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Category: Sport (Page 1 of 5)

Universiadi, il murales verticale di Jorit troncato [FOTO]

Universiadi, il murales verticale di Jorit

Osservo la parte superiore del murales di Jorit mentre attendo il verde al semaforo di Poggioreale.
A pochi passi dal Centro Direzionale di Napoli, in sella al carro armato rosso, fotografo l’opera e proseguo dubbioso verso l’ufficio.

Pedalo fino alla base della torre Telecom, la “tela” sulla quale lo street artist – per celebrare le Universiadi 2019 – immortala il volto di cinque campioni dello sport campano.

Dal basso, percepisco meglio la verticalità dell’opera.
Un disegno sottile che sale lungo la stretta facciata della torre per toccare il cielo.

Che, però, risulta troncato se osservato da lontano.

Il murles verticale di Jorit al Centro Direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019

Universiadi, i cinque campioni dello sport campano

Dall’alto verso il basso:

  • Patrizio Oliva (Napoli)
  • Carmelo Imbriani (Salerno)
  • Antonietta De Martino (Benevento)
  • Nando De Napoli (Avellino)
  • Nando Gentile (Caserta)

La prospettiva boccia De Napoli e Gentile, i due campioni posti alla base del murales assediati e nascosti dalle altre costruzioni che circondano la torre.

Dal semaforo, intravedo i vertici della raffigurazione.
Il robusto muro del carcere di Poggioreale, gli altri edifici dello stesso Centro Direzionale, impediscono la visuale completa del progetto.

Un dettaglio voluto?
Una scelta necessaria?

Peccato.

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L’incontro con Jorit

Perdo l’occasione per chiedere, proprio all’autore, il perché di questa prospettiva.

Infatti chi, come il sottoscritto lavora al CDN, ha visto nascere l’opera pennellata dopo pennellata con Jorit aggrappato lungo il grattacielo a disegnare i volti dei cinque personaggi.

Un giorno, durante la pausa pranzo, sotto la torre Telecom incontro lo street artist mentre rilascia un’intervista ad un televisione tedesca.
Incerto e titubante, non trovo il modo di stabilire un contatto con l’artista.

L’attimo fuggente vola via, la domanda resta nell’etere: perché il murales verticale troncato?

Il murales verticale di Jorit al Centro direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019


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«Fino al palazzo», alla presentazione del libro sul Sarrismo [FOTO]

Come in quelle assemblee scolastiche

Riuniti, per cambiare il mondo.
Come a scuola, quando in assemblea, il dibattito vola alto spinto dall’utopia adolescenziale.
Convinti che la protesta renda giustizia ai più deboli e migliori questo mondo che non va.
La forza dei sogni per rompere gli schemi e combattere il Sistema.

Ecco, sabato pomeriggio ritrovo quello spirito piratesco nei duecento sarristi seduti sulle scale del Vomero, all’ingresso della libreria IoCiSto di Napoli.
Duecento persone di ogni età, sesso e ceto sociale.

Riuniti, come in un’assemblea di tanto tempo fa.
A dibattere di Sarrismo.

Alla presentazione del libro "Fino al palazzo", dedicato al Sarrismo

Fino al palazzo, tra sogno e divertimento

La presentazione del libro “Fino al palazzo”, l’opera dedicata ai tre anni di Maurizio Sarri alla guida degli azzurri, ci emoziona.

Con il giornalista/tifoso Sandro Ruotolo nelle vesti del convinto (e ironico) Ministro della Propaganda (Sarrista), il dibattito scivola via tra le leggendarie sigarette del Comandante ed il sano divertimento calcistico.

Non c’è spazio per la nostalgia.
Ci concediamo solo il ricordo della indimenticabile testata di K2 a Torino (chi non comprende l’acronimo, è pregato di non continuare la lettura).

Poi, solo bellezza come forma di espressione sportiva (e non), condivisione, coinvolgimento, alchimia.

«Maurizio Sarri uno di noi» l’urlo sale spontaneo, tra i duecento assiepati sulle scale del Vomero.

E’ ora di andare.

L’assemblea si scioglie felice di aver sognato: per due ore, con spensieratezza, abbiamo cambiato questo mondo che non va.

Merito del nostro Comandante.

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I 200 sarristi: le foto


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«Goals» di Gianluca Vialli: storie di sport (e di Vita) [RECENSIONE]

Gianluca Vialli racconta lo sport

Chiariamo subito: Goals non è la biografia di Gianluca Vialli.
E tantomeno è imperniato sulla malattia che lo ha colpito.

Goals di Gianluca Vialli racconta storie di sport.
Anche di calcio – ma non solo.

Il libro descrive le gesta di atleti noti e sconosciuti, a volte dimenticati, bambini con sogni olimpici che poi realizzeranno.
Oppure – per vicende della Vita – non potranno mai raggiungere.

Novantotto capitoli, novantotto esempi di sport, talento, duri allenamenti, obiettivi da perseguire con tenacia.
L’ultimo (il +1 del titolo) dedicato a se stesso.
Per raccontare la sua partita più difficile: dallo choc alla reazione.

Gols, di Gianluca Vialli racconta storie di sport

Goals, perché leggerlo

Goals è un libro di pura evasione.
Da leggere sotto l’ombrellone oppure alla stazione, in attesa del treno.

Novantotto storie mai banali, ognuna con il suo insegnamento di vita.
Perché più del campione, all’autore interessa evidenziare l’aspetto umano della storia, quel particolare dettaglio che trasforma il destino di un uomo in una leggenda dello sport.

E, giunti al capitolo 98+1, tifare per il goal più importante di Gianluca Vialli.

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Formula 1: confronto (senza esclusione di colpi) tra chi la detesta (io) e chi l’ama (Giuseppe) [INTERVISTA]

Formula 1, due punti di vista opposti

La Ferrari è un pezzo di ferro come Belen Rodriguez è un pezzo di carne

Giuseppe ama la Formula 1.
Il sottoscritto detesta la Formula 1.

Leggo con stupore i post del mio amico: disamine tecniche, i motivi del mancato sorpasso, la scelta dei pneumatici e altre diavolerie simili.
Per lo scrivente, tesi monotone.
Come i millesimi di secondo, il giro veloce, le gare in tv.

Propongo a Giuseppe un’intervista: il disinteressato chiede, l’appassionato risponde.

Tra i due contendenti, chi la spunterà?
A voi Lettori, l’onere di sventolare la bandiera a scacchi.

Formula 1, l'intervista all'esperto

La Formula 1 non è uno sport?

D: interessi economici e tecnologia: in F1 il contributo dell’atleta è quasi nullo.
Credi che la Formula 1 possa definirsi un sport?
R: in due righe di domanda leggo due inesattezze gravissime.
La F1 è lo sport principe relativo al mondo dei motori.
Chiarito questo, passiamo al pilota (atleta): negli interessi economici, il pilota conta eccome.
Ci sono tanti “piloti con la valigia” ovvero piloti che portano con sé munifici sponsor, con i quali spesso si salva l’intera stagione economica di una scuderia.
Se non c’è la valigia, c’è il talento o il feeling con il pubblico, che porta tanta pubblicità.
Per quanto riguarda la tecnologia, ricordo che ci sono, oltre ai due piloti ufficiali, un terzo pilota ed un collaudatore senza il cui contributo al simulatore o nelle prove su pista, sarebbe davvero complicato costruire una macchina competitiva.

D: il famigerato «ordine di scuderia» per fermare il vincitore ed autorizzare il sorpasso del secondo in nome della “strategia di gara” è l’antitesi dello sport.
Concordi? E perché in Formula 1 è consentito?
R: non concordo nella maniera più assoluta.
La F1 è un gioco di squadra, l’obiettivo è vincere, a calcio l’allenatore vince con 11 giocatori o sbaglio?
Come sempre, è da condannare l’abuso non certo l’uso.
Ti potrei raccontare tanti episodi di “abuso” con protagonisti Ferrari, Mercedes, Renault, RedBull e tanti altri di semplice uso.
Quando c’è di mezzo la discrezionalità del Team Principal, non c’è mai una regola fissa di comportamento.

D: Giuseppe, enuncia tre motivi per i quali uno scettico dovrebbe seguire una gara di F1 senza cadere tra le braccia di Morfeo dopo i primi due giri.
R: molti gran premi sono noiosi, la F1 è uno sport per appassionati e amanti della velocità.
Chi non è nulla di tutto ciò, perché dovrebbe guardare un GP?
Vede la partenza e amen.
La F1 è selettiva.
A me il ciclismo fa addormentare, mica mi forzo a vederlo?!

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La Ferrari resta un pezzo di ferro!

D: A conti fatti, anche l’ultimo modello ideato a Maranello è pur sempre un mezzo meccanico. Non trovi assurdo utilizzare i termini “fascino”, “bellezza”, “armonia” per un pezzo di ferro?
R: la Ferrari è un pezzo di ferro come Belen Rodriguez è un pezzo di carne.
Ho detto tutto.

D: Giuseppe, hai mai guidato una Ferrari? In caso affermativo, quali emozioni hai provato?
R: non ho mai avuto il piacere, forse l’anno prossimo direttamente a Maranello, guiderò una Ferrari da strada, non da pista.

D: credi che spendere trecentomila euro per un’automobile sia corretto o folle?
R: è un bellissimo lusso per chi se lo può consentire; altrimenti è un folle.

Il portafortuna personalizzato di Giuseppe, esperto di Formula 1

«Il pilota è vero un atleta»

D: Giuseppe, un pilota di Formula 1 può definirsi un vero atleta?
Intendo al pari di un nuotatore, un ciclista, un tennista, un maratoneta … cioè di un praticante di sport individuale.
Io credo assolutamente no.
Tu?
R: l’atleta è una persona che si allena per praticare il suo sport.
Gli sforzi fisici per pilotare una macchina di F1 sono notevoli, il collo ne risente per la forza centrifuga, il peso deve essere perfetto (non come Nigel Mansell che ebbe problemi con la Williams, che poi gli consentì di vincere il mondiale).
Bisogna migliorare i riflessi, tutto questo un pilota di F1 lo fa quotidianamente, perché non dovrebbe essere considerato un atleta?

D: Sebastian Vettel non ha ancora vinto un mondiale con la Ferrari.
Eppure guadagna milioni di euro: lo consideri talentuoso o furbo?
R: come sa chi ogni tanto mi legge, non sono un grande fan di Sebastian Vettel.
Di certo il talento c’è eccome, ma non riesco a considerarlo affatto un campione con la C maiuscola.
Non mi sembra furbo uno che sfrutta il proprio curriculum (4 titoli mondiali conquistati), piuttosto mi sembra uno che ha un buon agente …

I (ricchi) di piloti di Formula 1

«Il circus della Formula 1 è nato nel 1950»

D: Giuseppe, per il sottoscritto la Formula 1 è solo un circo mediatico dipendente dagli sponsor e dal profitto. Non rientra nella categoria SPORT.
L’accusa è pesante: a te la parola, difenditi.
R: in F1 girano tanti soldi, in molti altri sport gli interessi economici hanno il sopravvento ed ogni tanto, proprio per questo motivo, sono scoppiati tanti scandali.
Come detto all’inizio, nel mondo dei motori, la F1 è la categoria sportiva per eccellenza.
Chi guarda un GP si interessa alla corsa in pista, quello che circonda tutto il resto fa parte del gioco.

D: Giuseppe sei sul blog dei «mostri» perché, per il sottoscritto, la Formula 1 è un «mostro».
Chiudiamo l’intervista con un messaggio ai Lettori: a te l’ultimo giro.
Hai la pista libera, vediamo cosa sai fare.
R: il circus della F1 è iniziato nel 1950, anno in cui hanno assegnato il primo titolo piloti.
Dopo 70 anni, magari rivedendo le immagini di repertorio oppure ripercorrendo alcune storie di piloti improbabili o campionissimi, ti accorgi che la F1 è più che uno sport.
E’ una passione, è la voglia di intuire le traiettorie, la curiosità di capire quegli accorgimenti tecnici di una monoposto che viaggia a 300 km all’ora, è la voglia di esultare quando il tuo campione sorpassa l’avversario, è l’adrenalina che senti alla partenza, è l’impazienza di vedere il prossimo gran premio, per rifarti se “hai perso” o per “vincere di nuovo”.
La F1 è fatta di leggende, di eroi, di folli, di velocità, in cui “il secondo è il primo dei perdenti” (cit. Enzo Ferrari).


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Dries Mertens alle Hawaii, attore in Magnum PI? [SCOOP]

Dries Mertens, attore in Magnum PI?

Dries Mertens, il famoso giocatore del Napoli, è alle Hawaii.
Il calciatore belga recita nella nuova serie di Magnum PI trasmessa, tutti i martedi alle ore 21.00, da Fox.

Dopo la prima puntata, non credo ai miei occhi: Rick, l’inseparabile amico di Thomas Magnum, è interpretato dal nostro Ciro Mertens!

L’attaccante dai gol impossibili, il campione al centro dell’attacco azzurro, è – all’insaputa di tutti – un affermato attore hollywoodiano?

Affronto il problema etico con indecisione: denunciare al pubblico il doppio ruolo di Mertens oppure, per amore dei colori azzurri, tacere sull’inatteso scoop?

Non ho dubbi: il pubblico merita la verità.

Dries Mertens è il Rick di Magnum PI?

Mertens/Rick, trova le differenze

Eppure, secondo l’autorevole IMDb, nella nuova serie di Magnum PI, Orville ‘Rick’ Wright è interpretato da Zachary Knighton.

Salto le ovvie considerazioni su chi sia costui (il nome d’arte del Mertes-attore?) per evidenziare le assonanze tra il personaggio televisivo ed il calciatore.

Un tipo scaltro, non vi è dubbio.
Conscio di non essere un colosso, invece della forza fisica, è la furbizia una delle sue armi migliori.
Amante della bella vita, piace alle donne.
L’amicizia, un patto d’acciaio.
Sempre disponibile ad aiutare un fratello in difficoltà.

E’ Dries Mertens.
E’ Rick.

Lo scoop è confermato.


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Italia Ucraina, l’indignazione di Alberto Rimedio (dopo un mio tweet)

Alberto Rimedio ed il tweet di protesta

Al minuto ottantatrè di Italia Ucraina il telecronista RAI Alberto Rimedio ed il commentatore sportivo Antonio Di Gennaro censurano gli indegni cori della curva di Marassi.

I due giornalisti, senza appello, bocciano l’assurdo comportamento di una fetta del pubblico genovese.

Ad ogni rilancio del portiere ucraino, un gruppo di idioti, urla a squarciagola l’indicibile epiteto già sentito in molti altri stadi italiani.

La condanna giunge dopo gli innumerevoli messaggi di indignazione via twitter.
Tra i tanti, anche il suddetto cinguettio del sottoscritto.

Alberto Rimedio, il telecronista RAI indignato dai cori della curva

Cultura sportiva, questa sconosciuta

A conferma del raggiungimento del mio tweet, Alberto Rimedio evidenzia un giusto passaggio: «amichevole o partita ufficiale non c’è differenza».
In effetti, il cronista ha perfettamente ragione e corregge una imprecisione del messaggio scritto sull’onda dell’emozione.

L’insulto risulta ancora più grave per la presenza delle tante scuole calcio sugli spalti di Marassi.
Quali insegnamenti mostriamo ai baby calciatori?
Che esempio sportivo presentiamo ai giovani telespettatori?

Denigrare l’avversario con un coro divenuto «normale» in molti stadi è proprio insopportabile.
Ma, purtroppo, è una triste normalità italiana.
Basta guardare le partite della SerieA ed ascoltare l’urlo della curva al rilancio del portiere avversario.

Ricordavo un romantico «volaaaa» per accompagnare il pallone calciato con forza dal portiere.
Oggi, invece, un volgare insulto gridato da una parte dello stadio cancella e sporca anche quel volo magico.

Forse, noi che guardiamo quella palla viaggiare in cielo, nella sua fantasiosa traiettoria, dall’area al centrocampo in attesa che atterri tra i piedi dei nostri giocatori, siamo anacronistici ingenui?

No, mi dispiace.
Non confondiamo la realtà.
Sono quegli idioti che urlano oscenità i veri «mostri».

Un sincero grazie ad Alberto Rimedio per aver dato voce alla nostra indignazione.


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Italia90 e Francia98: la mia doppia esperienza ai Mondiali di calcio

Italia90, a Napoli contro l’Argentina di Maradona

Tifammo per gli azzurri fino all’ultimo rigore.
Tra i sessantamila del San Paolo, in quella maledetta notte che non fu magica, c’era anche il sottoscritto.

Da giovane universitario – oltre alle immancabili ripetizioni private – lavoro come steward allo stadio.
Più che un lavoro, si tratta di vero sfruttamento giovanile.

Entri se un amico è già nel giro e ti segnala.
Ragazzi sottopagati lasciati indifesi contro le belve che, da ogni angolo del San Paolo, sbucano per intrufolarsi senza biglietto.

Dopo la battaglia per regolare gli ingressi tra curva e distinti,  posso assistere ad un tempo della partita.
E, in quel periodo, a Napoli gioca un certo Diego Maradona.

Così, grazie ad un amico steward in servizio, quel martedì 3 luglio del 1990, entro gratis per assistere ad una partita storica.

La montatura mediatica è ridicola: «Napoli tifa Argentina» titolano molti giornali.

Non fischiammo l’inno argentino, non insultammo gli avversari, applaudimmo alle azioni e alle giocate di Maradona, è vero.
Ma, rispettare l’avversario e tributargli i giusti meriti, non dovrebbe essere la normalità sportiva?

Oggi, quel falso storico, appare come l’ennesima fake news montata ad arte per nascondere l’allora fallimento calcistico.

Ed io, ne fui testimone.

Ai Mondiali di calcio, Francia del 1998, io c'ero!

A Francia98 come vincitore di un concorso

Nel 1998 lavoro in EDS, una multinazionale americana dell’IT, sponsor del mondiale francese.

Un concorso interno mette a disposizione – per ogni sede dell’azienda – quattro biglietti per la partita Italia Austria, a Parigi.

Partecipo per curiosità, siamo in tanti e non aspiro alla vittoria.
Ma, a volte, la fortuna bussa alla porta dell’ultimo arrivato (ero un neoassunto).
Vinco due biglietti per la partita più un soggiorno tutto pagato in giro per la capitale francese!

Per lo stupore dei colleghi, senior, manager e amministratori delegati.

Ecco, la seconda avventura del sottoscritto ad un mondiale di calcio, è legata alla buona sorte.

Una volta nella vita ma è successo 🙂

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A Russia 2018, stavolta non ci sono

Per il Mondiale di Russia, giungono da ogni parte del mondo, cinque milioni di turisti.

Tra loro, manca il sottoscritto.

Stavolta non conosco amici steward e non vinco concorsi.
Attendo la prossima occasione.

La vita, quando meno te l’aspetti, bussa alla tua porta.
E quando accade, devi avere la valigia pronta.


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Due mesi senza te

Sfogo d’amore

Dicono che la Vita sia come una ruota.
Gira, gira e rigira.
Nessuno può essere maestro perché oggi capita a me, domani a te.
La Vita gira sempre.
Come una ruota.

E se parliamo di ruote, non posso che pensare a Lei.
Mi manca, da morire.
Da quel maledetto 17 maggio, sono trascorsi due malaugurati mesi.
E di Lei, ancora nessuna traccia.

Eppure, l’ho vista per l’intero inverno.
La pioggia ed il vento non mi hanno fermato.
Ho comprato due magliette termiche pur di recarmi ogni giorno in ufficio, con Lei.
Ogni santo giorno, inseparabili amici di viaggio.

E oggi, che potremmo passeggiare al sole, col tepore dell’estate e la libertà dei gabbiani, non c’è.

La Vita non gira come una ruota.
La Vita va al contrario.

La Vita non gira come una ruota, la Vita va al contrario

Oggi sono un uomo più forte

Senza di Lei, da due mesi combatto contro i «mostri» metropolitani ben noti alle cronache.

Compresso nella carrozza della metropolitana insieme ad altri mille pendolari già sfiniti a prima mattina, alla fermata dell’autobus in balia delle intemperie ed in attesa di un mezzo pubblico che non giungerà mai, sono esperienza della Vita che mi rendono un uomo più forte – non credo migliore. 

In queste occasioni di dolore, rimpiango la nostra frequentazione giornaliera.

Con Lei ero un pendolare libero, un lavoratore rilassato, uno sportivo felice, un uomo indipendente.

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Un caso su un milione, eppure succede

Per consolarmi, chi l’ha accolta – quel maledetto 17 maggio – affermò: «è un problema che non capita mai».

Già, ma le statistiche non giustificano gli imprevisti.
Perché anche lo sventurato colpito dal fulmine si chiede: «un caso su un milione, perché proprio a me?».

Da quel giorno, telefono ogni settimana per sapere come procede.
Messaggi, e-mail, Whatsapp: non mi dimentico di Lei, attendo il suo rientro con fiducia.

E così, da quel maledetto 17 maggio, sono senza la mia amata e-bike.
Il motore è andato.
KO.
BLACK OUT.
Prima un rumore sordo, poi il silenzio.

Il negoziante l’ha spedita al rivenditore, «la bici è in garanzia, non ti preoccupare».
Le ultime parole famose.
Da allora, niente pedalate per la città.
Niente vento tra i capelli.
Niente libertà.

Ma non demordo.
Attendo e mentre viaggio con i mezzi pubblici, osservo la Vita.
Perché la metropolitana e gli autobus sono ricchi di volti, parole ed espressioni.
Mille storie da ascoltare.

Già, la Vita.
Non gira come la ruota di una bici.
Sarebbe troppo lineare e prevedibile.

La Vita, va sempre al contrario.

Presto tornerò al lavoro in bici


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Dopo il sogno nel cuore, l’anno sabbatico

Comandante, dove sei?

Osservo la “N” azzurra con nostalgia.
L’immagine sulla borsa poggiata sul pedalò riapre ferite (sportive) non ancora rimarginate.

Ne è trascorso di tempo dalla fine dell’ultima SerieA ma il sottoscritto prova ancora delusione per l’amaro epilogo.
Continuo a rivivere quei momenti: dove abbiamo sbagliato?
E incredulo chiedo; perchè?
L’assenza di una risposta convincente mi lascia nel limbo dell’incertezza.

Come l’abbandono di un amico senza una plausibile spiegazione.
Già, un caro vecchio amico con il quale cresci, ti confronti, provi emozioni e poi sparisce senza nemmeno una telefonata.
Il vuoto che non puoi colmare con la logica di un ragionamento.

Osservo la “N” azzurra in una domenica qualsiasi, in riva al mare.
Con lo sguardo raggiungo l’orizzonte e la domanda dell’io-tifoso riemerge prepotente: perchè il nostro Comandante non guida il Napoli campione d’Italia?

 
Avevo un sogno nel cuore

Confermare Sarri, l’unico rimedio?

Chiodo schiaccia chiodo, è una regola falsa.
Il nuovo allenatore Ancelotti non cancella la malinconia per la storia appena terminata.

Il nostro epico Comandante, fautore di emozioni e bellezza calcistica mai vista prima, resta impresso nella mente dello scrivente.

La grande ingiustizia poteva essere riparata solo con la permanenza di Maurizio Sarri alla guida sel suo (nostro) seducente Napoli.
Avrei preferito mille volte la conferma dell’uomo con la tuta a qualsiasi altro nome, anche risonante.

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Per ritrovare la passione perduta

Troppe delusione tutte insieme: via il Comandante, via (forse) il Capitano.

E così, dopo l’ultimo campionato avvelenato, decido: prendo una pausa dal calcio.

La decisione ponderata è suffragata da mille validi motivi.
Ne elenco alcuni:

  • amo il fair play e nel calcio non esiste il fari play
  • amo la sana competizione ed il calcio è competizione scorretta
  • amo la trasparenza e nel calcio la trasparenza è stata cancellata
  • amo la riconoscenza e nel calcio la riconoscenza è surclassata dal soldi
  • amo la fedeltà ma nel calcio vincono i mercenari
  • amo la correttezza e lealtà ma nel calcio il risultato conta più di tutto.

Amo lo sport ma il calcio non è più uno sport.

Stanco e privo di passione, oggi necessito di ripulire la mente dalle gioie regalate dal Comandante.
Un reset emozionale.
Perché cotante emozioni sono impossibili da ripetere.

Quel feeling squadra-tifosi che ci ha spinto ad un metro dalla vetta, quell’atmosfera magica di un sogno prossimo alla realizzazione.

Prendo atto: il sogno nel cuore si è infranto contro l’ingiustizia del calcio malato, deluso parto per il mio anno sabbatico.

Per ritrovare la passione perduta.
E, per riconoscenza al Comandante.


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Calcio, la sfida impossibile tra il Golia Bianconero e il piccolo Davide Azzurro

Il calcio è del gigante Golia?

Per noi spettatori, quale è il divertimento nel seguire un campionato con il vincitore già assegnato?

Mentre scrivo, il Golia Inglese potrebbe aver già tagliato il traguardo.
Al Golia Tedesco e Francese, manca un metro.
Il Golia Spagnolo ha un margine significativo sugli avversari, impotenti attori di un film dal finale scontato.

In tutta l’Europa calcistica, contro lo strapotere del gigante Golia, resiste solo il piccolo Davide Azzurro.

Lui, giovane ed impertinente, se ne frega dello strapotere del Golia Bianconero e tiene viva la sfida.

Il calcio europeo senza mordente: solo il Napoli tiene vivo il campionato italiano

Calcio, si gioca per il secondo posto?

Il microscopico Davide Azzurro ha un indiscutibile merito: tiene col fiato sospeso il gigante abituato a comandare.

Il piccolo eroe, non possiede la potenza dell’avversario, però è veloce.
Non conosce i trucchi del mestiere ma ha l’entusiasmo dei giusti.
Combatte con mezzi rudimentali, ma non ha nulla da perdere.

E, come tutti i paladini, il nostro Davide Azzurro è l’orgoglio del suo popolo.

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Davide Azzurro vs Golia Bianconero

Un battuto d’ali ed il campionato termina.

Ma, nonostante manchi davvero poco, la sfida italiana tra il gigante bianconero ed il minuscolo eroe azzurro, è l’unico finale ancora da scrivere.
In tutta Europa.

Sfida ancora in gioco grazie all’intraprendenza del nostro piccolo, coraggioso Davide Azzurro.

Il gigante Golia è certo della vittoria, la mano del piccolo Davide Azzurro trema.
La paura annebbia la vista, la pressione piega le gambe.

Giunti al momento fatidico, i dubbi assalgono l’inesperto.
La stanchezza diviene un macigno, la missione è troppo grande per il piccolo Davide Azzurro?

Ma, quando tutto sembra perso, Davide Azzurro lancia l’ultimo colpo.

Perché attraverso i suoi occhi, un milioni di occhi azzurri incrociano lo sguardo del Golia bianconero. 
Un coro di un milioni di voci azzurre rimbomba nella mente del piccolo eroe:
«vai Davide, provaci! Noi siamo con te!»

La fionda lancia l’ultimo colpo.
Il proiettile vola dal basso verso l’alto disegnando una perfetta parabola.

Non sapremo come finirà finchè la botta non colpirà la fronte del gigante bianconero, sorpreso da tanta audacia.

Però di una cosa siamo certi: Davide Azzurro ha reso l’esito della sfida impossibile, incerto fino alla fine.

Ed era proprio ciò che il milione di occhi azzurri chiedeva e desiderava.
Grazie piccolo, coraggioso Davide Azzurro.
Siamo tutti con te.


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Davide Astori, il dramma negli occhi di due bambini

Davide Astori, un dramma collettivo

«Hai visto, è morto Astori, il giocatore della Fiorentina».
«Si, ce l’ho nell’album delle figurine».

Il dramma di Davide Astori si riflette negli occhi preoccupati di due bambini.
In fila fuori al seggio, in attesa di votare, ascolto lo scambio di paure tra piccoli appassionati di calcio.

Avranno una decina d’anni, magari frequentano proprio la scuola dove stiamo votando, dedicano il loro tempo (infinito) al gioco e con la mente immaginano un mondo sicuro.

La tragedia sconvolge le loro (e nostre) certezze.
Si chiedono, come tutti noi: è possibile morire a trentuno anni?

Davide Astori, il dramma che colpisce l'immaginario collettivo

In pochi istanti, la notizia raggiunge tutti

La notizia ci sbatte in faccia l’amara verità: anche un’atleta professionista – simbolo di salute, benessere e prevenzione medica – è vulnerabile come un qualsiasi, comune mortale.

La fine dell’«eroe» ben presto viaggia su tutti gli schermi: tv, tablet, smartphone.
E, in pochi minuti, giunge al seggio.

Fino a coprire di dubbi gli occhi innocenti dei due fanciulli.
Le parole rassicuranti dei genitori, un abbraccio e torna il sereno.
I due marmocchi si inseguono per il corridoio della scuola, urlano, giocano.

Per noi adulti, invece, resta la ferita.
E l’atroce domanda, priva di una risposta sensata: è possibile morire a trentuno anni?


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Top Ciuccio

Il Ciuccio, primo in classifica!

Per chi è abituato a vivere a livello del mare, ritrovarsi in cima alla montagna più alta d’Italia, è un’esperienza da ricordare (nel caso del sottoscritto, un post celebrativo).

Dall’alto della vetta, il Ciuccio azzurro protegge gli occhi con la zampa e guarda lontano.
Giù, lungo il pendio, un gruppetto tenta – con fatica – la scalata.

La zebra, in testa agli inseguitori, è arrabbiata: non abituata a rincorrere, arranca mentre scalcia per tener dietro gli altri.

La lupa passeggia senza convinzione: conscia di non poter mai raggiungere il Ciuccio, partecipa alla competizione perché costretta.

I diavoli cinesi perdono terreno al primo ostacolo mentre i cugini (sempre cinesi) tallonano la zebra (ma, detto tra noi, scalano con uno stile inguardabile).

Più distante, un’aquilotto impaurito prova a decollare senza successo.

Top Ciuccio, il momento magico del Napoli

Il Ciuccio? Il più bello di tutti!

Il Ciuccio respira a pieni polmoni, l’aria frizzantina della vetta rinvigorisce e mette di buon umore.
E, grazie al calendario favorevole, resterà in cima indisturbato per altre due settimane.

Poi, la corsa riprenderà.

Tutti a rincorrere il Ciuccio trasformatosi in lepre.

La caccia è aperta, la stagione è ancora lunga, impossibile prevedere come andrà a finire.
Però una certezza aleggia nel disordinato gruppo degli inseguitori: il Ciuccio è il più forte e bello di tutti, merita la vetta.


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