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Tag: centro direzionale (Page 1 of 2)

Universiadi, il murales verticale di Jorit troncato [FOTO]

Universiadi, il murales verticale di Jorit

Osservo la parte superiore del murales di Jorit mentre attendo il verde al semaforo di Poggioreale.
A pochi passi dal Centro Direzionale di Napoli, in sella al carro armato rosso, fotografo l’opera e proseguo dubbioso verso l’ufficio.

Pedalo fino alla base della torre Telecom, la “tela” sulla quale lo street artist – per celebrare le Universiadi 2019 – immortala il volto di cinque campioni dello sport campano.

Dal basso, percepisco meglio la verticalità dell’opera.
Un disegno sottile che sale lungo la stretta facciata della torre per toccare il cielo.

Che, però, risulta troncato se osservato da lontano.

Il murles verticale di Jorit al Centro Direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019

Universiadi, i cinque campioni dello sport campano

Dall’alto verso il basso:

  • Patrizio Oliva (Napoli)
  • Carmelo Imbriani (Salerno)
  • Antonietta De Martino (Benevento)
  • Nando De Napoli (Avellino)
  • Nando Gentile (Caserta)

La prospettiva boccia De Napoli e Gentile, i due campioni posti alla base del murales assediati e nascosti dalle altre costruzioni che circondano la torre.

Dal semaforo, intravedo i vertici della raffigurazione.
Il robusto muro del carcere di Poggioreale, gli altri edifici dello stesso Centro Direzionale, impediscono la visuale completa del progetto.

Un dettaglio voluto?
Una scelta necessaria?

Peccato.

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L’incontro con Jorit

Perdo l’occasione per chiedere, proprio all’autore, il perché di questa prospettiva.

Infatti chi, come il sottoscritto lavora al CDN, ha visto nascere l’opera pennellata dopo pennellata con Jorit aggrappato lungo il grattacielo a disegnare i volti dei cinque personaggi.

Un giorno, durante la pausa pranzo, sotto la torre Telecom incontro lo street artist mentre rilascia un’intervista ad un televisione tedesca.
Incerto e titubante, non trovo il modo di stabilire un contatto con l’artista.

L’attimo fuggente vola via, la domanda resta nell’etere: perché il murales verticale troncato?

Il murales verticale di Jorit al Centro direzionale di Napoli per celebrare le Universiadi 2019


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Quel maledetto, ultimo 33esimo piano [FOTO]

33esimo piano, perchè?

Cosa diavolo pensavo di trovare su quel maledetto 33esimo piano?

La setta dei poeti estinti?
Una riunione degli scrittori anonimi contro la sindrome della pagina bianca?
Il Sindaco col comitato di accoglienza?

Forse, un angolo di città con una prospettiva diversa?
Una visuale ispiratrice?

La vista dal 33esimo piano di un grattacielo del Centro Direzionale di Napoli

In cima alla torre del Centro Direionale

Desidero raggiungere quel maledetto ultimo piano da anni.
Il richiamo degli ascensori volanti è forte: «prima o poi salgo in cima» mi ripeto ogni volta che passeggio nei viali del Centro Direzionale di Napoli.

Pigio il bottone con curiosità.

Chiuso nella ermetica cabina, scruto il display scorrere veloce.
1, 2, …, 17, … 26 … …. 33!
Il bip sancisce la fine dell’ascesa.

Le porte dell’ascensore si spalancano e, prudente, sbarco lassù in cima, dove mai ero giunto prima!

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La delusione di quel maledetto 33esimo piano

Un alveare di uffici.
Impiegati alienati nascosti dietro ai monitor, chiusi in piccole prigioni come in qualsiasi altro ufficio del mondo.

Guadagno le prime finestre.

Fotografo nell’indifferenza generale.

Armato di smartphone, punto il panorama ma gli scatti sono filtrati dai vetri delle finestre sigillate.
La visuale non è diretta.
La presenza della barriera alimenta la delusione.

La vista dal 33esimo piano di un grattacielo del Centro Direzionale di Napoli

Ritorno alla realtà

Ritorno sui miei passi.
33 … 26  …  … ….  17 … 2 … 1
Il bip sancisce la fine della discesa.

Raggiungo l’uscita.

Alzo lo sguardo, con la mano proteggo la vista mentre un raggio di sole taglia quel maledetto 33esimo piano.

«Che diavolo mi aspettavo di trovare?» rimugino disilluso.
Qualsiasi cosa cercassi, non l’ho trovata.


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Arte contemporanea al Centro Direzionale del futuro: il mio articolo su Vivere

Il mio articolo su Vivere di marzo, a pag.3

Quando il direttore di Vivere mi propone un articolo sul Centro Direzionale del futuro, le dita scorrono veloci sulla tastiera (una volta dicevo: “la penna scorre veloce sul foglio” …).
L’immagino così finisce a pag.3 del numero di marzo e sul portale web del mensile.

Per la somma gioia dell’autore.

Arte contemporanea al Centro Direzionale del futuro: l'immagino cosi!

Un museo di arte contemporanea (gratuito)

L’idea di installare delle opere di arte contemporanea tra le varie isole del CDN, è geniale.
Trasformerebbero un ordinario agglomerato di uffici, bar, ristoranti e negozi – oggi vivi dalle otto alle diciannove dei giorni lavorativi – in un luogo colorato da scoprire e visitare.
Anche nei weekend.

Se, una volta tanto, la buona volontà vincesse sulla burocrazia!
Se Istituzioni, società civile, associazioni, interessi della collettività ed interessi politici confluissero tutti nella stessa direzione!

Leggo i tanti articoli dedicati al Centro Direzionale: un museo (gratuito) a cielo aperto, avvierà il Risorgimento di questo quartiere?

Perché no.
Meglio provare o non agire e restare nell’immobilismo?

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Arte contemporanea: un possibile futuro

La cultura, l’arma contro il degrado (morale e non).
Quante volte l’abbiamo scritto?

Dunque, non mi resta che citare l’autore del magistrale articolo L’immagino così che – guarda caso! – la pensa proprio come il sottoscritto 🙂

L’arte contro il degrado, l’arte che genera un indotto economico, l’arte per abbellire un’area che merita ben altro destino, più cura ed investimenti per recuperare i parcheggi abbandonati, far ripartire le scale mobili, ripulire le aiuole.


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Vivere, il giornale del Centro Direzionale: il mio articolo sul numero di febbraio

Vivere, il mio articolo a pag. 7

Rileggere un mio articolo sul numero di febbraio di Vivere, il giornale del Centro Direzionale di Napoli, suscita sempre stupore.

Immagino i Lettori immersi nelle pagine del mensile – chi in metropolitana, chi al bar o in pausa pranzo – per dedicare tempo prezioso alle considerazioni del sottoscritto.
Riflessioni più o meno leggere, scritte nero su bianco.
Idee personali che raggiungono il grande pubblico di Vivere.
Davvero un onore.

Dunque, quando capita – superato lo stupore – non lascio scivolare la gioia nel dimenticatoio ma immortalo l’evento con un post ad hoc.

Vivere, il giornale del Centro Direzionale pubblica un mio articolo sul numero di febbraio

Io, giornalista per gioco

Per chi – come il sottoscritto – pubblica senza velleità giornalistiche, il riscontro degli addetti ai lavori è un segnale entusiasmante.

Dopotutto, scrivo per diletto e considero faCCebook (la mia casa digitale), un luogo dove esporre pensieri per un confronto aperto con voi, amici Lettori.

Mi considero uno scolaretto volenteroso, senza titoli ufficiali, che insegue il piacere della scrittura.
Piacere alimentato dall’amore per i libri: più leggo, più scrivo, più leggo.

La passione per la scrittura con il presuntuoso obiettivo di suscitare riflessioni.
Riflessioni nate dall’osservazione della realtà.
Come quella misteriosa percentuale finita sulle pagine di Vivere.

La percentuale misteriosa su Vivere di febbraio, il giornale del Centro Direzionale di Napoli

Scarica Vivere, febbraio 2019


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Leone dell’Eufrate, quella dedica che nessuno cancella [FOTO]

Issam Zahreddine, il leone dell’Eufrate

“09-09-1961, 18-10-2017 – onore al leone dell’Eufrate”

Quante volte osservo quel muro imbrattato, di quel palazzo color rosa sbiadito a via Poggioreale, vicino al carcere, nei pressi del Centro Direzionale di Napoli?

Ed ogni volta mi pongo lo stesso quesito: quale recondito significato nasconde quel sinistro “onore al leone dell’Eufrate”?

Un muro imbrattato per ricordare il leone dell'Eufrate, un criminale di guerra siriano

Il leone dell’Eufrate, eroe o criminale di guerra?

Recarsi in bici al lavoro presenta un indubbio vantaggio: osservo dettagli che, dall’auto, sono impossibili da percepire.

Così, ogni mattina, quando in sella alla e-bike supero il palazzo rosa, con la coda dell’occhio rileggo la dedica al leone dell’Eufrate.

All’ennesimo passaggio, stavolta mi chiedo: «ma chi è costui?».

Un clic per scoprire verità opposte: Issam Zahreddine, per alcuni è un eroe della guerra siriana che ha difeso il suo popolo dagli orrendi attacchi dell’ISIS, per altri è un criminale di guerra autore di azioni indicibili.

La pagina Wikipedia dedicata a Issam Zahreddine riporta poche righe ufficiali, il sito Articolo21, invece, pubblica un articolo molto dettagliato sulla dedica comparsa in molte città italiane dopo quel 18 ottobre 2017 (“Onore al Leone dell’Eufrate”. 100 città italiane tappezzate da manifestanti (di Casapound) inneggianti a un criminale di guerra siriano).

Non riesco a formare un’idea precisa su Issam Zahreddine, informazioni contrastanti in un contesto esplosivo come la Siria impongono prudenza di giudizio.

La domanda rimbalza con moto perpetuo senza trovare il giusto equilibrio: il leone dell’Eufrate è un «mostro»?

Un muro imbrattato per ricordare il leone dell'Eufrate, un criminale di guerra siriano

Perché non ripulite quel muro?

Chissà se gli inquilini del palazzo rosa di via Poggioreale conoscono la storia di Issam Zahreddine.

Immagino che, una mattina di fine ottobre 2017, aprendo la finestra, avranno letto la dedica, si saranno posti delle domande, posseggano un giudizio sulla vicenda!

Mi piacerebbe ascoltare l’opinione dei condomini dell’edificio imbrattato e porgli una semplice domanda: perché non cancellate quella scritta?

E’ una spesa inutile?
Forse, tocca al Comune intervenire?
Oppure concordate sulla dedica?

Mi piacerebbe capire la verità che si cela dietro ad un muro imbrattato e sul perché resta imbrattato finché le intemperie non decidano di cassare l’opera umana.

Ma, temo, che non l’accetterei.


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Il carcere, il reparto ostetricia della camorra: due esempi significativi

Dietro le mura del carcere di Poggioreale

Che succede dietro al muro di Poggioreale?

Dalle finestre dell’ufficio, con lo sguardo attento, intercetto quel luogo sinistro impiantato nel cuore di Napoli, a ridosso del Centro Direzionale.
Osservo quel pesante muro alto come il primo piano di una casa, poi salto nelle celle scure come la notte.

La domanda resta sospesa nell’aria: il carcere è un luogo di redenzione?

Il carcere di Poggioreale

Il camorrista, un film di Giuseppe Tornatore (1986)

Bloccato da un fastidioso mal di schiena di inizio anno, sdraiato sul divano, mi concedo uno zapping pomeridiano.
Il camorrista di Giuseppe Tornatore, attira la mia attenzione.

Il film risale a trent’anni fa – al 1986 – e descrive l’ascesa al potere criminale del “Professore”.
Ascesa partita dal carcere di Poggioreale.

Il luogo destinato ad espiare la condanna e correggere l’animo umano –  secondo il regista siciliano – diviene il centro dell’organizzazione mafiosa.

Il “Professore” creerà La Nuova Camorra Riformata tra le mura del carcere, sotto lo sguardo distratto delle guardie corrotte, utilizzerà le celle per affiliare i camorristi con un patto di sangue tribale e pianificherà omicidi, alleanze, strategie criminali.

Dalla prigione.

Ben Gazzarra è il Professore nel film "il camorrista" di Giuseppe Tornatore (1986)

Storia della camorra, di Vittorio Paliotti

Vittorio Paliotti (scrittore e giornalista), autore dell’interessantissimo Storia della camorra, riporta il rito, presente da sempre nelle carceri napoletane, dell’olio per la Madonna.

In ciascuna stanza delle varie carceri, pendeva da una parete, un quadro della Vergine, costantemente illuminato, davanti al quale i camorristi, anche i più feroci, si inginocchiavano ogni mattina ed ogni sera […]
La tassa per l’acquisto dell’olio con cui tenere acceso il lumino dinanzi al quadro, aveva un carattere simbolico. Il nuovo venuto, nel momento stesso in cui pagava, accettava anche di lasciarsi sfruttare per tutto il tempo in cui sarebbe rimasto in carcere […]

Insomma, il principio dell’olio della Madonna rappresentava la conferma dell’autorità mafiosa all’interno del carcere.

Questa usanza, secondo il Paliotti, risale a tempi antichi.

E non solo il Regno d’Italia ma anche la Repubblica Italiana subirà, proprio nelle carceri, i maggiori attacchi dalla camorra carceraria.
Il boss Raffaele Cutolo, fin dalla metà degli anni Settanta, imperò sulla Nuova Camorra Organizzata da una cella di un carcere di massima sicurezza.

Ed il cerchio si chiude.

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Il carcere oggi

Il mal di schiena non mi abbandona, il divano inizia ad essere scomodo.
Mentre cerco la posizione migliore, il canale salta ed Il camorrista di Giuseppe Tornatore scompare nell’instabilità del digitale terrestre.

Poco male, il film viene riproposto con insistenza, lo recupero domani.

Mi alzo dal divano con la fatica di chi deve sollevare duecento chili sulla schiena.

Mentre mi riprendo, nella mente viaggia l’amara riflessione: le due testimonianze sono prove storiche di ciò che accadeva ieri, oggi, invece, dietro le mura del carcere di Poggioreale, cosa succede?


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Le scale (im)mobili su Vivere, il giornale del CDN

Il fascino della carta stampata?

Dal web al giornale.
Il post Scale mobili al Centro Direzionale: cosa accadrebbe dopo il tocco magico della Fatina? è stampato nero su bianco, a pagina 7 del numero di novembre di Vivere, il mensile di informazione del Centro Direzionale di Napoli.

L’ammetto: toccare un mio articolo, avere tra le mani un pezzo di carta sul quale sono impressi i pensieri tramutati in parole, mi stupisce sempre.

E anche stavolta, leggo e rileggo il pezzo, e sorrido soddisfatto.

Il mio articolo sulle scale (im)mobile del Centro Direzionale di Napoli su Vivere

Un ringraziamento a Vivere

Il giorno dell’uscita del numero di novembre (distribuito gratuitamente nelle edicole, negozi e bar del CDN ), in ufficio ricevo una busta con varie copie del giornale.

Sfoglio ed a pagina 7 trovo l’articolo.

Un pensiero davvero gentile (e gradito).

Ringrazio pubblicamente il Direttore e la Redazione per l’attenzione e la premura.

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Contro ciò che «normale» non è

Immagino i mille volti dei Lettori.

Con il giornale tra le mani, durante un caffè, in metropolitana o nella pausa pranzo, scorrere gli occhi tra le righe del periodico.

La foto delle indecorose scale (im)mobili che ogni giorno loro stessi osservano, magari attraversano indifferenti, assuefatti allo stato di incuria nel quale versano, cattura lo sguardo.

Meditare del perché tale opera sia in uno stato di abbandono, a chi tocca pulirle, perché non sono state protette, riparate e messe in funzione.
Di chi la responsabilità di tale scempio?

Quesiti scontati privi di risposte razionali.

Ecco, questo è il punto: evitare di accettare come «normale» ciò che normale non è.

Pensare che, tale concetto venga condiviso con i tanti lettori di Vivere, mi inorgoglisce.
E se anche uno solo di loro riflette, si scuote e torna a scandalizzarsi difronte il degrado delle scale (im)mobili, il nostro piccolo, grande obiettivo sarà raggiunto.

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Scale mobili al Centro Direzionale: cosa accadrebbe dopo il tocco magico della Fatina?

Scale mobili al CDN: l’incantesimo della Fatina

Per un istante, immaginiamo di vivere nel paese dei balocchi.
Con un tocco della bacchetta magica, la Fatina dagli occhi blu riporta in perfetto stato le devastate scale (im)mobili del Centro Direzionale di Napoli.

Poi, con un dolce sorriso, dietro una cascata di capelli biondi, osserva risplendere la sua opera.

Con un delicato movimento dell’occhio destro, la Fatina lancia l’incantesimo e tutte le moderne, silenziose, immacolate scale mobili del Centro Direzionale di Napoli iniziano a muoversi!

Le scale mobili al Centro Direzionale di Napoli sono mai entrante in funzionato?

Scale mobili al CDN: il giorno dopo l’incantesimo

Il giorno dopo il miracolo, cittadini ed Istituzioni si pongono due semplici domande:

  • come le proteggiamo dai delinquenti pronti a smantellare l’opera in mille pezzi e depredare le scale fino all’ultima molecola?
  • a chi tocca manutenere, pulire e riparare eventuali imprevisti?

Nemmeno la Fatina dagli occhi blu possiede le giuste risposte a tali, elementari quesiti.

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Scale mobili al CDN oggi

Affermare «non funzionano» è riduttivo.
Al Centro Direzionale di Napoli le scale (im)mobili sono vandalizzate, sventrate, sporche, abbandonate.

Però un dubbio banale sorge spontaneo: perché le varie scale (im)mobili, utilizzate da moltissime persone ogni giorno, non sono (almeno) pulite?

Temo di conoscere la risposta, persa nei meandri della burocrazia malata: non è possibile stabilire a chi compete spazzare / lavare / disinfettare tali zone.

Gli operatori ecologici lavorano in superficie – le scale (im)mobili, non rientrano nella loro area di competenza – mentre alla società di servizi del Comune discutono in quale commissione dovranno discutere il problema … e trascorrono i secoli …

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Scale mobili del CDN, in attesa della Fatina

In attesa del miracolo, occorre reagire per superare le paure che attanagliano le decisioni: le Istituzioni riqualifichino le scale mobili del CDN!

Così, quando arriverà la Fatina dagli occhi blu, non ci giudicherà un popolo di assuefatti.
Muoverà la bacchetta magica per ricordare a tutti noi che le scale mobili del Centro Direzionale di Napoli sono una anomalia.

Il degrado sotto gli occhi di tutti, una realtà inaccettabile, un monumento all’incuria al quale non dobbiamo abituarci.
Mai.

Un concetto basilare da ricordare sempre.
Soprattutto il giorno dopo l’incantesimo della Fatina dagli occhi blu.


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El Cafesino, buon primo compleanno!

El Cafesino, auguri!

El Cafesino compie un anno.
Andrea ed Erika, genitori felici, festeggiano orgogliosi.
Fieri della giovane creatura, offrono caffè e pasticcini agli amici.

L’evento mondano non passa inosservato agli occhi attenti del sottoscritto, reporter on the road del Centro Direzionale di Napoli.

L’inchiesta scotta – come il buon caffè di Andrea.
Perché la data di nascita di El Cafesino è la prova schiacciante: si tratta di un chiaro caso di destini incrociati.

Erika, moglie di Andrea e mamma de El Cafesino

El Cafesino e Maticmind

Gennaio 2016, nasce Maticmind Napoli
Poco distante, i vagiti di El Cafesino attirano la nostra attenzione, novelli abitanti dell’isola G6.

Soffia il vento di febbraio, cade la pioggia pazzarella di marzo, ci scongeliamo con il primo, dolce sole di primavera, cerchiamo refrigerio dal caldo torrido d’estate.
Insieme ad Andrea, Erika ed i ragazzi dello Staff, trascorriamo le nostre pause di lavoro: al bar, sempre disponibili, ad ogni stagione, pronti a rifocillarci.

E’ trascorso il primo anno.
Volato via tra mille novità.
Andrea Petringolo, emozionato, ringrazia e saluta da dietro al bancone – come sempre.

La giovane famiglia guarda avanti: il tempo di un brindisi e poi si torna a sfornare caffè per tutti i gusti.

Andrea Petringolo, papà de El Cafesino

Lo Staff

Dietro ogni successo, opera sempre una squadra coesa.

Uno scatto per immortalare i collaboratori di Andrea ed Erika: Stefany, Cosmin, Francesca (manca all’appello l’altra Francesca).

Sono – a tutti gli effetti – parte essenziale della grande, giovane famiglia di El Cafesino.

El Ccafesino, lo staff

Niente «mostri», oggi si festeggia!

Oggi (9 gennaio) è un giorno di festa.
Niente «mostri» da combattere, amici  Lettori, c’è da festeggiare un compleanno.

Depongo lo smartphone nel taschino, mi accomodo, gusto un un buon caffè.
Da El Cafisino, ovviamente 🙂

El Cafesino, il bar al Centro direzionale isola G7


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Andrea Petringolo, il mondo visto da dietro il bancone. Del suo bar

Andrea Petringolo, al di là del bancone

Andrea Petringolo è il proprietario del EL CAFESINO, il bar che ogni mattina accoglie e ricarica gli impiegati dell’isola G7, al Centro Direzionale di Napoli.

Senza il caffè di Andrea, la macchina lavorativa non va in moto.

Da dietro al bancone del suo elegante locale, Andrea osserva l’esercito di lavoratori sorseggiare la bevanda (rigorosamente servita in tazzine bollenti), dibattere con ardore sui temi di attualità, filosofeggiare sulla Vita, sognare un futuro migliore … fino al fatidico «andiamo?» che spezza i viaggi e riporta gli impiegati alla dura realtà.

Tra i tanti frequentatori, c’è il sottoscritto.

Andrea Petringolo e lo staff de EL CAFESINO (Centro Direzionale di Napoli, isola G7)

Il bancone del bar, lo spartiacque

I ruoli sono netti, separati da un confine preciso: il bancone del bar.

Da un lato: i clienti.
Sulla sponda opposta: il barista.

Noi, in sosta per una breve pausa, pronti a riprendere il perenne movimento.
Lui – insieme alla moglie e le cordiali collaboratrici – professionista del ristoro ed attento osservatore del frenetico mondo oltre la frontiera.

Il medesimo schema si ripete in mille altri bar della penisola: nei pressi di un ufficio, un altro Andrea Petringolo serve il buon caffè, registra i soliti discorsi dei clienti, interviene se coinvolto, ascolta lo sfogo del malcapitato di turno, sorride ed incoraggia, congeda i clienti con un caloroso «arrivederci».

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L’intervista

D: Andrea, ogni giorno, da dietro al bancone, contempli l’esercito di impiegati bere il caffè, discutere, salutare, fuggire. Che esseri strani siamo diventati?
R: osservo una generazione frenetica, non ci godiamo nemmeno la pausa caffè.
Vi scruto mentre ordinate, impazienti già alla cassa.
Scalpitate, il tempo è tiranno, sempre di corsa, vittime dei ritmi forsennati, bere il caffè e scappare … fino alla successiva pausa.

D: intere giornate trascorse al di là del confine: Andrea, il bancone del tuo bar – la linea tra il tuo mondo ed il nostro – ti rende prigioniero?
R: mi piace il mio lavoro, anche se qualche volta desidero evadere, vivo bene dietro al bancone. Amo viaggiare ma non mi sento prigioniero del mio locale.
A volte penso che conoscere i miei clienti è come un viaggio, dopotutto ogni persona è un pianeta da scoprire.

Il mondo dietro al bancone

D: raccontaci il tuo mondo, il mondo dietro al bancone
R: al di qua del confine, c’è un mondo con ritmi opposti ai “vostri”. Salto dietro al bancone alle 6.30 ed esco verso le 18,30. L’ora di punta è la mattina verso le otto e l’ora di pranzo.
Notate che il mondo dietro al bancone è in fermento quando voi altri vi fermate. Direi che siamo sincronizzati, come una squadra che fa i turni: voi finite e noi iniziamo pronti ad accogliervi, poi tornate al lavoro e noi impegnati a riordinare il locale. Verso le sedici cala un un po’ pace e finalmente tiriamo un sospiro di sollievo.

D: dietro al bancone, quanti siete ?
R: il numero è variabile, dai quattro ai sei abitanti, metà uomini e l’altra metà donne. Nel nostro, a differenza del mondo reale, rispettiamo le quote rosa.
Sottolineo che le mie giovani collaboratrici sono aiutanti preziose e fondamentali e senza di loro la vita dietro al bancone sarebbe impossibile.
A volte litighiamo – anche dietro al bancone la convivenza è difficile! –  con l’unico obiettivo di ottenere il massimo per la soddisfazione dei clienti.

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Quella volta del folle con la pistola …

D: dal tuo punto di vista privilegiato, studi il viavai continuo di uomini e donne sempre di corsa: storie particolari da raccontare?
R: lo scorso luglio un folle con pistola diffuse il terrore al Centro Direzionale. Le persone spaventate dai recenti attentati pensarono subito al peggio.
Per fortuna si trattò solo di un disperato che fu disarmato ed arrestato dalla Polizia. Oggi basta un nonnulla per generare panico.
Comunque, anche noi da dietro al bancone, vivemmo la tensione del momento.

D: Andrea, il barista – come ogni lavoro al contatto col pubblico – deve saper relazionarsi con chiunque: è questa la maggior virtù di chi vive dietro il bancone?
R: cerco sempre la soddisfazione del clienti perchè il prodotto offerto è curato in ogni minimo dettaglio.
Ad esempio, per il compleanno o eventi speciali, decoriamo i cappuccini ed i caffè con il disegno di un cuore o uno smile. Sono gli auguri personalizzati di chi vive da dietro al bancone!
A volte devo avere anche molta pazienza soprattutto con i clienti tifosi della Juventus! Ci prendiamo in giro con simpatia e sempre in amicizia.

El Cafesino, Centro Direzionale di Napoli, isola G7

L’augurio di Andrea

D: Andrea, quando sei tu il  cliente in un altro bar, scruti il bancone del tuo collega: quali dettagli distinguono un buon bar da un locale qualsiasi?
R: il primo particolare è l’igiene. La pulizia del bancone e la professionalità del collega sono l’indice della qualità del bar e quindi del caffè.
Poi, un caffè può piacere o meno a secondo del gusto (chi preferisce caffè stretto, chi macchiato, altri lungo).
Comunque, non tutti i banconi sono uguali!

D: chiudiamo questa breve chiacchierata con un ultimo messaggio: come la sentinella del faro osserva il mare, tu da dietro  al tuo bancone guardi le nostre vite. Forza, invia un messaggio al resto del mondo!
R: ho inaugurato il locale il 7 gennaio, lo stesso giorno che arrivaste voi di Maticmind al CDN. Una fortunata coincidenza vero?
Ci stiamo conoscendo giorno dopo giorno …
Auguro a tutti una situazione personale e lavorativa al top!
Per andare sempre avanti nella vita.
Magari insieme, sorseggiando con calma un buon caffè.

Ringrazio Andrea Petringolo per l’intervista.
Se capitate all’isola G7 del Centro Direzionale di Napoli, recatevi al EL CAFESINO.
Vi attende il buon aroma del caffè napoletano ed Andrea  pronto ad accogliervi.
Dietro al suo bancone, come sempre.


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1998-2016: quanti siamo al Centro Direzionale di Napoli?

La percentuale misteriosa

Dopo i colpi inflitti dalla crisi economica, oggi al Centro Direzionale di Napoli, quanti uffici sono davvero utilizzati?

Venti per cento? Settanta? Novanta?
Percentuali ignote.

1998: l’ingresso nella New Economy!

E’ il 1998, al Centro Direzionale spuntano startup come funghi.
Da giovane neolaureato, cerco il primo lavoro ufficiale.

Siamo nel bel mezzo della bolla informatica: c’è da spremere il business dell’anno 2000 e l’arrivo dell’Euro.

Assunto in “prova” in una piccola azienda dell’Information Technology partenopeo, foraggiato da un ridicolo rimborso spese, digito entusiasta le prime righe di codice.
Sono «in formazione», termine culturale per nascondere l’amara verità: sfruttamento di giovani cervelli.

Felice e sottopagato, anche il sottoscritto entra di diritto nella new economy napoletana!

2016: ancora al Centro Direzionale di Napoli

Diciotto anni di corsa tra le autostrade digitali, poi i drammatici ultimi giorni di HP Pozzuoli, infine il ritorno nel luogo dove tutto iniziò.

Con occhi meno romantici di ieri e qualche filo d’argento in più tra i capelli, osservo ancora i grattacieli del Centro Direzionale.

Mille celle incastonate in un alveare di uffici.
Un esercito di lavoratori chiusi in gabbie operano laboriosi.
Almeno all’apparenza.

Perché girando per le varie stradine, noto innumerevoli locali abbandonati.
Insegne di ex banche corrose dal tempo, loghi sbiaditi di importanti società, finestre sempre chiuse, molte delle mille startup non esistono più mentre bar e ristorantini «aprono e chiudono» con esagerata disinvoltura.

Con uno scatto degno di quel lontano e glorioso 1998, salto sul muretto.
Qualche istante per riprendermi dallo sforzo, ritrovo l’equilibrio ed oltre la siepe osservo il canyon artificiale tra i condomini di altezze diverse.

Prendo lo smartphone tuttofare dalla tasca posteriore del jeans.
Metto a fuoco.
Scatto la foto.

Un nuovo balzo felino e ritorno con i piedi per strada.
«Et voilà, sono sempre un giovincello» ridacchio silenzioso mentre una fitta di dolore si fa spazio lungo la schiena.

Centro Direzionale di Napoli: palazzoni ed uffici pieni o vuoti?


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Su Vivere, i grattacieli onirici del CDN

La rassegna stampa

Maniche della camicia rimboccate, sguardo concentrato, lettura attenta.
Confronto i due articoli pubblicati su Vivere, il mensile di informazione del Centro Direzionale di Napoli.

A marzo lo stupore per Il mio «muro di Poggioreale», questo mese la soddisfazione per il più onirico tra i miei post.

Su Vivere,il mio post onirico sui grattacieli del Centro Direzionale

Vivere di aprile, il mio post onirico a pag. 7

Le macchine in continuo movimento macinano pagine, i segugi della Redazione in giro per il mondo (anzi, per il Centro Direzionale) alla ricerca di scoop, il giornale aperto fino all’istante conclusivo per afferrare la notizia dell’ultima ora.

La vita di noi giornalisti del ventunesimo secolo è ardua ma il dovere del cronista non conosce pause.

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Se i grattacieli non sono poi così alti

Tra interviste all’edicola storica ed il proprietario del nuovo bar, le promesse del Sindaco per la riqualificazione dell’intera area e la seducente signorina di una nota agenzia immobiliare, a pagina sette spunta il mio secondo articolo.

Il nuovo ufficio, lo smarrimento dei primi giorni nel labirinto di isole prive di indicazioni, lo stupore svanito ed il ricordo in bianco e nero dell’Edenlandia scaturito dal profumo proveniente da un bar.

Non spendo ulteriori vocaboli, Se i grattacieli non sono poi così alti non va spiegato perché tra le parole scritte o sognate, il Lettore troverà ciò che la sua immaginazione conserva in un angolo remoto della mente.

Basta crederci 🙂


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