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Tag: ecologia (Page 2 of 3)

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, di Luis Sepulveda (recensione)

Perché leggerlo

Sepulveda lancia un messaggio (ecologico) contro la colonizzazione selvaggia dei gringos, in difesa della foresta e dei suoi abitanti.
Scritto con uno stile pulito, i capitoli scorrono veloci come il grande fiume, ogni pagina è un attestato d’amore per gli indios shuar, il popolo che vive in simbiosi con la natura rispettandone tempi e regole.

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore è un romanzo intenso, veloce ed attraverso gli occhi dei personaggi scopriremo un antico ed indimenticabile pezzo di Amazzonia.

Luis Sepulveda

La storia

Amazzonia, teatro del sottile equilibrio tra uomo e natura.
Il vecchio Antonio José Bolivar è l’uomo assoldato dall’irrispettoso sindaco del piccolo villaggio per cacciare un feroce animale assetato di rabbia, colpevole di inspiegabili uccisioni.

Nella solitudine della sua capanna, in riva al grande fiume, il vecchio ama leggere i romanzi d’amore e cerca la pace smarrita dopo una vita avventurosa.

L’uomo (bianco) salvato dagli indios ha imparato i segreti della foresta ed il rispetto per la natura.
Affronterà la belva per giungere all’amara verità.

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Raccolta differenziata: se applicassimo il modello Scampia?

Scampia, raccolta differenziata al 75%

Scampia, da quanto leggo in Rete, è il quartiere di Napoli con la maggior percentuale di raccolta differenziata (porta a porta).
La ragguardevole cifra si assesta al 75%, più di Posillipo, Bagnoli e Chiaiano (fermi intorno ad un importante 70%).

Nel quartiere a nord di Napoli lo spazio non manca: strade larghe (oramai sgombre dai fastidiosi e sporchi bidoni dell’immondizia), ampi parchi ove posizionare i cassonetti dei rifiuti, facilità di manovra dei mezzi e degli operatori ecologici addetti alla raccolta.

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Napoli è ferma al 30%?

Rivolto come un calzino il sito ufficiale dell’ASIA ma non trovo i dati relativi alla raccolta differenziata in città.

Indago, esploro, esamino, frugo e rovisto il web in cerca della trasparenza sempre annunciata e mai realizzata: la sezione Home » Azienda » Trasparenza dall’azienda dei servizi igienici ambientali è ancora un cantiere aperto:

Per informazioni sull’amministrazione trasparente di ASIA vi invitiamo a visitare la sezione albo dei fornitori.
Intanto vi comunichiamo che stiamo lavorando alla raccolta delle informazioni necessarie alla costruzione della sezione trasparenza.

Google pesca notizie e grafici aggiornati al 2014 che confermano la crescita dei numeri a Napoli (ed in generale in Campania) ma nessun link ufficiale.
Sul sito ASIA, becco un comunicato con i dati di gennaio 2012: Scampia al 73,7% e Posillipo a 71,8% (fonte)

Scampia la raccolta differenziata porta a porta al 74% (2012)

Scampia, la raccolta differenziata porta a porta al 74% (2012, fonte ASIA Napoli)

 

Quantità significative a dimostrazione che, in ogni quartiere di Napoli, se parte la raccolta differenziata porta a porta ed è ben organizzata, il cittadino acquista fiducia, compie appieno il suo dovere con il conseguente raggiungimento degli eco-obiettivi attesi.

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Quando il porta a porta in tutta Napoli?

Se i numeri di Scampia fossero estesi ad ogni angolo della città, scatterebbe una rivoluzione ambientale capace di stravolgere i comportamenti quotidiani dei napoletani, migliorare il decoro urbano con il sospirato addio ai cassonetti Open H24, cancellare per sempre le immagini dell’emergenza rifiuti e l’incubo delle aperture di nuove discariche-inutili-buchi-da-riempire.

Dopo anni di parole e promesse, le Istituzioni quando annunceranno l’avanzata dei mini-cassonetti marroni dell’umido in ogni casa partenopea?

L’assenza di risorse è un alibi miope smontato dagli esemplari numeri di Scampia.

Perché l’ASIA non divulga i dati aggiornati sulla raccolta differenziata?
Per non ammettere il successo del porta a porta ed evitare gli inevitabili investimenti?

Se si applicasse il modello Scampia all’intera città, in breve Napoli raggiungerebbe la soglia del 70% di raccolta differenziata.
Un’idea «mostruosa» oppure elementare, dipende dai punti di vista.


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Napoli, vogliamo i cassonetti chiusi [PETIZIONE]

I cassonetti della spazzatura sempre scoperti?

In fila per sei, per quattro, a coppia o da solo, a Napoli il cassonetto della spazzatura è sempre aperto.

Stavolta desidero andare oltre il semplice post informativo e, per raggiungere l’obiettivo, mi lancio in un’inchiesta on the road.

Viaggio in auto ed osservo con attenzione: da corso Vittorio Emanuele fino a viale Kennedy (una decina di kilometri cittadini) i cassonetti della spazzatura sono tutti scoperti, con la copertura mestamente di lato ed il putrido contenuto lasciato sotto gli attacchi delle intemperie.

Immortalo il prototipo del cassonetto napoletano open H24.

Perchè a Napoli i cassonetti della spazzatura restano sempre aperti?

Anomalia napoletana

Con la pioggia o la calura estiva, il bidone dopo essere stato svuotato, non viene richiuso dagli operatori ecologici (e pulito? Utopia …)

L’estrema disponibilità è un invito al quale, molti cittadini partenopei, non resistono e l’apertura H24 autorizza chiunque a gettare i rifiuti senza rispettare gli orari prestabiliti.

E così, dopo anni di anormalità, la pessima abitudine è divenuta quotidianità: il cassonetto sempre aperto non scandalizza più nessuno, risulta un’anomalia nostrana alla quale siamo assuefatti.

Domanda: anche nelle altre città italiane accade? E a casa nostra, chiudiamo il cestino dell’immondizia?
Dubbi apparentemente innocenti che nascondono una malsana abitudine.

La petizione

Anche a Napoli, dopo lo svuotamento, pretendiamo la chiusura dei cassonetti.

A ben riflettere, è una richiesta ovvia quanto assurda, una necessità per rispettare le minime norme igieniche e non lasciare i rifiuti marcire al sole d’agosto o innaffiati dalle piogge invernali.

All’ASIA NAPOLI sembrano aver dimenticato questa norma elementare, ricordiamolo con mille firme.

FIRMA LA PETIZIONE DA INVIARE ALL’ASIA ED AL SINDACO DI NAPOLI

Bike sharing Napoli, ho provato il servizio. Ecco come è andata

«Scusate, ma è gratis?» mi chiede incuriosito un signore in giacca e cravatta mentre consegno la bici alla ciclostazione di via Toledo.
«Sì è gratis per trenta minuti. Però bastano» annuisco.
Aggancio il mezzo, attendo il messaggio di conferma sul display della stazione e vado via soddisfatto.
Ho completato il mio primo giro utilizzando il servizio di bike sharing Napoli.

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Il ritiro (tramite app)

Napoli, piazza Dante – domenica 15 febbraio, ore 11,00.
L’app ufficiale non mente: sono disponibili due biciclette e difatti, bloccate nella stazione, due veicoli attendono fiduciose.
Impiego pochi istanti per capire il funzionamento.

Apro l’app Bike Sharing Napoli installata sullo smartphone:

– clicco su Stazioni
– seleziono Piazza Dante
– clicco su Preleva bici
– sullo schermo del cellulare, viene visualizzato un codice numerico di cinque cifre
– vicino il mezzo scelto, pigio il bottone Sblocca ed inserisco il codice fornitomi via cellulare
– il sistema verifica la correttezza dei dati e poi visualizza un messaggio di conferma
– il gancio che tiene bloccata la bici si apre
– ritiro la bici ed inizio a pedalare

Bike sharing Napoli, la ciclostazione di piazza Dante

 

La bici

Bike sharing Napoli, la bicicletta La bici è in buone condizioni.
Un simpatico cartello posto nel cestino davanti al manubrio ricorda di essere prudenti.
D’altronde, il mezzo non è una bike da montagna e nemmeno da corsa ma piuttosto una bici per una tranquilla passeggiata cittadina.
Trovo difficoltà solo per le marce: non capisco l’uso del cambio. Per ora lascio perdere, indagherò in futuro. Verifico l’uso dei freni: funzionano entrambi.
La sella è standard, dovrei regolare l’altezza ma per questo primo giro desisto e parto.

 

Il viaggio

Impiego quattro minuti per percorrere via Roma, da piazza Dante fino alla stazione della metropolitana di via Toledo.
Favorito dalla leggera discesa e dal traffico quasi nullo, pedalo senza sforzo. Le uniche difficoltà sono legate alle condizioni della strada, dalle buche e dall’assenza di una vera pista ciclabile.
La folla di pedoni non aiuta ma non incontro particolari difficoltà.
La passeggiata è piacevole, rilassante: un modo alternativo, pulito, salutare ed efficace per spostarsi in città.

La consegna

Giunto a via Toledo, aggancio la bici alla ciclostazione e clicco sul bottone di blocco.
Dopo pochi istanti, il veicolo risulta perfettamente collocato e disponibile per un nuovo utilizzo.
Sul display del mio cellulare, i dati della sessione risultano aggiornati (sono trascorsi sedici minuti da quando ho ritirato la bici al momento in cui l’ho consegnata).
Nessun imprevisto, tutto è filato liscio.

Non mi resta che invitarvi a salire in sella e pedalare: il servizio di bike sharing è realtà anche a Napoli.

Bike sharing Napoli, consegno la bicicletta a via Toledo


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In Svizzera c’è più sole che a Napoli

Nel 2004 il matrimonio natalizio del mio amico scapolone-da-sempre necessita di un look adeguato e costretto dall’unicità dell’evento acquisto un elegante cappotto nero in puro cashmere,
Nei successivi dieci anni – statistiche alla mano – indosso il costoso soprabito zero volte.

A Napoli le temperature polari sono assenti.

Nella stagione più fredda me la cavo con un giubbotto e se la colonnina di mercurio crolla, indosso un cappello per l’emergenza. Nei momenti critici di pioggia, vento e freddo dall’armadio tiro fuori il jolly: lo scaldacollo ufficiale del Calcio Napoli.

Il sole riscalda le nostre terre per trecentosessantacinque giorni l’anno eppure i pannelli solari installati sui tetti delle abitazioni private sono più rari degli scudetti vinti della squadra azzurra.
Senza temere clamorose smentite (purtroppo), posso affermare senza esitazione:

a Napoli, sono più frequenti le nevicati che il numero di impianti fotovoltaici pubblici.

Il mistero resta tale: perché nel paese del sole non si creano sistemi per produrre energia rinnovabile da fonte solare?

Chiasso impianto solare

Il mio amico-scapolone quest’anno festeggia i dieci anni di felice vita matrimoniale.
Oggi vive in Svizzera e dall’esterno osserva il Bel Paese con gli occhi razionali tipici di chi, uscito dal gruppo, valuta il contesto senza essere coinvolto.

A noi, cittadini italiani, appare normale l’assenza di pannelli solari perché siamo assuefatti alla mancanza secolare di una intelligente politica ambientale.

Eppure – da profano – la rarità di impianti fotovoltaici pubblici (e privati) in Italia la reputo scandalosa.

Dunque, quale sensata risposta merita l’amico svizzero che, ingenuamente, chiede:

un fiore dai petali gigante con i pannelli solari che girano inseguendo il sole e la notte il fiore si chiude e si ripone, all’alba si riapre automaticamente.
E’ stato installato in una delle rotonde principali del mio paesino con pochissime migliaia di abitanti ad 1km dall’italia … perchè non farlo anche nella nostra bella penisola, il paese del sole?
Ti invio due foto, è un «mostro» valido?

Sì, caro amico: il tuo «mostro» è valido.

Chiasso impianto solare

Link utili: Un fiore solare spunta a Chiasso

Come ridurre i rifiuti usa e getta (in plastica)

«Mario, ti andrebbe un mezzo tea?».
Sono le undici di una qualsiasi mattinata lavorativa e da due ore sono concentrato con lo sguardo immerso nel monitor. Nella foresta di righe di codice sparse per la Rete, i bug spuntano come funghi e minacciano le malridotte autostrade digitali italiane. A me tocca riparare queste infide buche (nessuna medaglia, è il mio lavoro).

La pausa del dipendente-modello si consuma nell’agorà dell’ufficio: il distributore di bevande, la macchinetta del caffè, lo sgancia-merendine-avvelenate.

Osservo i miei colleghi: riuniti in piccoli fedeli gruppi, digitano il codice sulla bottoniera del bar automatico, richiedono la sbobba, il «mostro» sputa il liquido da bere in quel maledetto bicchiere di plastica che, dopo un minuto di sorseggi svogliati ed una mezza chiacchiera sul tempo, con un gesto distratto finisce nella montagna indistruttibile di rifiuti di plastica presenti nel cestino stracolmo.

La montagna di rifiuti usa e getta

E’ il trionfo dell’usa-e-getta, il regno degli scarti superflui, la condanna dell’ambiente, l’eutanasia delle regole intelligenti del vivere comune.

Per combattere questa impari eco-battaglia, mi sono attrezzato con due elementari armi: una borraccia stile ciclista da riempire ogni mattina con acqua corrente e riusare ogni giorno per i prossimi anni ed una tazza “Mind the gap” acquistata anni addietro a Londra come souvenir.

Invece di attendere le conseguenze positive del trattato di Kyoto e le importanti decisioni dei grandi della Terra riuniti in summit negli alberghi a sei stelle, il sottoscritto – da subito – preferisce compiere piccoli gesti quotidiani di indubbia importanza. Perché se i cento dipendenti di un qualsiasi ufficio seguissero il mio (modesto) esempio, ogni benedetto giorno eviteremmo di diffondere nell’ambiente innumerevoli bottiglie e bicchieri di plastica, immondizia da smaltire e materiale indigesto per il nostro obeso Pianeta.

Perché è fondamentale differenziare ma è ancora meglio non produrre alcun tipo di rifiuto.

Le mie armi contro i rifiuti usa e getta, per combattere l'abuso di plastica

Gianluca Galletti, il Ministro dell’Ambiente favorevole al nucleare

Gianluca Galletti, il Ministro di Renzi

Giudico un Governo dall’attenzione che pone nei confronti dei temi legati all’ambiente perché tutelare il territorio impone – da parte dello Stato – controlli ed investimenti per il bene comune e – per il cittadino – educazione civica. In Italia, l’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle: difendere l’ecosistema significa impegnarsi nella lotta contro la criminalità organizzata (per fermare tutti i tentacoli malati della piovra).

Dunque, aspettavo con curiosità la nomina del nuovo Ministro per l’Ambiente e la tutela del territorio e del mare indicato dal Premier Matteo Renzi.

Navigo sul sito del Governo: Home -> Governo -> Ministri e Ministeri -> Ministri e leggo: Gianluca Galletti.

Gianluca Galletti, il ministro dell'ambiente favorevole al nucleare

Favorevole al nucleare?

Non riesco a collegare questo nome con nessuna battaglia ecologica.
Cerco sul web, spero di beccare almeno una eco-dichiarazione del ministro del tipo: «sono contro la strage dei delfini nella baia di Taiji» ma nulla.

Anzi, sulla pagina di Wilipedia viene riportata una frase di un’intervista del 2010 nella quale «si dichiara favorevole alla localizzazione della produzione di energia nucleare in Emilia Romagna purché il sito sia considerato sicuro e conveniente».

Non proprio un bel biglietto da visita ma non demordo.

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Il Curriculm

Gianluca Galletti, nel precedente Governo Letta ricopriva la carica di sottosegretario all’Istruzione e quindi il suo curriculm è on-line.

Laureato, commercialista, consigliere comunale, componente dell’Alta Commissione di Studio e via discorrendo: per carità, tutte cariche altolocate ma nessuna esperienza con un qualsiasi tema legato all’ambiente.

Ed io che, per questo dicastero, sognavo un’anima verde, un uomo di Greenpeace, un ecologista convinto, un amante della Natura, un eco-guerriero insomma … mi ritrovo con un preparatissimo burocrate.

Seguono dubbi e perplessità: con quale criterio vengono scelti i ministri?

In attesa di scoprire se il Ministro dell’Ambiente sia (almeno) socio WWF, gli consiglio una passerella nella martoriata Terra dei Fuochi.
Una promessa di bonifica in diretta televisiva fa sempre curriculum.


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L’ergastolo (come è andata a finire)

Carassius Auratus condannato all’ergastolo

E’ rinchiuso ventiquattro ore al giorno in una gabbia senza aria, grande quanto una vasca.
E’ stato condannato all’ergastolo da un non noto tribunale dell’Asia orientale ed ora, senza appello, deve scontare la sua ingiusta pena.

Non ha diritti, nessuna organizzazione non governativa tutela la sua causa, i media non sono interessanti ad approfondire questa ordinaria prepotenza che si consuma silenziosamente in ogni angolo del mondo, anche nelle case di insospettabili famiglie «per bene».

Costretto a vivere la sua infelice esistenza in una cella disumana, è privato totalmente della libertà.

E’ il Carassius auratus, un nobile nome scientifico per indicare una razza bistrattata e sottovalutata, i comuni pesciolini rossi.

Carassius Auratus condannato all'ergastolo

Libertà per Abramo

Il nostro piccolo Abramo è uno dei pochi fortunati, ha goduto dell’indulto ed oggi è un pesciolino libero.

Io ed il mio pargoletto l’abbiamo scarcerato in una dolce mattina di primavera nella grande fontana della villa Floridiana di Napoli con una solenne cerimonia alla presenza di tanti altri bambini, spettatori curiosi ed attenti.

Un lungo tuffo dalla piccola prigione casalinga  fin dentro il laghetto del parco, in compagnia di tanti altri suoi simili e di piccole tartarughe, ramoscelli,  foglie e piante acquatiche.

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Come è andata a finire

Periodicamente andiamo a fargli visita.
«Papà, guarda Abramo è cresciuto!» urla mio figlio (6 anni al momento che scrivo) appena scruta un pesciolino rosso nuotare nella grande fontana.
«Visto come è felice quì?» gli rispondo come un adulto sicuro di aver preso la giusta decisione.

Però, se ben ricordo, forse la storia non è andata proprio così, forse quella dolce mattina di primavera Abramo viaggiò verso il Paradiso dove riposano tutti gli Animali e questo happy-end immaginario fu la risposta alla domanda ingenua che pose il nostro marmocchio quando scoprì l’acquario casalingo vuoto: «papà, mamma dove è Abramo?».


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I (falsi) motivi per amare la pioggia

Pioggia, gli aspetti positivi

Napoli piove ininterrottamente da due giorni, nulla di catastrofico sia ben chiaro ma comunque le secchiate d’acqua incessanti prima o poi ti inzuppano i piedi.

Non fosse altro per il traffico impazzito, la sosta selvaggia dei genitori apprensivi intenti ad accompagnare il pargoletto con l’auto fin dentro la scuola e gli innamorati iperprotettivi pronti a tutto pur di proteggere dall’umidità la messa in piega della fidanzatina, accetterei di buon grado il nubifragio di questo periodo.

Perché la pioggia ha i suoi aspetti positivi che – nonostante l’ombrello distrutto da una maligna folata di vento – vorrei evidenziare.

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Chiedete al proprietario di un SUV

La pioggia lava tutto: le vie cittadine mai abbastanza pulite, il marciapiede infestato dagli escrementi canini, l’auto ricoperte di polvere ma soprattutto le scarpe dell’incauto pedone costretto a destreggiarsi tra fiumi in piena a bordo strada e violente cascate che cadono dai balconi dei palazzi.

Perché beccarsi un acquazzone (con o senza ombrello è lo stesso) mentre ci si reca a lavoro con i mezzi pubblici è davvero l’ideale: è vero che poi seguirà un’intera giornata fuori casa con i piedi ghiacciati ed i calzini umidi ma – se prestiamo la giusta attenzione – osserveremo come le nostre scarpe siano diventate improvvisamente nuove.

Merito della pioggia (lavaggio gratuito peraltro).

Oltre a questo vantaggio per le masse bagnate, il vero motivo per amare un salutare e duraturo rovescio ve lo potrà confidare solo il proprietario di un SUV metropolitano.

Perchè amare la pioggia?

Perchè il SUV in città?

Intendo proprio quegli enormi «mostri» che imperversano tra le strette vie comunali, macchinoni inquinanti usati per brevi spostamenti urbani, rumorosi carri armati impossibili da parcheggiare nelle affollate città moderne.

Perché se posso comprendere l’uso di queste costose auto in estrema campagna oppure in montagna dove nevica e impazza la bufera invernale, non capisco l’esistenza di questi giganti a quattro ruota (o sei?) a Napoli, Roma o Milano.

Ecco allora che con la pioggia insistente, le carreggiate colabrodo, le utilitarie ferme ai bordi strada e le minuscole vetture in tilt per l’acqua caduta dal cielo, si scatena la rivincita dei SUV: durante il diluvio sbucano come i funghi, i padroni di queste bestie osservano disgustati dall’alto della loro postazione di guida i “normali”, con lo sguardo fiero di chi non teme le intemperie e con una manovra virile ci sorpassano mentre convinti (anzi auto-convinti) riflettono: «per fortuna io ho il SUV, lo sapevo che mi serviva il SUV, evviva il mio SUV».

Il fascino del maltempo è nella scintilla che brilla negli occhi di chi guida un SUV cittadino.

Guardateli bene, sono «mostri» felici (almeno quando piove).


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Quella volta che intervistai Licia Colò

Licia Colò, l’indimenticabile telefonata

Il nostro amato blog dei «mostri» è on-line da diversi anni e di questo risultato vado orgoglioso.
Chi mi conosce sa che il mio sguardo è rivolto sempre all’oggi («non ho tempo per il passato, sono troppo impegnato a vivere il presente e guardare al futuro» è uno dei miei personali motti) ma ogni regola merita la dovuta eccezione.

Allora, periodicamente, anche per i nuovi lettori di faCCebook rovisto nell’archivio e ripropongo dei vecchi post a cui sono particolarmente affezionato.

La dolce mattina del 6 novembre 2008, in auto fermi nel parcheggio dell’ufficio, insieme a due amici, organizziamo un improbabile ufficio-stampa per intervistare via cellulare Licia Colò!

Con Licia Colò al telefono!

Con la voce rotta dall’emozione …

L’idea, apparentemente impossibile, nacque in modo ingenuo e bonaccione: dal sito ufficiale di Alla falde del Kilimangiaro inviammo una e-mail con la richiesta di intervista e dopo pochi giorni – con nostro massimo stupore – fummo contattati dall’agente della simpatica conduttrice per capire di quali argomenti desideravamo discutere.

Allora eravamo impegnati con il sito “mettincircolo.it”, un’idea troppo avanti per quei tempi ove i termini «social», «share» e «condividi» erano ancora ignoti ai molti.

Di quell’esperienza, con la voce rotta dall’emozione, resta l’indelebile ricordo di aver discusso con Licia Colò dei temi a noi cari: ambiente, cultura, musica, cinema, web, viaggi e confronto tra popoli, le armi migliori per sconfiggere i «mostri» di oggi.

Ascolta l’intervista telefonica a Licia Colò (6 novembre 2008)

Note:
– L’intervista dura 10 minuti ed è un file mp3 di circa 24MB.


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#fiumeinpiena, impossibile voltare la testa

Non potevo non esserci: impossibile voltare la testa dall’altra parte, #fiumeinpiena nun è cos’è niente.

#fiumeinpiena, ka manifestazione contro i roghi nella Terra dei Fuochi


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Il benzinaio fantasma

La teoria delle finestre rotte

«Se in un quartiere un teppista spacca una finestra, e nessuno la aggiusta, è molto probabile che ben presto qualcun altro faccia lo stesso se non peggio, dando così inizio ad una spirale distruttiva»: è il concetto base della Teoria delle finestre rotte.

Consegue: «Per cui, creare un ambiente di un certo tipo, con finestre rotte, per esempio, porta la comunità attigua a distruggere, un ambiente invece ben curato porta la comunità (anche quella non naturalmente “curata”) a curare l’ambiente che la circonda».

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Il distributore di benzina abbandonato

Il degrado urbano, dunque, contribuisce al degrado morale dei cittadini.

E’ la riflessione che ogni giorno mi balena quando, giunto ad Agnano (a poche centinaia di metri dalle rinomate terme), osservo il distributore di benzina dell’ESSO abbandonato e fatiscente.

Il benzinaio fantasma

Di chi la responsabilità?

A chi spetta abbattere questo triste ecomostro?
Tocca al Comune bonificare la zona oppure la responsabilità è della multinazionale del petrolio?
Sotto questa superficie, sono ancora presenti i grossi serbatoi dei carburanti?
Non andrebbero ripuliti e – magari – rimossi?
E’ utopia immaginare un’area verde con alberi e fiori in sostituzione di questa struttura fantasma?

L’assuefazione a questi penosi spettacoli metropolitani è il primo passo – senza più scandalizzarsi – ed accettare come normale una piccola, grande «finestra rotta».

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