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Tag: animali

Dispenser gratuiti contro gli escrementi dei cani [aggiornamento]

I primi risultati

Sei distributori di sacchetti gratuiti per raccogliere gli escrementi dei cani lasciati marcire lungo il marciapiede.
Trascorsi quattro mesi dalle prime installazione dei dispenser fai da te, i risultati sono incoraggianti.

Dispenser gratuiti contro gli escrementi dei cani [aggiornamento]

La reazione dei commercianti

Entusiasmo.
La saracinesca sembra essere il luogo preferito dove i quadrupedi evacuano ed il padrone incivile ben si guarda dal recuperare il maleodorante ricordino del cane.
La mattina, all’apertura del negozio, il commerciante è costretto a ripulire saracinesca e strada limitrofa.

Dopo l’istintivo impeto post spiegazione idea, segue la ragionata diffidenza.
Il commerciante avanza gli ovvi dubbi: furti, vandalismo, indifferenza.

Dopo quattro messi, una certezza: per il successo dell’iniziativa, resta imprescindibile il coinvolgimento del negoziante.
Per controllare il dispenser (almeno di giorno), pubblicizzare l’idea ai clienti, responsabilizzare chi vive l’intera giornata il quartiere.

Da sottolineare: l’iniziativa è autofinanziata e nessun commerciante sborsa un centesimo.
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La reazione dei cittadini

Luci ed ombre.
I dispenser si svuotano periodicamente però non esiste la conferma del corretto utilizzo dei sacchetti.

Al sottoscritto, il marciapiede appare più pulito ma forse è una suggestione, una speranza più che una certezza.
Sono come colui che desidera incontrare una persona e vede il suo volto tra i mille volti della folla?

Non lo escludo.

Resta la convinzione: non intervenire è l’azione più semplice da perseguire; agire e provare a cambiare è la vera rivoluzione.

Scarica il volantino SOS CANE


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Io e Puzzi con Friskies, per raccogliere pasti per cani e gatti abbandonati

Puzzi, il gatto adottato

«Ferma subito!» urla mio fratello.
D’istinto, inchiodo l’auto sull’asfalto.

Il ricordo di una serata d’inverno di tanti fa (venti?) è ancora vivido.

Con una velocità a lui ignota, Luca esce dall’auto per precipitarsi sul bordo strada.
Tornerà dopo pochi secondi: tra le mani, un ciuffo di peli rinsecchiti coprono due ossa sottili.

Un gattino appena nato, abbandonato senza pietà da un «mostro».
Con gli occhi della paura, il felino si guarda intorno terrorizzato.

Mio fratello l’ha già adottato e conoscendo la sua proverbiale testardaggine, risulta inutile qualsiasi ragionamento razionale.

«Come puzza!» protesto e metto in moto.
«Puzzi! Lo chiameremo Puzzi!» ribatte mentre accarezza con dolcezza il piccolo animale.

Puzzi, il nostro gatto speciale

Un gatto speciale

In famiglia non eravamo mai andati oltre Abramo, il pesciolino rosso.
Allora (anni novanta) i cellulari non esistevano e quando ci presentammo con la sorpresa a quattro zampe scoppiò la rivoluzione.

Non esisteva internet ma i veterinari sì: curammo il piccolino e Puzzi divenne il nostro gatto speciale, coccolato e viziato 🙂

Puzzi, da gatto abbandonato a gatto felice

Friskies e la campagna #Inseparabili

La campagna Inseparabili lanciata da Friskies è ambiziosa: donare fino a 1 milione di pasti per sostenere i 25 mila Puzzi abbandonati presenti nei rifugi ENPA in attesa di un’adozione.

La forza di un’iniziativa si misura anche dalle emozioni che suscita: Friskies ha generato un salto temporale riportando a galla le mille avventure del nostro gatto, i guai che combinava, i momenti magici che ci regalava.

Un amore a quattro zampe inspiegabile.
Come resta inspiegabile l’abbandono del «padrone».

Puzzi, il nostro gatto adottato

Come funziona

Tra settembre ed ottobre, ogni cinque confezioni vendute di prodotti FRISKIES, verrà donato un pasto ad ENPA.

Al termine della campagna donazione, FRISKIES provvederà a testimoniare sul proprio sito i risultati dell’iniziativa e a documentare la consegna delle donazioni presso le strutture coinvolte (la trasparenza prima di tutto).

Non ci resta che riempire il milione di ciotole per i nostri amici a quattro zampe.

Puzzi ringrazia.

Buzzoole

Escrementi dei cani e dispenser fai da te: tredici giorno dopo, i primi furti

Tredici giorni dopo

Due dipenser sono spariti.
Rubati.
Strappati e portati via.

Isolati, attaccati, derisi oppure lasciati nell’indifferenza generale.
Eroici, li osservo con orgoglio nel giro di perlustrazione mattutino prima di recarmi al lavoro.
«Li stanno usando» è l’incoraggiamento dell’edicolante, persona attenta e sentinella di uno dei quattro dispenser sopravvissuti al week end.

Dalla prima installazione dello scorso 5 luglio, sono trascorsi tredici giorni.
Appena tredici giorni?
Oppure già tredici giorni?

Inciviltà, ovviamente

L’inciviltà è un prezzo necessario da pagare?
Se distribuisci sacchetti gratuiti per la raccolta degli escrementi dei cani tramite dispenser disponibili giorno e notte, risulta quasi ovvio scontrarsi con i vandali.

Perchè distruggere un bene comune è normale, quasi accettato come una tassa obbligatoria ad ogni iniziativa basata sulla fiducia verso il prossimo.

I quattro (su sei) dispnser sopravvissuti: la lottad agli escrementi continua

Perchè?

Il costo del singolo distributore (compresi i venti sacchetti) è irrisorio: un euro e mezzo.
Dunque, perchè distruggere uno strumento privo di un qualsivoglia valore economico ma utile a tutti?

Mi piacerebbe parlare con uno di questi «mostri», belve della giungla metropolitana, esseri incapaci di apprezzare la bellezza e la cultura.

Il decoro del quartiere migliora la morale delle persone.

E’ un’equazione semplice da comprendere ed applicare che, però, si scontra con la triste realtà urbana: esistono branchi di iene che vagano per la città irrispettosi di ogni elementare regola del vivere civile (quando non sconfinano nella delinquenza).

Rifletto: il motivo del furto risiede nel seme di autodistruzione insito nell’animo umano?

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Oltre lo stupore

Non provo sconforto, bensì stupore.
E’ chiaro: non vivo a Stoccolma, l’Italia non è la Svezia e Napoli soffre – da sempre – di un’innata anarchia che, troppo spesso, naufraga nell’ordinaria inciviltà accettata dai cittadini assuefatti e/o rassegnati.

Continuiamo l’opera di sensibilizzazione.
Dopotutto, gli incivili sono un gruppo rumoroso ma pur sempre una minoranza.

La storia può cambiare.
Dai piccoli gesti.
Da due piccoli dispenser.


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Zoo di Napoli, la prigione degli innocenti

L’ergastolo

«Perché sono in prigione?».
La domanda trafigge la mia coscienza.
«Sono innocente eppure sono condannata all’ergastolo da un tribunale di uomini spietati».

Concordo con la detenuta.

Siamo nel ventunesimo secolo ma le sbarre dividono i nostri destini: io, uomo dell’occidente, libero; lei, di origine indiana, costretta in un’invivibile e minuscola gabbia che oltraggia il senso civico.

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Zoo, il carcere di Kashmir, Valentina e Kira

I movimenti si ripetono sempre uguali a formare un otto immaginario disegnato sul pavimento della cella.
In un giorno, quanti chilometri percorre la tigre ingabbiata in uno spazio così ristretto?

Forse quel moto perpetuo indica la ribellione del felino: il corpo incatenato mentre la mente corre veloce nella immensità della foresta indiana.

Libera.
Impetuosa.
Cacciatrice.
Incontrollata.
Primitiva.

Così dovrebbero vivere Kashmir, Valentina e Kira le tre tigre asiatiche presenti nello zoo di Napoli ma la realtà è vergognosa.

Zoo di Napoli, la tigre condannata all'ergastolo

Zoo di Napoli, la tigre condannata all’ergastolo

A quanto la libertà?

Ero bimbo e mestamente ascoltavo la solita litania: «ben presto le tigri saranno spostate in uno spazio adatto a loro».
Sono trascorsi quarant’anni e da adulto la visione dei felini condannati all’ergastolo per uno sfizio di noi umani, continua a trasmettermi una tristezza infinita.

Il ragionamento può essere applicato a qualsiasi altro ospite del carcere.

Qualche cella più in là, nel ramo del penitenziario dedicato ai volatili, un elegante fagiano argentato è detenuto in una voliera – termine diverso per indicare una gabbia per uccelli.
Al fagiano è impedito un semplice balzo o volare per piccoli tratti, il suo mondo è ristretto ed avrà dimenticato pure il colore del cielo, il suo (ex) regno.

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Cos’è uno zoo?

Rifletto: cos’è uno zoo?
Un luogo a pagamento dove, animali strappati al loro habitat naturale, sono imprigionati per l’intera esistenza in gabbie-televisioni.

Uno zoo, inoltre, educa i bambini a spettacoli anormali: una tigre imprigionata è una visione che dovrebbe sconvolgere i sensi invece viene accettata come normale.

Lo zoo abitua il pubblico pagante, trasforma lo scandalo della privazione della libertà in assuefazione.

Un non-luogo che dovrebbe essere cancellato ma che, nonostante gli annunci pubblici, persevera nel suo ignobile peccato originale.

Il mea culpa

«Scusami tigre» è il solo pensiero che riesco ad elaborare.
Guardo per l’ultima volta il felino completare il suo infinito otto immaginario e fuggo via.
Mi sento un «mostro».

Ottobre 2010

Ripropongo un video dell’ottobre 2010: stesse tragiche scene di oggi.
A quanto lo smantellamento di questo scempio?


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Palma di Maiorca, il gabbiano ferito salvato da un ragazzo di Napoli

Palma di Maiorca, la mail

Ricevo e pubblico questa importante testimonianza giunta dalla Spagna, una e-mail di un lettore di Napoli in vacanza a Palma di Maiorca, un articolo contro l’indifferenza e l’assuefazione, il «mostro» dalle mille teste che spesso abbiamo affrontato e sconfitto.

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Il gabbiano dimezzato

Una tormenta di vento fortissimo frusta Palma di Maiorca per l’intera nottata, raggiungo la spiaggia verso mezzogiorno.

Noto subito un gabbiano con un’ala spezzata.

I villeggianti gli passano accanto indifferenti, solo un bimbo lancia del pane ma il volatile infortunato educatamente rifiuta.

Il pennuto soffre ed è visibilmente stanco, ormai resta seduto stabilmente senza osare spostamenti.

Palma di Maiorca, il gabbiano ferito tra l'indifferenza generale

Palma di Maiorca, il gabbiano ferito tra l’indifferenza generale

L’SOS inascoltato

Non resisto un minuto in più a questa scena straziante, corro dal bagnino (che a Palma di Maiorca è in stile Baywatch) ma il tizio non raccoglie l’SOS.
Imperturbabile, resta immobile nella sua (alta) torretta ma vedendo che non mi smuovo comunica al suo collega “esperto” (così lo definirà in seguito) la presenza dell’animale in difficoltà.

Torno al mio posto dubbioso, trascorrono venti, lunghissimi minuti, nessun segnale dai soccorritori.
Riparto.

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Lo scaricabarile spagnolo

Stavolta vado al centro informazioni turistiche.
L’unica impiegata – una signora di circa sessant’anni – ascolta il mio concitato racconto, telefona alla polizia che l’invita a chiamare all’equivalente della nostrana Legambiente.
Con un perfetto scaricabarili spagnolo, la signora viene nuovamente respinta: deve contattare la protezione animali.
L’impiegata mi guarda e capisce che metterò le tende sulla spiaggia finché non ci sarà una soluzione adeguata per il povero gabbiano.

Dopo una breve conversazione, la protezione animali suggerisce di rivolgersi alla polizia!
La signora sbotta e a questo punto sbraita; riesce ad ottenere l’attenzione dell’interlocutore telefonico che spazientito l’invita ad uscire e prelevare il gabbiano, metterlo in una scatola che poi passeranno a ritirare.

L’impiegata urla “loco!” (pazzo)

Il salvataggio

In quel preciso istante passano due poliziotti in scooter e quad, la signora li indica, schizzo fuori dall’ufficio, l’inseguo, li chiamo ma restano isolati nel casco ed auricolari, sono a pochi passi ma continuano a non accorgersi della mia presenza, finché non urlooooooo!!!

Si fermano.

Spiego la situazione, raggiungiamo il gabbiano (ormai distante dopo l’estenuante corsa) dove ci aspetta anche la signora.
I due poliziotti attrezzati di scatola, guanti e pazienza iniziano l’operazione di salvataggio sotto lo sguardo incuriosito dei villeggianti, il volatile prova due sprint e poi – finalmente! – si arrende al soccorso.

Palma di Maiorca, il salvataggio del gabbiano ferito

Palma di Maiorca, il salvataggio del gabbiano ferito

I poliziotti avvolgono il ferito in una coperta e lo trasportano – protetto in una scatola – al punto veterinario più vicino.

Palma di Maiorca, il salvataggio del gabbiano ferito

Palma di Maiorca, il salvataggio del gabbiano ferito

Palma di Maiorca, il salvataggio del gabbiano ferito

Palma di Maiorca, il salvataggio del gabbiano ferito

Finalmente giunge l’atteso lieto fine, l’indifferenza è sconfitta, presto il gabbiano tornerà a volare felice 🙂


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[foto-scoop] Quando l’intruso è impacciato

L’intruso silenzioso

E’ un’ombra, agisce con sospetto ed è impossibile carpire il movimento dei suoi passi invisibili.
Puoi solo immaginare la presenza ma non lo beccherai mai sul luogo del delitto, nemmeno quando decide di visitare casa tua.
Si arrampica lungo la ringhiera e si intrufola nel balcone – anche ai piani alti – diffidente cerca uno spiraglio nel quale rifugiarsi, ruota la testa per guardarsi intorno guardingo, prudente e con gesti felini si inerpica senza timore alla ricerca del bottino.

Stavolta, però, gli è andata male.

Alzo lo sguardo e becco l’intruso!

Fermo in auto, smanetto con lo smartphone in attesa dello shopping di mia moglie.
Decido di fotografare una nuvola dalla forma indescrivibile.
Apro lo sportello, alzo lo sguardo e zac, beccato!

Il «mostro» è sul balcone dell’abitazione al primo piano e si muove lungo il parapetto con circospezione.

Vorrebbe svignarsela ma è indeciso, forse non ha calcolato al meglio il pericolo anche se la sua natura – sono certo – lo salverà.

Saranno sette o forse otto metri di altezza, un giardino con delle morbidi piante è proprio sotto la casa e potrebbe fungere da materasso ma l’animale sembra aver perso sicurezza.
Siamo al centro città, la scena non passerebbe inosservata – ma, vista la sua proverbiale insolenza, dubito che si imbarazzi per la figuraccia.

Lo scoop

Sghignazzo, non ho mai amato i gatti e peggio ancora i gatti impacciati.
Mi gusto la scena – la giustizia sta seguendo il suo corso e l’impunito stavolta non la farà franca! – ma il clacson improvviso di un incivile in sella al suo SUV cafone mi fa sobbalzare dal sediolino della mia utilitaria blu.

E’ un attimo, il tempo di un battito delle palpebre, mi rigiro ed il felino è scomparso.

Mentre l’idiota continua a strombazzare, guardo la galleria dello smartphone, la scatto è stato salvato.
A voi lo scoop.

L'intruso impacciato

Io, testimone di un incontro ravvicinato del terzo tipo

«Smettila, oggi stai esagerando! Comportati bene o la prossima volta ti lascio dai nonni!» urla l’uomo inviperito.
«E guarda, continua … se non ti calmi I-M-M-E-D-I-A-T-A-M-E-N-T-E ti sbatto in castigo per una settimana» scandisce la moglie col volto rosso dalla rabbia mentre lo fulmina con lo sguardo.
«Non si preoccupi, non c’è problema, sono abituato» cerco di sdrammatizzare.

Il piccolo, intimorito, si rifugia in un angolo.

Sarà l’estate e la voglia di correre negli spazi aperti dopo un inverno chiusi in casa ma in spiaggia i già bollenti spiriti familiari possono esplodere per un nonnulla.

Sdraiato sotto l’ombrellone, osservo le onde del mare mentre leggo e riposo le meningi. I miei vicini, però, sono irrequieti e non trovano pace: lui e lei non riescono a controllare gli istinti animaleschi di quel delicato, fragile e tanto caro mostriciattolo.

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Dalle dimensioni microscopiche deduco che avrà due o tre anni ma la vivacità e l’energia propulsiva che consuma in scatti improvvisi mi stupiscono.

«Che età ha?» chiedo più per gentilezza che curiosità.
«Ha due anni ma si porta piccolo rispetto alla media» risponde lei preoccupata.
«Vedrai che recupera, è forte il nostro Ugo!» rassicura lui orgoglioso della sua creatura.
«Ugo? Un nome inusuale per un cane» osservo perplesso.

«BAU BAU BAU» strepita il quadrupede rivolto ai padroni più ansiosi di due genitori in erba.
«Che dice?» mi inserisco sarcastico in questa irreale lite familiare.
«Non puoi andare al mare, l’acqua è fredda e non sono ancora trascorse tre ore dall’ultimo pasto. Devi digerire!» continua lei.
«BAU BAU» risponde Ugo.
«Se ti comporti bene, fra poco facciamo il bagno insieme» sentenzia lui da capofamiglia autoritario.

Ugo, finalmente convinto, si accomoda all’ombra vicino le sdraio del suo papà adottivo.

Rasserenati gli animi, posso continuare la mia lettura di fantascienza e divertito mi chiedo: quale evento galattico è più fantasioso di una conversazione (assurda) tra creature di razze diverse?

incontri ravvicinati del terzo tipo

L’ergastolo (come è andata a finire)

Carassius Auratus condannato all’ergastolo

E’ rinchiuso ventiquattro ore al giorno in una gabbia senza aria, grande quanto una vasca.
E’ stato condannato all’ergastolo da un non noto tribunale dell’Asia orientale ed ora, senza appello, deve scontare la sua ingiusta pena.

Non ha diritti, nessuna organizzazione non governativa tutela la sua causa, i media non sono interessanti ad approfondire questa ordinaria prepotenza che si consuma silenziosamente in ogni angolo del mondo, anche nelle case di insospettabili famiglie «per bene».

Costretto a vivere la sua infelice esistenza in una cella disumana, è privato totalmente della libertà.

E’ il Carassius auratus, un nobile nome scientifico per indicare una razza bistrattata e sottovalutata, i comuni pesciolini rossi.

Carassius Auratus condannato all'ergastolo

Libertà per Abramo

Il nostro piccolo Abramo è uno dei pochi fortunati, ha goduto dell’indulto ed oggi è un pesciolino libero.

Io ed il mio pargoletto l’abbiamo scarcerato in una dolce mattina di primavera nella grande fontana della villa Floridiana di Napoli con una solenne cerimonia alla presenza di tanti altri bambini, spettatori curiosi ed attenti.

Un lungo tuffo dalla piccola prigione casalinga  fin dentro il laghetto del parco, in compagnia di tanti altri suoi simili e di piccole tartarughe, ramoscelli,  foglie e piante acquatiche.

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Come è andata a finire

Periodicamente andiamo a fargli visita.
«Papà, guarda Abramo è cresciuto!» urla mio figlio (6 anni al momento che scrivo) appena scruta un pesciolino rosso nuotare nella grande fontana.
«Visto come è felice quì?» gli rispondo come un adulto sicuro di aver preso la giusta decisione.

Però, se ben ricordo, forse la storia non è andata proprio così, forse quella dolce mattina di primavera Abramo viaggiò verso il Paradiso dove riposano tutti gli Animali e questo happy-end immaginario fu la risposta alla domanda ingenua che pose il nostro marmocchio quando scoprì l’acquario casalingo vuoto: «papà, mamma dove è Abramo?».


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E la piccola medusa divenne una balena: panico di una giornata di mezza estate

Il canotto

I sei posti del catamarano sono tutti occupati.
Il vecchio canotto color arcobaleno è preso d’assalto dai bimbi festanti non appena si avvicina al mare.

Mio figlio ed i suoi piccoli amici seduti nel gommone come marinai indisciplinati schiamazzano allegri, pronti a tuffarsi non appena il capitano (io) invia il giusto segnale.

Lo stato di servizio della nostra piccola «nave da crociera» è ammirevole: da più di dieci anni solca le onde del Mediterraneo per la felicità dei pargoli di ogni età; oggi – mezzo afflosciato – chiede solo di andare in pensione ma, anche lui, teme di finire nel calderone degli esodati e preferisce navigare finché un giorno d’estate non stramazzerà nei sottofondi marini.

Il canotto ed il panico

La medusa, il piccolo «mostro»

«Ehi, bimbi guardate una piccola medusa» avviso i viaggiatori sempre affamati di novità mentre spingo il canotto verso la «secca», una zona del mare poco profonda e non distante dalla riva.

Si tratta di un esemplare piccolo quanto il palmo di una mano di un neonato, talmente microscopico da passare inosservato.

Riesco ad intercettarlo perché il minuscolo animale planctonico è a dieci centimetri dalla mia gamba sinistra.
Immerso nel mare, fungo da ancora mentre i piccoli pirati sono pronti per iniziare la gara di tuffi senza regole.

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Il panico

«La medusa, la medusa!» urlano i marmocchi privi di censura.
«Calma ciurma, non è mica una balena!» cerco di sedare l’ingenua e spontanea eccitazione fanciullesca mentre – dalla riva – le mamme preoccupate ci invitano a tornare in spiaggia.

Per rassenerare le acque, da capitano navigato quale io sono, decido di rientrare senza far bagnare i bimbi.

Giunto sulla costa, osservo il mare: in pochi istanti si è svuotato, i bagnanti in preda alla paura sono scappati per timore del «mostro marino».

Una signora che aveva osservato l’intera scena dall’ombrellone, riferisce al vicino di sdraio «di un gruppo di bambini attaccati da una medusa gigantesca».
Peppe il bagnino – l’esperto lupo di mare bonificatore del litorale – corre in soccorso dei villeggianti: «dove è stata avvistata l’ultima volta la medusa?» chiede trafelato pronto a distruggere la creatura infernale.

«Niente panico, si tratta di una medusa-mignon che probabilmente si è persa tra le onde» rassicuro tutti.
Delusi per la mancata emozione estiva, ognuno torna alle sue attività in attesa del prossimo scoop.

Scampato il pericolo, il vecchio canotto può tornare a solcare le onde …


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L’intruso

Attaccato in casa

Non c’è peggior sgomento di quando si viene attaccati in casa propria, il luogo per eccellenza considerato sicuro e nel quale ognuno di noi si sente protetto e sereno.

A me è accaduto ieri sera, verso le 22.30 in una tranquilla serata di mezz’estate.

Nell’appartamento sono solo, ho da poco terminato le solite faccende domestiche e stanco&strutto mi appresto a sdraiarmi sul mio bel divano rosso pieno di cuscini gialli in salotto, col telecomando SKY a portata di mano, in pantaloncino e canottiera pronto per essere abbracciato da Morfeo e cadere in quel dolce sonno che giunge quando si guarda senza interesse la TV.

Prima che gli occhi si chiudano del tutto, decido di alzarmi per aprire la finestra, quel poco che basta per rinfrescare la stanza.

Mi avvicino al balcone e dischiudo l’anta.

E in quel preciso istante che sento il rumore, mi giro di scatto ed ho subito la conferma di essere sotto attacco.
Un intruso in casa pronto a colpirmi alle spalle!

L’effetto sorpresa

E’ piccolo, nero, ha l’aria indifferente come se tutto gli fosse dovuto, si muove in quell’ambiente per lui sconosciuto con circospezione, quasi stesse esplorando la sua nuova abitazione disinteressandosi della mia presenza.

Chiaramente l’effetto-sorpresa in uno scontro è essenziale per colpire e battere il nemico ma io quasi come se me l’aspettassi non rimango completamente spiazzato e riesco ad abbozzare una minima reazione.

Lo guardo sbigottito, fisicamente sono molto più grande e forte di lui eppure sono semiparalizzato dalla paura; riesco comunque a mantenere la calma, il tempo di dietreggiare di mezzo metro e guardalo diritto negli occhi.

L’adrenalina sale improvvisamente al cervello, i miei muscoli che un minuto prima erano distesi si irrigidiscono, una goccia di sudore freddo scivola lungo il volto teso. In pochi istanti mi trasformo in un agglomerato di nervi, i polmoni iniziano a pompare aria a ritmo sempre più veloce, il cuore batte come un tamburo di uno sciamano, l’epinefrina è alle stelle, sono pronto allo scontro.

Penso con una freddezza di cui non ero conscio: “questo mostro come si permette di minacciarmi addirittura in casa mia?”

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Violazione del territorio!

Con l’occhio destro controllo ogni suo movimento attento a difendermi in caso di azioni improvvise e con l’occhio sinistro guardo per un istante la mazza da scopa appoggiata al muro, a pochi metri da me.

In un infinitesimo calcolo tutte le possibilità, un piano con cento varianti è già in fase di analisi, il mio cervello sembra un computer impazzito.

Il mostro è impassibile davanti a me, nel mio salotto.
Inizia a muoversi lentamente verso la parete alle sue spalle, si vuole spostare dietro la televisione.
Forse avverte la “forza” che sprigiona il mio corpo carico di ostilità e si sente minacciato, cerca riparo.

Conquistato il “territorio” il bastardo ora gioca in difesa!

Sono trascorsi pochi minuti dalla sua invasione eppure sembra passata un’eternità, ogni nostra azione si svolge al rallentatore, come in un film visto alla moviola.

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Legittima difesa: la reazione

Quel mostro non emette rumori, si muove con una calma tipica dei samurai giapponesi, è evidente la sua esperienza nell’intrufolarsi nelle case altrui.

In un attimo rompo gli indugi ed agisco: sobbalzo all’indietro, spengo la luce ed esco con uno scatto felino dal salotto sbattendo la porta dietro di me. In pochi istanti chiudo quella carogna nella stanza, la sua prigione!
Sono in trance agonistica, afferro la mazza da scopa, apro nuovamente la porta e con un balzo torno nel salotto impugnando la mia arma come fosse un machete. Sembro Jack Nicholson in “Shining”.

Con lo sguardo attento cerco quell’essere obbrobrioso ma nulla, è svanito, sparito.
Non ha lasciato tracce, nessun segno della sua presenza.
Da lontano, con l’aiuto della mia “accetta”, muovo le tende, colpisco i cuscini posti sul divano, tocco i mobili ma niente, il mostro è scomparso.

L’insetto vistosi attaccato si è mimetizzato in qualche interstizio del salotto ed io non posso più identificare la sua posizione, l’ho perso ma so che, come una cellula terroristica dormiente, si è appostato nella sua nuova tana fingendo di non esistere più per poi ricomparire all’improvviso.

Il messaggio che mi vuole inviare è palese: “ti posso colpire quando voglio ed in qualsiasi stanza, attento da oggi non vivrai più tranquillo nemmeno in casa tua.”

Il dubbio atroce: è ancora in casa?

Sfinito chiudo la porta del salotto e vado a letto.
Impiego molte ore prima di addormentarmi, a volte ho la sensazione che qualcosa strisci sulla gamba, sobbalzo dal materasso e mi riaddormento.

A distanza di anni, ricordo solo che quella notte feci un sonno molto agitato.

La mattina successiva dell’insetto non vi è più traccia, lascio la finestra aperta mentre mi godo la colazione.
In fin dei conti sono un pacifista e sono contro la violenza, offro una via di fuga al mio indesiderato ospite.

Mi preparo velocemente, con la barba sfatta e le occhiaie pesanti per la nottata turbata mi avvio verso la porta, desidero solo lasciarmi alle spalle quella triste esperienza ed andando via da casa ho l’illusione che il mostro non sia mai arrivato, mi convinco che al mio rientro “lui” in realtà non è mai esistito.

Mentre chiudo la porta di casa mi affaccio per guardare un’ultima volta il salotto. Nulla, l’insetto non si vede.

Sorrido e mentre chiudo sento un sinistro ronzio “ZZZ ZZZ”.
Sbatto la porta e scappai via.

 

(Ripropongo questo articolo per non abbassare la guardia contro altri, ben più malvagi, incursori estivi)


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