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Tag: indifferenza (Page 1 of 5)

Litorale domizio, la catena umana per salvare il (nostro) mare

“Diamoci una Mano”, la catena umana per il litorale domizio

Sabato 4 agosto (ore 10.30) aderisco alla catena umana proposta  da Gaetano Cerrito, imprenditore impegnato per il rilancio del litorale domizio.

Perché, ogni estate, è assurdo porsi la solita, sconfortante domanda: «i depuratori funzionano?»
Perché, giunti in spiaggia, è anomalo chiedersi: «oggi, com’è il mare?»

In lunghi tratti del litorale domizio, la qualità delle acque dipende dalla buona sorte: i giorni della corrente favorevole, ti bagni in un mare cristallino.
Se becchi il momento nefasto (scarichi illegali nei tanti canali che sfociano in mare?), puoi trovare liquami, pannolini o chissà quale altro «mostro».

Eppure, negli ultimi anni, è indubbio constatare un netto miglioramento delle condizioni delle acque.
Allora, perché non possiamo pretendere un mare sempre pulito?

Si chiama ‘Diamoci una mano‘ l’iniziativa che partirà sabato 4 agosto alle 10,30 dai lidi Tamurè e Baja Club e che coinvolgerà tutti i bagnanti dei 9 chilometri di spiaggia che vanno da Baia Domizia sino a Baia Felice. (fonte: Il Mattino)

Sul litorale domitio, partecipo alla catena umana per denunciare l'inquinamento del nostro mare

Il mistero dei depuratori campani

Prima o poi scoprirò la verità sui depuratori campani.
Quanti ne sono?
Dove sono?
Quali realmente funzionano?
Depurano dodici mesi all’anno oppure si fermano nel periodo invernale?

Se un cittadino campano, ogni benedetta estate, è logorato dal dubbio: «i depuratori funzionano?» significa che l’opera di questi impianti è alquanto opinabile.
Sarebbe opportuno, da parte degli enti competenti, una maggiore e più chiara comunicazione sull’argomento.

Se poi, un giorno, fosse possibile visitare uno di questi leggendari depuratori, il sottoscritto sarà il primo tra i prenotati.
Armato di videocamera e taccuino, documenterò l’esperienza.

Nel mentre, sarò uno dei mille anelli della catena umana di sabato 4 agosto.
Mille anelli, una sola voce: salviamo il nostro mare.

PS: ringrazio Mario Cavaliere, instagramer di successo, per lo scatto sottomarino nel mare blu.
Del litorale domizio, ovvio.


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Galleria Umberto di Napoli, il fascino della metà bellezza [FOTO]

Galleria Umberto restaurata … a metà

Un lato è chiaro, pulito, tornato all’antico splendore.
L’altra facciata, invece, mostra l’usura del tempo che fu.

Così si presenta la maestosa Galleria Umberto I di Napoli, nel cuore della città, a due passi dal centro storico (e dal mare).

Dopo due mesi senza e-bike, mi regalo una prima pedalata a via Toledo, tra i tanti turisti che affollano la città ed i mille colori (rumori?) dei vicoli.
Viaggio in direzione piazza del Plebiscito e resto attratto dalle due facce della Galleria Umberto, una sosta per due scatti è obbligatoria.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Il fascino dell’imperfezione

Ripenso alla pendenza della torre di Pisa: se fosse dritta, a chi interesserebbe?
L’unicità del monumento è dovuta al suo difetto che rende la torre pendente un polo di attrazione mondiale.

Lo stesso ragionamento l’applico alla nostra Galleria Umberto: il restauro a metà la rende … speciale!

Se il lavoro fosse completo al cento per cento, dopo il bagliore negli occhi, subentrerebbe la normalità di un’opera terminata.
E poi l’assuefazione ed il successivo oblio.

Invece, il contrasto tra il bello del restauro e l’incuria della opposta facciata è un pugno allo stomaco che non lascia indifferenti.
Il visitatore ignaro salta con lo sguardo da destra a sinistra e viceversa.

L’opera incompiuta lo costringe a riflettere e poi, superati i primi minuti di choc, la domanda gli sorge spontanea: perchè la Gallieria Umberto è bella a metà?

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

La (non) spiegazione

Dal web leggo la (non) spiegazione: questioni burocratiche legate ai condomini privati che abitano nella galleria.

Una parte ha investito per il rifacimento, l’altra ha deciso di non spendere soldi per il restauro.

Ognuno ha le sue ragioni (economiche).

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà

Galleria Umberto, l’icona di Napoli

Il restauro dimezzato è la giusta icona della nostra città.

Napoli, sempre in bilico tra ciò che potrebbe essere e ciò che realmente è, con le mille potenzialità e il degrado che incombe.

La voglia di stupire e la mancanza cronica di fondi, la forza dell’arte e la burocrazia inceppata, l’orgoglio per le nostre mille bellezze e la vergogna dei soliti «mostri» che ci affliggono … l’elenco è lungo ed è noto a tutti (ora, aggiungiamo anche la Galleria Umberto).

E così, tra un pensiero ed una riflessione, scatto qualche foto.

Riprendo l’e-bike, torno su via Toledo e pedalo verso il mare.
Sorrido mentre penso a questo ennesimo controsenso tutto napoletano.

Galleria Umberto di Napoli restaurata a metà


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Al mare, testimone di un salvataggio eroico

Un soccorso in mare vissuto in diretta

Quale sentimento spinge una persona ad abbandonare la sicurezza della propria vita per lanciarsi in mare e soccorrere uno estraneo in difficoltà?

E’ la domanda che mi pongo oggi mentre assisto – dalla spiaggia di un lido del litorale domizio – al salvataggio di un gruppo di bagnanti che, per le condizioni del mare avverso, non riescono a tornare a riva.

A pochi metri dalla spiaggia libera, le forti onde creano un fosso tra un gruppo di persone e la costa.
Un uomo inizia a sbracciare per segnalare l’emergenza: nuota ma le correnti lo allontanano dalla riva.
Nonostante non affondi del tutto, è in forte difficoltà.
Il mare lo sovrasta, poi riemerge, sbraccia ancora.

Con lui si distinguono altre persone, forse un bambino ed una giovane ragazza.
Tutti in pericolo.

Litorale domizio, volontari e bagnini salvano un gruppo di bagnanti in difficoltà

L’intervento dei bagnini (e dei volontari)

Dai lidi limitrofi, i bagnini scattano immediatamente.
Con le tavolette rosse in pugno, superano il fosso marino ed, in pochi istanti, raggiungono il gruppo di persone in totale panico, a poche decine di metri dalla spiaggia.
Li soccorrono.

Insieme ad altri volontari, li riportano tutti sul bagnasciuga.
Giunge anche un terzo bagnino con l’imbarcazione di salvataggio per aiutare chi è senza energie.

Per fortuna, la missione di si conclude con un lieto fine.

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Il coraggio dei volontari

Da sotto l’ombrellone, noto delle persone correre verso il mare.
Non capisco cosa stia accadendo finchè non raggiungo la folla in riva ed ascolto i commenti preoccupati.

La squadra di volontari che si è lanciata verso i bagnanti in difficoltà è davvero numerosa.

Conto almeno una decina di uomini, qualche ragazzo ed una giovane donna.
Li vedo rientrare affaticati, raccontano di un anziano in preda al panico (credo l’uomo che sbracciava) e di un bambino impaurito.
Li hanno raggiunti – chi dalla spiaggia, chi via mare – ed, insieme ai bagnini, salvati.

Ascolto l’impresa con ammirazione.

Queste persone, non temevano di affogare?
Prima di tuffarsi, hanno riflettuto sul pericolo al quale andavano incontro?

Rischiano la vita per soccorrere degli estranei.

L’azione di questi volontari non finirà mai sui giornali e nessuna Istituzione gli renderà i giusti meriti.
Ma, entrano di diritto nell’esercito di eroi silenziosi che combattono i «mostri» della nostra società.

A loro, il nostro pubblico ringraziamento.


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Maleducazione cieca

Fin dove giunge la maleducazione?

Viaggio in metropolitana (Linea1).
Carrozza piena, ne abbiamo viste di peggio.

Entra un ragazzo non vedente: col bastone lungo e sottile, guadagna spazio tra i passeggeri incuriositi.

Pian piano attraversa la carrozza, con calma raggiunge la porta opposta all’ingresso.
E’ sicuro nei movimenti, evidentemente prende la metro con regolarità.
Mentre il treno riparte, il ragazzo non vedente appoggia la schiena sulla parete, in prossimità dell’uscita.

Tutti osservano, nessuno si alza per cedergli il posto.

Maleducazione cieca

La reazione del sottoscritto

I ragazzi isolati nelle cuffie, signori indifferenti, donne chiuse nel loro mondo.
Mentre il treno attraversa le gallerie (buie) e corre veloce verso la successiva stazione, nell’ecosistema underground – specchio del mondo di sopra – trionfa l’egoismo.

Tutti incollati al sediolino della metro, il ragazzo non vedente in piedi.
Assurdo, davvero assurdo.

Anzi, inaccettabile!

Reagisco.

Mi avvicino ad un giovane: lui, seduto, comodo.
Il coetaneo in piedi, più in là.
Con le mani, indico il non vedente.
Il giovane alza lo sguardo con aria stupita, non comprende le intenzioni.
Con le dita, punto ai miei occhi con un movimento continuo destra-sinistra della mano.
Il giovane osserva ancora il non vedente, poi il sottoscritto.

Infine capisce.

«Vuole accomodarsi?» dalla bocca distratta, finalmente, partono le parole magiche.
«Grazie, fra poco scendo» il non vedente risponde senza esitazione.

Dopo pochi minuti, la metro giunge alla stazione.
Le porte si aprono ed il ragazzo, aiutandosi col sottile bastone, esce e prosegue il suo cammino con fiducia.

Dal treno, lo seguo con lo sguardo.
Ben presto, il non vedente svanisce  tra la folla dei pendolari, un fiume di persone concentrate solo su se stesse incapace di aiutare il prossimo.

La metro riparte.
La maleducazione cieca, resta.


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C’era una volta la fermata dell’autobus [FOTO]

Fermata dell’autobus = parcheggio selvaggio

La foto ricordo immortala un gruppo di elementi, triste costante dell’arredo urbano.

All’interno della linea gialla che delimita lo spazio riservato alla sosta dell’autobus pubblico, riconosciamo i soliti personaggi.
Seduti (da sinistra verso destra):

  • lo scooter, l’abitué
  • i cassonetti della spazzatura, gli invasori
  • l’automobile, l’onnipresente

Alle spalle: la fermata dell’autobus.

Parcheggio selvaggio alla fermata dell'autobus

Una scena di ordinaria inciviltà

Osservo l’invasione dal lato opposto del marciapiede.
Sono a via Giacinto Gigante nel quartiere Vomero-Arenella dove un posto auto vale quanto un buon investimento in borsa.

Vista la rarità di parcheggi, ognuno infila l’auto dove può.
Anche dentro lo spazio riservato alla fermata degli autobus pubblici.

In realtà, questa foto non mostra nemmeno un caso di estrema gravità perché – dopotutto – un minimo di superficie libera è ancora disponibile (proprio dove attendono le due signore).
Chiunque giri per Napoli, prima o poi, si sarà imbattuto in fermate dell’autobus interamente ricoperte da auto e scooter.

Il parcheggio selvaggio cancella l’area riservata al mezzo pubblico utile alla discesa/salita dei passeggeri in totale sicurezza (e, particolare non secondario, senza intralciare il traffico).

Ciò che mi colpisce in questo scatto, invece, è la ripetitività della scena.

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Pericolosa normalità

Anche ieri e due giorni fa lo scooter era parcheggiato vicino i cassonetti della spazzatura.
Tutti insieme appassionatamente all’interno della linea gialla riservata.

Ai vigili urbani che presidiano l’incrocio qualche metro più avanti, risulta normale non intervenire per multare chi infrange la Legge.

Dunque, un’azione illegale – vista la ripetitività quotidiana – viene percepita come comportamento regolare.
E, quindi, accettato.

L’abitudine nel vedere una fermata dell’autobus assediata da scooter, auto e cassonetti dell’immondizia, bene rappresenta l’evoluzione dell’indifferenza divenuta assuefazione.

La migliore linfa per i peggiori «mostri» metropolitani.


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Salvator Rosa, stazione Linea1: svelato il mistero delle scale mobili ferme da tre mesi [FOTO]

Linea1, stazione Salvator Rosa: l’avviso ANM

Impianto temporaneamente fuori servizio.
Stiamo lavorando per ripristinarlo nel più breve tempo possibile.
Ci scusiamo per il disagio
(avviso ANM, stazione Linea1 Salvator Rosa)

Il Comune di Napoli fa sul serio.
Le scale mobili ferme da tre mesi alla stazione di Salvator Rosa, dimostrano la ferrea volontà politica di raggiungere l’obiettivo-salute entro l’estate.

E’ assurdo immaginare il perché l’impianto, da diverso tempo guasto, non funzioni ancora.
E’ davvero così complicato riparare delle ordinarie scale mobili?
Non ci credo.

L’unica spiegazione razionale è il piano segreto delle Istituzioni: combattere la pigrizia del cittadino costringendolo al movimento.

Come?
Riducendo gli autobus pubblici, fingendo di non possedere le risorse per potenziare la metropolitana, fermando sistematicamente le funicolari, abolendo qualsiasi forma di mobilità alternativa.

I primi risultati sono incoraggianti.
La resistenza del napoletano è superiore alla media nazionale e – caratteristica sviluppata negli anni di disservizi continui – si adatta in ogni altro luogo senza difficoltà alcuna.
(da una testimonianza recente di una cavia napoletana)

Stazione di Salvator Rosa, scale mobili ferme da tre mesi

Salvator Rosa, ingresso secondario: le foto

Di fatto, chiunque entri per l’ingresso secondario di Salvator Rosa, è costretto a percorrere una lunga scalinata prima di giungere all’interno della stazione.

Il Comune non fa sconti a nessuno: mamme con le carrozzine, anziani, i diversamente abili, infortunati vari.
Tutti a piedi, costi quel che costi.

Il cittadino deve curare la forma fisica: o corri giù scalino dopo scalino oppure raggiungi l’ingresso principale (sempre a via Salvator Rosa, distante un quattro/cinquecento metri dall’entrata secondaria) e prendi l’agognato ascensore.

Stazione di Salvator Rosa, l'avviso ANM

Stazione di Salvator Rosa, l'altra scala mobile è solo in salita

Linea1, quando arriva il prossimo treno?

Oltre la forma fisica, il Comune lavora per temprare anche l’aspetto psicologico del cittadino napoletano.

Da tempo immemore, infatti, i display presenti nelle stazioni della Linea1, invece di annunciare quando giungerà il prossimo treno dei desideri, visualizzano (se accesi) un asettico messaggio: “Prove tecniche”.

Ecco l’altro punto del piano segreto delle Istituzioni: un corpo sano è inutile se guidato da una mente fragile.

Occorre fortificare il carattere del passeggero: il mistero sui tempi d’attesa forgia lo spirito, sprona la comunicazione, allena la pazienza.

Salvator Rosa, i tempi d'attesa del prossimo treno restano un mistero

Scale mobili, è finito l’esperimento?

Ora che il sottoscritto ha reso pubblico il vero motivo dello stop delle scale mobili di Salvator Rosa, chiedo ufficialmente agli organi competenti di interrompere l’esperimento.

Il guasto simulato, dopo tre mesi di finta inefficienza, falso disinteresse, cattiva gestione delle stazioni, può ritenersi concluso.

I cittadini ringraziano le Istituzioni per la ritrovata forma fisica.
Ora, però, rimettete in funzione le scale mobili della stazione di Salvator Rosa.
Desideriamo un sano riposo.

Dopotutto, dopo tre mesi di allenamenti, lo meritiamo.

Salvator Rosa, quando finirà l'esperimento?


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Noi, i ragazzi di ieri (riflessioni di un adulto di oggi)

Da bimbi a adulti, la differenza è: scegliere

Mano nella mano, da piccolo seguivo mio padre.
I genitori, la nostra guida.

Toccava a loro decidere per noi – almeno fino all’età della formazione.

Oggi, da adulto, posso decidere.

Decidere significa scegliere.
Scegliere è il mio potere, il nostro potere.

Perché la società dipende dalla mia scelta, dalla tua scelta, dalla scelta di ogni singolo adulto.

In bici al lavoro, scegliere per migliorare la collettività

Decidere per contrastare l’egoismo

Decido di recarmi in ufficio in bici anziché in auto.
E’ una scelta convinta perché credo nella mobilità alternativa, credo nell’esempio diretto, credo che anche il più grande tra gli oceani sia composto da milioni di singole gocce.
Andare in bici implica un tubo si scappamento spento in più, un pendolare in meno tra metropolitane affollate ed autobus intasati.
Ed un ciclista metropolitano felice in giro per Napoli.

Ogni scelta comporta una conseguenza per se stesso e per la collettività.
Risulta spontaneo decidere per una convenienza personale, quasi sempre dettata dall’egoismo che contraddistingue l’essere umano.

Resto colpito, invece, da chi sceglie per andare incontro al prossimo.

Sono l’eccezione, però esistono.

Persone disponibili, generose, solidali, capaci di indossare i vestiti dell’altro per comprenderne le difficoltà – grandi o piccole che siano.
Ascoltare, aiutare.

Un collega che ti presta un libro, un amico ben disposto ad ascoltare un tuo sfogo, un conoscente capace di stupirti con una telefonata, uno sconosciuto che ti soccorre mentre l’auto è ferma a bordo strada, un politico che fa la scelta giusta.

Tocca a noi, i ragazzi di ieri, in metropolitana cedere il posto ad una donna, in ufficio evidenziare i meriti del collega, trasmettere serenità alla famiglia, aiutare gli amici.
Piccoli gesti di cavalleria e quotidiana generosità per cambiare il nostro mondo.

Perché noi siamo gli adulti di oggi e possiamo scegliere.


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Iene metropolitane in azione: strisce pedonali occupate [FOTO]

Iene metropolitane, chi sono

Nella giungla metropolitana vivono bestie feroci, ratti usciti dalle fogne, avvoltoi pronti a colpire gli indifesi.

E poi ci sono loro, le iene.

Ogni santo giorno, dalla sella della e-bike, quante ne vedo.
Mentre pedalo, nel tragitto casa-lavoro-casa, osservo questi esseri abietti calpestare i diritti delle persone perbene.

Con gesti subdoli, attaccano, rubano, tornano nelle loro tane.
Sono ovunque, «mostri» perfettamente mimetizzati con l’arredo urbano, impossibili da catturare.

Compiono piccoli e grandi illegalità, sotto l’occhio inerme delle forze dell’ordine, spesso spettatori impotenti, a volte controllori distratti.

Si alimentano del loro insano egoismo: azzannano il prossimo pur di raggiungere il proprio scopo personale, non rispettano nessuna regola del vivere comune.

Parcheggiare sulle strisce pedonali: azione vile ed incivile delle iene metropolitane

Iene metropolitane occupano le strisce pedonali

Mi soffermo su una tipica azione delle iene metropolitane: parcheggiare l’auto sulle strisce pedonali.

Con disinvoltura, senza vergogna.

Colpevoli di un gesto vile (oltre che illegale), incuranti delle Leggi, questi ignobili fermano la macchina proprio davanti la pedana per accedere al marciapiede.

Per la rabbia dei diversamente abili, delle mamme con le carrozzine, anziani col carrello portaspesa, semplici pedoni.

Il gesto meschino potrebbe apparire meno grave rispetto agli abnormi problemi di Napoli, invece è indice di una maleducazione diffusa che misura l’alto grado di inciviltà raggiunto.

Quante volte registriamo questa scena meschina?
Troppe.

Parcheggiare sulle strisce pedonali non è «normale», è una classica azione impunita della nostra realtà – da sanzionare, da correggere.

Parcheggiare sulle strisce pedonali: azione vile ed incivile delle iene metropolitane

Iene metropolitane, come sconfiggerle

Le iene metropolitane formano un branco numeroso: il parcheggiatore abusivo, il cittadino che getta la spazzatura la mattina prima di recarsi al lavoro, gli incivili di ogni ordine e grado, l’assenteista, il truffatore del cartellino, il camorrista, …

Sembra un esercito imbattibile.
Invece, la ricetta per sterminare questi «mostri», esiste.

Agiamo in prima persona con l’esempio positivo, imponiamo la nostra legalità nelle piccole, grandi azioni che ci ruotano intorno.

Io voglio provarci.
Se siamo in tanti, le iene metropolitane non avranno da cibarsi.
E così come sono nate, si estingueranno.


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Francolise e Valogno: due storie speciali da conoscere [VIDEO]

Fracolise e Valogno, esempi di coraggio

Francolise e Valogno sono due granelli di sabbia sulla cartina della Campania.
Ma, le due micro-realtà in provincia di Caserta, raccontano storie speciali.

Che vale la pena conoscere.

Perché questi piccoli centri, grazie alla determinazione di alcune persone, rappresentano un importante baluardo contro il degrado.

A Francolise, il Gruppo Archeologico Falerno-Caleno, richiede alle autorità competenti l’affidamento della villa romana di San Rocco.

Il Gruppo Archeologico Falerno Caleno, conduce una intensa attività di valorizzazione e fruizione della villa romana in località San Rocco (Francolise)

A Valogno, il prof. Giovanni Casale fa rinascere il borgo dimenticato tramite l’arte.

Il sottoscritto, alla villa romanda di Francolise, cerca i migliori punti per le riprese

Se ragionassimo al contrario?

Per comprendere l’importanza dei volontari di Francolise e del vulcanico professore di Valogno, ragiono al contrario: se non fossero intervenuti, questi due luoghi, oggi, cosa sarebbero?

L’incuria e l’indifferenza avrebbero mangiato i resti della magnifica villa romana di Francolise.
Il borgo di Valogno sarebbe disabitato e prossimo a divenire un paese fantasma.

Invece, con l’azione diretta di queste donne e uomini, a Francolise è possibile visitare gli importati scavi romani, a Valogno passeggiare per il borgo in compagnia degli ottantanove abitanti, osservare i quarantacinque murales che ornano il paese, partecipare al pranzo condiviso organizzato dalla signora Dora – la moglie del professore Giovanni.

I murales di Valogno

Francolise e Valogno, l’arte contro il degrado

L’arte contro il degrado, Francolise e Valogno confermano l’idea vincente: la cultura e l’esempio diretto sono le migliori armi per fermare il degrado (morale e non).

Il sottoscritto registra in tre minuti di videoclip l’entusiasmo dei volontari di Francolise e gli ideali del professore di Valogno.

Grazie a BeTime, l’Università del tempo libero, sono felice di aver scoperto due angoli nascosti della nostra Campania dove, i soliti «mostri», stavolta, sono stati respinti.

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Il video


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«Fontana del Tritone, i miei ricordi da bambino e il degrado di oggi», la denuncia di Patrizio [FOTO]

«La fontana del Tritone o fontana delle Paparelle, a via Foria, vicino piazza Cavour»

D: Patrizio, raccontami di quando eri bambino e giocavi nei giardini della Fontana del Tritone.
R: Io sono un “ragazzo del ‘67”, quindi i miei ricordi spensierati legati alla fontana sono immersi nei lontani anni ’70, quando andavo alle elementari alla Andrea Angiulli a Piazza Mario Pagano, poco distante dai giardinetti di Piazza Cavour.
E così accadeva spesso che, nei mesi primaverili, dopo essere uscito da scuola, mio nonno mi portasse a giocare proprio nei pressi della fontana del Tritone.
Lì, insieme a lui, mi divertivo a dar da mangiare alle famose “paperelle” che a quei tempi vivevano proprio nelle acque che sgorgavano dalla brocca in mano al giovane tritone.
La fontana è infatti detta dai napoletani anche fontana delle Paparelle, un nome che anni fa richiamava la tranquillità delle belle giornate di sole che ancora oggi bacia quell’angolo di via Foria.
Poi, fin quando mio fratello di due anni più grande di me era alle elementari, restavo a fare passaggi con lui col mitico Super Santos, mentre mio nonno leggeva il suo giornale da pensionato nell’attesa dell’ora di pranzo.
Il sabato, invece, era festa grande.
Mio padre aveva la possibilità di venire a prenderci a scuola ed ecco che con le bici andavamo proprio in quei giardinetti a pedalare liberi intorno alla fontana … bei tempi.

Il degrado regna intorno alla Fontana del Tritone, vicino piazza Cavour

«La fontana era un luogo di giochi e di ritrovo»

D: La fontana ed i giardini, erano un luogo di aggregazione per voi del quartiere?
R: Come ho spiegato prima, andavamo lì proprio perché era piacevole.
Mio nonno andava per passare un paio d’ore tranquille, a volte in compagnia di qualche amico pensionato come lui, ma spesso c’erano altri bambini con cui fare amicizia o semplicemente ci si andava per godere un po’ di quella frescura che la fontana ci dava senza chiedere nulla in cambio se non la nostra benevola compagnia.
Lì vicino, tra un chiosco di acquafrescaio e l’edicola dei giornali, potevi passare quel tempo in amicizia ed allegria.

I giardini nei pressi della Fontana del Tritone

«Oggi, al posto di nipotini e nonni, ci sono mendicanti e barboni»

D: La Fontana del Tritone, da quanto tempo verte in queste condizioni di degrado?
R: La fontana di fine ‘800 ha visto nei secoli alti e bassi ma ormai sono anni che non getta più in aria il suo allegro zampillo d’acqua.
Senza esagerare, credo che l’ultima volta, sarà stata circa una quindicina d’anni fa.
Le “paparelle” sono scomparse forse anche da prima.
Spesso, ci passavo negli anni dell’università quando prendevo la metro e la scorgevo nello stato pietoso di degrado in cui già si trovava, cercando di ricordarmela quando invece era al suo massimo splendore.
In verità, in occasione della realizzazione della Fermata Museo della Linea 1 della Metropolitana, ho sperato che la situazione migliorasse, in quanto fu risistemata tutta la zona circostante con marciapiedi nuovi, aiuole fiorite, nuove istallazioni che ricordano il vicino Museo e la fontana che riprese miracolosamente a zampillare.
Purtroppo, con grande dolore, ho invece dovuto ancora una volta constatare che la fontana è stata nuovamente abbandonata all’incuria e gli abitanti del luogo ormai ci passano davanti frettolosamente ed in modo distratto.
Tutt’intorno, al posto di nipotini e nonni, sono comparsi mendicanti e barboni, i cosiddetti invisibili che si sono impossessati di quei luoghi rendendoli ancor più insicuri e malsani di quando a Napoli non c’erano le fogne.
Certo non è con questi ultimi che me la prendo, ma vedere la piazza ridotta ad un dormitorio a cielo aperto, beh, fa un certo effetto.

Il degrado regna intorno alla Fontana del Tritone, vicino piazza Cavour

«E’ inutile, tanto siamo a Napoli»

D: Il degrado urbano spinge il degrado morale: con l’abbandono, l’assenza di manutenzione e sporcizia, noti anche un maggiore disinteresse da parte dei cittadini?
Un ambiente pulito ed ordinato, aiuta l’educazione.
Concordi Patrizio?
R: E come non essere d’accordo con te, Mario.
Certo, il cittadino in questo modo non viene affatto responsabilizzato.
Chi può, invece di aiutare, fugge.
E’ più facile farsi scivolare addosso i problemi, scansarli, che affrontarli.
E’ più facile andar via dando la colpa agli altri, alle istituzioni, alle associazioni, ecc …, che muoversi in prima linea.
Ma il disinteresse scaturisce anche dalla delusione di aver dato fiducia alle persone sbagliate.
A chi ha promesso di migliorare e invece – come al solito – ha poi dimenticato.

D: Le persone sono assuefatte a cotanto squallore o – come te – reagiscono?
D: Purtroppo non vedo molte persone reagire, forse perché Napoli è schiacciata da così tanti problemi che prende sopravvento la rassegnazione.
E’ brutto, ma spesso senti dire: ”E’ inutile, tanto siamo a Napoli” e invece, proprio perché siamo a Napoli e siamo nati in questa meravigliosa città, bisogna reagire, denunciare e, se possibile, fare qualcosa per migliorare.

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«Ridiamo vita all’albergo dei poveri!»

D: Patrizio, le tue foto su Facebook alimentano la discussione: da una parte i disperati che necessitano di un riparo, dall’altra le ragione dei cittadini.
Quale soluzione proponi?
R: So di non avere elementi sufficienti per lanciare la mia proposta.
Chissà quanti vorrebbero farci chissà che cosa con quella che è la mia idea.
La mia soluzione consiste nel dare nuovamente il significato corretto al nome che porta quel monumento che si trova a Piazza Carlo III a tutti noto come l’albergo dei poveri.
Nel 1749, Ferdinando Fuga, fu chiamato a Napoli nell’ambito del programma di rinnovamento edilizio del nuovo Re Carlo III di Borbone, con l’incarico di progettare il gigantesco Albergo dei Poveri rivolto ad accogliere le masse di poveri del Regno.
Ebbene, perché non rendere di nuovo possibile tale piano?

La ringhiera della fontana del Tritone usata per stendere le coperte

Proprio vicino la metro di piazza Cavour …

A conferma delle parole di Patrizio sul totale degrado che regna sovrano intorno alla fontana del Tritone, aggiungo la mia esperienza.

Giungo a via Foria, parcheggio la bici ed inizio a scattare le foto presenti nel post.
Una famiglia di turisti sbuca dalla stazione di Cavour della Linea1, a pochi passi dal monumento abbandonato.

Si guardano intorno, forse cercano la giusta direzione per il vicino (e meraviglioso) Museo Nazionale.

Uno dei tanti mendicanti che vive intorno alla fontana, incurante del mondo che lo circonda, decide di svuotare la vescica in un angolo semi nascosto, forse la toilette personale?

Evacua mentre il sottoscritto scatta le foto, i turisti osservano dove sono capitati, i pendolari corrono, i pochi bimbi giocano.

La fontana, oltre ad essere un punto di ritrovo per il quartiere, dovrebbe essere il biglietto da visita per i migliaia di turisti che, ogni giorno, raggiungono il MANN.

Qualcuno interverrà per ripristinare la normalità perduta?
 

Piazza Cavour, la fermata della metropolitana affaccia proprio sulla fontana del Tritone


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«Sono rimasta senza benzina»: perché ho accettato la truffa

La (vecchia) truffa dell’auto senza benzina

«Sono rimasta senza benzina, mi dai qualcosa di soldi?» chiede la ragazza con gli occhi angosciati.

La grandine sbatte sull’auto, il vento sferza l’ombrello della giovane disperata.
Io, seduto e protetto nella macchina in sosta, lei per strada sotto i colpi della tempesta.
Bussa al finestrino in attesa di un segnale di umanità.

Oltre il vetro, cerco di mettere a fuoco il viso della donna.
Chiusa in un giubbotto con la pelliccia eschimese, resiste alle folate di vento che, come frustate, colpiscono prima l’ombrello oramai distrutto e poi lei.

Siamo distanti pochi centimetri, ci separa solo il vetro bagnato dell’auto.
Io al riparo, lei sotto la pioggia incessante.

Non riesco nemmeno a vedere i suoi occhi.
Percepisco solo un sorriso triste.

Truffa o solidarietà? Contro l'assuefazione, perché non sono un mostro

Solidarietà o truffa?

«Devo arrivare a Palma Campania, ho l’auto senza benzina, mi puoi dare qualcosa di soldi? Ti lascio il mio numero di cellulare» continua la ragazza sotto i colpi della grandine.

Non capisco se la richiesta trattasi di vera emergenza oppure è una tecnica per spillare degli spiccioli all’ingenuo di turno.

D’altronde, siamo talmente assuefatti alla disperazione altrui che ci appare normale non aiutare il prossimo.

E, poi, le truffe sono all’ordine del giorno e uomini e donne in povertà assoluta, sono ad ogni angolo della città.
Mendicano alla luce del sole, persone invisibili ai nostri occhi distratti.

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Non sono un «mostro»

Abbasso il finestrino e le passo cinque euro.
Un nonnulla oppure una cifra enorme, dipende dai punti di vista.

Al momento, la banconota è un buon compromesso tra la diffidenza generale e la voglia (personale) di solidarietà.

Stavolta, voglio crederci.

«Grazie, lo vuoi il mio numero?» sussurra la ragazza sotto la tempesta.
«No no figurati» replico incapace di decifrare la vera gravità della situazione.

La giovane prende la banconota, sorride ed un istante dopo vola via, spinta da una raffica di vento – insieme al suo ombrello malconcio.

Rialzo il finestrino dell’auto.
Aziono i tergicristalli per cancellare la pioggia dal parabrezza e fare chiarezza.

Avvio il motore, inserisco la freccia, parto.

«Non sono un mostro assuefatto» mi ripeto convinto.
Sarà vero.

Eppure ho la triste sensazione di essere vittima di una piccola, inutile, disperata truffa.
Perchè?


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L’autobus pubblico e quella ragazzina senza biglietto

ANM e la ragazzina-portoghese

«Entra solo chi ha il biglietto!»
L’anatema lanciato dall’autista coglie di sorpresa i pendolari.

«Io non ho il biglietto» sussurra la ragazzina, in fila, proprio davanti al sottoscritto, mentre saliamo sull’autobus pubblico.

«Vendo io i biglietti» propone l’autista-controllore.
«Non ho i soldi» replica la giovane senza tradire imbarazzo.
«Devi scendere, allora» sentenzia l’uomo che applica il nuovo regolamento dell’ANM, l’azienda napoletana di mobilità.

A Napoli, l'autobus pubblico è gratuiti?

Guerra ai portoghesi?
A discrezione dell’autista

L’azienda dei trasporti pubblici napoletana ha i conti in rosso e – finalmente! – contrasta l’atavico fenomeno dei portoghesi, cittadini abituati ad utilizzare i mezzi pubblici sprovvisti del titolo di viaggio.

Combatte la guerra agli abusivi assegnando agli autisti un’ulteriore onere: oltre a guidare in condizioni di stress estremo (vedi traffico e attacchi alla sicurezza personale e dei passeggeri), da qualche giorno i conducenti verificano e vendono i biglietti a chi ne è sprovvisto.

Non ho ben inteso, però, questa legge come e quando viene applicata.
Al ritorno, sempre sulla stessa linea, all’apertura delle porte, l’autista non batte ciglio e le due macchinette obliteratrici presenti sull’autobus, risultano entrambe fuori servizio.

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«Obliterate il biglietto!»

La discussione dura pochi minuti, con l’autobus fermo, l’autista-controllore intento ad applicare la Legge, la ragazzina-portoghese che resiste e non scende, gli altri viaggiatori spazientiti per la perdita di tempo.

«Ce ne andiamo?» gridano dal fondo del pullman.

La solidarietà sblocca l’empasse.
Una signora regala il biglietto alla ragazza-portoghese per la pace di tutti.

«Mi raccomando, obliterate il biglietto!» urla alla platea di pendolari l’autista zelante.
Perché, evidentemente, a Napoli, acquistare il tagliando non significa necessariamente utilizzarlo.

«Ah, se tutti gli autisti fossero come questo impiegato» rifletto mentre nell’autobus nasce il dibattito sul nuovo ruolo dell’autista ANM, se spetti a lui il compito di controllare o deve limitarsi alla vendita dei biglietti.

Nessuno, invece, condanna il comportamento illecito della ragazza-portoghese che considera normale viaggiare su un mezzo pubblico sprovvista di titolo.

Assuefatti, ripartiamo.

L’autista-controllore, invece, è uno dei mille «eroi silenziosi di Napoli» al quale va il nostro ringraziamento.


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