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Category: Società (Page 1 of 15)

L’amore impossibile tra un ragioniere ed una matematica


La matematica impossibile

«I conti non tornano» disse lui, il ragioniere.
«È vero» sentenziò lei, dopo qualche frazione di secondo.

«Quanto tempo è trascorso?» chiese il ragioniere, abituato a far quadrare i conti, e, con le mani nervose, intento a torturare le noccioline davanti a lui.
«Necessiti sempre di quantificare, come se dovessi emettere uno scontrino?
5, 14 o 18 che differenza c’è? I numeri hanno tutti lo stesso colore» ripeteva la matematica, forte delle sue certezze mentre, con il cucchiaino disegnava un cerchio nella tazza di verdure, un insieme di ingredienti uniti dal caso più che da una reale ricetta.

«Eppure, all’inizio, contavo i secondi: 1, 2, 3, 5, 8, 11 e poi 19 … sembrava una successione di eventi straordinari anche se, credo, una spiegazione doveva pur esserci. Forse era irrazionalità la mia?» irruppe il ragioniere, colto da un picco di emozione.

«L’irrazionale ha il suo fascino e non riguarda un tipo quadrato come te» sancì lei, la matematica, mentre con lo stuzzicadenti tagliuzzava una piccola zucchina in mille infinitesimali pezzettini, ognuno diverso dall’altro.

La fine di una storia d'amore tra un ragioniere ed una matematica

Il mistero della Susi

Questa storia racconta i primi (o ultimi) istanti dell’amore (in)finito tra un ragioniere ed una matematica.
Lei si chiama Susi, lui Astolfo.

«Per me resti un vero mistero Susi» decretò il ragioniere, incapace di svelare cosa veramente lei celasse dietro quel viso innocente.

All’ennesima affermazione infausta, la rabbia sopita della matematica esplose all’ennesima potenza.

«Sono davvero al limite. Te lo ripeto fino all’infinito: sei troppo primitivo.
I tipo come te vivono in funzione delle azioni altrui. Sei incapace di contemplare comportamenti oscillanti, sei lineare fino a divenire prevedibile, Mai una discontinuità, un salto nel vuoto, una vera azione indeterminata, una mossa impossibile. La tua esistenza – se davvero fosse unica! – ruota intorno alla ripetitività. Sognavo di conoscere un tipo stocastico, mi ritrovo uno stoccafisso!» irruppe tutto d’un fiato la matematica, esausta nell’affrontare cotanta entropia di sentimenti.

«D’un tratto mi è tutto chiaro» dichiarò il ragioniere mentre, stupito, osservava la misteriosa Susi.
«Non farò il pari e dispari, il nostro incontro è giunto alla fine» balbettò il ragioniere mentre sorseggiava l’ultimo brindisi con la matematica.

Dopo qualche minuto di sguardi nel vuoto, l’uomo pagò il conto, conservò lo scontrino, raccolse i suoi affetti e svanì per sempre dalla vita della donna.

La parabola del primo incontro si era consumata definitivamente.

Lei tornò alle sue certezze matematiche.
Lui ai suoi numeri in colonna.

Le vite del ragioniere e della matematica, da quel momento, non si intersecarono mai più.

Il loro incontro casuale, al bar della facoltà, restò un singleton.


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Chi stabilisce l’altezza dei palazzi di Napoli? [FOTO]

La strana altezza dei palazzi di Napoli

Una lunga distesa di cemento.
Dall’interno della città, fino al mare.

Un zig-zag di edifici incastrati.
Visti dall’alto, ricordano quelle costruzioni disordinate create dalla fantasia di un bimbo mentre gioca nella sua stanzetta.

Agglomerati cresciuti senza norme, quartieri privi dei criteri di minima vivibilità.
Ecco la prima impressione mentre osservo i palazzi di Napoli dall’autobus bloccato sulla tangenziale.

Siamo fermi nel solito ingorgo mattutino di Corso Malta, noi pendolari racchiusi nelle lamiere del 130 a formare un unico corpo omogeneo e compatto.
In questa piovosa mattina d’autunno, costretto ad appendere la bici al chiodo, sono comunque tra i più fortunati: nell’autobus strapieno, riesco a muovermi – nonostante sia incastrato nella massa di viaggiatori come un pezzo di un puzzle – e guadagno preziosi centimetri verso la porta.

Dal vetro mezzo appannato, guardo la linea continua di costruzioni, le strade sottili che separano gli edifici incastonati.

Pensieroso mi chiedo: quando hanno costruito, con quale criterio stabilivano le altezze dei palazzi di Napoli?

Chi stabilisce l'altezza dei palazzi di Napoli?

Come in una fotografia di gruppo

In una foto di gruppo, i più alti vanno sempre nell’ultima fila.
Una semplice regola per garantire a tutti di guardare avanti senza incontrare ostacoli.

Se a Napoli avessimo seguito la medesima logica, da tutti i palazzi avremmo visto il mare!
E, in alcuni casi, anche il cielo.

Invece, negli anni della corsa al mattone, ogni angolo della città è stato occupato da una colata di cemento anarchica.
Chissà quale disegno prevede il leggendario piano regolatore della città (casomai ce ne fosse uno).

Fossi nelle Istituzioni, vista l’impossibilità di correggere gli orrori del passato e per evitare dissonanze tra la (triste) realtà e la burocrazia comunale, nominerei una apposita commissione (di amici ben stipendiati) per «adeguare i documenti ufficiali alle costruzioni esistenti».

Geniale vero?

Chi stabilisce l'altezza dei palazzi di Napoli?

Una nuova prospettiva

Il 130 riparte, l’ingorgo mattutino è superato.
Da lontano intravedo il Centro Direzionale.

Scendo dall’autobus con una consapevolezza in più: osservare la città dall’alto è una prospettiva interessante, permette di vedere ciò che dal basso sfugge.

Così, dall’ingorgo traggo la giusta lezione: da oggi, quando passeggio, alzerò lo sguardo con maggior frequenza.
Per verificare le altezze dei palazzi, indice della storia della città.


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Ilaria Cucchi, al Vomero il murales di Jorit [FOTO]

Ilaria Cucchi secondo Jorit Agoch

Il murales di Ilaria Cucchi crea una identità ad un palazzo altresì anonimo.
E al sottoscritto, piace.

Il volto della donna con i caratteristici segni indiani già ammirati nel murales di Marek Hamsik a Quarto e nel San Gennaro di Forcella, identificano la firma – oramai nota ai napoletani – dell’autore.

Al Vomero osservo la nuova opera di Jorit Agoch, l’artista specializzato in Street Art.
Più guardo l’immagine lungo l’intera parete dell’ex stazione elettrica dell’ANM (prima abbandonata e ora ristrutturata per scopi sociali), più mi convinco: l’arte è la migliore arma per combattere il degrado (morale e non).

Ilaria Cucchi, al Vomero il murales di Jorit

Con Sandro Pertini, la strana coppia

Dall’altra parte della facciata, l’amato Sandro Pertini con l’iconica pipa.
Il volto dell’ex Presidente della Repubblica suscita simpatia, la saggezza persa di un tempo che fu.

Il contrasto tra un simbolo dello Stato e la donna che combatte per trovare la verità negata da una parte delle Istituzioni malate.
Il Presidente di tutti e la giustizia violata.
Il passato ed il presente.

L’arte per riflettere.
E denunciare.

Ilaria Cucchi, al Vomero il murales di Jorit

Ilaria Cucchi, al Vomero il murales di Jorit

Ilaria Cucchi, al Vomero il murales di Jorit

La frase nascosta sotto il murales

Per non dimenticare, per far comprendere a tutti che anche la vita degli ultimi conta!
Perché potrebbe accadere a chiunque, anche a te.
Perché chi sbaglia non può essere chiamato a rispondere con la vita.

Ilaria Cucchi, al Vomero il murales di Jorit


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La dura vita del cameraman: dietro le quinte del convegno «Salute e benessere» [VIDEO]

Io, cameraman per passione

A volte mi regalo un cameo, è raro ma succede.
Accade quando l’evento mi coinvolge.
Perlopiù resto dietro la videocamera, nascosto dai flash e dalle condivisioni social.

Non amo le luci della ribalta.
Amo, invece, riprendere gli altri e renderli attori protagonisti.

Registro le scene di un film personale, immagini accompagnate dalla giusta colonna sonora, da rivedere dopo qualche tempo col sorriso sulle labbra.

Rivedere non per nostalgia.
Rivedere per riprovare quel sano sentimento che ti fa pensare: «però, sono riuscito nell’impresa».

La dura vita del cameraman: dietro le quinte del convegno «Salute e benessere»

Al convegno BeTime sull’alimentazione

Il convegno La prima prevenzione è a tavola organizzato da BeTime, l’Università del tempo libero, merita la dovuta attenzione.

Dunque, accetto con piacere l’invito.
Armato di videocamera, riprendo gli esperti, registro le riflessioni della platea.

Un dibattito su alimentazione e salute.
Argomenti interessanti, la serata è ben spesa.

Il cameraman, il regista ed il montatore

La sera, a casa, scarico i filmati sul computer.
Con calma, rivedo ogni ripresa.
Come sempre, non sono pienamente soddisfatto del lavoro.
E’ sfuggito quel fotogramma, una scena risulta mossa, manca una frase che avrei voluto inserire.

Il regista che vive dentro di me, è sempre molto critico con il cameraman.

Inizio il montaggio.
Elimino le scene morte, taglio gli interventi lunghi, cerco di dare spazio ai presenti.
Nel film, ognuno merita una parte.
Infine, scelgo la colonna sonora – elemento fondamentale per il successo del video.

Dopo un paio di ore, creo un videoclip di due minuti.
Per il sottoscritto, la giusta durata per mostrare tutto senza annoiare lo spettatore.

A voi il risultato. 


 


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L’extracomunitario spazzino (con il consenso del netturbino ufficiale)

Via Orsi e l’extracomunitario spazzino

«Ha visto l’extracomunitario che pulisce il marciapiede?» chiedo al netturbino dell’ASIA Napoli, l’azienda di igiene ambientale della nostra città.

Sabato mattina, via Orsi, quartiere Vomero.
La scena è anomala: da una parte, il ragazzo di colore spazza la strada ed i passanti elargiscono mance piene di gratitudine.
Dall’altro estremo del marciapiede, l’operatore “ufficiale” compie il suo dovere senza preoccuparsi dell’opera del volontario.

Alla mia osservazione, lo spazzino “ufficiale” alza lo sguardo, ferma la scopa per un istante, mi scruta ma non comprende la domanda.

Specifico meglio: «guardi, c’è un extracomunitario che vi sta aiutando a pulire il marciapiede» ripeto ed indico il ragazzo di colore, a pochi metri da noi.

«Ah, si … bene» farfuglia l’uomo come se fosse una scena di ordinaria normalità.
E torna a spazzare la parte di strada di sua competenza.

L'extracomunitario spazzino: pochi centesimi per tener pulita la strada

Il fallimento del netturbino “ufficiale”

Speravo in una reazione offesa del netturbino “ufficiale”.
Richiamare la sua attenzione, mostrargli l’extracomunitario spazzino operare sullo stesso marciapiede, pensavo provocasse un gesto di rabbia istintiva.

Sognavo che il netturbino “ufficiale” urlasse «ci penso io, non c’è bisogno del tuo aiuto!».
Un picco di orgoglio, una risposta per salvare la dignità calpestata.

Invece, calma piatta ed accettazione passiva del suo fallimento professionale.

L'extracomunitario spazzino: via Orsi pulita

E se si applicasse il «Modello Via Orsi» in tutta Napoli?

Procedo lungo via Orsi.
Registro l’evidenza: l’opera congiunta del netturbino “ufficiale” e dell’extracomunitario spazzino funziona.

La strada è pulita, senza gli escrementi di cani ad infestare il marciapiede, niente cartacce e mozziconi.
L’extracomunitario spazzino è ben visto dai cittadini, integra il lavora dei netturbini “ufficiali”, si tiene occupato, rappresenta un primo step di integrazione sociale.

Bene.
Allora perché non ufficializzare ed estendere il «modello via Orsi» in tutta Napoli?


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L’Idiota che sogna Napoli: tre aforismi di un uomo troppo buono

L’idiota, di Fëdor Dostoevskij (1869)

Un uomo buono e gentile scambiato per stupido.
Il Principe, personaggio amorevole fino a disarmare il prossimo, negli interlocutori suscita prima ilarità poi un dubbio atroce: trattasi di un uomo dall’intelletto superiore alla media oppure di un vero idiota?

Già nel lontano 1869, il geniale Fëdor Dostoevskij gioca con l’animo umano.
Bontà o arrendevolezza?
Capacità di comprensione estrema oppure ignoranza cieca?
Sana ingenuità o stoltezza?

Resto affascinato dalla lettura dell’Idiota.
Lettura lunga e non ancora terminata.

Pagina dopo pagina, assaporo le conversazioni del principe Myskin, le divertenti reazioni degli altri personaggi alle risposte argute o semplici del presunto … idiota.

E rifletto: dopo un secolo e mezzo (il romanzo risale al 1869), anche oggi, un uomo troppo buono ed aperto al prossimo, suscita dubbi?

Forse, perché la diffidenza è nell’animo umano.
Nel 1869 come nel 2018.

L'idiota di Dostoevskij, alcuni passaggi

Le chiacchiere 

E’ una scienza, quella delle chiacchiere, che ha le sue seduzioni.
Io ho conosciuto politici, letterati e poeti che proprio grazie a questa, sono riusciti a fare carriera

L’ingiustizia della Vita

Come la nuvola di Krylov che passa sopra le terre aride per andare a scaricarsi nell’oceano

Napoli e la bellezza

L’idiota, costretto per motivi di salute in una clinica di un piccolo paesino svizzero, sogna di evadere alla ricerca di colori ed emozioni.
E, nel 1869, cita Napoli come meta di un viaggio fantastico.

Sognavo sempre una grande città come Napoli, ricca di palazzi, di grida, di movimento, di vita (1869)

Il Principe riconosce, nella nostra città, un luogo colorato dove regna l’emozione.
Notevole considerazione del 1869.

Nella sua semplicità, il principe Myskin ha ben chiaro un concetto: la gentilezza, la bontà d’animo, la comprensione verso il prossimo, sono gli unici strumenti capaci di sostenere la società.

Voi, Principe, una volta avete detto che la bellezza avrebbe salvato il mondo … 

La bellezza, l’arma contro il degrado (morale e non).
L’arte,  la cultura, la supremazia del Bene contro il Male.

La bellezza, dunque, salverà li mondo.
E Napoli.


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Amerigo Vespucci, la visita di un bimbo che voleva diventare marinaio [FOTO]

A bordo dell’Amerigo Vespucci

Non chi comincia ma quel che persevera

«Quale significato nasconde questo slogan?»
Lo spirito del cronista non mi abbandona nemmeno sull’Amerigo Vespucci, la nave scuola della Marina Italiana.

Guadagno spazio tra la folla e immortalo lo scatto.

«Ogni nave della Marina ha il suo motto, questo è il nostro» risponde il giovane marinaio alla domanda del sottoscritto.

A bordo dell'Amerigo Vespucci

Dopo un’ora e mezza di fila ..

A Napoli, evidentemente, non sono l’unico a desiderare un giro sul famoso veliero.
Dopo un’ora e mezza di fila, barcollo lungo la rampa e salgo sul ponte della storica nave.

Ho la netta sensazione di passeggiare in un luogo speciale, uno di quei posti dove si è scritta la Storia.
Ogni angolo trasuda emozione: quelle corde vissute, le scali complicate da salire, le scialuppe, il ponte che vola verso l’orizzonte, l’imperioso timone.

A conferma, osservo – sempre nel porto di Napoli – una enorme nave da crociera attraccata.
Lo stile tra il veliero e la nave da crociera è abissale: l’Amerigo Vespucci conserva l’eleganza e la gentilezza di una nobil donna, l’enorme «mostro» poco distante appare come una ferraglia cafona e senza anima.

L’attesa è stata ripagata.
Girare per l’Amerigo Vespucci è un avventuroso viaggio nel tempo.

A bordo dell'Amerigo Vespucci

Il bambino che voleva diventare marinaio

Com’è eroica la vita del marinaio!
La forza del mare in tempesta, il coraggio di questi uomini che domano le onde, la quiete del mare piatto, il lungo viaggio, l’attesa in cabina, la vita di bordo, l’odore del sale che ti entra nelle ossa, l’amore di chi aspetta.

Potevo essere io un marinaio?
Non credo proprio.

Lascio il sogno ai tanti bimbi che esplorano la nave con i loro genitori 🙂

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Amerigo Vespucci, la galleria di immagini


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Strisce pedonali violate, a Napoli la fantascienza è realtà

A Napoli le strisce pedonali sono superate

Le automobili volanti non necessitano di parcheggiare, sostano sui terrazzi dei grattacieli.
Mezzi ecologici e veloci, non restano bloccati nei rumorosi ingorghi cittadini, evitano di stirare i pedoni distratti, si spostano nella metropoli del futuro come delle leggere navicelle spaziali.

Come i film di fantascienza insegnano, se pensiamo alla società del domani, la prima immagine che il nostro cervello visualizza è proprio una macchina volante che, silenziosa ed ecologica, veleggia tra i palazzi illuminati.

Siamo tutti sicuri: le metropoli del futuro sono libere da quella odiosa e continua linea di ferraglia in sosta, i marciapiedi puliti e raggiungibili dai pedoni senza impedimenti di alcun genere.

Nei film di fantascienza, le strisce pedonali semplicemente non esistono.
Perché superflue.

Come a Napoli oggi.

Strisce pedonali violate: chi controlla?

Strisce pedonali, terra di conquiste (illegali)

Un grosso SUV nero fermo proprio sulle strisce pedonali
Un’altra auto, sempre all’incrocio, impedisce di salire sul marciapiede.
Il SUV e l’utilitaria formano un angolo retto perfetto, indice di una geometrica illegale tipica del parcheggio selvaggio.

Il cofano dell’una ed il paraurto dell’altra distano pochi centimetri: passare tra le due carrozzerie è impossibile.
La maleducazione dei conducenti arriva a bloccare qualsiasi varco, anche la pedana per le carrozzine (mamma o disabile che sia) è chiusa dal macchinone incivile.

Chi se ne frega del prossimo?
L’importante, per i «mostri» metropolitani, è parcheggiare l’auto.
Costi quel che costi.

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Proposta futuristica: cancellare le strisce pedonali

Portiamoci avanti con il lavoro.
Veniamo incontro ai «mostri» nostrani ed anticipiamo il futuro: Napoli sarà la prima città italiana senza strisce pedonali.

Intervenga subito il Sindaco con una legge speciale.
Noi cittadini capiamo ed accettiamo assuefatti.

Oggi risulta impossibile far rispettare la sosta, le auto necessitano di spazio, i pedoni possono infilarsi tra le lamiere parcheggiate senza soluzione di continuità, le mamme ed i disabili acquistino delle carrozzelle motorizzate pronte a saltare sul marciapiede privo della pedana.

Il futuro ha un prezzo.
Come l’inciviltà dilagante.


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Galleria Umberto di Napoli, il fascino della metà bellezza [FOTO]

Galleria Umberto restaurata … a metà

Un lato è chiaro, pulito, tornato all’antico splendore.
L’altra facciata, invece, mostra l’usura del tempo che fu.

Così si presenta la maestosa Galleria Umberto I di Napoli, nel cuore della città, a due passi dal centro storico (e dal mare).

Dopo due mesi senza e-bike, mi regalo una prima pedalata a via Toledo, tra i tanti turisti che affollano la città ed i mille colori (rumori?) dei vicoli.
Viaggio in direzione piazza del Plebiscito e resto attratto dalle due facce della Galleria Umberto, una sosta per due scatti è obbligatoria.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Il fascino dell’imperfezione

Ripenso alla pendenza della torre di Pisa: se fosse dritta, a chi interesserebbe?
L’unicità del monumento è dovuta al suo difetto che rende la torre pendente un polo di attrazione mondiale.

Lo stesso ragionamento l’applico alla nostra Galleria Umberto: il restauro a metà la rende … speciale!

Se il lavoro fosse completo al cento per cento, dopo il bagliore negli occhi, subentrerebbe la normalità di un’opera terminata.
E poi l’assuefazione ed il successivo oblio.

Invece, il contrasto tra il bello del restauro e l’incuria della opposta facciata è un pugno allo stomaco che non lascia indifferenti.
Il visitatore ignaro salta con lo sguardo da destra a sinistra e viceversa.

L’opera incompiuta lo costringe a riflettere e poi, superati i primi minuti di choc, la domanda gli sorge spontanea: perchè la Gallieria Umberto è bella a metà?

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

La (non) spiegazione

Dal web leggo la (non) spiegazione: questioni burocratiche legate ai condomini privati che abitano nella galleria.

Una parte ha investito per il rifacimento, l’altra ha deciso di non spendere soldi per il restauro.

Ognuno ha le sue ragioni (economiche).

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Galleria Umberto, l’icona di Napoli

Il restauro dimezzato è la giusta icona della nostra città.

Napoli, sempre in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che realmente è, con le mille potenzialità e il degrado che incombe.

La voglia di stupire e la mancanza cronica di fondi, la forza dell’arte e la burocrazia inceppata, l’orgoglio per le nostre mille bellezze e la vergogna dei soliti «mostri» che ci affliggono … l’elenco è lungo ed è noto a tutti (ora, aggiungiamo anche la Galleria Umberto).

E così, tra un pensiero ed una riflessione, scatto qualche foto.

Riprendo l’e-bike, torno su via Toledo e pedalo verso il mare.
Sorrido mentre penso a questo ennesimo controsenso tutto napoletano.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà


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Al mare, testimone di un salvataggio eroico

Un soccorso in mare vissuto in diretta

Quale sentimento spinge una persona ad abbandonare la sicurezza della propria vita per lanciarsi in mare e soccorrere uno estraneo in difficoltà?

E’ la domanda che mi pongo oggi mentre assisto – dalla spiaggia di un lido del litorale domizio – al salvataggio di un gruppo di bagnanti che, per le condizioni del mare avverso, non riescono a tornare a riva.

A pochi metri dalla spiaggia libera, le forti onde creano un fosso tra un gruppo di persone e la costa.
Un uomo inizia a sbracciare per segnalare l’emergenza: nuota ma le correnti lo allontanano dalla riva.
Nonostante non affondi del tutto, è in forte difficoltà.
Il mare lo sovrasta, poi riemerge, sbraccia ancora.

Con lui si distinguono altre persone, forse un bambino ed una giovane ragazza.
Tutti in pericolo.

Litorale domizio, volontari e bagnini salvano un gruppo di bagnanti in difficoltà

L’intervento dei bagnini (e dei volontari)

Dai lidi limitrofi, i bagnini scattano immediatamente.
Con le tavolette rosse in pugno, superano il fosso marino ed, in pochi istanti, raggiungono il gruppo di persone in totale panico, a poche decine di metri dalla spiaggia.
Li soccorrono.

Insieme ad altri volontari, li riportano tutti sul bagnasciuga.
Giunge anche un terzo bagnino con l’imbarcazione di salvataggio per aiutare chi è senza energie.

Per fortuna, la missione di si conclude con un lieto fine.

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Il coraggio dei volontari

Da sotto l’ombrellone, noto delle persone correre verso il mare.
Non capisco cosa stia accadendo finchè non raggiungo la folla in riva ed ascolto i commenti preoccupati.

La squadra di volontari che si è lanciata verso i bagnanti in difficoltà è davvero numerosa.

Conto almeno una decina di uomini, qualche ragazzo ed una giovane donna.
Li vedo rientrare affaticati, raccontano di un anziano in preda al panico (credo l’uomo che sbracciava) e di un bambino impaurito.
Li hanno raggiunti – chi dalla spiaggia, chi via mare – ed, insieme ai bagnini, salvati.

Ascolto l’impresa con ammirazione.

Queste persone, non temevano di affogare?
Prima di tuffarsi, hanno riflettuto sul pericolo al quale andavano incontro?

Rischiano la vita per soccorrere degli estranei.

L’azione di questi volontari non finirà mai sui giornali e nessuna Istituzione gli renderà i giusti meriti.
Ma, entrano di diritto nell’esercito di eroi silenziosi che combattono i «mostri» della nostra società.

A loro, il nostro pubblico ringraziamento.


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Maleducazione cieca

Fin dove giunge la maleducazione?

Viaggio in metropolitana (Linea1).
Carrozza piena, ne abbiamo viste di peggio.

Entra un ragazzo non vedente: col bastone lungo e sottile, guadagna spazio tra i passeggeri incuriositi.

Pian piano attraversa la carrozza, con calma raggiunge la porta opposta all’ingresso.
E’ sicuro nei movimenti, evidentemente prende la metro con regolarità.
Mentre il treno riparte, il ragazzo non vedente appoggia la schiena sulla parete, in prossimità dell’uscita.

Tutti osservano, nessuno si alza per cedergli il posto.

Maleducazione cieca

La reazione del sottoscritto

I ragazzi isolati nelle cuffie, signori indifferenti, donne chiuse nel loro mondo.
Mentre il treno attraversa le gallerie (buie) e corre veloce verso la successiva stazione, nell’ecosistema underground – specchio del mondo di sopra – trionfa l’egoismo.

Tutti incollati al sediolino della metro, il ragazzo non vedente in piedi.
Assurdo, davvero assurdo.

Anzi, inaccettabile!

Reagisco.

Mi avvicino ad un giovane: lui, seduto, comodo.
Il coetaneo in piedi, più in là.
Con le mani, indico il non vedente.
Il giovane alza lo sguardo con aria stupita, non comprende le intenzioni.
Con le dita, punto ai miei occhi con un movimento continuo destra-sinistra della mano.
Il giovane osserva ancora il non vedente, poi il sottoscritto.

Infine capisce.

«Vuole accomodarsi?» dalla bocca distratta, finalmente, partono le parole magiche.
«Grazie, fra poco scendo» il non vedente risponde senza esitazione.

Dopo pochi minuti, la metro giunge alla stazione.
Le porte si aprono ed il ragazzo, aiutandosi col sottile bastone, esce e prosegue il suo cammino con fiducia.

Dal treno, lo seguo con lo sguardo.
Ben presto, il non vedente svanisce  tra la folla dei pendolari, un fiume di persone concentrate solo su se stesse incapace di aiutare il prossimo.

La metro riparte.
La maleducazione cieca, resta.


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C’era una volta la fermata dell’autobus [FOTO]

Fermata dell’autobus = parcheggio selvaggio

La foto ricordo immortala un gruppo di elementi, triste costante dell’arredo urbano.

All’interno della linea gialla che delimita lo spazio riservato alla sosta dell’autobus pubblico, riconosciamo i soliti personaggi.
Seduti (da sinistra verso destra):

  • lo scooter, l’abitué
  • i cassonetti della spazzatura, gli invasori
  • l’automobile, l’onnipresente

Alle spalle: la fermata dell’autobus.

Parcheggio selvaggio alla fermata dell'autobus

Una scena di ordinaria inciviltà

Osservo l’invasione dal lato opposto del marciapiede.
Sono a via Giacinto Gigante nel quartiere Vomero-Arenella dove un posto auto vale quanto un buon investimento in borsa.

Vista la rarità di parcheggi, ognuno infila l’auto dove può.
Anche dentro lo spazio riservato alla fermata degli autobus pubblici.

In realtà, questa foto non mostra nemmeno un caso di estrema gravità perché – dopotutto – un minimo di superficie libera è ancora disponibile (proprio dove attendono le due signore).
Chiunque giri per Napoli, prima o poi, si sarà imbattuto in fermate dell’autobus interamente ricoperte da auto e scooter.

Il parcheggio selvaggio cancella l’area riservata al mezzo pubblico utile alla discesa/salita dei passeggeri in totale sicurezza (e, particolare non secondario, senza intralciare il traffico).

Ciò che mi colpisce in questo scatto, invece, è la ripetitività della scena.

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Pericolosa normalità

Anche ieri e due giorni fa lo scooter era parcheggiato vicino i cassonetti della spazzatura.
Tutti insieme appassionatamente all’interno della linea gialla riservata.

Ai vigili urbani che presidiano l’incrocio qualche metro più avanti, risulta normale non intervenire per multare chi infrange la Legge.

Dunque, un’azione illegale – vista la ripetitività quotidiana – viene percepita come comportamento regolare.
E, quindi, accettato.

L’abitudine nel vedere una fermata dell’autobus assediata da scooter, auto e cassonetti dell’immondizia, bene rappresenta l’evoluzione dell’indifferenza divenuta assuefazione.

La migliore linfa per i peggiori «mostri» metropolitani.


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