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Tag: insicurezza

Mille chilometri in bici: ecco il pericolo numero uno

Tagliare la strada, l’incubo del ciclista

tagliare la strada: attraversare improvvisamente la sede stradale, a piedi o con un veicolo, così da impedire a un’altra persona o a un altro veicolo di proseguire e costringerlo a fermarsi o a deviare (quando non si provochi addirittura un incidente); in senso fig., impedire a qualcuno di avanzare, ostacolarlo.

Con la solita sfacciataggine tipica dell‘incivile, lo scooter accelera, affianca, supera ed, incurante del sottoscritto che pedala per recarsi al lavoro, mi taglia la strada.

Il «mostro» compare dal nulla, con uno veloce zig-zag si fa spazio tra le auto bloccate nel traffico cittadino.
Poi, come se non esistessi, con una manovra azzardata, in un istante me lo trovo davanti a pochi centimetri dal manubrio della bici.

Solo la brusca frenata evita la sicura collisione.

Io, arrabbiato, impreco.
Lui, incivile, scompare in una nuvola assordante di fumo nero.

Tagliare la strada: il percolo numero uno scoperto dopo mille chilometri di pedalate a Napoli

Mille chilometri: la classifica dei pericoli

L’apertura improvvisa dello sportello, ecco il vero pericolo che temevo.
Invece, mille chilometri dopo, il podio dei «mostri» è chiaro:

L’elenco delle minacce (evidenti e velate) per l’eroico e solitario ciclista metropolitano è, purtroppo, lungo.
A ben riflettere, tutte le problematiche risalgono ad un elementare diritto violato:  la totale mancanza di piste ciclabili.

Dunque, pedalare a Napoli significa pedalare per strada.
Un’unica via per auto, scooter, camion, autobus, tricicli … e bici.
Con le vetture parcheggiate lungo il percorso pronte a sbatterti una improvvisa portiera in faccia.
 
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Tagliare la strada: perché vince

Assegno il primo posto al subdolo gesto del taglio strada perché è l’indice dell’indifferenza degli automobilisti e piloti di scooter verso i ciclisti metropolitani.

Esseri invisibili che non meritano attenzione.
Alieni da abbattere in un mondo di centauri impazziti.
Nemici da tagliuzzare se ostacolano la retta via.

Ma, in un paese normale, esiste anche un’altra verità.

Continuate pure a tagliarci la strada ma noi, ciclisti metropolitani, dopo ogni singola pedalata, vi rammentiamo che la mobilità alternativa è un sogno realizzabile.

Come i primi mille chilometri del sottoscritto a Napoli, dimostrano.

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L’amico insicuro

Chi è l’insicuro?

Percepisco una naturale simpatia verso gli insicuri, nonostante il dizionario li descriva in termini non proprio lusinghieri:

che non ha fiducia in sé, che non possiede o non dimostra sicurezza dal punto di vista psicologico.

Eppure a me l’insicuro desta simpatia e vorrei difenderlo in primis da se stesso.

Difatti, a priori – indipendentemente dal reale valore – l’insicuro non si reputa all’altezza della situazione e tende ad autoescludersi.
Forse è una forma di sottostima preventiva, una ingiustificata bassa opinione individuale, la convinzione (infondata) che gli altri sicuramente siano migliori, più forti e bravi.

L'insicurezza negativa di Don Abbondio

Don Abbondio, l’insicuro più famoso

E così, quando incrocio un amabile insicuro, mi balena alla mente il famoso verso del Manzoni usato per descrivere la fragilità di Don Abbondio ne “I promessi sposi”:

“Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, pria quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.”

In realtà la differenza tra l’essere di «terracotta» o di «ferro» sta nella capacità di ognuno di noi nel saper distinguere il dubbio dall’insicurezza, l’umiltà dalla debolezza, la modestia dalla titubanza, la forza dalla prepotenza.

E se incontrassimo una persona disponibile, perbene, silenziosa, capace di ascoltarci, non approfittiamo della sua apparente debolezza, potrebbe non trattarsi di un «vaso di terracotta» ma di un nuovo, vero amico.


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