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Tag: assuefazione (Page 2 of 5)

Le scale (im)mobili su Vivere, il giornale del CDN

Il fascino della carta stampata?

Dal web al giornale.
Il post Scale mobili al Centro Direzionale: cosa accadrebbe dopo il tocco magico della Fatina? è stampato nero su bianco, a pagina 7 del numero di novembre di Vivere, il mensile di informazione del Centro Direzionale di Napoli.

L’ammetto: toccare un mio articolo, avere tra le mani un pezzo di carta sul quale sono impressi i pensieri tramutati in parole, mi stupisce sempre.

E anche stavolta, leggo e rileggo il pezzo, e sorrido soddisfatto.

Il mio articolo sulle scale (im)mobile del Centro Direzionale di Napoli su Vivere

Un ringraziamento a Vivere

Il giorno dell’uscita del numero di novembre (distribuito gratuitamente nelle edicole, negozi e bar del CDN ), in ufficio ricevo una busta con varie copie del giornale.

Sfoglio ed a pagina 7 trovo l’articolo.

Un pensiero davvero gentile (e gradito).

Ringrazio pubblicamente il Direttore e la Redazione per l’attenzione e la premura.

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Contro ciò che «normale» non è

Immagino i mille volti dei Lettori.

Con il giornale tra le mani, durante un caffè, in metropolitana o nella pausa pranzo, scorrere gli occhi tra le righe del periodico.

La foto delle indecorose scale (im)mobili che ogni giorno loro stessi osservano, magari attraversano indifferenti, assuefatti allo stato di incuria nel quale versano, cattura lo sguardo.

Meditare del perché tale opera sia in uno stato di abbandono, a chi tocca pulirle, perché non sono state protette, riparate e messe in funzione.
Di chi la responsabilità di tale scempio?

Quesiti scontati privi di risposte razionali.

Ecco, questo è il punto: evitare di accettare come «normale» ciò che normale non è.

Pensare che, tale concetto venga condiviso con i tanti lettori di Vivere, mi inorgoglisce.
E se anche uno solo di loro riflette, si scuote e torna a scandalizzarsi difronte il degrado delle scale (im)mobili, il nostro piccolo, grande obiettivo sarà raggiunto.


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Scale mobili al Centro Direzionale: cosa accadrebbe dopo il tocco magico della Fatina?

Scale mobili al CDN: l’incantesimo della Fatina

Per un istante, immaginiamo di vivere nel paese dei balocchi.
Con un tocco della bacchetta magica, la Fatina dagli occhi blu riporta in perfetto stato le devastate scale (im)mobili del Centro Direzionale di Napoli.

Poi, con un dolce sorriso, dietro una cascata di capelli biondi, osserva risplendere la sua opera.

Con un delicato movimento dell’occhio destro, la Fatina lancia l’incantesimo e tutte le moderne, silenziose, immacolate scale mobili del Centro Direzionale di Napoli iniziano a muoversi!

Le scale mobili al Centro Direzionale di Napoli sono mai entrante in funzionato?

Scale mobili al CDN: il giorno dopo l’incantesimo

Il giorno dopo il miracolo, cittadini ed Istituzioni si pongono due semplici domande:

  • come le proteggiamo dai delinquenti pronti a smantellare l’opera in mille pezzi e depredare le scale fino all’ultima molecola?
  • a chi tocca manutenere, pulire e riparare eventuali imprevisti?

Nemmeno la Fatina dagli occhi blu possiede le giuste risposte a tali, elementari quesiti.

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Scale mobili al CDN oggi

Affermare «non funzionano» è riduttivo.
Al Centro Direzionale di Napoli le scale (im)mobili sono vandalizzate, sventrate, sporche, abbandonate.

Però un dubbio banale sorge spontaneo: perché le varie scale (im)mobili, utilizzate da moltissime persone ogni giorno, non sono (almeno) pulite?

Temo di conoscere la risposta, persa nei meandri della burocrazia malata: non è possibile stabilire a chi compete spazzare / lavare / disinfettare tali zone.

Gli operatori ecologici lavorano in superficie – le scale (im)mobili, non rientrano nella loro area di competenza – mentre alla società di servizi del Comune discutono in quale commissione dovranno discutere il problema … e trascorrono i secoli …

Scale mobili del CDN, in attesa della Fatina

In attesa del miracolo, occorre reagire per superare le paure che attanagliano le decisioni: le Istituzioni riqualifichino le scale mobili del CDN!

Così, quando arriverà la Fatina dagli occhi blu, non ci giudicherà un popolo di assuefatti.
Muoverà la bacchetta magica per ricordare a tutti noi che le scale mobili del Centro Direzionale di Napoli sono una anomalia.

Il degrado sotto gli occhi di tutti, una realtà inaccettabile, un monumento all’incuria al quale non dobbiamo abituarci.
Mai.

Un concetto basilare da ricordare sempre.
Soprattutto il giorno dopo l’incantesimo della Fatina dagli occhi blu.


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Le quattro frecce napoletane

«Ma ho le quattro frecce accese!»

«Si sposti, qui non può parcheggiare» il vigile urbano, cordiale, mi invita a traslocare l’auto.
Fermo, in sosta vietata, attendo un amico uscire dall’aeroporto di Capodichino.
«Ma ho le quattro frecce accese!» ribatto, scandalizzato dall’assurda richiesta.

Perché accendere le quattro frecce, autorizza l’automobilista napoletano ad ogni tipo di manovra/azione.

Prima di sparare a zero contro il «mostro» di turno, un esame di coscienza è obbligatorio.
Scagli la prima pietra chi non ha mai fermato l’auto in doppia fila, con le quattro frecce accese, per comprare al volo il giornale o le sigarette?
O – peggio – parcheggiato sulle strisce pedonali, sempre con i segnalatori attivi, per indicare «giusto un minuto e torno».

A Napoli, le quattro frecce ti autorizzano a tutto?

Quattro frecce, il nostro alibi

La presenza delle quattro frecce fornisce il giusto alibi morale all’automobilista irrispettoso delle regole.

Il lampeggiare delle luci indica la temporaneità dell’infrazione e dunque, l’impunità.
Come se, sostare in doppia fila per dieci minuti, fosse consentito e tollerato.
Dopotutto, violare la regola per un tempo transitorio, è accettato e considerato «normale».

Ben presto, però, con l’assuefazione, l’intervallo temporaneo si dilata e veder circolare uno scooter sul marciapiede diviene normale come l’ordinaria sosta selvaggia delle auto sulle strisce pedonali o i furgoni davanti le rampe impedendo l’accesso ai marciapiedi a chi necessita.

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Lo sfogo (giusto) del vigile urbano

«Voi e ‘ste quattro frecce! A Napoli basta che le accendete e siete convinti di poter fare quello che volete!!!» inveisce il vigile urbano con uno sfogo legittimo e spontaneo.

L’episodio è accaduto una quindicina di anni fa ma lo ricordo come se fosse oggi. Perché il tutore della Legge aveva pienamente ragione.

Le quattro frecce non autorizzano l’automobilista a violare le regole ed il rispetto della collettività non ammette deroghe.

Nemmeno per qualche minuto.
Nemmeno con le quattro frecce accese.


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La fontana pubblica perde acqua: a chi tocca intervenire? L’odissea di un cittadino tenace

La fontana pubblica e la folle burocrazia 

Questa storia merita la dovuta attenzione perché è tanto assurda quanto significativa.

Avete mai segnalato a chi di dovere una perdita d’acqua proveniente da una fontana pubblica?
A chi tocca intervenire?

Il sottoscritto ci ha provato scontrandosi contro un muro di gomma, lo scaricabarile tra impiegati svogliati, le mille distorsioni di una burocrazia malata.

A voi la cronaca di una serata assurda – con un possibile happy end.

La fontana pubblica malata: a chi tocca intervenire?

La fontana pubblica nel parco Viviani
(parco chiuso da mesi per manutenzione)

Il rumore di una cascata d’acqua attira l’attenzione del sottoscritto.
Dall’alto di via Girolamo Santacroce (Napoli), scruto l’orizzonte fino ad individuare una fontana pubblica.
Che perde copiosi litri d’acqua.

Il fiume è nel parco Viviani, tra il Vomero ed il corso Vittorio Emanuele, ben visibile dalla strada dalla quale mi trovo.

Breve parentesi sul parco Viviani

Il quartiere Avvocata, sempre congestionato dal traffico, necessita di verde ma il parco Vivaini, a quanto mi riferiscono, è chiuso da svariati mesi «per manutenzione».
Altro mistero che, prima o poi, affronterò.

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I Vigili del Fuoco? Non è compito loro

Appena rientro, telefono ai Vigili del Fuoco per segnalare la macro perdita.
Dopo svariati tentativi per parlare con un operatore ed interminabili minuti di attesa – e se necessitavo di un intervento urgente? – parlo con un gentile Vigile del Fuoco.

L’uomo mi spiega che «non è loro competenza, devo chiamare l’ARIN» (l’azienda del Comune che si occupa dell’acqua pubblica).

L’ARIN?
Ripara solo le perdite d’acqua per strada

Dalla pagina dei contatti dell’ABC (ex ARIN), prendo nota dei numeri di emergenza H24: 800.00.95.85 / 081 5639210

Inizio il secondo giro di tentativi: chiamo, attendo, nulla.
Riprovo, riprovo, ancora, infiniti bip bip muti.

Mentre attendo un operatore con cui parlare, ascolto i consigli dell’ARIN sul corretto utilizzo dell’acqua onde evitare inutili sprechi.
Notevole.

Arrabbiato, invio un tweet al Sindaco ed al Comune:

Dopo mezz’ora di tentativi andati a vuoto, deduco che se avessimo avuto una reale emergenza stradale, il quartiere poteva tranquillamente annegare.

Quando oramai cedo alla delusione, risponde una voce amica!

Spiego il semplice problema: «nel parco Viviani, c’è una grossa perdita d’acqua in atto».

Mi chiede di restare in attesa.

Dal telefono sento un brusio di voci, l’impiegato si confronta con un altro collega dopodiché sentenzia: «il problema non è di nostra competenza. Deve chiamare l’ufficio tecnico del Comune di Napoli».

Ribadisco: «ma non siete voi gli uffici del Comune?».

Incalzato, spiega: «noi interveniamo solo sulle perdite d’acqua per strada, per le fontane presenti nei parchi c’è l’apposito ufficio. Chiami i Vigili Urbani, loro hanno una squadra di pronto intervento».

Perplesso, continuo l’odissea tra call center e (ipotetici) numeri d’emergenza.

La fontana pubblica malata ed il vigile urbano al servizio dei cittadini

Vigili urbani, cortesia e buona volontà

Contatto i Vigili urbani del Vomero.

Dopo due ore dalla prima telefonata al 115, ancora nessun intervento.
Solo burocrazia, scaricabarili e muro di gomma.

Al vigile urbano di turno, spiego la questione.
Ridiamo di gusto quando ripeto le parole dell’addetto ARIN: «chiami i Vigili Urbani, loro hanno una squadra di pronto intervento».

Stavolta, però, al telefono percepisco la buona volontà, la professionalità e il rispetto del ruolo istituzionale del tutore della Legge.

Mi rassicura: «noi siamo al servizio dei cittadini e la ringrazio per averci segnalato il problema. Ovviamente non abbiamo nessuna squadra di pronto intervento però le garantisco che mi occuperò personalmente della questione».

Ringrazio il rappresentante dello Stato, ce ne fossero di impiegati così!

L’happy end (forse)

Dopo mezz’ora dall’ultima telefonata, squilla il cellulare.
E’ il vigile zelante!

«Le volevo informare che ho contattato tutti gli uffici competenti e forse una squadra della Protezione Civile a breve interverrà. Ancora grazie per la segnalazione, noi vigili urbani siamo al servizio dei cittadini perbene come Lei. Ossequi».

Non ho il tempo di ringraziare, l’uomo riattacca.

Resta confermata la teoria: laddove latita l’organizzazione generale, l’azione del singolo colma le lacune istituzionali.

Dopo qualche minuto, stupito, rifletto: per riparare una semplice perdita d’acqua, per una fontana pubblica, deve arrivare addirittura la Protezione Civile?!

Pazzesco.
Surreale.
Eccessivo.

Però, alla fine, ce l’abbiamo fatta.
Qualcuno interverrà.
Forse.

Come dice il vigile zelante: «noi di più non possiamo fare, nè io come Vigile nè lei come cittadino».

Invece qualcosa possiamo ancora fare, caro Vigile.
Controllare l’avvenuta riparazione.
Denunciare pubblicamente l’episodio.

E ringraziare chi – come Lei – lavora per la collettività con il corretto senso dello Stato.


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Un saluto speciale. Dopo 3000 chilometri e 200 ore. In bici.

Napoli, dopo 3000 KM in e-bike …

Al chilometro tremila registro un importante evento: ricevo un segnale contro l’indifferenza.

Fine agosto, rientrato da qualche giorno dalle vacanze, ricomincio a pedalare nel solito tragitto casa-lavoro-casa.

Al semaforo di via Duomo, all’incrocio con la sempre trafficata via Foria, fermo sulla e-bike, attendo il verde.
Come ogni pomeriggio, dal lunedì al venerdì.

L’uomo sembra felice di vedermi.
Quasi mi aspettasse, io, ciclista metropolitano chiuso nella maschera antismog.
Lui, mendicante, la strada la sua casa.

Vive di elemosina, chiede pochi centesimi alle auto in attesa del via, a volte racimola una sigaretta da qualche automobilista generoso, spesso la sua presenza invisibile non merita l’attenzione dei passanti.
Come se fosse normale vedere una persona in perenne povertà, al semaforo, a mendicare per sopravvivere.

L’osservo: dignitoso, umile, mai maleducato o aggressivo.
Da qualche tempo, ogni pomeriggio, quando giungo all’incrocio, sorride e mi saluta.

Al km.3000, un saluto speciale contro l'indifferenza

200 ore in sella ma …

Taglio l’importante traguardo delle 200 ore in sella – 3000 km. di pedalata cittadina – ma da qualche giorno, nessuna traccia dell’uomo.
Giunto al semaforo di via Duomo, mi guardo intorno ma non lo vedo più.

Chiuso nel mio mondo, non ho mai rotto il muro della diffidenza per rivolgergli la parola.
Mi limitavo a rispondere al suo saluto speciale.
Dopotutto, non sono migliore dei tanti automobilisti indifferenti alle richieste di elemosina dell’uomo.

Chissà se domani l’incontrerò.
Mi auguro di no.

Magari il suo saluto indicava un cambio di vita, un addio alla povertà.
Magari avrà giocato una schedina vincente al Superenalotto.
Oppure, qualche automobilista non indifferente – perché esistono! – avrà offerto all’uomo una seconda possibilità?

Duecento ore in e-bike e tremila chilometri di pedalate dopo.
Penso positivo.
E’ possibile cambiare ciò che appare ineluttabile, lo dimostra l’esercito dei ciclisti napoletani in costante crescita.

Magari domani è un giorno migliore.
Anche per l’uomo al semaforo capace di scegliere un destino diverso?

forse la vita non è stata tutta persa 
forse qualcosa s’è salvato 
forse davvero non è stato poi tutto sbagliato 
forse era giusto così 

Un saluto speciale, dopo 200 ore in sella


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Scuola CAPALC/2, l’ex ecomostro: a settembre la prima campanella. Dopo 41 anni.

Scuola CAPALC/2, apertura cantiere: 1976

L’ex ecomostro sembra un lontano ricordo, oggi la scuola CAPALC/2 è pronta ad ospitare gli studenti di Bagnoli, Fuorigrotta e zone limitrofe.

L’annuncio del sindaco De Magistris (settembre 2016), dunque, risulta vero e chiude un capitolo vergognoso più volte denunciato dai media (con la foto del sottoscritto pubblicata nella rubrica RiFatto de Il Fatto Quotidiano)

Siamo ad agosto 2017.
Sono trascorsi 41 anni dall’apertura del cantiere.

Quarantuno anni per completare un’opera pubblica.
Quarantuno anni di sperpero di fondi statali.
Quarantuno anni di scandali senza un colpevole.
Quarantuno anni di oscenità politiche.

Un cittadino qualsiasi, però, oggi – dopo 41 anni! – si pone alcune elementari domande che meritano risposte convincenti.

La scuola CAPALC/2, ex ecomostro oramai terminata (dopo 41 anni!)

La scuola CAPALC/2 rispetta le norme attuali?

Dopo 41 anni dal primo mattone, possiamo affermare che le aule, i laboratori, le palestre, la mensa, la segreteria rispondano alle norme vigenti?

In un Paese normale, l’osservazione risulterebbe offensiva ma nel nostro caso, dopo quasi mezzo secolo dall’inizio dei lavori, non si può dare nulla per scontato.

Anche in termini di sicurezza: la scuola CAPALC/2 rispetta le nuove regole antisismiche?

La scuola CAPALC/2, ex ecomostro oramai terminata (dopo 41 anni!)

Scuola CAPALC/2, la posizione

La scuola CAPALC/2 sorge nel quartiere Fuorigrotta, non distante da Bagnoli ed Agnano, al confine tra Napoli e Pozzuoli.

La strada – via Terracina – è molto trafficata (c’è anche l’ospedale San Paolo dotato di Pronto Soccorso) e gli unici mezzi pubblici che servono la zona sono gli autobus dell’ANM.

Nei dintorni della scuola CAPALC/2, non è presente nessuna fermata della metropolitana o treno locale.

Perché la città, durante questi lunghi 41 anni, ha cambiato volto.
Mentre i lavori dell’opera pubblica si bloccavano, riprendevano, attendevano nuovi finanziamenti, a Napoli la viabilità ha subito cambiamenti profondi.

Chiedo: oggi, nel 2017, avrebbe ancora senso costruire la scuola nell’attuale zona di via Terracina?

La scuola CAPALC/2, ex ecomostro oramai terminata (dopo 41 anni!)

In cerca di risposte

Da cittadino non assuefatto alle varie «mostruosità», invierò i suddetti quesiti agli organi competenti.

In caso di risposte, vi aggiornerò con tempestività.

Nel mentre, godiamoci il suono della prima campanella emesso dalla CAPALC/2.
Dopo 41 anni, il trillo vale oro.


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Lo strano caso del vu cumprà (croato)

Il primo vu cumprà proveniente dalla Croazia?

«Compri qualcosa?» chiede il giovane vu cumprà.
«No grazie, non mi serve nulla. Scusami, da dove vieni?» ribatto curioso.

Agosto bollente, da sotto l’ombrellone osservo il pianeta-spiaggia con le sue mille contraddizioni.

Quando un vu cumprà si ferma per proporre le varie cianfrusaglie, instauro un colloquio col malcapitato per comprendere quale infausto destino abbia colpito questa persona e come sia finito su una spiaggia a macinare chilometri sotto il sole per vendere prodotti inutili pur di sopravvivere.

Stavolta, lo sventurato è un ragazzo bianco, non italiano.

«Vengo dalla Croazia» risponde l’ambulante.

Un vu cumprà qualsiasi: da dove provengono questi malcapitati?

La relazione tra prodotti e nazionalità

Da uno studio statistico non ufficiale effettuato dal sottoscritto su un campione casuale, ho compreso esistere una relazione tra nazionalità del vu cumprà e prodotto venduto:

  • africani: cd musicali e dvd di film, cappelli, teli da mare ma anche elefantini portafortuna e strumenti musicali vari (vedi tamburi), costumi femminili
  • bengalesi: ricariche dei cellulari (power bank) e cover per gli smartphone, cianfrusaglie varie (palloni, aquiloni ma anche occhiali da sole, gadget del momento – vedi spinner)
  • arabi: specializzati in bigiotteria – anelli, collane, bracciali di ogni prezzo, colore e qualità
  • campani: cocco fresco, taralli, bibite, pizzette ma anche calzini (fantasmini) ed accendini

Del vu cumprà croato – fino ad oggi – nessuna traccia.

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«La Croazia? Inguaiata come l’Italia»

«Ma l’economia della Croazia è in crisi?» domando sorpreso al mio interlocutore.
«La Croazia è inguaiata come l’Italia» taglia corto il vu cumprà mentre va via sconfortato.

Resto interdetto.

Sta di fatto che da quel giorno, dall’esercito di ambulanti passati dal mio ombrellone, di altri venditori croati nemmeno l’ombra.

In questo agosto bollente, registro un episodio inedito: credo al giovane croato disperato oppure diffido delle sue affermazioni?

Indeciso, indagherò 🙁


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Dispenser gratuiti contro gli escrementi dei cani: i motivi del fallimento

Zero sostenitori: effetto domino KO

Installare dei dispenser fai da te gratuiti lungo le strade del mio quartiere per invitare i padroni dei cani a raccogliere gli escrementi dei loro amici a quattro zampe, è risultato inutile.

L’iniziativa (del sottoscritto) fallisce miseramente, i marciapiedi infestati dalle deiezioni canine sono la sporca testimonianza.

Il motivo principale?
Non è scattato l’effetto domino sognato.

Dispenser gratuiti contro gli escrementi dei cani [aggiornamento]

L’assuefazione dei commercianti

I gesti vandalici erano previsti, l’indifferenza dei cittadini pure.

Auspicavo il coinvolgimento dei commercianti, le prime sentinelle dei marciapiedi infestati e delle saracinesche bagnate.

Invece, nulla.

La maggior parte ha assistito senza agire, pochi gli entusiasti dell’idea, quasi tutti rassegnati al «solito finale»: furti, distruzione, menefreghismo.

Ovvio.
Napoli non è Stoccolma ed in Italia il bene comune è un concetto astratto.
Ma speravo in un passo in avanti.
Sognavo una reazione contro la rassegnazione dilagante ed un tentativo di cambiare un destino già scritto.

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Perché non imitare un piccolo gesto positivo?

Per tre mesi controllo ogni singola installazione: la mattina, prima di recarmi al lavoro ed il pomeriggio al rientro dall’ufficio, in bici – come una ronda – giro il quartiere per verificare lo stato di tutti i dispenser.

Con lo zaino del pronto intervento, sostituisco quelli vandalizzati, ricarico i distributori vuoti, rimetto in sesto l’installazione danneggiata, parlo con i negozianti, chiedo di controllare durante la giornata il buon andamento dell’iniziativa, li coinvolgo – a parole – nella piccola, grande rivoluzione cittadina.

Senza mai chiedere un centesimo, convinto che l’esempio in prima persona possa scuotere l’assuefazione altrui.

Cosa sarebbe successo se …

Sogno l’effetto domino: il primo distributore del sottoscritto mette in moto il secondo acquistato dal salumiere che incoraggia il macellaio che invita il fioraio …

L’effetto domino parte, si innesca, poi si alimenta dei risultati raggiunti, infine diventa normalità: ogni commerciante gestisce il dispenser fuori al proprio negozio, una piccola spesa mensile per migliorare il decoro urbano della strada.

Lo schema, applicato agli altri quartieri, stravolge le abitudini dei cittadini e dell’intera città!

Dispenser gratuiti contro gli escrementi dei cani [aggiornamento]

Con 5€, 140 sacchetti più dispenser

Il progetto dispenser è giunto al capolinea.
Lungo la strada, sono spariti i piccoli distributori di sacchetti gratuiti per raccogliere le deiezioni dei cani in soccorso al padrone distratto.

Perché il costo del progetto, seppur irrisorio, cade totalmente sul sottoscritto.
Perché, nonostante l’impegno e l’esempio, non è scattata la scintilla.

Non è il «solito finale» prospettato dai qualunquisti del «te l’avevo detto».
Piuttosto, una pausa per studiare nuove iniziative.

E per verificare se, qualche commerciante zelante o cittadino sensibile, si accorgerà dell’assenza di quei piccoli, colorati, educati e rivoluzionari dispenser gratuiti.


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Stranezze napoletane

Una famiglia … in scooter

Il bimbo avrà avuto nove anni: in piedi, davanti, con le mani impugna il manubrio.
Col vento tra i capelli, si gode il viaggio in prima fila.

Segue il padre – il pilota dello scooter – sicuro, deciso, abituato alla sua anormalità.
Inchiodato alla sella della moto, con i piedi bloccati sull’asfalto bollente, mantiene in equilibrio veicolo e famiglia.
L’adulto è il secondo passeggero.

La bimba, immagino la piccola sorellina, minuta, biondina, delicata.
Seduta dietro l’enorme papà, aggrappata al suo idolo, viaggia come una valigia incastrata.
E’ la terza passeggera.

La mamma chiude la fila,
Poggiata sullo spigolo della sella, in bilico dietro la figlia, funge da tappo onde evitare cadute inattese.
Come in tutte le famiglie che si rispettino, la donna è il perno che unisce – anzi, mantiene – i rapporti tra padre e figli.
E’ la quarta passeggera.

Un ultimo dettaglio: i quattro passeggeri sullo scooter, viaggiano tutti senza casco.

Io, ciclista napoletano contro le stranezze napoletane

Strano a chi?

«Papàààà» il bimbo indica il sottoscritto con lo stupore negli occhi mentre, con la manina, strattona la camicia del genitore.

Fermi al semaforo, vicini ma lontani, ci scrutiamo sospettosi.

Io, ciclista metropolitano, in sella alla e-bike, chiuso nella maschera antismog e protetto dal casco.
L’intera famigliola, libera e strafottente, in viaggio sullo scooter.

Siamo esseri appartenenti a razze diverse?

L’incontro tra alieni dura meno di due minuti, in attesa del verde liberatorio.

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Illegalità quanto diffusa?

Evidenzio un aspetto contro i (pericolosi) luoghi comuni: la famiglia sulle quattro ruote è l’eccezione.

Intorno a noi, tanti altri motociclisti fermi al semaforo, dotati di casco, rispettosi delle regole.

Comunque sia, anche se un caso isolato, la famiglia in sella allo scooter rappresenta un pezzo del contraddittorio mosaico napoletano.

Chi fermerà l’allegra famigliola?

Scatta il verde.
«C’amma fa»» sembra sbuffare il capofamiglia al figlio.

L’espressione per spiegare al bimbo: «porta pazienza, di gente strana nella vita ne incontrerai tanta».

Polizia, carabinieri e vigili: qualcuno avrà il buon senso di fermare l’allegra combriccola?

L’uomo accelera, una nuvola di fumo nero misura lo sforzo dello scooter per partire e la famigliola scompare nel traffico cittadino.
Quanta strada percorreranno prima di essere bloccati dai tutori della Legge?

«Piccolo, un giorno capirai» farfuglio fiero di aver mostrato al bambino una possibile alternativa al suo mondo anormale.

Il tempo sarà galantuomo, ne sono certo.


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Arrestate Chicco e Spillo!

Giovani (poliziotti) arrestano giovane

Il lampeggiante gira come una trottola colorata.
Blu, rosso, blu, rosso.
Ma è una trottola triste.

Il quartiere continua la solita vita, la scena sembra non interessare nessuno.

La macchina della Polizia, ferma, attira l’attenzione del sottoscritto.

Lungo la salita di Materdei, chiuso nella maschera antismog, pedalo convinto.
Non c’è dubbio: il viaggio di andata/ritorno dall’ufficio regala infinite scene di vita quotidiana.

Mentre supero la volante parcheggiata, come in un film al rallentatore, osservo i due poliziotti accompagnare il giovane.
Accanto al ragazzo – non ricordo se ammanettato, forse no – gli uomini in divisa ostentano tranquillità.

I giovani poliziotti arrestano un altro giovane.
Ragazzi della stessa età, combattenti di una feroce guerra metropolitana ma su fronti opposti.

Assistere ad un arresto di un giovane: una scena vista mille volte in tv, uno dei tanti Chicco e Spillo dimenticati?

Come in televisione

Col tipico gesto visto mille volte in televisione, il poliziotto poggia la mano sulla testa del ragazzo e l’invita ad entrare in auto.

La scena dura pochi secondi e, ad ogni pedalata, al film si aggiunge un nuovo fotogramma fino a quando l’arrestato scompare nella volante.

L’evento sembra non interessare ai passanti, perlopiù impegnati nei loro tragitti quotidiani.
Chi entra in un negozio, una mamma tiene il bimbo per mano, altri attendono l’autobus … gente qualsiasi abituata o assuefatta all’arresto di un giovane?

Nel silenzio generale, la volante – col lampeggiante che gira ancora come una trottola colorata – a sirene spente, supera il sottoscritto intento a pedalare e sfreccia via decisa.

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Chicco e Spillo?

Magari la vicenda non è così drammatica come appare agli occhi del sottoscritto.
Forse si tratta solo di un semplice accertamento delle forze dell’ordine.

Oppure no.

Dopotutto, in un mondo nel quale l’uccisione di un uomo per mano della criminalità organizzata occupa un trafiletto nella cronaca cittadina, restare indifferente all’arresto di un giovane è una conseguenza quasi ovvia.

Pedalo ed il ritornello della canzone di Samuele Bersani balza prepotente alla mente.
Chicco e Spillo.
Già, quel ragazzo appena arrestato potrebbe essere un Chicco e Spillo qualsiasi.

Ricordo il motivo, i nomi, una rapina se non sbaglio.
E poi?
Come finisce la bravata?

Per fortuna, questa volta, i due giovani poliziotti fermano in tempo Chicco e Spillo.


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Sante Roperto, come sfuggire all’amore non vissuto [INTERVISTA]

Sante Roperto, lo scrittore

Conflenti esiste per davvero.
Dopo l’ultimo rigo di La notte in cui gli animali parlano, il romanzo di Sante Roperto, cerco il nome del piccolo paese in Rete.

Col sorriso stampato sul volto, navigo sul sito ufficiale del Comune in provincia di Catanzaro, alla ricerca di notizie sulla festa della Madonna e – perchè no? – dell’amore non vissuto tra Matteo e Claudia, delle avventure di guerra di nonno Alessandro.

Le dita scorrono veloci sulla tastiera, pubblicare la recensione del libro è semplice come bere un bicchiere d’acqua.

Merito di un romanzo nel quale è facile ritrovarsi, merito di Sante Roperto capace di nascondere tra le righe i pensieri ed i dubbi della nostra giovinezza.

Sull’onda dell’entusiasmo, chiedo un’intervista all’autore.
Gentile, accetta.

Sante Roperto, autore del libro "La notte in cui gli animali parlano"

Conflenti, la Calabria della mia infanzia

D: Sante, esagero se affermo che Conflenti, il piccolo paese calabro dove si svolge la vicenda, è il personaggio principale di La notte in cui gli animali parlano, il tuo romanzo d’esordio?
R: Non esageri. Il libro inizia con un viaggio, quello del ritorno al paese, che volevo rappresentasse un po’ il ritorno alle origini.
Il paese è inizialmente lo sfondo della storia, poi pagina dopo pagina i vicoli, le persone e le tradizioni entrano di prepotenza nella trama e finiscono per influenzare alcune scelte dei protagonisti.

D: Amo la Calabria, amo le storie narrate in riva al mare, forse perché mi ricordano le vacanze dell’infanzia.
Perché decidi di ambientare il racconto proprio a Conflenti?
Oggi vivi a Caserta: quale legame conservi con la Calabria?
Una curiosità: dopo il successo di La notte in cui gli animali parlano, i conflentesi si son fatti vivi? 🙂
R: Conflenti è il paese dei miei nonni e dei miei genitori.
Nel libro la storia di Alessandro è la vera storia di mio nonno, quella di Matteo e Claudia è invece figlia della mia fantasia.
Sono nato a Caserta, ma avendo origini calabresi sono molto legato a Conflenti e alla Calabria in genere.
Purtroppo è un terra distante da molte cose, oltre che dal resto d’Italia, per tanti motivi e non solo geograficamente. Ma conserva, nel calore della gente e nella forza delle tradizioni, alcuni valori che senza dubbio sono tra i migliori che si possano trovare.
Il romanzo è ambientato in un paese del tutto simile a tanti altri paesi di cui l’intera Italia è piena.
I conflentesi si son fatti vivi?
Molto, e li ringrazio per l’affetto dimostrato nei confronti del libro e per quanto hanno fatto per aiutarmi nella promozione.
Hanno contribuito al successo.

Conflenti, il paese raccontato in "La notte in cui gli animali parlano" di Sante Roperto

La notte in cui gli animali parlano, l’esordio

D: L’amore non vissuto, il sentimento sul quale è incentrato il romanzo, è un’arma potente: alimenta il ricordo ed il ricordo idealizza, pone su un immeritato piedistallo l’oggetto del desiderio.
L’amore non vissuto può essere una pericolosa prigione?
Come rompere le sbarre d’acciaio del «come poteva essere se …» ?
R: L’amore non vissuto, come tutte le cose che potevano essere e non sono state, può essere una trappola.
Perché ti spinge a non vivere il quotidiano, ti imbriglia in una realtà parallela e spesso fortemente idealizzata, fino a diventare un alibi che ti impedisce di vivere tutto quello che la vita ti ha riservato e ti scorre davanti.
Nel libro il filo conduttore è questo, ma al di là delle scelte che i tre protagonisti faranno nel finale, credo che non abbia troppo senso vivere con la testa rivolta al passato.
Ha più senso usare quella nostalgia e quel rapporto col passato come un sentimento di slancio verso il futuro.

Sante Roperto, l'autore di "La notte in cui gli animali parlano"

Nando Gentile, il Maradona napoletano

D: Avevi già pubblicato Dinastia Gentile. L’uomo dell’ultimo tiro dedicato al campione di basket. Mai sofferto della crisi della pagina bianca?
Chi i tuoi maestri di penna?
R: Mai sofferto, finora.
Forse aver lavorato in radio per vent’anni mi aiuta a trovare sempre una frase o una considerazione da dire o scrivere.
Devo dire che scrivendo per passione però non sono molto assiduo, quindi ci sono momenti in cui alterno abbuffate di scrittura ad altri di stasi. È normale per molti.
Tra tanti maestri, ho sempre apprezzato Italo Calvino, uno dei più grandi scrittori italiani per lo stile, l’onestà con la quale instaura il rapporto col lettore e la semplicità.

Sante Roperto, autore di " Dinastia Gentile. L'uomo dell'ultimo tiro"

La scuola, il nostro futuro

D: Sante, agli intervistati chiedo sempre il proprio rapporto con la scuola.
Che tipo era il tuo professore di italiano?
Ha contribuito a modellare lo scrittore di oggi oppure la formazione scolastica pensi sia solo nozionistica e non produce vera cultura?
R: Senza dubbio i professori che, dalle elementari in poi, ho incontrato mi hanno lasciato qualcosa di importante che ha contributo a realizzare la persona che sono oggi.
La Scuola, come l’Università (nella quale insegno da una decina di anni), ha un compito fondamentale: quello di formare la classe dirigente del futuro, la mente del cittadino e di creare il background culturale di un paese.
L’Italia è il paese col più alto tasso di analfabetismo funzionale d’Europa.
Al sistema educativo spetta il compito di riportare a galla il paese che ha diffuso cultura in tutto il mondo.

D: Contro il degrado (morale), lo scrittore – come l’insegnante – ha un ruolo fondamentale: è un soldato dell’«Esercito del Bene».
Perché, nella Battaglia per la Cultura, lo Stato – il Generale che dovrebbe comandare eroicamente le forze – è il primo a non credere nella vittoria?
R: Sei italiani su dieci leggono meno di un libro all’anno.
Su queste basi lo Stato, così come altre istituzioni, segue altri canali.
Non è detto che non ci creda, semplicemente utilizza percorsi e strategie diverse.

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La cultura contro il degrado morale

D: Una parte dei cittadini considera «normale» situazioni altrove assurde, penso ad esempio alla veloce accettazione dell’incendio di Città della Scienza e del Museo della Musica di Reggio Calabria, due icone della civiltà.
L’indifferenza annulla l’indignazione e rende normale ciò che normale non lo è: concordi?
Quali strumenti abbiamo per contrastare il dilagare del degrado morale?
R: Ne abbiamo tanti. 
Ma la società, come in altri paesi, partecipa di meno in generale: è meno coinvolta, meno intraprendente e non si identifica più in nulla.
Questo porta ad avere meno senso civico e meno rispetto per le cose.
Basti pensare a cosa succede con la terribile tutela e gestione di molti monumenti in Italia.
Ci siamo ormai assuefatti e da questo nasce il degrado morale.

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Caserta, Napoli, tra basket e calcio

D: Sante, sei (anche) un giornalista sportivo e collabori con la Juve Caserta Basket.
A Caserta il basket, a Napoli il calcio.
Quali passioni ti ispirano questi due sport?
R: Il basket a Caserta e il calcio a Napoli vivono di grande tradizione, perché hanno scritto pagine importanti della storia dei due sport, e della passione di un pubblico competente ed esigente, linfa vitale di molti successi.
Ma rispetto ai fasti che Caserta e Napoli hanno vissuto negli anni ’80 è cambiato molto.
Lo sport è business e questo richiede organizzazione e professionalità.
Se vuoi farlo ad alti livelli, dobbiamo uscire dal provincialismo, adeguandoci e impegnandoci a creare società strutturate e dirigenti professionali ed efficienti.
Negli ultimi anni, tanto a Caserta quanto a Napoli, questa cosa è in parte mancata.
E i risultati sono andati a corrente alternata.

Sante Roperto e Vinecnzo Montella, allentatore del Milan (foto dal profilo twitter della Juve Caserta)

Mauro Felicori, nuovo manager della Reggia

D: Ho lavorato a Caserta per sei anni.
Era il 1998 e trovai la città ospitale, troppo caotica per essere così piccola, una entità distaccata dalla magnifica, imponente e prorompente Reggia.
Perché Caserta e la Reggia sembrano una coppia annoiata che non si parla più?
L’economia della città non dovrebbe ruotare intorno al suo importante monumento conosciuto in tutto il mondo?
R: Negli anni ’90 Caserta era una città piena di tante caserme e di migliaia di militari.
Ora, dopo l’abolizione dell’obbligo di leva, non è più così.
La città si è svuotata e vive nei grandi centri commerciali.
Sulla Reggia dico che è dovuto venire un manager da Bologna, Mauro Felicori, per riportarla al suo antico ruolo.
In due anni, uno dei monumenti più belli al mondo è stato finalmente rivalutato e apprezzato per quello che merita.
Nel solo 2016 i visitatori sono aumentati del 30%.
C’è tanto ancora da fare e la competenza di Felicori aiuterà la Reggia a tornare ai fasti di un tempo.
Così facendo, magari, la città riacquisterà un senso di appartenenza e di identificazione che talvolta non mostra di avere.

Reggia di Caserta di sera

Napoli? Una delle città più belle al mondo

D: Napoli, città dai mille paradossi.
Quali sentimenti ti ispira un luogo capace di attirare turisti da ogni angolo del pianeta, stupire con le sue imparagonabili bellezze e caratteristiche uniche, inorridire per la violenza della camorra ed il degrado dietro il vicolo?
D: Vivo Napoli quotidianamente per lavoro da vent’anni.
Rispetto ad allora devo dire che la città è cambiata tanto, come altre metropoli hanno fatto.
Da Bassolino a De Magistris si è lavorato per avere una città migliore.
E credo ci siano riusciti.
Conserva ancora mille incongruenze difficili da risolvere, ma non è così violenta e degradata come nell’immaginario collettivo si pensa.
Lo è nella stessa misura in cui lo sono altre metropoli del mondo.
Napoli è solo l’avamposto di molte verità, bistrattata da molti e spesso dagli stessi napoletani, ma rimane una delle città più belle del mondo.

D: Sante, sei capitato sul blog dei «mostri».
La domanda è obbligatoria: quali i peggiori «mostri»  affrontati?
D: Questa intervista!… Scherzo!

Anche Radio Kiss Kiss e Pippo Pelo leggono 'La notte in cui gli animali parlano' (foto dal profilo twitter di Sante Roperto)

Perché il libro

D: Sante, nel ringraziarti per la disponibilità, ti lascio l’ultimo rigo: l’intervista termina con una riflessione libera.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
D: Grazie per lo spazio offerto al mio romanzo e spero di tornare ‘a trovarvi’.
Alla Rete posso solo dire di allenarsi a leggere qualche libro in più: il libro è la tecnologia più resistente che la storia conosca.
Ci sarà un motivo.

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Sante Roperto, note

Sante Roperto, nato nel 1977, vive a Caserta ed è professore associato di Medicina veterinaria presso l’Università Federico II di Napoli.
È autore di oltre 50 lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali.
Giornalista dal 1997, per dieci anni è stato corrispondente di Superbasket e ha creato e diretto l’area marketing della JuveCaserta. 
Ha lavorato con le reti del gruppo Lunaset e scritto per molti quotidiani campani. Conduce trasmissioni sportive su Radio Prima Rete dal 1999.
Nel 2010 ha scritto 40 minuti dal paradiso, e nel 2012 ha pubblicato L’uomo dell’ultimo tiro – La biografia di Nando Gentile, partecipando al Bancarella dello Sport.
La notte in cui gli animali parlano è il suo romanzo d’esordio.
(dal sito ufficiale Goware)


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Ficarra e Picone: l’onestà vale solo per gli altri?

E se giungesse un Sindaco integerrimo?

Esco dal cinema con un senso di vergogna.
L’ora legale, il nuovo film di Ficarra e Picone, lascia interdetti.

La trama è incentrata su una domanda semplice dalla risposta non scontata.

L’italiano si lamenta della malapolitica.
Istituzioni corrotte, politici-ladri, nessuno compie il proprio dovere, meritocrazia assente, favori ad amici e parenti invece di operare per il bene comune.

Ebbene, se per una serie di coincidenze assurde, il Sindaco della tua città (piccola o grande, al sud o al nord) è una persona onesta, integerrima, incorruttibile, applica la Legge senza preferenze alcuna, rispetta le regole: come reagisce la società? 
(attenzione, parliamo di un Sindaco che, in altri Paesi, è «normale» mentre da noi sembra un alieno)

L'ora legale, il nuovo film di Ficarra e Picone

Italiani, popolo senza regole?

Siamo un popolo senza spina dorsale?
Allergici ad ogni tipo di regola del vivere civile?
Esiste una remota possibilità di cambiare la nostra nazione?

L’ora legale strappa risate amare su assurdità nostrane nelle quali ci riconosciamo perché vissute in prima persona.
Il film ha il merito di scuotere lo spettatore assuefatto alla ordinaria inciviltà che appare oramai ineluttabile.

Una fotografia comica e penosa dei nostri tempi, un film che non ti aspetti dal duo siciliano.

Perché al di là delle facili battute sulle difficoltà della raccolta differenziata, dell’accettazione del parcheggio in doppia fila, dei favoritismi per il non-rispetto della coda — è in discussione la cultura di un paese.

E’ facile criticare il prossimo ma essere onesti implica anche una serie di sacrifici individuali, l’azione in prima persona, il rifiuto del compromesso.

Siamo capaci?

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L’onestà? La pretendiamo solo dagli altri

Vogliamo onestà dalle Istituzioni?
Pretendiamo trasparenza dai politici?
Esigiamo il rispetto delle regole?

Concetti affascinanti ma validi per gli altri.

Noi, invece, siamo esenti: gettiamo il sacchetto dell’immondizia a tutte le ore, accettiamo un favore dal politico di turno ma spariamo, sbraitiamo, urliamo contro il vicino se deposita il sacchetto fuori orario oppure è un raccomandato.

Assolviamo noi stessi e condanniamo gli altri: la ricetta è servita.
Ma dove ci porterà questo atteggiamento egoistico?

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L’ora legale, la conferenza di Ficarra e Picone


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