani giganti?

Acquisto il magico passatempo.
Esco dal negozio, non resisto alla tentazione.
Mi accomodo sulla panchina, emozionato, apro e provo subito.

Nonostante il trascorrere del tempo, le tecniche le ricordo bene: sposto a sinistra, la cella verso il basso, poi torno su, muovo a destra e l’UNO è al primo posto.
Tocca al DUE …

Però ora le celle non scorrono con fluidità come quarant’anni fa.
Il pollicione non vola sul quadrante.
Le dita occupano due celle invece di una.

Possibile che, per risparmiare, abbiamo ridotto le dimensioni del gioco del quindici?
Oppure sono le mani del sottoscritto cresciute a dismisura?

Perplesso, rientro nel negozio.
Mentre acquistavo il gioco del quindici, il terzo occhio registrava l’immagine.

Gli Shangai!

Quelle simpatiche asticelle colorate, da prelevare con la pazienza orientale … da piccolo ci giocavo sempre … era divertente … o no?


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Scuola CAPALC/2, l’ex ecomostro: a settembre la prima campanella. Dopo 41 anni.

Scuola CAPALC/2, apertura cantiere: 1976

L’ex ecomostro sembra un lontano ricordo, oggi la scuola CAPALC/2 è pronta ad ospitare gli studenti di Bagnoli, Fuorigrotta e zone limitrofe.

L’annuncio del sindaco De Magistris (settembre 2016), dunque, risulta vero e chiude un capitolo vergognoso più volte denunciato dai media (con la foto del sottoscritto pubblicata nella rubrica RiFatto de Il Fatto Quotidiano)

Siamo ad agosto 2017.
Sono trascorsi 41 anni dall’apertura del cantiere.

Quarantuno anni per completare un’opera pubblica.
Quarantuno anni di sperpero di fondi statali.
Quarantuno anni di scandali senza un colpevole.
Quarantuno anni di oscenità politiche.

Un cittadino qualsiasi, però, oggi – dopo 41 anni! – si pone alcune elementari domande che meritano risposte convincenti.

La scuola CAPALC/2, ex ecomostro oramai terminata (dopo 41 anni!)

La scuola CAPALC/2 rispetta le norme attuali?

Dopo 41 anni dal primo mattone, possiamo affermare che le aule, i laboratori, le palestre, la mensa, la segreteria rispondano alle norme vigenti?

In un Paese normale, l’osservazione risulterebbe offensiva ma nel nostro caso, dopo quasi mezzo secolo dall’inizio dei lavori, non si può dare nulla per scontato.

Anche in termini di sicurezza: la scuola CAPALC/2 rispetta le nuove regole antisismiche?

La scuola CAPALC/2, ex ecomostro oramai terminata (dopo 41 anni!)

Scuola CAPALC/2, la posizione

La scuola CAPALC/2 sorge nel quartiere Fuorigrotta, non distante da Bagnoli ed Agnano, al confine tra Napoli e Pozzuoli.

La strada – via Terracina – è molto trafficata (c’è anche l’ospedale San Paolo dotato di Pronto Soccorso) e gli unici mezzi pubblici che servono la zona sono gli autobus dell’ANM.

Nei dintorni della scuola CAPALC/2, non è presente nessuna fermata della metropolitana o treno locale.

Perché la città, durante questi lunghi 41 anni, ha cambiato volto.
Mentre i lavori dell’opera pubblica si bloccavano, riprendevano, attendevano nuovi finanziamenti, a Napoli la viabilità ha subito cambiamenti profondi.

Chiedo: oggi, nel 2017, avrebbe ancora senso costruire la scuola nell’attuale zona di via Terracina?

La scuola CAPALC/2, ex ecomostro oramai terminata (dopo 41 anni!)

In cerca di risposte

Da cittadino non assuefatto alle varie «mostruosità», invierò i suddetti quesiti agli organi competenti.

In caso di risposte, vi aggiornerò con tempestività.

Nel mentre, godiamoci il suono della prima campanella emesso dalla CAPALC/2.
Dopo 41 anni, il trillo vale oro.


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Ferragosto italiano, tre perché (ed una risposta)

Ferragosto, Italia ferma
(come negli anni sessanta)

  • Perché l’esercito dei lavoratori (pubblici e privati) è costretto ad andare in ferie ad agosto?
  • Perché, in Italia, ci comportiamo ancora come negli anni sessanta quando la grande industria regolava i ritmi degli operai?
  • Perché, mentre il lavoro diviene flessibile, la regolamentazione delle ferie resta rigida nel tempo?

Milioni di lavoratori in partenza, tutti nello stesso weekend.
Città vuote, negozi chiusi.
Chi resta, costretto a sobbarcarsi il lavoro dei colleghi vacanzieri.

Al supermercato, la cassiera stressata.
Alla Posta, l’impiegata scorbutica.
Al Pronto Soccorso, il dottore latitante.

Lavorare fino ad estate inoltrata risulta snervante: negli uffici, il nervosismo si taglia con un coltello, ognuno vorrebbe essere altrove.
Eppure, in Italia, continuiamo ad usufruire del periodo di ferie, tutti insieme appassionatamente.

Una regola anacronistica impone ai dipendenti il periodo nel quale spendere le vacanze: dai primi di agosto fino alla settimana dopo ferragosto.

Il ferragosto degli anni 60: le vacanze legate alla catena di montaggio

La regola della catena di montaggio

La piccola utilitaria carica di ogni ben di Dio, la famiglia compressa nella FIAT cinquecento.
Il viaggio è lungo, dal laborioso nord verso il profondo sud.
A salutare i parenti rimasti, per trascorrere l’agognata vacanza.

Ad agosto, la catena di montaggio si ferma: gli operai – e chi lavora nell’indotto – liberi per un mese.

Aveva senso.
Nell’Italia degli anni sessanta.

Oggi, nella società del mordi e fuggi, fermare la nazione – per una settimana! – è un concetto preistorico.

In Italia, la grande industria è praticamente assente.
Il massiccio esercito di operai (moderni), frammentato in mille unità precarie.
Ognuna con regole e tempi diversi, nessuna uniformità, ritmi specifici, diritti e doveri legati al territorio.

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La risposta ai tre perché

Permettere ai lavoratori (pubblici e privati) di consumare le proprie settimane di ferie (due, tre, quattro o cinque) tra il primo giugno ed il trentuno agosto.

Spalmare le vacanze in più mesi, evita:

  • lo stress dei lavoratori costretti a recarsi in ufficio fino ad estate inoltrata
  • il miglioramento della qualità dei servizi offerti in ogni settore
  • gli esodi di massa ed i relativi bollini rossi sulle autostrade italiane (con diminuzione degli incidenti stradali)
  • lo svuotamento delle città e l’azzeramento delle prestazioni (vedi anziani e chi necessita di assistenza)
  • la speculazione dell’alta stagione e lo sfruttamento indegna del turista
  • varie (furti in casa, abbandono degli animali …)

Con questo semplice accorgimento, le aziende (piccole e grandi) non si fermano e raggiungono un doppio obiettivo: soddisfare le esigenze del proprio impiegato, far consumare le ferie al lavoratore come stabilito dal contratto nazionale.

Resta un ultima domanda: in Italia, oggi perché andiamo ancora in vacanza tutti insieme come negli anni sessanta?


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Lo strano caso del vu cumprà (croato)

Il primo vu cumprà proveniente dalla Croazia?

«Compri qualcosa?» chiede il giovane vu cumprà.
«No grazie, non mi serve nulla. Scusami, da dove vieni?» ribatto curioso.

Agosto bollente, da sotto l’ombrellone osservo il pianeta-spiaggia con le sue mille contraddizioni.

Quando un vu cumprà si ferma per proporre le varie cianfrusaglie, instauro un colloquio col malcapitato per comprendere quale infausto destino abbia colpito questa persona e come sia finito su una spiaggia a macinare chilometri sotto il sole per vendere prodotti inutili pur di sopravvivere.

Stavolta, lo sventurato è un ragazzo bianco, non italiano.

«Vengo dalla Croazia» risponde l’ambulante.

Un vu cumprà qualsiasi: da dove provengono questi malcapitati?

La relazione tra prodotti e nazionalità

Da uno studio statistico non ufficiale effettuato dal sottoscritto su un campione casuale, ho compreso esistere una relazione tra nazionalità del vu cumprà e prodotto venduto:

  • africani: cd musicali e dvd di film, cappelli, teli da mare ma anche elefantini portafortuna e strumenti musicali vari (vedi tamburi), costumi femminili
  • bengalesi: ricariche dei cellulari (power bank) e cover per gli smartphone, cianfrusaglie varie (palloni, aquiloni ma anche occhiali da sole, gadget del momento – vedi spinner)
  • arabi: specializzati in bigiotteria – anelli, collane, bracciali di ogni prezzo, colore e qualità
  • campani: cocco fresco, taralli, bibite, pizzette ma anche calzini (fantasmini) ed accendini

Del vu cumprà croato – fino ad oggi – nessuna traccia.

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«La Croazia? Inguaiata come l’Italia»

«Ma l’economia della Croazia è in crisi?» domando sorpreso al mio interlocutore.
«La Croazia è inguaiata come l’Italia» taglia corto il vu cumprà mentre va via sconfortato.

Resto interdetto.

Sta di fatto che da quel giorno, dall’esercito di ambulanti passati dal mio ombrellone, di altri venditori croati nemmeno l’ombra.

In questo agosto bollente, registro un episodio inedito: credo al giovane croato disperato oppure diffido delle sue affermazioni?

Indeciso, indagherò 🙁


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L’aquilone, l’ultimo viaggio [FOTO]

L’aquilone, il filo alla mia infanzia

Alcuni ricordi sono indelebili, impossibile da cancellare anche per l’inesorabile tempo che passa.

L’aquilone rientra tra questi.

E così, ogni volta che il Panda colorato si alza in cielo, gli dedico uno scatto.
 
Il mio aquilone

Io, maestro di aquiloni

L’aquilone, in cielo nel suo dolce ondeggiare, è l’icona della libertà e fantasia.
Ma quanti sono in grado di far volare il vecchio Panda, amico decennale del sottoscritto?

Occorre un pizzico di magia per far decollare il sogno di ogni bambino.

Lo scrivente – modestia a parte – è un maestro e possiede il tocco magico.
Stavolta la sfida è ardua: il veterano è stanco, con le ali ferite ed il filo spezzato e ricucito in mille punti.

Ce la farà per un nuovo viaggio?

Il piccolo gruppo di giovani spettatori, ansiosi di guidare il Panda fino a superare le grosse nuvole bianche in questa bollente giornata di luglio, attende speranzoso il decollo.

Aiutato da un vento generoso, il mio vecchio amico di giochi – provato da mille voli colorati – non delude i sogni dei fanciulli.
Barcolla, si alza, poi oscilla, perde quota e con una folata di entusiasmo cattura il cielo!

Passo il controllo ai bimbi festanti.

Il sogno continua.

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Epilogo

Il vecchio aquilone regala l’ultima emozione.
Poi cade come un uccello abbattuto da un bracconiere.

Mentre riavvolgo il filo, il Panda striscia sulla sabbia e si avvicina sofferente.
Lo raccolgo.
E’ davvero messo male: ali spezzate, dorsale fratturata, il filo ridotto ad una matassa impossibile da sciogliere.

E’ finita.

Guardo con tenerezza il mio amico Panda.

Non mi resta che accettarea l’amara verità: é giunta l’ora di comprare un nuovo aquilone.
Dopotutto, i sogni non hanno età 🙂


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Casi di successo, due esempi da studiare

Lorenzo Marone, da avvocato a scrittore

Lo stesso Lorenzo Marone – nell’intervista esclusiva rilasciata al sottoscritto – conferma il salto: in un momento di pura follia, abbandona la strada sicura dell’avvocatura per seguire la passione (incerta) della scrittura.

Diventerà un caso di successo nazionale.

La scelta di Lorenzo Marone è sostenuta da un evidente talento ed una giusta dose di rischio.

>Perchè studiare i casi di successo?

IoCiSto, la libreria di tutti

Nel cuore del Vomero, la zona collinare di Napoli, da qualche anno spopola la libreria IoCiSto.
Nata dal coraggio di un gruppo di cittadini che, nel momento di massima crisi dell’editoria, invece di dietreggiare, attacca e fonda la libreria di tutti.

La storia di IoCiSto è un caso di successo basato sulla determinazione, convinzione e passione.

Laddove in molti falliscono, gli amici del Vomero realizzano un sogno che, a distanza di anni, cresce e rappresenta un ottimo esempio da seguire.

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Talento, passione e rischio: gli ingredienti dei casi di successo

Il talento per la scrittura, il rischio nell’abbandonare la certezza per l’incognita, sono gli ingredienti evidenti nel primo caso di successo, l’affermato Lorenzo Marone.

La passione per i libri, la forza di convinzione per percorrere controcorrente il fiume degli eventi, sono gli elementi del secondo caso di successo, la libreria di azionato popolare di Napoli.

In entrambe le storie, in un istante speciale, giunge la scintilla che cambia il flusso degli eventi.
Quel momento magico nel quale mettere in discussione i risultati raggiunti, porre la fatidica domanda «è veramente ciò che voglio?», credere in se stessi e cambiare strada.

Studiare i casi di successo serve a carpire il momento nel quale scoppia tale scintilla, la fiamma che sta dietro ogni sogno realizzato.


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Perché leggere la tragica storia di Michele Bovenzi raccontata da Lorenzo Izzo

Michele Bovenzi, il post di Lorenzo Izzo

La storia è raccontata da Lorenzo Izzo nel post Il tragico destino di Michele Bovenzi.

[…] All’ombra di una quercia, Michele prese una bomba di mortaio, ansioso di ricavarne la polvere da sparo.
Avendo a portata di mano una pietra calcarea, iniziò a percuotere l’ordigno. Non conoscendo, però, la tecnica dello Stavolone per evitare l‘innesco, la bomba gli esplose tra le gambe […]

Il mio amico, storico per passione, ha l’indubbio merito di riportare alle cronache un episodio dimenticato dalla stessa comunità di Calvi Risorta – piccolo paese in provincia di Caserta – dove è avvenuta la drammatica vicenda nel 1944.

Michele Bovenzi, il suo tragico destino raccontato da Lorenzo Izzo

I 3 motivi del successo

Evidenzio i tre aspetti che rendono il post di Lorenzo un articolo di successo:

  • la vicenda suscita rabbia perché ingiusta: la lettura emoziona
    (esempio perfetto di storytelling, l’arte del narrare)
  • la notizia locale è emblematica: può essere narrata in mille altre guerre
    (da glocal a global)
  • l’articolo ci sbatte in faccia l’assurdità di ogni conflitto per ricordare
    (il blog di Lorenzo, documenta)

Riuscire ad indignare il Lettore, capacità di rivedere la storia in mille altri contesti, far riflettere: gli ingredienti di successo dello storytelling, «l’arte del narrare», sono presenti nella drammatica vicenda del piccolo Michele Bovenzi.

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Il ricordo di Michele Bovenzi contro ogni guerra

Dai bombardamenti sulla piccola Calvi Risorta durante la seconda guerra mondiale alle immagini terrificanti di Aleppo (ma non solo), la storia ripresenta i suoi «mostri» peggiori.

E dunque, il tragico destino di Michele Bovenzi, rappresenta una potente denuncia contro la guerra.
Perché ci ricorda la follia dei conflitti, in ogni luogo (e tempo) essi avvengano e chiunque ricerchi e documenti tali orrori, merita il nostro sostegno e plauso.

Grazie a Lorenzo, da oggi il ricordo di Michele Bovenzi, non cadrà nel pozzo nero dell’oblio.


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Stranezze napoletane

Una famiglia … in scooter

Il bimbo avrà avuto nove anni: in piedi, davanti, con le mani impugna il manubrio.
Col vento tra i capelli, si gode il viaggio in prima fila.

Segue il padre – il pilota dello scooter – sicuro, deciso, abituato alla sua anormalità.
Inchiodato alla sella della moto, con i piedi bloccati sull’asfalto bollente, mantiene in equilibrio veicolo e famiglia.
L’adulto è il secondo passeggero.

La bimba, immagino la piccola sorellina, minuta, biondina, delicata.
Seduta dietro l’enorme papà, aggrappata al suo idolo, viaggia come una valigia incastrata.
E’ la terza passeggera.

La mamma chiude la fila,
Poggiata sullo spigolo della sella, in bilico dietro la figlia, funge da tappo onde evitare cadute inattese.
Come in tutte le famiglie che si rispettino, la donna è il perno che unisce – anzi, mantiene – i rapporti tra padre e figli.
E’ la quarta passeggera.

Un ultimo dettaglio: i quattro passeggeri sullo scooter, viaggiano tutti senza casco.

Io, ciclista napoletano contro le stranezze napoletane

Strano a chi?

«Papàààà» il bimbo indica il sottoscritto con lo stupore negli occhi mentre, con la manina, strattona la camicia del genitore.

Fermi al semaforo, vicini ma lontani, ci scrutiamo sospettosi.

Io, ciclista metropolitano, in sella alla e-bike, chiuso nella maschera antismog e protetto dal casco.
L’intera famigliola, libera e strafottente, in viaggio sullo scooter.

Siamo esseri appartenenti a razze diverse?

L’incontro tra alieni dura meno di due minuti, in attesa del verde liberatorio.

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Illegalità quanto diffusa?

Evidenzio un aspetto contro i (pericolosi) luoghi comuni: la famiglia sulle quattro ruote è l’eccezione.

Intorno a noi, tanti altri motociclisti fermi al semaforo, dotati di casco, rispettosi delle regole.

Comunque sia, anche se un caso isolato, la famiglia in sella allo scooter rappresenta un pezzo del contraddittorio mosaico napoletano.

Chi fermerà l’allegra famigliola?

Scatta il verde.
«C’amma fa»» sembra sbuffare il capofamiglia al figlio.

L’espressione per spiegare al bimbo: «porta pazienza, di gente strana nella vita ne incontrerai tanta».

Polizia, carabinieri e vigili: qualcuno avrà il buon senso di fermare l’allegra combriccola?

L’uomo accelera, una nuvola di fumo nero misura lo sforzo dello scooter per partire e la famigliola scompare nel traffico cittadino.
Quanta strada percorreranno prima di essere bloccati dai tutori della Legge?

«Piccolo, un giorno capirai» farfuglio fiero di aver mostrato al bambino una possibile alternativa al suo mondo anormale.

Il tempo sarà galantuomo, ne sono certo.


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Giancarlo Siani al PAN di Napoli: la forza dell’indignazione [FOTO]

La Méhari verde di Giancarlo Siani

E’ sempre la stessa storia.
Ogni volta che passo per via dei Mille al civico 60, una potente forza attrattiva mi spinge nell’atrio del PAN di Napoli

Il volto intelligente di Giancarlo Siani, la Méhari verde, la targa commemorativa del Comune di Napoli.

Sdegno.
E poi rabbia interiore.

Resisto cinque minuti.
Fotografo, osservo, scappo via indignato.

La La Méhari di Giancarlo Siani al PAN di Napoli

Italia, paese in guerra civile

Giancarlo Siani ci sbatte in faccia la cruda verità: in Italia, è in atto una guerra civile che fingiamo di non vedere e preferiamo girarci dall’altra parte.
E’ comodo.

Silvia Ruotolo, Petru Birladeanu, vittime innocenti della guerra di camorra, sono due (dei tanti) nomi eclatanti ricordati dai media.

Ma quante sono le persone ammazzate dalla criminalità organizzata?

Un mafioso trucidato dal clan rivale non scandalizza più nessuno.
La notizia occupa un trafiletto di giornale, nella lontana pagina di cronaca.
Quasi fosse normale un’esecuzione per il predominio di una piazza di spaccio.

La targa commemorativa per Giancarlo Siani al PAN di Napoli

Giancarlo Siani, 19-9-1959 / 23-9-1985

La vita di Giancarlo Siani, coraggioso giornalista de Il Mattino, continua in Rete: il sito In viaggio con la Mehari racconta e riprende il percorso interrotto a soli ventisei anni.

Io continuerò a visitare l’atrio del PAN.
Per non girare il volto dall’altra parte.


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Perché Be Time, l’Università del (nostro) tempo libero

Be Time, cosa offre

Una visita in un luogo speciale, un angolo nascosto di città, un monumento famoso ed un castello sconosciuto, il museo ricco di storia, una gita fuori porta, un viaggio in una capitale europea.

Ma anche un corso di cucina, una lezione di un professore universitario, un workshop, la lettura di un libro, la convenzione con il cinema ed i biglietti scontati del teatro.

Mille idee.
Mille iniziative.

Per spendere e valorizzare il proprio tempo libero.

Amodio D'amodio, Presidente Be Time, l'Università del tempo libero

Be Time, il valore del tempo libero

Be Time, l’Università del tempo libero, è un’associazione di persone che credono nella cultura e nell’intrattenimento.
Perché, a ben pensare, il tempo libero è una risorsa dal valore inestimabile.

Dal lunedì al venerdì il tempo – sempre lui! – vola via.
Come piccoli granelli di sabbia, sfugge tra le dita e si perde tra il vento dei mille impegni professionali e svariati doveri.

Doveri, doveri ed ancora doveri.

Be Time si pone un obiettivo semplice ed importante: spendere al meglio il prezioso tempo libero.

Il logo di Be Time, l'università del tempo libero

Amodio D’Amodio, il Presidente

Amodio D’Amodio è il (primo) Presidente di Be Time.

Un vulcano di idee, capace di coinvolgere intorno ad un tavolo – negli orari più assurdi – un gruppo di colleghi (tra i quali, lo scrivente) per definire lo statuto dell’associazione, nominare il consiglio direttivo, studiare il programma delle prossime iniziative.

Il cimitero delle Fontanelle, il rione Sanità e la casa di Totà prima e la certosa di San Martino poi (ho saltato la visita al monastero di Santa Chiara, mi autodenuncio) i due appuntamenti che hanno aperto la stagione di Be Time.

Il successo (per partecipazione e – soprattutto! – per l’interesse suscitato) dei primi vagiti dell’associazione, sono l’indice dell’entusiasmo : cultura ed intrattenimento, un binomio perfetto per spendere il proprio tempo libero.

Be Time, lA visita al monastero di Santa Chiara

Io, socio (convinto) di Be Time

Il sottoscritto, per amore della cultura e la voglia di costruire un progetto nel quale credere, accetta con convinzione l’invito di Amodio: sono un socio felice di Be Time!

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Be Time, come aderire

Tutte le info ed i futuri eventi, sono pubblicati sull’aggiornata fanpage ufficiale.

Aderire ad un evento è semplice: basta una e-mail, una telefonata o un messaggio.
I costi sono sempre contenuti e l’impegno e la disponibilità massima, come ci si aspetta tra buoni amici.

Mi piace pensare a Be Time come all’Università dalle infinite sorprese.
Per il tuo, il mio, per il nostro tempo libero 🙂


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