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Tag: bici (Page 1 of 3)

Smog a Napoli e quel fiore nel deserto

La fragranza magica subito dopo il MANN

La mattina, un profumo di dolci appena sfornati.
Il pomeriggio, l’odore invade la strada e perfora la cappa di smog che attanaglia l’intero quartiere.

Pedalo.
Alle spalle mi lascio il maestoso Museo Archeologico di Napoli, supero il famigerato incrocio e salgo verso via Salvator Rosa.
E proprio in quell’inferno metropolitano – nonostante il traffico in tilt, i clacson impazziti, le pareti annerite dei palazzi, la maschera antismog per proteggermi dagli attacchi violenti del «mostro» invisibile – i sensi intercettano quella flagranza magica.

L’incantesimo dura pochi istanti.
Una boccata d’ossigeno in una nube nera.
Un aroma inconfondibile.
Una piccola oasi segreta.
Un istante colorato.

Nonostante lo smog, intercetto il fiore nel deserto

La speranza del cambiamento

Eppure, nei paraggi non intravedo pasticcerie.
Ne tanto meno laboratorio di dolci.

Mi piace immaginare la fragranza magica partire da una finestra aperta, proprio su quella strada maledetta intasata di auto ventiquattro ore al giorno.
Una persona che, nonostante l’inferno urbano, crede nel cambiamento.

E, mentre prepara i suoi profumati dolci, diffonde speranza.
Proprio come un fiore nel deserto.


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Il saluto speciale dell’uomo dell’Est (a pochi passi da San Gennaro)

Un contatto da due mondi distanti

«Fine delle vacanze? Ben tornato!».
L’uomo al semaforo di via Duomo, a due passi da San Gennaro, mi saluta con entusiasmo.

Ci vediamo ogni giorno, per pochi secondi, da mesi.
Io, ciclista metropolitano, in sella alla bici mentre rientro dall’ufficio.
Lui, uomo dell’Europa dell’est, al semaforo, in lotta con il mondo.

Reato colpito.

Nonostante combatti la sua quotidiana guerra per sopravvivere nella giungla urbana, l’uomo dell’est nota l’assenza d’agosto del sottoscritto.
E, addirittura, mi riserva un bentornato entusiasta.

L'uomo dell'Est, a pochi passi dal murales di San Gennaro

Il destino misterioso dell’uomo dell’est

Il volto provato, il corpo gracile, l’uomo dell’Est vive di elemosina.
Agli automobilisti fermi in attesa del verde, chiede con garbo.
C’è chi gli offre una sigaretta, chi due spiccioli.
Lui, cordiale, ringrazia e sorride.

Chissà quale destino nasconde dietro quegli occhi dignitosi (e attenti).

Un tempo, era un padre premuroso?
Dove sono i suoi cari?
Di cosa si occupava nella sua terra d’origine?
E, soprattutto, come è finito a vivere di elemosina ad un semaforo di via Duomo?

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Come aiutare l’uomo dell’est?

In un mondo di «mostri», la gentilezza di questo uomo disperato, è un sentimento che apprezzo.
E condivido.

Ora tocca a me ricambiare.
Già, ma come?


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Mille chilometri in bici: ecco il pericolo numero uno

Tagliare la strada, l’incubo del ciclista

tagliare la strada: attraversare improvvisamente la sede stradale, a piedi o con un veicolo, così da impedire a un’altra persona o a un altro veicolo di proseguire e costringerlo a fermarsi o a deviare (quando non si provochi addirittura un incidente); in senso fig., impedire a qualcuno di avanzare, ostacolarlo.

Con la solita sfacciataggine tipica dell‘incivile, lo scooter accelera, affianca, supera ed, incurante del sottoscritto che pedala per recarsi al lavoro, mi taglia la strada.

Il «mostro» compare dal nulla, con uno veloce zig-zag si fa spazio tra le auto bloccate nel traffico cittadino.
Poi, come se non esistessi, con una manovra azzardata, in un istante me lo trovo davanti a pochi centimetri dal manubrio della bici.

Solo la brusca frenata evita la sicura collisione.

Io, arrabbiato, impreco.
Lui, incivile, scompare in una nuvola assordante di fumo nero.

Tagliare la strada: il percolo numero uno scoperto dopo mille chilometri di pedalate a Napoli

Mille chilometri: la classifica dei pericoli

L’apertura improvvisa dello sportello, ecco il vero pericolo che temevo.
Invece, mille chilometri dopo, il podio dei «mostri» è chiaro:

L’elenco delle minacce (evidenti e velate) per l’eroico e solitario ciclista metropolitano è, purtroppo, lungo.
A ben riflettere, tutte le problematiche risalgono ad un elementare diritto violato:  la totale mancanza di piste ciclabili.

Dunque, pedalare a Napoli significa pedalare per strada.
Un’unica via per auto, scooter, camion, autobus, tricicli … e bici.
Con le vetture parcheggiate lungo il percorso pronte a sbatterti una improvvisa portiera in faccia.
 
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Tagliare la strada: perché vince

Assegno il primo posto al subdolo gesto del taglio strada perché è l’indice dell’indifferenza degli automobilisti e piloti di scooter verso i ciclisti metropolitani.

Esseri invisibili che non meritano attenzione.
Alieni da abbattere in un mondo di centauri impazziti.
Nemici da tagliuzzare se ostacolano la retta via.

Ma, in un paese normale, esiste anche un’altra verità.

Continuate pure a tagliarci la strada ma noi, ciclisti metropolitani, dopo ogni singola pedalata, vi rammentiamo che la mobilità alternativa è un sogno realizzabile.

Come i primi mille chilometri del sottoscritto a Napoli, dimostrano.

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Universiadi, il murales verticale di Jorit troncato [FOTO]

Universiadi, il murales verticale di Jorit

Osservo la parte superiore del murales di Jorit mentre attendo il verde al semaforo di Poggioreale.
A pochi passi dal Centro Direzionale di Napoli, in sella al carro armato rosso, fotografo l’opera e proseguo dubbioso verso l’ufficio.

Pedalo fino alla base della torre Telecom, la “tela” sulla quale lo street artist – per celebrare le Universiadi 2019 – immortala il volto di cinque campioni dello sport campano.

Dal basso, percepisco meglio la verticalità dell’opera.
Un disegno sottile che sale lungo la stretta facciata della torre per toccare il cielo.

Che, però, risulta troncato se osservato da lontano.

Il murles verticale di Jorit al Centro Direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019

Universiadi, i cinque campioni dello sport campano

Dall’alto verso il basso:

  • Patrizio Oliva (Napoli)
  • Carmelo Imbriani (Salerno)
  • Antonietta De Martino (Benevento)
  • Nando De Napoli (Avellino)
  • Nando Gentile (Caserta)

La prospettiva boccia De Napoli e Gentile, i due campioni posti alla base del murales assediati e nascosti dalle altre costruzioni che circondano la torre.

Dal semaforo, intravedo i vertici della raffigurazione.
Il robusto muro del carcere di Poggioreale, gli altri edifici dello stesso Centro Direzionale, impediscono la visuale completa del progetto.

Un dettaglio voluto?
Una scelta necessaria?

Peccato.

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L’incontro con Jorit

Perdo l’occasione per chiedere, proprio all’autore, il perché di questa prospettiva.

Infatti chi, come il sottoscritto lavora al CDN, ha visto nascere l’opera pennellata dopo pennellata con Jorit aggrappato lungo il grattacielo a disegnare i volti dei cinque personaggi.

Un giorno, durante la pausa pranzo, sotto la torre Telecom incontro lo street artist mentre rilascia un’intervista ad un televisione tedesca.
Incerto e titubante, non trovo il modo di stabilire un contatto con l’artista.

L’attimo fuggente vola via, la domanda resta nell’etere: perché il murales verticale troncato?

Il murales verticale di Jorit al Centro direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019


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Galleria Principe di Napoli, la good news (con riflessione) [FOTO]

Galleria Principe di Napoli: riaperta!

Stiamo lavorando per l’immediata riapertura della Galleria Principe
(Luigi De Magistris, sindaco di Napoli – 24 gennaio 2019)

Sei mesi dall’‘annuncio-video del Sindaco e dopo un anno dalla chiusura per caduta calcinacci, riapre la Galleria Principe di Napoli.

Ancora incerottata ma restituita alla città.
I bar ed i vari esercizi commerciali con le saracinesche mezze alzate, preparano i locali per l’apertura totale.

Un passo avanti rispetto al desolante cancello sbarrato di inizio anno.
Ma anche l’ennesima conferma dei tempi biblici dell’operatività delle Istituzioni: il passaggio dalla dichiarazione ufficiale del politico di turno alla realizzazione concreta (e finale) dell’opera, equivale ad una imprevedibile traversata nel deserto.

Nel caso della Galleria Principe di Napoli, la traversata è durata solo sei mesi (dopo un anno di attesa).

Sei mesi dall’‘annuncio-video del Sindaco: resto indeciso se essere felici per l’apertura oppure critico per l’inaccettabile prolungarsi dei tempi?

La Galleria Principe di Napoli riaperta

Le foto della Galleria riaperta

Felice per la good news oppure assuefatto alla burocrazia malata?

Mi porto il dubbio in sella alla mia e-bike.
Ogni giorno, per recarmi al lavoro in bici, passo d’avanti la Galleria.
Quel cancello sbarrato era il simbolo di un paese ingessato, malato di cavilli e in perenne emergenza con l’assenza di fondi pubblici.
Davvero inguardabile.

La Galleria Principe ora è accessibile.
Non operativa al cento per cento, con le reti metalliche a garantire la sicurezza dei visitatori.
Ma di nuovo viva.

Per il momento, dalla sella della e-bike, posso tirare una sana boccata di smog.
Mi fermo, parcheggio, poggio il casco sul manubrio, spengo il motore elettrico, entro, fotografo.

Oggi voglio godermi la good news.


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Europeizzare Napoli: con la bici, sul battello nel golfo [FOTO]

In bici, ovunque

Il mondo non ha bisogno di parole ma del tuo esempio

Abituare gli altri alla presenza della bici.
Dimostrare ai napoletani una semplice teoria: in città è possibile spostarsi con la bicicletta.
E lo dimostro con i fatti: il tragitto casa-lavoro è certezza, ora utilizzo l’e-bike come mezzo di trasporto quotidiano.

Alla Posta, per comprare un paio di scarpe, al supermercato.
E, per un giro sul battello turistico nel golfo di Napoli.

Sul battello in bici: per europeizzare Napoli

Come (e più) di Amsterdam

Rifletto su vantaggi e svantaggi partenopei:

  • il clima è benevole quasi tutto l’anno e rispetto ad Amsterdam, Berlino o Copenaghen siamo baciati dalla fortuna (ripeto: sul meteo)
  • siamo penalizzati dalla morfologia del territorio con continue salite/discese e strade strette
  • assenza completa di cultura ciclistica (cittadini)
  • politica per la mobilità alternativa nulla (istituzioni)

Sfrutto la bontà del clima per pedalare tutto l’anno, con la bici a pedalata assistita annullo l’handicap delle continue salite/discese napoletane.
Per gli altri punti, invece, l’esempio diretto risulta lo strumento più significativo.

Ne ho conferma quando – in sella alla e-bike – incrocio lo sguardo stupito dei bambini, (incolpevoli) passeggeri sullo scooter dei genitori (veri colpevoli).
Mi scrutano come se fossi un alieno, poi, superato lo stupore iniziale, comprendono: esiste una alternativa!

Ecco, in quegli sguardi innocenti, mi illudo (e spero) di fare breccia, guadagnare consenso, mostrare e costruire una nuova realtà urbana.

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Sul battello, in bici: la galleria fotografica

Partecipo all’evento organizzato da BeTime, l’Università del tempo libero
Partecipo, in bici.
Per rendere concreto li concetto di mobilità alternativa, ogni giorno, per divertimento, shopping, lavoro.
Come se fossi ad Amsterdam.

PS: parcheggio la e-bike fuori ad un negozio di scarpe.
Entro.
Con un occhio osservo le scarpe, con l’altro controllo la bici.
Europeizzare si, fesso no 🙂


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Pedalare a Napoli: il sacrificio del giovane paraurti

Paraurti anteriore: volato via

Appena quattro mesi e poco meno di ottocento chilometri.
E il paraurti anteriore della mia nuova e-bike vola via.

Qualche giorno fa, i primi sinistri scricchiolii.
Proseguo fiducioso: dopotutto, ho comprato un carro armato su due ruote proprio per affrontare i peggiori «mostri» urbani!

Ma, nulla è possibile contro le continue vibrazioni provenienti dalla pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia.

Il paraurti volato via

Nemmeno la fat bike resiste

In sella alla fat bike, non temo nulla.
Batteria più telaio, 24 kg di peso per una velocità massima di 25 km/h.
Ammortizzatori professionali, coprisella imbottito, ruote di scooter.

Organizzato come se combattessi al fronte: io, ciclista napoletano compio il mio dovere e ogni giorno vado al lavoro in bici.

I sampietrini di via Foria, le montagne russe di piazza Carlo III, la guerra al Museo Nazionale.
Lo zig zag tra le auto in sosta con le quattro frecce napoletane accese sulla pista ciclabile di Corso Umberto, progettata, finanziata e ferma nel cassetto di qualche assessore.

Basta!

E’ troppo anche per il novello carro armato.
In funzione solo da quattro mesi.
Dopo appena ottocento chilometri.

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La fine di un giovane paraurti servirà?

Paraurti, vola via!
Il tuo sacrificio è la sconfitta della mobilità alternativa.
La tua ribellione dimostra l’assenza totale di una vera politica ambientale.

Una nuova carrozzeria spezzata dal disinteresse istituzionale, dalle mille promesse sbandierate, intrappolate dalla burocrazia malata e rimaste prigioniere nei meandri dei palazzi governativi.

Ma non mi arrendo.
Continuo a pedalare.
Perché il sacrifico di un giovane paraurti non resti inascoltato.


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Smog, il volto (nero) del «mostro» invisibile [FOTO]

Smog, la foto del «mostro» invisibile

La maschera antismog ricorda il volto di uomo emaciato.
I segni della sofferenza sono evidenti: il viso scavato dai veleni sputati dai mille tubi di scappamento che ingolfano la città, i lividi neri indice di un’aggressione violenta.

Dopo tre mesi di pedalate e battaglie, il filtro elettrostatico a carbone attivo è colpito da sinistre macchie nere.
Le tracce concrete del «mostro» invisibile: il temuto smog.

Smog, il volto (nero) del «mostro» invisibile [FOTO]

Smog: la soluzione è a portata di tutti

La bici come mezzo di trasporto cittadino quotidiano, ecco la vera azione che – chi può – dovrebbe applicare.
Da subito.
Senza alibi.

Non solo nel consueto tragitto casa-lavoro ma anche per andare al cinema, alla Posta o fare la spesa.

Diminuire il numero di automobili/scooter in città, agevolare la mobilità alternativa, l’unica soluzione per tornare a respirare.
Anche a Napoli dove, con il meteo favorevole, possiamo pedalare 365 giorni l’anno.
E invece …

Smog, il volto (nero) del «mostro» invisibile [FOTO]

La maschera antismog ferita

Dalla maschera antismog, con delicatezza, estraggo il corpo martoriato del filtro elettrostatico a carbone (una volta attivo).
Con commozione, lo ringrazio.
Il suo sacrificio tiene a bada polvere sottili e particelle cancerogene varie.

Sostituisco l’eroe con uno giovane, candido nuovo filtro.

Per l’ennesima battaglia contro l’indifferenza della politica ed il temuto «mostro» invisibile.


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Costretto ad acquistare un carro armato rosso

La lotta dell’eroico ciclista napoletano

Costretto ad acquistare una nuova bici.
Dopo tre anni (e cinquemila chilometri), il tragitto casa-lavoro-casa, si trasforma in un lungo giro sulle montagne russe.
Anzi, montagne napoletane.

Perché pedalare lungo quel maledetto pavimento di sampietrini che tappezza molte arterie della città, genera una micidiale successione di vibrazioni.
Microcolpi che girano intorno la ruota, superano gli ammortizzatori, salgono lungo il manubrio della bici, si conficcano nella spalla, colpiscono la schiena.

Leggere martellate continue nel tempo.
Piccoli aghi che, ad ogni sobbalzo del mezzo sulle pezze di asfalto disseminate ovunque, si conficcano nel corpo del sottoscritto (e di tutti gli eroici ciclisti napoletani).

Dopo tre anni (e cinquemila chilometri), smetto di soffrire: vendo la mia prima bici a pedalata assistita e salgo sul carro armato rosso.

Il carro armato rosso: la mia nuova bici a pedalata assistita

Il nuovo carro armato rosso

Se vivessi a Stoccolma, avrei la mia bella pista ciclabile ad attendermi ogni mattina.
A Napoli, invece, ci arrangiamo con la pista ciclabile immaginaria (la più lunga d’Italia, peraltro).

Per sua stessa natura, non prevede manutenzione.
Dunque, se utilizzi la bici per recarti al lavoro – a tuo rischio e pericolo – conviene dotarsi di un mezzo idoneo.

La scelta ideale cade su un carro armato rosso a due ruote.
Un mezzo massiccio, robusto, capace di affrontare senza esitazione i «mostri» presenti lungo la suddetta pista ciclabile immaginaria.

E annientarli.

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Carro armato rosso: una scelta obbligata

Il mio nuovo carro armato rosso respinge le malefiche vibrazioni, procede con sicurezza sulla pavimentazione sconnessa, non teme le montagne russe napoletane.

Ma, per il sottoscritto, resta una scelta obbligata ed eccessiva.

Un acquisto forzato per contrastare l’assenza di cultura ciclistica, una decisione necessaria per continuare a pedalare in una città dove la politica per incentivare la mobilità sostenibile, resta un’utopia.

Il carro armato rosso o lo stop forzato.
Dovevo scegliere.

Per amore della libertà, scelgo il carro armato rosso.

La mia nuova bici a pedalata assistita


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Regalo (quasi) la mia bici a pedalata assistita: come e perché acquistarla dal sottoscritto

E-Ischia, la mia bici a pedalata assistita

Dopo tre anni e cinquemila chilometri di libertà, vendo la mia bici a pedalata assistita.
Modello: E-Ischia della Lombardo (vedi scheda sul sito ufficiale).

Vendo perchè, dopo l’esordio nel mondo delle e-bike, le esigenze del sottoscritto sono cambiate.
Chiarisco: resto totalmente soddisfatto dell’E-Ischia ma è giunto il momento di andare oltre.
Desidero un mezzo più evoluto, due ruote alle quali chiedere prestazioni superiori.

Passa il tempo, gira il contachilometri, aumenta la voglia di pedalare.
E’ una richiesta naturale di un ciclista metropolitano soddisfatto e rimborsato.

Dunque, è giunto il giorno dell’annuncio ufficiale.

La mia bici a pedalata assistita, modello E-Ischia

Vendo E-Ischia, la mia bici a pedalata assistita

Vendo e-bike modello E-Ischia della Lombardo.
Acquistata tre anni fa, percorsi cinquemila chilometri.

Motore nuovo (cambiato a settembre dalla Lombardo stesso).
La bici funziona perfettamente.

Nel prezzo sono comprese;

    • due comode borse laterali
    • il piccolo computer di bordo.

La e-bike pesa 23kg ed è pieghevole.
Facile da trasportare, ideale per muoversi in città (io l’ho utilizzata per il tragitto casa/lavoro, 11km al giorno).

Ovviamente non è uno scooter, un minimo di pedalata è richiesta.
Prezzo: 350€ (costo originale: 1.100€).

Io, ciclista (napoletano) felice

Contattami e prova la bici

I futuri ciclisti possono contattarmi tramite l’e-mail o link social presenti nella colonna destra del sito ( oppure tramite il form presente in homepage).
A chi fosse davvero interessato, presterò l’e-bike per qualche giorno.
Se il mezzo soddisfa le esigenze, deciderà se acquistarla o restituirla.

Con un’offerta così vantaggiosa, non hai alibi: forza, liberati dai mezzi pubblici, lascia l’auto in garage, sali sulla E-Ischia ed inizia a pedalare!


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Fate presto: la pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia sta sparendo!

A Napoli, la pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia

Da bravo ciclista napoletano ne sono convinto: la pista ciclabile immaginaria presenta molteplici aspetti positivi.

L’iniziativa del Comune va lodata.
Evidenzio tre caratteristiche che, nel corso delle tante rischiose pedalate per Napoli, ho apprezzato:

  • la pista ciclabile immaginaria non sottrae spazio agli automobilisti in cerca di parcheggio, sempre stressati e con le fiamme negli occhi per il caos urbano (peraltro, generato da loro stessi)
  • zero costi di manutenzione (difatti, sta sparendo)
  • da un momento all’altro, la pista ciclabile immaginaria può nascere in qualsiasi quartiere.

Oltre ai suddetti, innegabili vantaggi per le Istituzioni, la pista ciclabile immaginaria stimola chi ama pedalare per Napoli.
Perché la mattina, se prendi la bici per recarti al lavoro, sei certo di trovare un percorso dedicato a te, coraggioso ciclista-guerriero.

Un percorso sbiadito disegnato per terra.
Un geroglifico con due ruote ed un manubrio che ti guida, incerto, lungo il sentiero.

Napoli, a via Duomo la pista ciclabile immaginaria

Via Duomo, quando il miracolo?

Le foto le scatto tempo addietro mentre pedalo per via Duomo, a poche centinaia di metri dalle spoglie del patrono della città.

Dalla sella della e-bike, percorro la pista ciclabile disegnata lungo la ZTL, un pezzo sbiadito, l’altro occupato da un’auto in sosta selvaggia, un ultimo tratto cancellato dalle intemperie.
In un lampo di misticismo, medito speranzoso:

Dovrei parlare con San Gennaro che, poco distante, ogni anno ripete il miracolo. Una vera pista ciclabile, un miracolo, appunto.
Che un giorno, sono sicuro, si realizzerà.

E così, durante il viaggio lungo il sentiero invisibile dedicato ai ciclisti napoletani, mi domando perché mentre nel resto d’Europa si investe nella mobilità alternativa, da noi la bici è considerata un mezzo per pochi intimi.
Anzi, la bici non è affatto considerata un mezzo di trasporto.

Supero via Duomo, giungo nella bella e larga via Foria.
Stavolta, nessun geroglifico col manubrio lungo la strada.
Procedo cauto verso l’inferno metropolitano del Museo, con lo smog alle stelle e il maxi ingorgo quotidiano ad attendermi.

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La (sola) certezza

Dopo chilometri a rischio e pericolo personale, maschere antismog, imprecazioni contro l’assenza di cultura ciclistica, indignazione per la perenne indifferenza della politica, la pista ciclabile immaginaria resta ancora l’unica certezza per chi ama pedalare per Napoli.

Altri segnali concreti: nessuno.
Risultati raggiunti dai vari governi cittadini : zero.

Insomma, salviamo la pista ciclabile immaginaria!
Fate presto: quel geroglifico con le due ruote ed il manubrio sta sparendo.

Napoli, a via Duomo la pista ciclabile immaginaria sta sparendo


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Chi stabilisce l’altezza dei palazzi di Napoli? [FOTO]

La strana altezza dei palazzi di Napoli

Una lunga distesa di cemento.
Dall’interno della città, fino al mare.

Un zig-zag di edifici incastrati.
Visti dall’alto, ricordano quelle costruzioni disordinate create dalla fantasia di un bimbo mentre gioca nella sua stanzetta.

Agglomerati cresciuti senza norme, quartieri privi dei criteri di minima vivibilità.
Ecco la prima impressione mentre osservo i palazzi di Napoli dall’autobus bloccato sulla tangenziale.

Siamo fermi nel solito ingorgo mattutino di Corso Malta, noi pendolari racchiusi nelle lamiere del 130 a formare un unico corpo omogeneo e compatto.
In questa piovosa mattina d’autunno, costretto ad appendere la bici al chiodo, sono comunque tra i più fortunati: nell’autobus strapieno, riesco a muovermi – nonostante sia incastrato nella massa di viaggiatori come un pezzo di un puzzle – e guadagno preziosi centimetri verso la porta.

Dal vetro mezzo appannato, guardo la linea continua di costruzioni, le strade sottili che separano gli edifici incastonati.

Pensieroso mi chiedo: quando hanno costruito, con quale criterio stabilivano le altezze dei palazzi di Napoli?

Chi stabilisce l'altezza dei palazzi di Napoli?

Come in una fotografia di gruppo

In una foto di gruppo, i più alti vanno sempre nell’ultima fila.
Una semplice regola per garantire a tutti di guardare avanti senza incontrare ostacoli.

Se a Napoli avessimo seguito la medesima logica, da tutti i palazzi avremmo visto il mare!
E, in alcuni casi, anche il cielo.

Invece, negli anni della corsa al mattone, ogni angolo della città è stato occupato da una colata di cemento anarchica.
Chissà quale disegno prevede il leggendario piano regolatore della città (casomai ce ne fosse uno).

Fossi nelle Istituzioni, vista l’impossibilità di correggere gli orrori del passato e per evitare dissonanze tra la (triste) realtà e la burocrazia comunale, nominerei una apposita commissione (di amici ben stipendiati) per «adeguare i documenti ufficiali alle costruzioni esistenti».

Geniale vero?

Chi stabilisce l'altezza dei palazzi di Napoli?

Una nuova prospettiva

Il 130 riparte, l’ingorgo mattutino è superato.
Da lontano intravedo il Centro Direzionale.

Scendo dall’autobus con una consapevolezza in più: osservare la città dall’alto è una prospettiva interessante, permette di vedere ciò che dal basso sfugge.

Così, dall’ingorgo traggo la giusta lezione: da oggi, quando passeggio, alzerò lo sguardo con maggior frequenza.
Per verificare le altezze dei palazzi, indice della storia della città.


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