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Tag: attualità (Page 1 of 2)

Verdone, l’hai fatta grossa! (lettera di un fan deluso)

Caro Carlo,
perchè produci un film insignificante come L’abbiamo fatta grossa?

Oggi sei nel pieno della maturità artistica, potresti osare e sperimentare.
Invece assecondi un progetto commerciale nel quale la tua impronta è inesistente.

Ammettilo: nemmeno tu credi nella tua ultima pellicola.
Assolvo il povero Antonio Albanese, troppo fedele per essere criticato.
Scusami Carlo ma la colpa è tua.

Verdone, l'hai fatta grossa! (lettera di un fan deluso)

L’abbiamo fatta grossa non strappa una risata e non sprona nemmeno riflessioni.
In pratica non suscita emozioni e, sarai d’accordo, questa è la peggior condanna per un film.

Esco dalla sala indifferente, le scene scivolano via e non lasciano traccia nella mente e nel cuore.
Questo sentimento mi suscita rabbia.
Perché ti seguo da anni ed ogni tua storia rappresenta un pezzo importante nella filmografia italiana, un parte d’Italia descritta con ironia ed attualità.
Invece, questa ultima opera, è il vuoto assoluto.

Magari avrai pure racimolato qualche spicciolo facile ma con film simili perdi una fetta di credibilità verso i tuo fans.

Fumati una sigaretta, prenditi pure il giusto periodo di riflessione, non accettare i tempi frenetici ed i ricatti dei produttori.
Ai mercenari non interessa l’opinione dei tuoi fans, i manager contano solo il numero di biglietti staccati.

Caro Carlo, stavolta hai abusato del nostro affetto (lo sai noi ti perdoniamo tutto).
Aspetto il tuo prossimo film, un nuovo Iris Blond mi renderebbe felice.
E – sono convinto – renderebbe felice soprattutto te.

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Matilde Serao e quell’appello del 1884 (ancora attuale)

Matilde Serao, la denuncia del 1884

E’ impressionante leggere «Il ventre di Napoli» scritto da Matilde Serao nel 1884 e scoprire come, dopo più di cento anni, Napoli non sia cambiata di molto.

Allora la pionieristica giornalista e direttore de “Il Mattino” con una inchiesta scritta nel periodo successivo al colera che colpì la città, denunciava l’assenza delle istituzioni ed il degrado nel quale vivevano i suoi concittadini.

La Serao, prima che i nove articoli pubblicati con grande successo e risonanza su tutti i giornali del tempo diventassero un libro, chiese ed ottenne soltanto che alle nove puntate, diventate capitoli, fosse aggiunto il seguente Commiato.

Le potremmo usare ancora oggi, purtroppo.

«qui finisce questo breve studio di verità e di dolore. Esso è troppo piccolo per contenere tutta la grande verità della miseria napoletana: troppo piccolo, sia permesso dirlo, per contenere l’umile e forte amore di un cuore napoletano. Opera incompleta di cronista, non di scrittore, uscito come un grido dall’anima, valga come ricordo, valga come preghiera.
Serva per pregare chi può, per ricordare a chi deve: non abbandonate Napoli, ora che il colera è finito. Non la abbandonate di nuovo, presi dalla politica e dagli affari, non lasciate che agonizzi di nuovo questo paese che tutti dobbiamo amare.
Fra le belle e le buone città d’Italia, Napoli è la più gentilmente bella, la più profondamente buona. Non la lasciate povera, sporca, ignorante, senza lavoro, senza soccorso: non distruggete, in lei la poesia d’Italia.»
Matilde Serao, (1884)

Matilde Serao, Il ventre di Napoli (1884)


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Renzi: «Gli F35 contro la mafia e nella Terra dei Fuochi»

La dichiarazione di Renzi

«L’Italia, ringraziando Iddio, non è impegnata in nessun conflitto. La possibilità di un’invasione da parte di un nemico straniero è pressoché nulla e minacce aliene sono altamente improbabili. E’ necessario combattere l’unica, vera e sanguinosa guerra che affligge e distrugge il nostro Paese: il «mostro» da sconfiggere non è fuori i confini ma dentro casa. Acquisteremo dieci F35 per difenderci e annientare la mafia, la camorra e la ndrangheta e per controllare la martoriata Terra dei Fuochi».

Così Matteo Renzi non parlò mai.

Renzi e gli F35

F35, a cosa servono?

Il mistero sull’acquisto degli F35 continua: quanti ne compreremo?
A cosa serviranno?
Da chi/cosa dobbiamo difenderci?

Davanti le telecamere i politici si mostrano pacifisti e dotati del buon senso richiesto dalle parti sociali («utilizzeremo quei miliardi per sanità, scuola e sicurezza») per poi smentirsi nelle riunioni private dei partiti e stipulare accordi segreti con le multinazionali («potete state sereni, confermiamo la commessa»)

Oggi la burla viaggia sul web e la bufala è dietro ogni clic.
E difatti anche questa dichiarazione del nostro Premier – tanto auspicata quanto impossibile – è un triste pesce d’aprile tricolore.


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Questione di look

Il look dei sex simbol

«Mario non ti senti bene?» chiede mia mamma visibilmente preoccupata.
Non ci vediamo da qualche giorno e nel mentre mi son fatto crescere una sottile barba incolta stile Raoul Bova in San Francesco d’Assisi.

«Sto benissimo, grazie» rispondo divertito (immagino già dove vuole parare) e difatti segue l’inevitabile domanda esistenziale «E perché hai la barba?».
«Mamma aggiornati, è una questione di look» ribatto convinto.

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L’osservazione della mia genitrice implica la dovuta riflessione mediatica: Brad Pitt, George Clooney e Richard Gere con la barba incolta sono sex symbol mentre io, se non mi rado per tre giorni, sono invitato a sbarbarmi, poi una doccia calda e subito a dormire così «poi ti senti meglio».

George Clooney dopo aver letto il mio post riflette sulla sua barba e sul suo look

La moda dei tatuaggi

E se decidessi di ricoprire il mio corpo statuario con dei fantasiosi tatuaggi?

La moda è dei calciatori: quando segnano e si mostrano senza veli appare evidente come siano “vestiti” con bizzarri disegni dall’unghia del piede fino all’ultimo capello della testa, nessun centimetro di pelle è risparmiato.

Aquile, serpenti, elementi della natura, dediche a figli, moglie ed amanti, simboli giapponesi, geroglifici egiziani … ogni decorazione nasconde un messaggio (più o meno esplicito).
Eppure un tempo, come ricorda mia mamma, «i tatuaggi se li facevano i carcerati» oggi, invece, sono una forma di comunicazione.

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Eleganza e look, due concetti diversi

Mi gratto la barba ruvida e sentenzio: «mamma, l’eleganza non è una questione di look».
«Va bene, ora però mangia gli spaghetti così ti passa» ribatte mia madre mentre sul fuoco già arde la bistecca di maiale.


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Metropolitana, quell’odiosa abitudine di non cedere (mai) il posto

Londra, la metropolitana ideale?

Nel lontano 2004 lavoravo a Londra come consulente informatico presso l’ABN AMRO, un’importante gruppo bancario olandese.
Ogni mattina, come migliaia di altri pendolari inglesi, utilizzavo la metropolitana per recarmi negli uffici di Canary Wharf, un elegante distretto ad est di Londra.

Il mitico tube conferma le leggende sul suo conto: nel peggiore dei casi, l’attesa tra una corsa e l’altra è di circa due minuti.

Le stazioni costituiscono una rete che copre la quasi totalità dell’immensa superficie londinese, le informazioni sono precise e consentono un rapido spostamento dei viaggiatori.
Difatti, in undici mesi di movimenti sotterranei, non ho mai sbagliato percorso e quell’apparente labirinto si è mostrato un viavai sicuro ed efficiente per tutti, inglesi e non.

Questa esperienza mi ha confermato l’idea che Londra rappresentasse un esempio da seguire, una vera metropoli moderna.

Noi come Londra?

Eppure, ogni mattina mentre viaggiavo nell’Underground londinese, non potevo fare a meno di notare la condotta del pendolare tipo chiedendomi: «visto che loro sono avanti di almeno cinque o sei anni, anche noi italiani un giorno diventeremo così?»

Metropolitana, quell’odiosa abitudine di non cedere il posto

In metropolitana, incollati alla sedia

Cuffiette bianche, la musica sparata ad alto volume nelle orecchie, occhi distratti e sguardo indifferente, i pochi fortunati seduti intenti a leggere ebook o riviste.

Agli occhi di un osservatore esterno quale io ero, i pendolari inglesi rappresentavano una moltitudine di singoli individui, una folla di viaggiatori scollegati, un insieme di persone indifferenti gli uni agli altri.

La caratteristica che più mi ha colpito, però, resta l’incollamento alla sedia: in quasi un anno di viaggi via tubenon ho mai visto nessun pendolare cedere il posto ad un anziano, una donna in dolce attesa oppure semplicemente alzarsi per un gesto di sana cavalleria (o educazione).

Mai!

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La rottura dell’incantesimo

Finché un giorno ruppi il sortilegio.
Sono diretto verso Covent Garden, il metrò si ferma a Piccadilly Station e mentre parte il solito rituale «mind the gap» salgono persone di ogni razza e colore.

Io – stranamente – sono seduto.
Una signora dai lineamenti asiatici si ferma in piedi accanto a me, affranta resiste compressa nella carrozza stracolma.
La guardo, la sorrido e spontaneamente mi alzo per cederle il posto.
Stupita, non capisce subito l’insolito gesto, poi comprende ed incredula si siede ringraziandomi svariate volte.

Anche nella metropolitana di Napoli …

Qualche giorno addietro, ero in giro per Napoli.
Saliamo nel metrò in direzione casa, con gli occhi pieni di gioia per la piacevole vista delle nostrane stazioni-museo, osservo i giovani occupare tutti i sediolini della carrozza.

Mamme, donne, anziani e bimbi in piedi mentre gli studenti incollati alle sedie scherzano, giocano con gli smartphone di ultima generazione, ascoltano musica.

A nessuno di loro passa per la mente di cedere il posto ad un anziano o una donna, addirittura c’è un uomo con un bastone che barcolla ad ogni frenata del treno.
Dopo qualche istante di imbarazzo generale, finalmente un signore sulla cinquantina lo fa accomodare.

Mi chiedo: ma qualcuno – in famiglia oppure a scuola – insegna ancora i principi base dell’educazione civica?
La trasformazione di una società implica necessariamente la perdita di umanità e solidarietà verso il prossimo?

Osservo questi giovani maleducati seduti mentre la metropolitana sfreccia veloce, due facce di una stessa medaglia, il cambiamento della società e l’evoluzione della specie e non posso non pensare: piccoli «mostri» crescono.


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L’assistenza (reciproca)

Perché Berlusconi ha ragione

Stavolta il buon vecchio Silvio Berlusconi ha ragione: Giorgio Napolitano, in modo spontaneo, dovrebbe concedergli la «grazia». 

Perché il Cavaliere – da politico navigato quale é – conosce bene i meccanismi che regolano il “transatlantico” di Montecitorio (di cui è stato più volte un generoso capitano).

Quando c’è da favorire un amico, non è necessario chiedere: il vero compagno anticipa la richiesta di soccorso onde evitare inutili imbarazzi, ti viene in aiuto, risolve il problema in modo disinteressato senza far pesare all’altro eventuali difficoltà.

L’azione risulta ancora più nobile perché non pretesa, il gesto maggiormente apprezzato.

Berlusconi e Napolitano, la fine di un'amicizia?

La regola non scritta

E quante volte Berlusconi ha aiutato – senza chiedere mai nulla in cambio – i suoi prodi e fedeli complici?
Addirittura si è spinto oltre: in un momento di estremo altruismo, ha regalato dei soldi ad esponenti del partito che – in quel periodo – lo osteggiavano pubblicamente.

E’ evidente, nel fatato mondo politico italiano, l’assistenza reciproca non richiesta è una consuetudine.

La storia degli ultimi vent’anni è ricca di esempi: ricordo il Ministro degli Interni Scajola dimettersi per una donazione ricevuta a sua insaputa da un estraneo per favorire l’acquisto di una casa nei pressi del Colosseo. 

Certo, siamo daccordo, lasciare il Viminale (sempre del governo Berlusconi) fu un eccesso di zelo … ma non tutti comprendono il magnanimo sentimento della carità, è più producente gridare allo scandalo (col rischio di cadere nell’ovvietà).

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L’amarezza del Cavaliere

Il Cavaliere oggi è amareggiato, il patto (non scritto) è stato stracciato dal Presidente della Repubblica ed il Paese è sull’orlo di una crisi di nervi. 

Io stesso sento l’obbligo morale di intervenire, devo fermare il tradimento in atto: a nome di tutti gli onesti cittadini italiani chiedo a Napolitano di firmare la «grazia» per Berlusconi.

L’amicizia, dopotutto, è un tesoro da preservare – ad ogni costo.


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Il teorema Cancellieri

La matematica non vale in Parlamento?

Ai bimbi delle scuole elementari viene insegnata una regola che rimarrà scolpita nelle loro menti per tutta la vita: la Matematica non è un’opinione.

Difatti, trascorrono gli anni, si susseguono le stagioni, cambiano i tempi ma tre più cinque fà sempre otto.
Il risultato non dipende dall’emotività del momento, non cambia a secondo di chi esegue l’operazione ma soprattutto è un procedimento trasparente e dimostrabile in ogni istante.

Non vi è trucco, non c’è inganno: la stessa azione ripetuta più volte fornisce sempre lo stesso esito.

Questo assioma è valido in ogni punto dell’Universo tranne in quell’unico luogo dove il tempo si è fermato ed i numeri non rispondono più a regole certe: il Parlamento italiano.

Il teorema Cancellieri

La Cancellieri senza morale

In questo limbo della nazione l’aritmetica impazzisce e la realtà non è descrivibile con modelli scientifici.
A parità di ipotesi, le tesi dei teoremi (politici) cambiano a secondo di chi l’enuncia; il ragionamento – in passato corretto – mostra le crepe dell’incoerenza, i corollari si confondono con gli interessi personali, le conclusioni (illogiche) dipendono dalle simpatie, le frazioni algebriche dai colori dei partiti e gli unici dati evidenti sono i numeri irrazionali.

L’ultima accademica lezione risale a quale giorno addietro: nell’università della politica è stato dimostrato il teorema Cancellieri.

Stavolta, però, i numeri erano chiari ed il risultato prevedibile anche se eticamente opinabile: purtroppo la Matematica non tiene conto della morale.


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A qualcuno (non) piace lo sciopero?

Sciopero, ogni giorno una manifestazione

L’Italia è il paese degli scioperi: non passa giorno senza una manifestazione di protesta.

Sfido chiunque a citare una categoria di lavoratori che negli ultimi anni non abbia incrociato le braccia almeno una volta.
Non vi affaticate, la ricerca presenta le stesse difficoltà bibliche provate dal povero cammello costretto ad attraversare la cruna dell’ago …

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Dai calciatori ai parcheggiatori abusivi

Oltre ai soliti bistrattati  (operai, pensionati, disoccupati, esodati, cassintegrati, precari …) di nessun interesse mediatico,  ricordo anche le più clamorose astensione dei viziati giovanotti della serieA (luci della ribalta), degli attori di Cinecittà (tagli al cinema), dei parcheggiatori abusivi (pentiti, desiderano essere regolarizzati), delle prostitute (sfruttamento) ed – in ordine di tempo – degli ex ricchi, gli impiegati delle banche (e dei bancomat, all’asciutto in molte zone per l’intero weekend).

All’appello oramai ci sono tutti, dall’operatore ecologico all’imprenditore: mancano solo i preti, i mafiosi ed i politici.

I preti ed i mafiosi, per questioni etiche opposte, forniscono i loro “servizi” alla cittadinanza sempre e comunque,  non conoscono licenziamenti (se non per passare a miglior vita) né tantomeno riflettono sui diritti negati alle rispettive classi (almeno fino ad oggi).

Discorso diverso, invece, vale per i politici.

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Perchè i politici non scioperano mai

Se è vero che lo sciopero misura il disagio di una categoria, si comprende perché gli uomini delle Istituzioni e dei partiti – come i Reali o i regnanti di un tempo – non manifestino mai (semmai, manifestano gli altri per chiedere loro di rinunciare a qualche piccolo beneficio, richieste perlopiù inevase).

Una classe politica unisona, compatta e priva di contrasti, carente di (significative) discussioni, implosa sui propri privilegi, sorda alle esigenze altrui e scevra da contestazioni interne, nasconde certamente un «mostro» nell’armadio.

sciopero? No grazie


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«E’ ufficiale: in Italia, la disoccupazione è al 100%»

Disoccupazione da record

E’ accaduto l’inimmaginabile: questa mattina mi sono svegliato, ho acceso la TV e l’edizione straordinaria del telegiornale annuncia la notizia.

La sciagura era nell’aria ma ascoltare il comunicato ufficiale dell’ANSA fa sempre un certo effetto: «in questo momento, in Italia la disoccupazione ha raggiunto un nuovo record: il 100% dei lavoratori non ha più un lavoro fisso. Il sottoscritto è autorizzato a parlare dal Consiglio di Amministrazione della RAI. Dopo questa edizione anche io sarò licenziato».

disoccupazione record

Le reazione politiche

Un intero paese senza un’occupazione stabile, i più fortunati rimediano un contratto precario da rinnovare ogni giorno.

L’ala moderata di Confindustria è soddisfatta del risultato giunto addirittura in anticipo rispetto alle stime fornite dagli “esperti”.
I Sindacati, invece, continuano ad organizzare scioperi generali anche se non possono essere considerati dei veri «scioperi» poiché i partecipanti non sono più lavoratori.

Si susseguono le dichiarazione dei politici che invitano a non drammatizzare, dopotutto è «solo un periodo di transizione», «i sacrifici di oggi sono necessari», «la crisi è globale e l’Italia sta meglio di tanti altri paesi».

Per dare l’esempio e spronare la nazione a reagire, la Casta non riduce le spese anzi si aumenta gli stipendi.
Il messaggio all’elettorato è chiaro: bisogna tornare a spendere.

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La denuncia della chiesa

Ogni giorno un corteo diverso marcia verso i ministeri romani che contano: oggi tocca alle prostitute, chiedono un sussidio per chi è costretta ad operare nelle zone maggiormente colpite.
Inoltre, per i loro clienti, propongono uno sgravio fiscale del 50%.
Il rimborso sarà ritirato in giornata direttamente nella farmacia di fiducia.

Il Vaticano invita il Governo a risolvere con priorità massima il dramma delle famiglie italiane.
Per la Chiesa la situazione è «insostenibile».
Difatti la domenica, durante la messa, si è verificato un calo notevole delle offerte dei credenti ed il Pontefice, nel suo ultimo angelus, urla spazientito: «fate presto!»

Nel mentre, non ci resta che resistere sapendo che ben presto un nuovo, mostruoso record ci colpirà.


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La Legge di Precarietà

Il senso dell’umorismo (nero)

Se non fosse una questione tragica, potrei anche sorridere.
Invece, le decisioni del Governo riguardano noi cittadini e dunque i paradossi politici più che ilarità mi destano preoccupazione.

Devo anche riconoscere, comunque, ai nostri uomini di Stato un sottile senso dell’umorismo, un’ironia subliminale, un humor nero conseguenza delle situazioni kafkiane di cui è vittima il Bel paese.

Perché ogni questione, anche la più semplice, se inserita in un sistema dominato dall’anarchia – per un conseguente effetto domino – diviene una matassa senza né capo né coda impossibile da sbrogliare.

L’ispirazione di questa amara riflessione nasce dal nome utilizzato per la madre di tutte le leggi, la maestosa «Legge di Stabilità».

La legge di stabilita ed il paradosso politico

Definizione di stabilità

Lascio agli esperti la discussione sul contenuto, io mi limito ad osservare la ridicolaggine del nome.
Dal dizionario giunge la delucidazione sul significato di stabilità:

che permane nel tempo, che non subisce variazioni SIN durevole, costante, definitivo.

Ebbene, cosa c’è di stabile oggi in Italia?
Ovviamente nulla.
Il prossimo futuro si prevede forse stabile?
Ovviamente no.

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PD + PDL

Se, infine, penso ai due maggiori partiti che costituiscono il Governo la zuppa è completa.

Il PDL spaccato tra falchi e colombe, i giorni pari minaccia di far cadere l’esecutivo (cioè se stesso) ed intimorisce i suoi ministri mentre i giorni dispari litiga con gli alleati delle “larghe intese” e denigra la magistratura, cioè parte dello Stato. 

Il PD, d’altronde, è costantemente diviso su ogni questione etica (e non), lacerato dalle faide interne non esprime nessuna idea innovativa, snella, veloce, moderna. Un gruppo dirigenziale preistorico, l’icona della burocrazia in attesa perenne di un vero leader, evento miracoloso senza una fine certa.

Due partiti nei quali la provvisorietà è all’ordine del giorno sono chiamati a promulgare la «Legge di Stabilità», una barzelletta migliore non la poteva immaginare nemmeno il compianto Totò.

Dunque, per non burlare la nazione, prima di un qualsiasi sciopero, critica e divisione sulle norme previste invito i sindacati e le parti sociali ad essere uniti sulla mia proposta: cambiamo il nome del decreto, dal beffardo «Legge di Stabilità» in un più realistico e serio «Legge di Precarietà».


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A caccia di un cacciatore

Perché sparare contro un innocente?

Mi sono sempre chiesto perplesso: «il cacciatore, cosa prova quando spara ad un animale indifeso?».

Quale morboso sentimento spinge un uomo ad ammazzare un uccello per il solo gusto del divertimento?

Immagino la scena patologica: in aperta campagna, armato di bazooka ed accompagnato dal fidato segugio, l’assatanato cerca la selvaggina da abbattere. Individua la preda, punta e spara senza esitazione.

La vita dell’animale spezzata in un microsecondo, senza un valido motivo, contro ogni legge della natura, solo per soddisfare la seta di svago dell’uomo, l’hobby di circa un milione di italiani (fonte FAQ Coldiretti).

Il cacciatore

Il cacciatore moderno è un «mostro»?

Vorrei conoscerlo questo intrepido cacciatore, capire la mentalità di una persona capace di utilizzare un’arma come passatempo, porre delle domande per comprendere la prospettiva di chi considera la soppressione di un essere vivente una forma innocente di diletto.

E allora, la domanda nasce spontanea: il cacciatore moderno, è una persona normale oppure un «mostro»?

Nonostante l’ovvietà della risposta, mi piacerebbe sparare dieci domande ad un valoroso cacciatore, una scarica di pallottole per impallinare (con la parola) il predatore, un’intervista insanguinata da chi – come me – non riesce nemmeno a calpestare una incolpevole formica.
Fatevi avanti, «mostri» vi aspetto.


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La ripresa economica è all’orizzonte? Ed io mi alleno …

La ripresa economica è vicina?

La crisi economica morde i polpacci di tutti, anche se ministri, esperti del settore e maghi della finanza ci rassicurano «la ripresa è vicina».

Questa fumosa affermazione – sparata periodicamente senza mai specificare nulla di preciso – assomiglia al gioco della carota posta davanti la bocca del cavallo: il quadrupede corre per mordere l’ortaggio senza mai avere la reale possibilità di addentarlo.
Durante l’inseguimento spasmodico la speranza è forte, la meta è ben visibile ma – di fatto – resta fuori portata.

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Ci siamo quasi ma …

Con i mezzi ordinari, oggi noi cittadini onesti, rischiamo la fine del suddetto cavallo.

In bilico sulla zattera, in balia della tempesta, attenti a non affondare remiamo sognando di raggiungere l’orizzonte.

La linea blu è davanti ai nostri occhi, la potremmo quasi toccare con mano, ci allunghiamo e per poco non cogliamo l’occasione a cui aggrapparci ma poi cadiamo. Manca ancora un altro metro, occorre remare ancora, forse domani usciremo dalla tempesta.

La ripresa economica? E' sempre all'orizzonte

… manca poco …

Io sono stanco di vivere di illusioni, basta!
Sono un uomo di scienza abituato ad affrontare gli imprevisti con la dovuta razionalità ma sono anche un uomo d’azione, uno sportivo che non si arrende difronte alle avversità.

La partita è tutta da giocare, fino all’ultimo punto.

Da stasera torno in piscina per sottopormi ad un duro allenamento: vasche su vasche senza mai fermarmi, stile libero, rana, delfino e dorso, tuffi ed immersioni.

Nuoterò col sole, con la pioggia, col caldo e con il gelo, affronterò ogni calamità meteo senza indugi.

Visto il protrarsi della crisi, a breve il solito esperto annuncerà fiducioso: «la ripresa è all’orizzonte, manca poco».
Io stavolta non mi farò trovare impreparato, e voi?


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