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Tag: amicizia (Page 1 of 5)

Manila, di Enrica Orlando: storia di «mostri» e di speranza [RECENSIONE]

Manila, libro estremo 

Manila, di Enrica Orlando, è una storia ricca di «mostri».
I peggiori.
I «mostri» ai qual non puoi sfuggire.
Perché ti perseguitano da dentro.

Un libro duro da leggere.
Conversazioni spietate che spiazzano per crudezza e degrado (morale e fisico dei personaggi ).
La disperazione porta ad azioni disumane e la brava Enrica Orlando, con uno stile asciutto (e spesso volgare), sbatte in faccia al Lettore il lato più oscuro dell’animo umano.

Quello che vorremmo dimenticare ed, invece, è solo celato dietro l’angolo di ogni coscienza.

Manila, di Enrica Orlando, la mia recensione

Manila, quante volte sei morta?

Manila suscita sentimenti opposti: la detesti quando si autodistrugge, sorridi per l’ironia con la quale affronta i drammi del destino, entreresti nelle pagine del libro pur di aiutarla.
Infine, l’ abbracceresti per augurarle un po’ di meritata felicità.

Personaggi estremi, contesto fatiscente, legge della sopravvivenza, periferie sporche ed abbandonate.
Cancellazione di ogni briciola di umanità.
Come in una guerra.
E l’inevitabile caduta negli inferi.

Eppure, anche nel buio più assoluto, nei peggiori inferni metropolitani, la forza della vita trova e si aggrappa a quella mano tesa, pronta ad aiutarti.

Manila non lascia indifferenti.
E, per un’artista, è il miglior complimento. 
Per questo va letto.

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Dopo il sogno nel cuore, l’anno sabbatico

Comandante, dove sei?

Osservo la “N” azzurra con nostalgia.
L’immagine sulla borsa poggiata sul pedalò riapre ferite (sportive) non ancora rimarginate.

Ne è trascorso di tempo dalla fine dell’ultima SerieA ma il sottoscritto prova ancora delusione per l’amaro epilogo.
Continuo a rivivere quei momenti: dove abbiamo sbagliato?
E incredulo chiedo; perchè?
L’assenza di una risposta convincente mi lascia nel limbo dell’incertezza.

Come l’abbandono di un amico senza una plausibile spiegazione.
Già, un caro vecchio amico con il quale cresci, ti confronti, provi emozioni e poi sparisce senza nemmeno una telefonata.
Il vuoto che non puoi colmare con la logica di un ragionamento.

Osservo la “N” azzurra in una domenica qualsiasi, in riva al mare.
Con lo sguardo raggiungo l’orizzonte e la domanda dell’io-tifoso riemerge prepotente: perchè il nostro Comandante non guida il Napoli campione d’Italia?

 
Avevo un sogno nel cuore

Confermare Sarri, l’unico rimedio?

Chiodo schiaccia chiodo, è una regola falsa.
Il nuovo allenatore Ancelotti non cancella la malinconia per la storia appena terminata.

Il nostro epico Comandante, fautore di emozioni e bellezza calcistica mai vista prima, resta impresso nella mente dello scrivente.

La grande ingiustizia poteva essere riparata solo con la permanenza di Maurizio Sarri alla guida sel suo (nostro) seducente Napoli.
Avrei preferito mille volte la conferma dell’uomo con la tuta a qualsiasi altro nome, anche risonante.

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Per ritrovare la passione perduta

Troppe delusione tutte insieme: via il Comandante, via (forse) il Capitano.

E così, dopo l’ultimo campionato avvelenato, decido: prendo una pausa dal calcio.

La decisione ponderata è suffragata da mille validi motivi.
Ne elenco alcuni:

  • amo il fair play e nel calcio non esiste il fari play
  • amo la sana competizione ed il calcio è competizione scorretta
  • amo la trasparenza e nel calcio la trasparenza è stata cancellata
  • amo la riconoscenza e nel calcio la riconoscenza è surclassata dal soldi
  • amo la fedeltà ma nel calcio vincono i mercenari
  • amo la correttezza e lealtà ma nel calcio il risultato conta più di tutto.

Amo lo sport ma il calcio non è più uno sport.

Stanco e privo di passione, oggi necessito di ripulire la mente dalle gioie regalate dal Comandante.
Un reset emozionale.
Perché cotante emozioni sono impossibili da ripetere.

Quel feeling squadra-tifosi che ci ha spinto ad un metro dalla vetta, quell’atmosfera magica di un sogno prossimo alla realizzazione.

Prendo atto: il sogno nel cuore si è infranto contro l’ingiustizia del calcio malato, deluso parto per il mio anno sabbatico.

Per ritrovare la passione perduta.
E, per riconoscenza al Comandante.


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Francesco, l’uomo che mi salvò la vita. Per due volte.

Quegli eroi silenziosi

La vicenda narrata è vera.
Francesco, invece, è un nome di pura fantasia utilizzato in questo post per tutelare l’anonimato del mio salvatore.

Francesco, come tutti gli eroi invisibili, vive dietro le quinte e non ama le luci della ribalta.
Opera in modo silenzioso, compie il suo dovere senza mai un lamento ed, in alcuni casi, compie gesta straordinarie.
Per dileguarsi, subito dopo, tra le ombre dell’anonimato.

Al sottoscritto, cronista per caso, il dovere di riportare due episodi nei quali Francesco è protagonista.
Grazie al suo intervento, lo scrivente può (ancora) raccontare la vicenda ai posteri.

Francesco e gli eroi invisibili: l'uomo che mi salvò la via per due volte

Il primo salvataggio

Bloccato nel bagno dell’ufficio, guardo sconsolato le pareti della gabbia.
La serratura inceppata, giro e rigiro ma la porta non si apre.

Osservo il rotolo di carta igienica attaccato al muro, con un gesto meccanico abbasso il coperchio della tazza del water.
L’igiene va perseguito, anche nei momenti di emergenza.

Lo spazio ristretto annebbia le idee.
La claustrofobia ben presto scende nel piccolo loculo.
Come posso uscire?
Passato i minuti e nessuna voce amica intercetta i rumorosi tentativi di evasione.

Rassegnato, mi accomodo sul water-sedia.

«C’è qualcuno chiuso nel bagno?»
Quanto tempo sarà passato?
Un minuto ? Mezz’ora?

La voce di Francesco riaccende la speranza.

Con un cacciavite, il mio salvatore forza la serratura del bagno-prigione e dopo pochi minuti sono un uomo libero.

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Il secondo salvataggio

Esco dall’ascensore e la reception – stranamente – è al buio.
Il portiere è andato via, ha staccato la luce, chiuso le porte d’ingresso/uscita del palazzo (scoprirò poi di aver preso l’ultima corsa che riporta l’ascensore al piano terra prima dello stop programmato fino alla mattina successiva).

Le cinque e mezza del pomeriggio, quasi tutti i colleghi sono andati via.
Stavolta il sottoscritto è prigioniero nella sala d’ingresso del palazzo dove risiede l’ufficio.

Mi muovo come un leone in gabbia.
Pigio il bottone per richiamare l’ascensore.
Nessuna risposta.
Il cellulare – ovviamente – non ha campo.
Tutto tace.

Guardo intorno, il luogo familiare attraversato ogni giorno, ora è ostile.
Perplesso, rovisto dietro il bancone del custode.
Non trovo attrezzi utili per la fuga.

Dalla vetrata, osservo lo spazio vuoto davanti l’ingresso.
Nessuna anima viva.
Silenzio assoluto.
La serata cala rapidamente mentre resto prigioniero nella reception bloccata.

«Che ci fai là dentro?»
Quanto tempo sarà passato?
Un minuto ? Mezz’ora?

Qualche telefonata, l’attesa, il recupero delle chiavi e ritrovo l’agognata libertà.

A distanza di quattro anni dal primo salvataggio, è sempre Francesco a tirarmi fuori dai guai per la seconda volta.

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Il lavoro oscuro degli eroi invisibili

Chi è Francesco?
Francesco esiste per davvero, lavora nel mio ufficio ma non è un collega.
E’ il tuttofare: ripara ciò che si rompe, coordina la logistica, consegna i pacchi, sposta i computer …
Se desiderate conoscerlo – e se lo trovate libero da impegni – chiedete in giro, lo conoscono tutti.

A distanza di anni, ringrazio Francesco con questo post.
A lui – e tutti gli eroi invisibili che non saranno mai premiati con una medaglia pubblica – la mia riconoscenza.

Francesco, senza il tuo prezioso intervento, per il sottoscritto, il mondo sarebbe una vera prigione 🙂


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Noi, i ragazzi di ieri (riflessioni di un adulto di oggi)

Da bimbi a adulti, la differenza è: scegliere

Mano nella mano, da piccolo seguivo mio padre.
I genitori, la nostra guida.

Toccava a loro decidere per noi – almeno fino all’età della formazione.

Oggi, da adulto, posso decidere.

Decidere significa scegliere.
Scegliere è il mio potere, il nostro potere.

Perché la società dipende dalla mia scelta, dalla tua scelta, dalla scelta di ogni singolo adulto.

In bici al lavoro, scegliere per migliorare la collettività

Decidere per contrastare l’egoismo

Decido di recarmi in ufficio in bici anziché in auto.
E’ una scelta convinta perché credo nella mobilità alternativa, credo nell’esempio diretto, credo che anche il più grande tra gli oceani sia composto da milioni di singole gocce.
Andare in bici implica un tubo si scappamento spento in più, un pendolare in meno tra metropolitane affollate ed autobus intasati.
Ed un ciclista metropolitano felice in giro per Napoli.

Ogni scelta comporta una conseguenza per se stesso e per la collettività.
Risulta spontaneo decidere per una convenienza personale, quasi sempre dettata dall’egoismo che contraddistingue l’essere umano.

Resto colpito, invece, da chi sceglie per andare incontro al prossimo.

Sono l’eccezione, però esistono.

Persone disponibili, generose, solidali, capaci di indossare i vestiti dell’altro per comprenderne le difficoltà – grandi o piccole che siano.
Ascoltare, aiutare.

Un collega che ti presta un libro, un amico ben disposto ad ascoltare un tuo sfogo, un conoscente capace di stupirti con una telefonata, uno sconosciuto che ti soccorre mentre l’auto è ferma a bordo strada, un politico che fa la scelta giusta.

Tocca a noi, i ragazzi di ieri, in metropolitana cedere il posto ad una donna, in ufficio evidenziare i meriti del collega, trasmettere serenità alla famiglia, aiutare gli amici.
Piccoli gesti di cavalleria e quotidiana generosità per cambiare il nostro mondo.

Perché noi siamo gli adulti di oggi e possiamo scegliere.


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La mia laurea, ventuno anni dopo (ed un consiglio per i giovani)

19 marzo 1997, io dottore in Matematica

La macchina del tempo corre dietro di ventun’anni: 19 marzo 1997, al giorno della mia laurea.

A scanso di equivoci, confermo la scelta altre mille volte (anzi, altre enne volte con n numero naturale).
Perché alla facoltà di Matematica di Napoli, da matricola sono divenuto dottore, ho trovato gli amici di sempre, sono partito per catapultarmi nel mondo del lavoro.

A distanza di ventun’anni, con l’occhio adulto, oggi guardo indietro col sorriso sulle labbra per affermare che quell’intervallo, nonostante le difficoltà che allora apparivano insormontabili, fu un periodo felice e privo dei reali problemi (che la vita mi riserverà qualche anno dopo).

Perché per laurearti, devi possedere la passione per lo studio, una famiglia che ti permetta di dedicare tutte le energie all’obiettivo, un gruppo di compagni pronto ad aiutarsi.

E io, tutte queste opportunità, le ebbi.

La mia laurea ventuno anni dopo, 19 marzo 1997

Perché scelsi la facoltà di Matematica?

Non feci troppi calcoli, la Matematica mi appassionava.
Spinto dalla professoressa dell’Istituto Tecnico che frequentavo, scelsi.

Guidato dal mio istinto, la voglia di studiare e la passione per i numeri, fecero il resto.
Non riflettei mai sui futuri sbocchi occupazionali, forse nemmeno immaginavo le difficoltà del mondo del lavoro.

Meglio così.
La scelta fu priva di calcoli, nonostante mi iscrivessi alla facoltà di Matematica 🙂

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Università si, Università no

Consiglierei ad un giovane di iscriversi all’Università?
Si.

Per lavorare c’è sempre tempo, conviene dedicare le migliori energie della giovinezza per assorbire cultura, formare la propria personalità, confrontarsi con persone diverse, vivere esperienze umane che ti aiuteranno a diventare l’uomo di domani.

Con la consapevolezza che raggiungerai la meta solo se la materia ti appassiona.

Dunque, bando alle statistiche sul titolo con maggiori opportunità lavorative, ascoltiamo i consigli del professori della maturità e sotto con lo studio.

Se poi hai la fortuna di trovare (o creare) un ambiente ideale come fu il mio dipartimento “Renato Caccioppoli”, allora conserverai un ricordo meraviglioso dell’Università

Anche dopo (solo) ventuno anni.


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Galleria Umberto, l’albero di Natale che ci costringe a reagire

Galleria Umberto, in visita ad un amico

Visito l’albero di Natale in Galleria Umberto di Napoli come se andassi a trovare un vecchio amico vittima di un sopruso.

Anzi, di soprusi multipli.

Perché l’albero di Natale è stato rapito (e poi ritrovato, dalle Forze dell’Ordine, abbandonato in un vicolo dei quartieri spagnoli).
Ripristinato, viene abbattuto.
Rimessosi in sesto dal vile colpo, vandalizzato.

Ma, come tutti gli arbusti coraggiosi, il vecchio amico ha la scorza dura e torna – ancora una volta! – al posto che gli compete: al centro della Galleria Umberto di Napoli.

L'albero di Natale in Galleria Umberto di Napoli, l'amico ritrovato

Perché colpire un amico indifeso?

Quale astruso pensiero passa per la mente di chi rapisce, abbatte e colpisce un albero di Natale?

Con la massima immaginazione possibile, non trovo una risposta valida.
Delinquenza fine a se stessa?

Baby gang in azione durante la notte, con il solo scopo di distruggere tutto ciò che rende Napoli una città normale?

Forse è la normalità che spaventa questi giovani «mostri»?

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La sua sopravvivenza ci obbliga a reagire

Non sono il solo a fotografare l’amico coraggioso.

L’albero di Natale martoriato suscita emozioni contrastanti: indignazione per la viltà dei maltrattamenti, rabbia per l’impunità dei delinquenti, incredulità per l’incapacità di difenderlo.

In molti lo osserviamo, stupiti del perché subisce continue vessazioni.
Se fosse possibile, lo abbraccerei per rassicurarlo.

Ma, il nostro amico, nonostante le ferite inflitte da un manipolo di idioti, è vivo.
La sua lotta per sopravvivere, obbliga la società civile a non girare il viso dall’altra parte.

Così, ogni volta che viene pugnalato, ci sprona a reagire.
E reagire, è la migliore arma contro la quotidiana assuefazione ai «mostri».


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Capodimonte di sera con BeTime, un granello di cultura per bloccare la routine [FOTO]

Il museo di Capodimonte di sera

Una serata al museo, la passeggiata nel weekend … i nostri eventi sono granellini di sabbia che inceppano il grande meccanismo della routine. La cultura per spezzare il monotono meccanismo casa-lavoro-casa […]

Il sottoscritto ed Osvaldo – segretario di BeTime, l’Università del tempo libero – concordano: desideriamo fermare il trita-tempo, occorre agire contro la routine che trasforma le nostre giornate in sbiadite fotocopie tutte uguali.

Aderire agli eventi organizzati dalla nostra associazione culturale, ci aiuta ad affrontare le settimane (lavorative) con maggior entusiasmo.

La visita al museo di Capodimonte è la testimonianza perfetta: serata magnifica in un luogo magico, tra i capolavori di Caravaggio e Tiziano e le mille storie celate dietro ogni opera d’arte.

Un piccolo, importante granellino di cultura per inceppare la mastodontica macchina del tempo.

Il museo di Capodimonte di sera, una magnifica visita con BeTime

Capodimonte di sera, con BeTime e Le Capere

L’evento è organizzato in collaborazione con Le capere, donne che raccontano Napoli.

Rifletto: puoi visitare il museo di Capodimonte dodici volte l’anno ed ogni volta scopri un itinerario insolito, una storia mai ascoltata prima, un’opera che ti colpisce.
Perchè il museo di Capodimonte è meraviglioso – ancora di più in questa calda serata di settembre.

Al sottoscritto, ospite attento, non resta che ascoltare la narrazione della capera, guida professionale ed entusiasta.

E scattare foto, per Voi amici Lettori 🙂

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Capodimonte di sera, la galleria fotografica


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Da Google a Telegram, una collezione di «mostri», regalo di un amico

Il regalo viaggia su Telegram

Il mio amico Pasquale – l’ideatore della sempre attiva e fantasiosa community GooglePlus Napoli Image Naples, mi sorprende via Telegram.

Il buontempone compone una collezione di (miei) post in una unica pagina – chiara, ben leggibile, affettuosa: Sulle tracce in community dell’amico Mario.

Clicco e la sorpresa si materializza sullo schermo dello smartphone: dagli articoli impegnati ad argomenti spensierati passando per la lettera a Il Mattino sulla giungla di viale Kennedy e la successiva ed indimenticabile vittoria dei 715 mila Mi Piace.

Fiumi di inchiostro, milioni di parole, passione infinita condivisa con lo stesso spirito da Pasquale, i moderatori e gli amici di Napoli Image Naples.

Sulle tracce in community dell'amico Mario, il regalo viaggia su Telegram

Dove c’è passione …

Rileggo il post Telegram di Pasquale. con attenzioni – anche più volte.
Rivedo i temi nei quali credo, le denunce convinte, le mille considerazioni condivise o cadute nell’indifferenza generale.

Leggo come se fosse un libro, un insieme di articoli nati dalla passione e dalla convinzione: immaginare una società migliore è il primo passo per cambiarla.
Come?
Con le nostre azioni quotidiane, con l’esempio, agendo in prima persona.

Ringrazio pubblicamente Pasquale.

Per il tempo speso a comporre il regalo Telegram.
Per la dedizione nel raccontare Napoli attraverso le immagini,
Perché spesso chiede l’opinione del sottoscritto ed è un ascoltatore paziente ed attento.

Ma soprattutto, perché è un mio sincero amico.


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Cambio stagione

Cambiare o conservare?

«Se non lo uso da un anno, non serve».

E’ la regola d’oro per ringiovanire il guardaroba.
Ad ogni cambio stagione approfitto e porto in chiesa gli abiti inutilizzati.
Questa volta è toccato ai pullover invernali mai indossati negli ultimi dodici mesi.
Un bustone che farà felice il parroco e alleggerisce l’armadio.

Il cambio stagione: un’occasione per acquistare e rinfrescare il look – piccole soddisfazioni della vita 🙂

Il cambio stagione, per rinfrescare il look (e le amicizie)

Fu vera amicizia?

«Se non lo sento da anni, posso cancellarlo».

Scorro la rubrica dello smartphone, noto i molteplici contatti archiviati.
Contatti … senza contatto.
Persone che non frequento più.
Nemmeno una telefonata, nessun messaggio, zero contatti.

Osservo i nomi, associo i volti (ieri familiari ed oggi sbiaditi), mi chiedo: fu vera amicizia?

Perché ci siamo persi?
Nulla è per sempre, tutto si evolve.

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Cambio stagione, per ripartire

Ex colleghi di lavoro, amici di infanzia, compagni di scuola e di università.
Pullover con lo scollo a V, camicie impossibili, maglioni anacronistici oggi improponibili.

Come ho potuto acquistare un simile obbrobrio?
Ma davvero frequentavo quel tizio?

Persone scomparse dai radar, abbigliamento che, con gli occhi di oggi, appare ridicolo.
Nomi impolverati, oramai fuori moda – come il pullover nella busta.

Il contesto storico: ecco l’unica spiegazione razionale!
Sarà, ma non sono convinto.

Osservo il display, scorro i nomi.
Col pollicione seleziono, apro il menù, rifletto due secondi, pigio “Elimina”.

E’ il cambio stagione, la forza della novità.
In attesa di una telefonata, pronto a cambiare idea.


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Mino, ti ricordi quella volta che …

Mino, un mese dopo

Stasera, mentre nuoto, nel silenzio della piscina interrotto solo dalle bracciate, riemergono mille immagini.
Respiro, nuoto, respiro, nuoto: il movimento automatico nasconde la fatica ed aiuta a riflettere.

E’ trascorso un mese da quel maledetto giorno.
Una realtà  impossibile da comprendere ed accettare.

Per chi ti è stato vicino, voluto bene, frequentato.
Ma soprattutto, per chi ti ha amato: la tua famiglia.

A loro va questo post, senza nessuna pretesa, solo un ricordo di chi ha ti conosciuto e non dimentica.

Mino, il ricordo degli amici

Quando ci siamo conosciuti

Mino, non ricordo l’anno esatto.
Il flashback, invece, è nitido.
Forse perché spuntasti da una scatoletta, tu gigante buono racchiuso in una minuscola utilitaria.

Era il 1998 credo.
Un’uscita tra colleghi di lavoro, uno dei primi incontri dopo l’ufficio per rafforzare lo spirito di squadra e conoscersi meglio.

Dopotutto eravamo giovani, neoassunti in EDS – l’importante multinazionale americana dell’Information Technology al pari di IBM – e Caserta era la nostra Silicon Valley.
Ragazzi armati di entusiasmo contagioso, con la voglia di bruciare le tappe, curiosi di scoprire il mondo dopo l’Università.

Quanti eravamo?
Trenta? Quaranta?

A distanza di anni, i ricordi sono sbiaditi.
Però, quel particolare bizzarro, lo rammento bene: BG, la targa della tua mini-auto, la provincia come il tuo cognome 🙂

Mino, i ricordi dei colleghi di lavoro

Annarita, collega di progetto

Filomena e Ferdinando

Eh si, per lui il mondo era diviso in due: da una parte c’erano le Filomene e dall’altra i Ferdinandi!

Quando dovevamo chiamare il collega a Roma per una riunione, Mino ci diceva sempre «allora chiamiamo Filomena e poi a Ferdinando ed organizziamo la riunione» oppure al caffè «chiama a Filomena e dille di venire che si fa tardi».

Non potevi sbagliare quindi, perché il nome della collega te lo ricordavi sempre. 

Ci sono cascata diverse volte, poi alla fine mi sono sentita anche io molto Filomena, perché in fondo è vero, siamo tutti un po’ Filomena e Ferdinando, non ci si può sbagliare!

Mino, rappresentante RSU

Antonello, l’amico di sempre

A machina nova

Eravamo a pranzo e ti arrivò una telefonata di Maria (come al solito): ‘Mino ho preso una botta con la macchina …’ ti disse e tu: ‘Mariaaaaaaaaaaa, a machina nova!!!!’

Al chè io risposi: ‘scusa Mino, ma la tua macchina già ten 3-4 ann, ma è sempr nova? Quando cambia lo status da machina nova a machina e basta ?’.
E tu: ‘Pe me è sempr nova!!!’
Ed io: ‘va buò ja PRUSUTT …. chiedi a tua moglie se sta bene…’.

Mino chiese alla moglie: ‘Ma che s’è fatt ?’
Maria : ‘Io, niente’
Mino: ‘No, tu! A machina!!!!!’

Mino ed Antonello, amici da sempre (e per sempre)

Il pensiero di Paola

Per Maria

Ti prendevamo sempre in giro, Antonello e io, per il fatto che qualunque cosa facessi, dovessi prima avere l’autorizzazione di Maria.

Anche quando facemmo questa ‘reunion’ con i vecchi colleghi, chiamasti Maria … forse per chiederle cosa dovevi mangiare.

E quando dovevi comprare qualcosa?
Prima una telefonata a Maria, la tua autonomia di spesa non andava oltre i dieci euro, come ti rinfacciavamo sempre.

Non potevi fare nulla senza di lei, ci ripetevi sempre, e noi fingevamo di non ammirare la vostra intesa di coppia.

Continua a starle sempre vicino, amico mio …

MIno e Paola, a pranzo - come ogni giorno lavorativo

Angela, i ricordi di 20 anni

Mino, ti ricordi quella volta che…

Quante cose dovremmo ricordare, in questi nostri vent’anni di amicizia.

La festa per il tuo compleanno (forse 1997-1998), a casa tua, periodo di carnevale: nu’ casin’, coriandoli dappertutto che ti sei ritrovato anche dopo anni, torte in faccia, vetro di una porta rotta … che capa frisca che in quei in tempi avevamo.

La festa per il compleanno mio (forse 1998 o 1999): c’erano anche dei nostri colleghi EDS americani e tu che raccontavi le barzellette in napoletano e c’era chi traduceva per te.
Ad un certo punto però della barzelletta tu avresti dovuto dire “bell’ e buon’, ti fermasti, bloccasti la persona che traduceva e dicesti, adesso voglio tradurre io in inglese:”good and beatiful”.

E di quella volta che mi chiedesti di organizzare una cena a casa mia, con i nuovi assunti EDS, perché tra questi c’era Maria e Maria che si presentò con la cugina, del tipo “io, mammat’ e tu” e tu che ci rimanesti male.

E quando mi chiamasti dall’isola d’Elba per dirmi della bella novità, del tuo “fidanzamento” con Maria.

Del tuo matrimonio, del vostro matrimonio, della tua felicità, della vostra felicità … 

E delle volte che raccontavi di tua madre, vita reale trasformata in una continua barzelletta.

E a proposito di barzellette, quante volte ti ho “costretto” a raccontare “sempre”, “sempre” la stessa barzelletta, quella dei francescani e gesuiti che tu solo sapevi raccontare, ancora adesso io non saprei dopo tante volte.

Ti ricordi, ti ricordi, ti ricordi … un’infinita catena di ricordi, come vorrei che non fossero più solo questi …

Sei nel mio cuore, nella mia testa e lo sarai sempre.

Cia’ cia’ amico mio sce’

Mino ed Angela, amici da vent'anni e mille ricordi

 

Luciano Esposito alla Ubik di Napoli: «Abbi fortuna e dormi», storia di polifedeltà

Luciano Esposito alla libreria Ubik

La sala conferenza della libreria Ubik, nel centro storico di Napoli, fatica a contenere il calore intorno a Luciano Esposito.

Il giovane scrittore presenta – per la prima volta in pubblico! – il suo libro Abbi fortuna e dormi.

Dopo l’intervista esclusiva pubblicata qualche tempo fa, il sottoscritto non poteva mancare all’imperdibile manifestazione.

Luciano Esposito alla libreria Ubik di Napoli presenta il suo libro «Abbi fortuna e dormi»

Gli amici di sempre

Riconosco un po’ tutti: Antonio, Rosy, Angelo, Daniela …
Sono i soliti amici di Luciano, gli amici di sempre.

L’introduzione di Gerardo – professore di letteratura – presenta la storia e descrive lo stile «fresco» utilizzato dall’esordiente autore.

La musica di sottofondo del maestro di conservatorio Federico rende l’atmosfera magica (inutile ricordare che entrambi sono cresciuti con Luciano).

Osservo la sala gremita, sorrido compiaciuto.

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La cultura, una serata intorno ad un libro

L’emozione suscitata da un evento culturale è un aspetto di Napoli importante e poco evidenziato dai media.

Dibattere intorno ad un libro, confrontarsi con le dotte parole dell’editore, ascoltare pagine del romanzo recitate da Michele – altro vecchio amico – con l’enfasi giusta, è il miglior biglietto da visita per conoscere il mondo di Luciano.

«Scrivere è una forma di espressione come disegnare» spiega lo scrittore.
«Ho impiegato sette anni per completare Abbi fortuna e dormi. Mi è sempre piaciuto raccontare storie e pubblicare il libro era per me inimmaginabile. Essere qui è un sogno» confida Luciano con un pizzico di commozione.

Luciano Esposito alla libreria Ubik di Napoli presenta il suo libro «Abbi fortuna e dormi»

«Abbi fortuna e dormi» e la polifedeltà

«Non è una storia autobiografica e la trama non è incentrata su un volgare tradimento. Piuttosto parliamo di un sentimento puro, di vero amore: l’amore di un uomo per due donne».

La definizione utilizzata durante il dibattito è perfetta: polifedeltà.

Può un uomo essere innamorato contemporaneamente di due donne?
Una passione pulita, di assoluta dedizione – non certo un prosaico adulterio.

Luciano garantisce un finale non banale, fuori dagli stereotipi tipici di una “relazione a tre”.

La fiducia del Lettore è ben riposta.
Parola di chi conosce il buon, vecchio Luciano, narratore di storie fantastiche.

Luciano Esposito alla libreria Ubik di Napoli presenta il suo libro «Abbi fortuna e dormi»

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Ciao Mino

Mino, perché ti scrivo

Mino, sei sempre stato un tipo schietto.
E allora, sarò schietto anche io con te.
Non sono sicuro di voler condividere questo post, lo scrivo sull’onda dell’emozione, poi decido.

Rifletto: un tuo familiare, parente, amico, un giorno qualsiasi, per una serie di clic casuali tipici del web, capita su questa pagina.
Leggere il ricordo di chi ti ha conosciuto potrebbe suscitare – per un istante – un dolce sorriso.

Pubblico per lasciare una testimonianza.
Per la tua famiglia, per i tuoi amici.
Per chi ti ha voluto bene.

Mino, mi piace ricordarti in questo scatto dove, con la tua solita schiettezza, parli al sindaco di Napoli

Mino, il gigante buono

A chi non ti conosceva, potevi sembrare burbero.
Con quello sguardo severo, l’altezza di un giocatore di basket e la corporatura massiccia, intimidivi il prossimo.

Apparivi una montagna difficile da scalare.
Invece, eri per tutti noi, il gigante buono.

Sei stato strappato alla vita, a soli quarantanove anni.
Strappato alla tua famiglia.
Già, la tua famiglia, che mai avresti abbandonato.

Da quanto tempo ti conoscevo?
Vent’anni?
Un pezzo di strada percorso insieme, prima in EDS, poi in HP, oggi in Maticmind.
Eppure, nonostante la stessa società, non abbiamo mai lavorato insieme.
Strano, vero?

Un giorno, durante il travagliato passaggio da HP in Maticmind, mi parlasti a quattr’occhi.
Per chiarire che, nonostante opinioni opposte, mi stimavi e reputavi il mio punto di vista interessante.
Ecco il vero Mino pensai: sincero, diretto, senza giri di parole.
La tua schiettezza stonava con quel mondo di compromessi, inciuci e frasi dette e non dette: il sindacato.

Eri rappresentante RSU, in difesa di noi lavoratori.
Perché il senso di protezione ce l’avevi scritto nel DNA.
Con quella stazza imponente, sembrava che volessi difendere il mondo intero.

Ce l’hai messa tutta Mino, lo sappiamo.
Ed oggi possiamo solo ringraziarti.

In ufficio, il giorno dopo

Tornare in ufficio, il giorno dopo, accendere il computer, parlare con i colleghi, riprendere.

Sembra impossibile continuare senza te.
Senza il tuo vocione che chiama i soliti amici per un caffè oppure ascoltare un commento sul nostro Napoli condiviso nell’open space.

E’ davvero surreale.

Molti sono assenti.
Chi c’è, con la testa nel monitor e le cuffie nelle orecchie, si isola per non pensare.
L’aria in ufficio è impregnata di un’infinita tristezza.

La giornata lavorativa finalmente termina.
Giunge il sospirato momento.
Vado via.
Osservo ancora la tua postazione.
Con lo sguardo, ti saluto.

Salgo in bici, pedalo.
Attraverso la città, la vita continua col solito caos disordinato.
Però non è detto che tutto debba continuare come sempre.
Perché ci sono giorni che segnano l’esistenza.

L’aria fresca di questo maledetto 17 febbraio colpisce il volto e punzecchia gli occhi.
Pedalo ancora.
Una lacrima scende sul viso, nascosta dalla maschera antismog, cade sulla guancia fino alla bocca.
Ne segue un’altra.

Sono lacrime calde.

Ciao Mino.

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