faCCebook.eu

Sbatti il mostro in homepage!

Tag: Italia (Page 1 of 4)

Italia Ucraina, l’indignazione di Alberto Rimedio (dopo un mio tweet)

Alberto Rimedio ed il tweet di protesta

Al minuto ottantatrè di Italia Ucraina il telecronista RAI Alberto Rimedio ed il commentatore sportivo Antonio Di Gennaro censurano gli indegni cori della curva di Marassi.

I due giornalisti, senza appello, bocciano l’assurdo comportamento di una fetta del pubblico genovese.

Ad ogni rilancio del portiere ucraino, un gruppo di idioti, urla a squarciagola l’indicibile epiteto già sentito in molti altri stadi italiani.

La condanna giunge dopo gli innumerevoli messaggi di indignazione via twitter.
Tra i tanti, anche il suddetto cinguettio del sottoscritto.

Alberto Rimedio, il telecronista RAI indignato dai cori della curva

Cultura sportiva, questa sconosciuta

A conferma del raggiungimento del mio tweet, Alberto Rimedio evidenzia un giusto passaggio: «amichevole o partita ufficiale non c’è differenza».
In effetti, il cronista ha perfettamente ragione e corregge una imprecisione del messaggio scritto sull’onda dell’emozione.

L’insulto risulta ancora più grave per la presenza delle tante scuole calcio sugli spalti di Marassi.
Quali insegnamenti mostriamo ai baby calciatori?
Che esempio sportivo presentiamo ai giovani telespettatori?

Denigrare l’avversario con un coro divenuto «normale» in molti stadi è proprio insopportabile.
Ma, purtroppo, è una triste normalità italiana.
Basta guardare le partite della SerieA ed ascoltare l’urlo della curva al rilancio del portiere avversario.

Ricordavo un romantico «volaaaa» per accompagnare il pallone calciato con forza dal portiere.
Oggi, invece, un volgare insulto gridato da una parte dello stadio cancella e sporca anche quel volo magico.

Forse, noi che guardiamo quella palla viaggiare in cielo, nella sua fantasiosa traiettoria, dall’area al centrocampo in attesa che atterri tra i piedi dei nostri giocatori, siamo anacronistici ingenui?

No, mi dispiace.
Non confondiamo la realtà.
Sono quegli idioti che urlano oscenità i veri «mostri».

Un sincero grazie ad Alberto Rimedio per aver dato voce alla nostra indignazione.


Restiamo in contatto: ricevi la newsletter

Matera, l’unica provincia italiana senza treno: perchè?

FS: a Matera? In autobus

«Torno in autobus».
Per anni ho lavorato con una collega lucana.
Il venerdì, per raggiungere la famiglia in provincia di Potenza, non aveva alternativa all’autobus.

Perché ancora oggi – nel ventunesimo secolo – raggiungere la Basilicata in treno, è impossibile.

Eppure, ammetto di non essermi mai scandalizzato da quel rassegnato “torno in autobus”.

Suona normale: vivi in Basilicata, non hai diritto ai treni.

Come reagirebbe, invece, un bolognese se, per raggiungere Milano, dovesse spezzare il viaggio in treno e proseguire con un pullman per altre tre ore?
Sarebbe (giustamente) indignato.

E allora, perché la medesima situazione, viene percepita come «regolare» ed accettata in Basilicata?

Da Napoli a Matera: in treno+autobus, 4 ore per 255km!

Fs Napoli-Matera: 255km in 4 ore!

Per curiosità, consulto il sito delle Ferrovie dello Stato Italiano.
Da Napoli, per arrivare a Matera, la soluzione proposta è:

  • partenza in treno alle ore 15.15
  • giungo alla stazione di Salerno alle 15.52 (dopo 37 minuti)
  • parto da Salerno alle 16.12 con l’autobus Freccialink LK017
  • arrivo alla stazione di Matera alle 19.07 dopo 2 ore e 55 minuti
  • costo del viaggio: 37€

Dunque, secondo le Ferrovie dello Stato, nel 2017, per percorrere 255 km impiego quasi 4 ore con il cambio treno-autobus!

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

Matera, capitale della cultura 2019
(senza treno)

Nel 2019 Matera sarà la capitale della cultura.
Dal sito ufficiale:

“La giuria è stata colpita dall’entusiasmo e dalla innovatività caratterizzanti l’approccio artistico. Ci sono diversi progetti dotati del potenziale per attrarre un varia e più ampia audience europea, compresa la grande mostra Rinascimento del Mezzogiorno”.

Bene.
Tutti si pongono la medesima domanda: le masse di turisti provenienti da mezz’Europa, come giungeranno e quanto tempo impiegheranno per visitare questo angolo abbandonato d’Italia?

Due clic in Rete e scopri mille verità:

Così, dopo aver costruito la stazione, a Matera non sono arrivate né le rotaie né i cavi elettrici. Una spesa di oltre 500 miliardi di vecchie lire per 25 chilometri di rete ferroviaria inesistente.
(fonte: Tutti i treni (non) portano a Matera)

Seguono molteplice inchieste dallo stesso tenore: «investimento non conveniente», «assenza di mercato», «isolamento della città».

La Storia ci ricorda: Cristo si fermò ad Eboli.
Il presente, invece, l’amara verità: Matera, nel ventunesimo secolo, continua ad essere l’unica provincia italiana non raggiunta da nessun treno.

Tutt’oggi, non ho ancora capito il motivo e perché non si pone rimedio a questa vergognosa questione nazionale.
Perseverare, oltre ad essere diabolico, è inaccettabile.


Restiamo in contatto: ricevi la newsletter

Ferragosto italiano, tre perché (ed una risposta)

Ferragosto, Italia ferma
(come negli anni sessanta)

  • Perché l’esercito dei lavoratori (pubblici e privati) è costretto ad andare in ferie ad agosto?
  • Perché, in Italia, ci comportiamo ancora come negli anni sessanta quando la grande industria regolava i ritmi degli operai?
  • Perché, mentre il lavoro diviene flessibile, la regolamentazione delle ferie resta rigida nel tempo?

Milioni di lavoratori in partenza, tutti nello stesso weekend.
Città vuote, negozi chiusi.
Chi resta, costretto a sobbarcarsi il lavoro dei colleghi vacanzieri.

Al supermercato, la cassiera stressata.
Alla Posta, l’impiegata scorbutica.
Al Pronto Soccorso, il dottore latitante.

Lavorare fino ad estate inoltrata risulta snervante: negli uffici, il nervosismo si taglia con un coltello, ognuno vorrebbe essere altrove.
Eppure, in Italia, continuiamo ad usufruire del periodo di ferie, tutti insieme appassionatamente.

Una regola anacronistica impone ai dipendenti il periodo nel quale spendere le vacanze: dai primi di agosto fino alla settimana dopo ferragosto.

Il ferragosto degli anni 60: le vacanze legate alla catena di montaggio

La regola della catena di montaggio

La piccola utilitaria carica di ogni ben di Dio, la famiglia compressa nella FIAT cinquecento.
Il viaggio è lungo, dal laborioso nord verso il profondo sud.
A salutare i parenti rimasti, per trascorrere l’agognata vacanza.

Ad agosto, la catena di montaggio si ferma: gli operai – e chi lavora nell’indotto – liberi per un mese.

Aveva senso.
Nell’Italia degli anni sessanta.

Oggi, nella società del mordi e fuggi, fermare la nazione – per una settimana! – è un concetto preistorico.

In Italia, la grande industria è praticamente assente.
Il massiccio esercito di operai (moderni), frammentato in mille unità precarie.
Ognuna con regole e tempi diversi, nessuna uniformità, ritmi specifici, diritti e doveri legati al territorio.

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

La risposta ai tre perché

Permettere ai lavoratori (pubblici e privati) di consumare le proprie settimane di ferie (due, tre, quattro o cinque) tra il primo giugno ed il trentuno agosto.

Spalmare le vacanze in più mesi, evita:

  • lo stress dei lavoratori costretti a recarsi in ufficio fino ad estate inoltrata
  • il miglioramento della qualità dei servizi offerti in ogni settore
  • gli esodi di massa ed i relativi bollini rossi sulle autostrade italiane (con diminuzione degli incidenti stradali)
  • lo svuotamento delle città e l’azzeramento delle prestazioni (vedi anziani e chi necessita di assistenza)
  • la speculazione dell’alta stagione e lo sfruttamento indegna del turista
  • varie (furti in casa, abbandono degli animali …)

Con questo semplice accorgimento, le aziende (piccole e grandi) non si fermano e raggiungono un doppio obiettivo: soddisfare le esigenze del proprio impiegato, far consumare le ferie al lavoratore come stabilito dal contratto nazionale.

Resta un ultima domanda: in Italia, oggi perché andiamo ancora in vacanza tutti insieme come negli anni sessanta?


Restiamo in contatto: ricevi la newsletter

Distanze (a)simmetriche

La proprietà di simmetria

La distanza da un punto A ad un punto B è uguale alla distanza dal punto B al punto A

Secondo l’infallibile proprietà di simmetria, la distanza tra Libia e Italia è uguale alla distanza tra Italia e Libia?

Un libico ed un italiano, dunque, percepiscono la medesima lontananza?

Possiamo affermare – come la geometria suggerisce – che, oggi, il distacco tra Europa ed Africa, non dipende da quale costa si osserva?

La prospettiva di un siriano è opposta alla percezione della realtà di un tedesco: per l’africano, il percorso verso la Germania – anche se a prova di vita – è possibile.
Per il tedesco, invece, la Syria è un luogo talmente lontano da risultare immaginario.

Le distanze non sono (più) simmetriche?

L’orizzonte è davvero così distante?

Dalla spiaggia, osservo l’orizzonte.

Piccole onde salgono e scendono dai piedi in veloci, freschi movimenti perpetui.
Il sole tramonta sul mare, una palla rossa incandescente pronta ad immergersi per ricomparire dall’altro capo del pianeta.

Mentre la natura disegna l’ennesimo meraviglioso quadro, la proprietà di simmetria, oggi mi appare ancora meno convincente.

L’orizzonte è davvero così distante?
La curva che delimita l’infinito, è proprio irraggiungibile?
E se cambio prospettiva, il concetto vale ancora?

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

Distanze, dipende dal punto di vista?

Se fisso il punto di riferimento all’orizzonte e scruto la riva, la spiaggia è ancora una meta inarrivabile?
Oppure la disperazione, la voglia di cambiare, il desiderio di vivere, trasforma il tragitto da impossibile a possibile?

La distanza tra due punti non presenta sempre la medesima misura.
Mi sa che dipende con quali occhi osserviamo la destinazione.


Restiamo in contatto: ricevi la newsletter

Valeria Corciolani, la scrittrice di gialli che ama i cattivi (e cita Einstein) [INTERVISTA]

Valeria Corciolani, quando la scintilla?

Conosco Valeria attraverso gli occhi di Guia e Lucia, le protagoniste del giallo appena finito, La mossa della cernia.
Giunto all’ultimo rigo, col sorriso stampato in viso, contatto l’autrice.

Desidero carpire l’attimo nel quale Valeria Corciolani diventa scrittrice (di successo), comprendere quando nasce la scintilla che cambia il flusso degli eventi, quel momento magico nel quale Valeria mette in discussione le certezze per rovesciare il suo mondo e seguire la passione, l’amore per la scrittura.

Valeria Corciolani, autrice di commedie noir

Dalle immagini alle parole

D: Valeria, quando e come hai compreso di essere una scrittrice?
Prima della scintilla, che vita conducevi?
R: “Scrittrice” mi pare sempre un sostantivo troppo grande e inarrivabile riferito a me che nasco lettrice ingorda e sempre eternamente grata a tutti gli autori che mi hanno trascinata nelle loro storie.
In realtà la mia vita non è cambiata molto, ho solo modificato “prospettiva”: prima raccontavo storie solo con le immagini, ora le racconto anche con le parole.
Ho realizzato che scrivere poteva diventare una faccenda seria dopo, grazie all’inaspettato e travolgente riscontro dei lettori, un po’ come partire con l’idea di assaggiare con l’alluce l’acqua del bagnasciuga e trovarsi felicemente catapultati nella traversata a nuoto della Manica.

D: Ci vuole più coraggio a svoltare e seguire la passione oppure a rimanere negli schemi prestabiliti privi di calore e colore?
R: Più che coraggio forse si tratta di abbandonarsi a quel pizzico di incoscienza che appartiene ai sogni.
Il coraggio viene dopo, quando dai la martellata al grillo parlante che ti saltella dentro ripetendoti allo sfinimento “ma che diavolo stai facendo?”.
Un grillo che non ha tutti i torti in effetti, perché l’editoria di questi tempi è forse il settore più sdrucciolevole e zeppo di incognite, ma per ora – nonostante le fatiche e le inevitabili delusioni – ne è valsa davvero la pena.

Valeria Corciolani, scrittrice di noir ed amante dell'arte in tutte le sue forme

Valeria Corciolani, Chiavari (ed il mare)

D: Valeria, le vicende di Guia e Lucia si svolgono a Chiavari, paese nel quale vivi e lavori. Che rapporto hai con la tua terra?
R: E’ un rapporto di grande affetto e di grande rabbia, molto simile a quello che nutro per il nostro Paese, l’Italia.
Viviamo in un luogo splendido, ricco di tesori, storia, arte, meraviglie naturali e … e sembra che la cosa non ci riguardi: non sappiamo valorizzarlo, non sappiamo sfruttarlo in modo consapevole, rispettoso e adeguato, non sappiamo viverlo e amarlo come merita, e questo mi fa una grande rabbia, ecco.

D: Chiavari è la tua “prigione d’oro” mentre l’infinito del mare è la fuga (letteraria)?
R: Chiavari è una cittadina di provincia, con tutti i pregi e i difetti delle piccole cittadine di provincia, qui sta il suo bello: è una miniera di spunti, di microstorie gustose, brulicante di vite e segreti che si gonfiano e sgonfiano passando di bocca in bocca.
Siamo liguri: parchi di convenevoli ma, scavando la scorza, ricchi di cuore e di poesia.
E poi c’è il mare, sconfinato immenso e nello stesso tempo culla e rifugio.
E’ la mia fuga sì, nel suo abbraccio ritrovo il mio “centro”: l’acqua si ingoia i pensieri molesti e tornano a galla solo le intuizioni migliori.

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

Valeria Corciolani, autrice di “La mossa della cernia”

D: i personaggi di “La mossa della cernia” trasmettono umanità.
Non ho identificato nessun vero «cattivo» nel libro, nemmeno l’assassino.
Per un giallo, trovo sia un punto di debolezza ma anche una sorpresa inattesa.
Perché questo buonismo totale?
R: In realtà non si tratta di buonismo, piuttosto lo definirei uno sguardo che cerca di andare oltre il “cattivo” – che c’è, intendiamoci, ma non è detto che sia necessariamente il colpevole – figure che impari a conoscere nelle loro fragilità, nelle loro scelte e a cui tutto sommato ti affezioni.
Amo frugare nelle vite, entrare nelle loro storie e farci entrare chi legge, per scoprire le motivazioni umane che portano al delitto, dove non c’è separazione netta tra Bene e Male ma un’infinita varietà di sfumature.
Questo mi interessa più di una ricerca pedissequa degli indizi, che trovo sempre un poco arida e noiosa.
Simenon diceva:

“bisogna comprendere e mai giudicare, perché non ci sono solo vittime e non colpevoli”

Io credo sia davvero così e mi piace raccontarlo accompagnandoci il lettore, con lievità e anche un pizzico di ironia.
Infatti i miei romanzi sono più delle commedie noir che dei veri e propri gialli, la suddivisione in generi a volte costringe a queste piccole inesattezze che non corrispondono alla cuore vero dei romanzi, ma mi pare che i lettori in fondo non ci badino più di tanto.

D: Valeria, è il giorno della rivincita.
Tra tutti i tuoi romanzi quale credi sia stato sottovalutato dal pubblico?
R: Mah, sottovalutato magari no, però La mossa della cernia è tra tutti i miei romanzi forse quello che ha avuto meno visibilità, ma non mi pare che se la sia presa troppo 😉

Valeria Corciolani, l'autrice de La mossa della cernia

Valeria Corciolani, la scuola e la cultura

D: Agli scrittori chiedo sempre il proprio rapporto con la scuola.
Che tipo era il tuo professore di italiano?
R: Era una professoressa severissima e terribile eh, ma strepitosa!
Pensate che dopo una sua memorabile lezione su Émile Zola, uno all’insaputa dell’altro, ci siamo catapultati in libreria a comprare Teresa Raquin.
In classe eravamo in trentadue, l’abbiamo letta tutti fino all’ultima pagina.
E senza che nessuno ce l’avesse imposto.
Non aggiungo altro.

D: Ha contribuito a modellare la scrittrice di oggi oppure la formazione scolastica pensi sia solo nozionistica e non produce vera cultura?
R: Come si suol dire “la scuola la fanno gli insegnanti”: se l’insegnante è innamorato di ciò che insegna fa innamorare chi lo ascolta, sempre.
La cultura fatta solo di nozioni non è vera cultura, bisogna amare e “praticare” ciò che si studia, solo così si impara davvero.
Conoscere la regola serve solo se poi diventa parte interattiva del nostro viverla, leggere, ad esempio, è un modo meraviglioso e perfetto per imparare a scrivere, per conoscere la grammatica, i verbi, la costruzione del periodo … divertendosi.

Valeria Corciolani, scrittrice ed amante dell'arte in tutte le sue forme

I tre libri (o ebook?) consigliati da Valeria

D: Ci segnali i tre libri che non possono mancare nella tua libreria?
R: Questa è una domanda che mi mette sempre in crisi, ogni momento della mia vita è stato siglato da libri che hanno lasciato il segno e quindi l’elenco si allunga con l’età (lunghissssssimo, quindi).
Io amo molto rileggere, per cui mi baserò sui quelli che ho tenuto più tra le mani, potrebbe essere un compromesso accettabile?

  • I racconti di Dino Buzzati
  • A che punto è la notte di Fruttero&Lucentini
  • L’affare Saint – Fiacre di George Simenon
  • Lessico famigliare di Natalia Ginzburg

Eh, alla fine ne ho messi quattro, perdonata?

D: Una curiosità personale: Valeria sei legata al tabù devo-toccare-la-pagina e quindi leggi solo libri cartacei oppure sei una fautrice degli ebook (come il sottoscritto)?
R: Nessun tabù di sorta, e poi diciamolo, queste diatribe che sento tra digitale\cartaceo non hanno molto senso.
Ciò che conta veramente è LEGGERE, il come e dove non importa.
Uno non potrà mai soppiantare l’altro perché sono due facce di quella meravigliosa realtà che si chiama LIBRO.
Gli ebook sono pratici, leggeri, in vacanza ho finalmente tutta la valigia a disposizione (che prima tre quarti era dedicata ai libri) e in casa poi ho libri dappertutto, anche in bagno, per dire che stava diventando davvero complicato stivarne ancora.
Insomma, per me che leggo ovunque è davvero comodo: pesa niente e contiene più romanzi di una libreria a quattro pareti.
Ho il modello basico, quello che richiede la luce esterna e alla vista sembra proprio di leggere la pagina di un tascabile, si può ingrandire, sottolineare, evidenziare e fare le “orecchie” all’angolo della pagina senza patire (ebbene sì, non sopporto i libri rovinati e ciancicati, mi procura proprio un dolore fisico), sull’ebook lo faccio senza remore e le posso richiamare in modo pratico e veloce
Con questo il cartaceo lo compro ancora e lo amo, perché mi piace andare in libreria, perché certi libri sono proprio belli da vedere, da mostrare e da toccare e perché l’unica pecca dell’ebook è che non te lo puoi fare autografare, mannaggia…

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

Valeria ed i «mostri»

D: dalla tua biografia scopro che ami l’arte in tutte le sue forme: scrittura, fotografia, creatività.
L’arte contro il degrado morale ed urbano: esiste un’arma più potente per combattere i «mostri»?
R: Bella domanda.
A cui vorrei esistesse davvero una risposta.
Nel blog dei “mostri” ho notato con piacere come si alternino le due facce di “mostritudine”, quasi a mettere l’accento sul “se si vuole cambiare si può davvero cambiare”.
Sono convinta che l’arte potrebbe essere un ottimo strumento per contrastare il degrado morale e urbano, si evince nel suo piccolo anche nella scelta di decorare sottopassi e palazzi, prima deturpati da scritte oscene e disegni ancor peggio, con i meravigliosi graffiti e murales degli street artist.
Un’educazione alla bellezza, una lezione visiva di educazione civica, rispetto e tutela dell’ambiente.
Gli stessi messaggi che possono passare attraverso la lettura di un buon libro, la visione di un buon film o di una pièce teatrale, o il piccolo universo racchiuso in uno scatto fotografico.

D: Valeria, sei capitata sul blog dei «mostri».
Quali i peggiori affrontati?
R: I peggiori “mostri” sono quelli impastati dall’ottusità.
La difficoltà di far capire che spendere per la cultura è l’unico modo per ricevere indietro il centuplo.
Ma il più delle volte è rimbalzare invano contro un muro di gomma.
Frustrante.

D: E come li hai contrastati?
R: Con l’evidenza dei fatti, ma ho scoperto che l’ottusità è spesso refrattaria anche all’evidenza.
Uno zoccolo durissimo difficile da scalzare, insomma.
Bisogna solo confidare nella fortuna di incappare in un pizzico di lungimiranza in più.
A volte capita, ma è raro più dei vetrini blu sulla spiaggia.

D: L’intervista termina con una riflessione a piacere.
A te il messaggio da lanciare nell’oceano sconfinato della Rete.
D: E’ una citazione di Albert Einstein, che racchiude in sé ciò di cui sono convinta e che non saprei dire meglio:

“L’immaginazione è più importante della conoscenza.
La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo.”

Acquista i libri di Valeria su Amazon!

Valeria Corciolani, i suoi libri su Amazon


Restiamo in contatto: ricevi la newsletter

Piero Ottone, il mio ricordo (e ringraziamento)

Piero Ottone, «Vizi e virtù» degli italiani

Appena mi capitava tra le mani il Venerdì di Repubblica, saltavo subito alla rubrica di Piero Ottone.

Dopo le invettive di Curzio Maltese sui politici ed il malaffare e le risposte ai più assurdi e stravaganti quesiti d’amore di Natalia Aspesi, giungeva «Vizi e virtù».

Piero Ottone, autore di «Vizi e virtù», la mia rubrica preferita sul Venerdì di Repubblica

«Vizi e virtù», per il piacere di leggere

Ignoravo chi fosse l’autore – un editorialista, il direttore del giornale, la firma più importante di Repubblica? – leggevo «Vizi e virtù» … per il piacere di leggere.

Ecco il punto: catturare l’attenzione per i soli contenuti senza influenzare il Lettore con l’importanza del nome è la massima aspirazione di chi scrive.

Tra quelle righe ironiche, serpeggiava la critica alla cafonaggine nostrana: un articolo apparentemente spensierato, per sorridere sulle abitudini malsane di noi italiani e riflettere sui pregi troppo spesso dimenticati.

Senza mai esasperare, col tocco leggero dei (veri) maestri di giornalismo.

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

Piero Ottone contro i «mostri»

La notizia della scomparsa mi sorprende.
Non conoscevo nemmeno l’età di Piero Ottone ma – come accade per molti altri personaggi pubblici – chissà perché quando giunge l’irreparabile, lo stupore prende il sopravvento.

Sono convinto: a lui si ispirano parte dei mie post perché gli articoli di Piero Ottone denunciano «mostri».

In tempi non sospetti, con l’eleganza e la superiorità dei veri giornalisti, con la frivolezza di una rubrica presente in un settimanale, Piero Ottone derideva i cafoni, sbeffeggiava i maleducati, denunciava i comportamenti malandrini di noi italiani, un popolo in perenne oscillazione tra vizi e virtù.

La meta (irraggiungibile) alla quale aspira il sottoscritto.


Ti è piaciuto questo post? Ricevi la newsletter

Ficarra e Picone: l’onestà vale solo per gli altri?

E se giungesse un Sindaco integerrimo?

Esco dal cinema con un senso di vergogna.
L’ora legale, il nuovo film di Ficarra e Picone, lascia interdetti.

La trama è incentrata su una domanda semplice dalla risposta non scontata.

L’italiano si lamenta della malapolitica.
Istituzioni corrotte, politici-ladri, nessuno compie il proprio dovere, meritocrazia assente, favori ad amici e parenti invece di operare per il bene comune.

Ebbene, se per una serie di coincidenze assurde, il Sindaco della tua città (piccola o grande, al sud o al nord) è una persona onesta, integerrima, incorruttibile, applica la Legge senza preferenze alcuna, rispetta le regole: come reagisce la società? 
(attenzione, parliamo di un Sindaco che, in altri Paesi, è «normale» mentre da noi sembra un alieno)

L'ora legale, il nuovo film di Ficarra e Picone

Italiani, popolo senza regole?

Siamo un popolo senza spina dorsale?
Allergici ad ogni tipo di regola del vivere civile?
Esiste una remota possibilità di cambiare la nostra nazione?

L’ora legale strappa risate amare su assurdità nostrane nelle quali ci riconosciamo perché vissute in prima persona.
Il film ha il merito di scuotere lo spettatore assuefatto alla ordinaria inciviltà che appare oramai ineluttabile.

Una fotografia comica e penosa dei nostri tempi, un film che non ti aspetti dal duo siciliano.

Perché al di là delle facili battute sulle difficoltà della raccolta differenziata, dell’accettazione del parcheggio in doppia fila, dei favoritismi per il non-rispetto della coda — è in discussione la cultura di un paese.

E’ facile criticare il prossimo ma essere onesti implica anche una serie di sacrifici individuali, l’azione in prima persona, il rifiuto del compromesso.

Siamo capaci?

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

L’onestà? La pretendiamo solo dagli altri

Vogliamo onestà dalle Istituzioni?
Pretendiamo trasparenza dai politici?
Esigiamo il rispetto delle regole?

Concetti affascinanti ma validi per gli altri.

Noi, invece, siamo esenti: gettiamo il sacchetto dell’immondizia a tutte le ore, accettiamo un favore dal politico di turno ma spariamo, sbraitiamo, urliamo contro il vicino se deposita il sacchetto fuori orario oppure è un raccomandato.

Assolviamo noi stessi e condanniamo gli altri: la ricetta è servita.
Ma dove ci porterà questo atteggiamento egoistico?

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

L’ora legale, la conferenza di Ficarra e Picone


Ti è piaciuto questo post? Ricevi la newsletter

La vera storia di Irina Lucidi (di Concita De Gregorio)

Una storia agghiacciante (e vera)

Concita De Gregorio racconta una storia agghiacciante.
Una vicenda realmente accaduta, nel 2011, nella perfetta Svizzera: la scomparsa delle due gemelline Alessia e Livia di sei anni, le figlie di Irina Lucidi, ad opera dell’ex marito poi suicidatosi a Cerignola in Puglia.

Mi sa che fuori è primavera è un libro duro.

Leggere e comprendere – pagina dopo pagina – il piano folle di Mathias Schepp, il padre premuroso e marito iper-rigido che sfocerà nella follia, costa molto.

Il dramma di Irina Lucidi raccontato da Concita De Gregori in "Mi sa che fuori è primavera"

«il dolore fa male ma non ti uccide»

Da ogni parola di Irina emerge il dolore.
Ma, come afferma lei stessa «il dolore fa male ma non ti uccide» ed allora devi trovare la forza di andare avanti.
Per non morire, come avrebbe voluto l’ex marito.

Da un male immenso, Irina Lucidi riemerge.

Senza mai dimenticare – è impossibile – ma tentando di proseguire.
Per aiutare gli altri.
Crea l’organizzazione Missing Children Switzerland, «perché quando un bimbo sparisce, bisogna che ci siano meccanismi automatici che si attivano. Procedura. Priorità».

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

Se il «mostro» è dentro casa

Il «mostro» è tuo marito, l’uomo col quale vai a dormire ed hai creato la tua famiglia.
Il «mostro» è il padre premuroso di Alessia e Livia.
L’uomo attento, pianificatore, gelido, malato, pazzo.

Concita De Gregorio narra con delicatezza una vicenda impossibile da accettare.

A metà libro, speravo si trattasse di un giallo col colpo di scena finale.
Invece, la lettura avanza e l’angoscia aumenta con essa.

Fino alla cruda realtà.
Impossibile da comprendere nonostante lo stile impeccabile ed un racconto asciutto.

Perché leggere la storia di Irina Lucidi

La lettura di Mi sa che fuori è primavera è ardua.
La domanda naturale posta dal Lettore è scontata quanto naturale: è possibile superare un dolore così forte come la scomparsa di due figlie e tornare un giorno ad essere felici?

Nessuno di noi può immaginare l’abisso nel quale è sprofondata Irina.
Nessuno di noi può rispondere ad un quesito tanto oscuro.

Ognuno di noi può sostenere il prezioso lavoro di Missing Children Switzerland,
Come?
Leggendo il libro.

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

Parla Concita De Gregorio, l’autrice

Ho cercato in Rete.
Il web è ricco di notizie su Alessia e Livia.
Chi vuole, può approfondire la drammatica vicenda.

Rimando all’intervista rilasciata dall’autrice del libro, Concita De Gregorio, mamma di quattro bimbi:
MI SA CHE FUORI È PRIMAVERA. INTERVISTA A CONCITA DE GREGORIO.

Acquista il libro su Amazon

Quale è la vincita minima per smettere di lavorare?

Vincere al Superenalotto: sì, ma quanto?

Basta un milione di euro.
La cifra copre l’intera esistenza di un adulto italiano con partner e prole.
Il milione d’euro permetterà all’intero nucleo di non lavorare mai e trascorrere una vita serena con uno stile medio.

Non navigherete nell’oro ma, almeno, non sopporterete più le angherie del capoufficio (o equivalenti) e potrete dedicare tutte le ventiquattro ore della giornata a ciò che veramente amate.

E questo non ha prezzo.

Vincere al Superenalotto? Sì, ma quanto?

Un euro a settimana

Il calcolo deve essere analitico.
Depenno l’emotività, la cifra è da capogiro: cento milioni più briciole è l’attuale montepremi del Superenalotto.

Investo l’euro settimanale, la lotteria per spegnere il computer dell’ufficio per sempre e dedicare il tempo – finalmente! – ai sogni irrealizzati.

Dunque: quale è la vincita minima per licenziarsi e vivere felice?

I reddito medio italiano: 20 mila euro

Reddito medio italiano: 20 mila euro

Secondo le statistiche, la vincita milionaria bussa alla porta una volta nella vita: ragiono con le mani bucate e prendo le stime massime.

Parto dall’ultimo dato Istat disponibile: il reddito medio in Italia è pari a 20.070€ e varia a secondo della zona.
Per eccesso, consideriamo il reddito massimo del nord ovest: 22.820€.

faCCebook è anche su Telegram: unisciti al canale!

Dopo quanti anni la pensione?

Il secondo parametro da fissare è il numero di anni lavorativi prima di giungere alla agognata pensione.

Tutte le riforme si basano su un concetto elementare: un lavoratore, più anni resta in ufficio (o qualsiasi altro posto) più tempo versa (i contributi) e meno riscuote (la pensione).

Dunque, lo Stato prolunga la vita media del lavoratore finché l’Alzheimer galoppante non prende il sopravvento.

Fisso a 40 anni la vita media del lavoratore moderno.
Evito di specificare come giungerà il Fantozzi del ventunesimo secolo alla meta, sono algebrico e scevro di considerazioni personali.

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

La formula

Il calcolo è bell’è fatto, la soluzione elementare:

  • reddito massimo italiano moltiplicato il numero di anni lavorativi
  • 23.000 x 40 = 920.000
  • sommo 80.000 tra inflazione, rivalutazione e le spese dal dentista

il cerchio si chiude: il milione è servito.

L’appello

Discorsi folli di un informatico sognatore?
Riflessioni estive sotto l’ombrellone?
Cifre sballate e numeri irraggiungibili?

Forse.
O forse no.

Ora mi rivolgo a te, amico Lettore alla ricerca continua di «mostri» da sconfiggere.

Fornisci una possibilità alla fortuna, altrimenti il milione lo vedrai sempre e solo dal binocolo.

D’altronde, sei giunto fino a questo punto, qualcosa significherà.
Interpreto il tuo impegno come la volontà di cambiare vita.
Concordo.

Investi un euro, il montepremi supera i cento milioni.
Se vinci, un paio tieniteli pure, il resto distribuiscilo.

Ricorda: basta un milione di euro per smettere di lavorare (per sempre).

A proposito, non essere ingordo altrimenti il prossimo «mostro» potresti essere proprio tu.
D’accordo?

PS: se vinci, ricordati del sottoscritto (mi accontento anche di centomila euro)

Il fascino dell’isola (vista dalla terraferma)

L’isola vista dalla terraferma

«Bella Capri! Appena possible torno per un weekend!» sospiro mentre da Pozzuoli osservo l’isola.

Il vento spazza via le nuvole, il panorama è limpido, la visuale nitida.
Capri sembra una donna distesa, affascinante.
Già, affascinante osservata con i piedi saldi sul continente, con la possibilità di girare le spalle e fuggire via dove desidero.

Auto, metropolitana, treno ed aereo sono – in teoria – disponibili.
Spazio infinito, nessun confine fisico limita la mia libertà.
Scatto la foto, «proprio bella Capri!».

Gli isolani come vivono sull'isola?

La vita sull’isola

Come sarà l’inverno su un’isola?
A quale velocità scorrono le giornate a Procida, un fazzoletto di terra raccolto in un palmo di mano?
Col maltempo ed i collegamenti sospesi, quale sensazione pervade un luogo immerso nel mare?

La realtà, poi, si capovolge con la bella stagione.
L’invasione dei turisti – pendolari e non – sconvolge gli equilibri e porta nuova linfa vitale.
Per un paio di mesi il caos travolge l’isola per poi far posto di nuovo al silenzio assoluto.

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

Come nel libro di Enzo G. Napolillo

Penso alla vita di Salvatore, il protagonista del bel libro di Enzo G. Napolillo,
Le tartarughe tornano sempre ambientato a Lampedusa.

Perché Lampedusa può essere una prigione per chi ci nasce e la terra promessa per chi sogna una vita diversa da guerra e violenza.
Dipende dal destino quale prospettiva ti regala.

Forse la citazione vale per tutti i luoghi?

Per quanto tempo resisti?

Chi nasce su un’isola, fin da piccolo, si abitua ai ritmi dell’oasi.
Prigione o Paradiso?
Dipende dalla prospettiva (personale) con la quale osservi il mondo.

Per il sottoscritto – cittadino metropolitano – trascorrere la vacanza in un luogo isolato è un piacere: niente affollamento, zero stress, calma e relax.
Il piacere è totale perché terminata la settimana di ferie, torno a casa a respirare boccate di sano smog, passeggiare per la città, ritrovare i miei piccoli, grandi «mostri» di sempre.

Riuscirei a vivere su un’isola?

Mentre rifletto, immagino che dal belvedere di Capri – proprio nello stesso istante – un isolano guarda Napoli, punta con lo smartphone la costa e scatta una foto.
Perplesso, si domanda: «come riescono a vivere in città?».


Ti è piaciuto questo post? Ricevi la newsletter

Verdone, l’hai fatta grossa! (lettera di un fan deluso)

Caro Carlo,
perchè produci un film insignificante come L’abbiamo fatta grossa?

Oggi sei nel pieno della maturità artistica, potresti osare e sperimentare.
Invece assecondi un progetto commerciale nel quale la tua impronta è inesistente.

Ammettilo: nemmeno tu credi nella tua ultima pellicola.
Assolvo il povero Antonio Albanese, troppo fedele per essere criticato.
Scusami Carlo ma la colpa è tua.

Verdone, l'hai fatta grossa! (lettera di un fan deluso)

L’abbiamo fatta grossa non strappa una risata e non sprona nemmeno riflessioni.
In pratica non suscita emozioni e, sarai d’accordo, questa è la peggior condanna per un film.

Esco dalla sala indifferente, le scene scivolano via e non lasciano traccia nella mente e nel cuore.
Questo sentimento mi suscita rabbia.
Perché ti seguo da anni ed ogni tua storia rappresenta un pezzo importante nella filmografia italiana, un parte d’Italia descritta con ironia ed attualità.
Invece, questa ultima opera, è il vuoto assoluto.

Magari avrai pure racimolato qualche spicciolo facile ma con film simili perdi una fetta di credibilità verso i tuo fans.

Fumati una sigaretta, prenditi pure il giusto periodo di riflessione, non accettare i tempi frenetici ed i ricatti dei produttori.
Ai mercenari non interessa l’opinione dei tuoi fans, i manager contano solo il numero di biglietti staccati.

Caro Carlo, stavolta hai abusato del nostro affetto (lo sai noi ti perdoniamo tutto).
Aspetto il tuo prossimo film, un nuovo Iris Blond mi renderebbe felice.
E – sono convinto – renderebbe felice soprattutto te.

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

Pete Sampras, il mio (famoso) sosia

I gemelli del tennis

D’accordo, ho solo un pizzico di Brad Pitt e da lontano ricordo Richard Gere.
Invece, io e Pete Sampras, siamo due gocce d’acqua.

Ad essere precisi, quella vecchia racchetta ha messo piede sul pianeta Terra sette mesi dopo il mio atterraggio.
Lui è nato in un caldo agosto del ’71, io nel freddo autunno del ’70 (ottima annata, non vi è dubbio).

Immagino gli amici dell’ex numero uno del tennis mondiale navigare su internet, scoprire l’originale e restare a bocca aperta di fronte all’evidenza: il mito Pete Sampras ha un sosia, il sottoscritto.

Io e Pete Sampras, due gocce d'acqua

Io e Pete Sampras, due gocce d’acqua

Io e Sampras: la scheda

Pete è alto 185 cm, io 178.
Lo scrivente più longilineo (l’americano pesa 80 kg, qualche etto in più rispetto al peso forma dell’italiano), entrambi destri e scuri di carnagione, amanti del buon cibo ed attenti alla forma fisica.

Il napoletano (sempre io) si preferisce per l’eleganza nei movimenti, il sette volte vincitore di Wimbledon per la potenza della muscoli.

Il sottoscritto – secondo fonti non ufficiali – nuota meglio (sia al mare che in piscina, laghi e fiumi non contemplati) e, dall’ultimo sondaggio SIAE, risulta più intonato.

L’incontro: l’appello allo sponsor

Nonostante l’evidente affinità, Pete non si è fatto vivo.
Per una questione di età – è lui il giovanotto – attendo un suo cenno ma l’ex atleta (oggi con una pancetta rilassata) resta prigioniere della timidezza.

E’ vero: tutti e due non alimentiamo gossip, evitiamo scandali e paparazzi, detestiamo le serate mondane, preferiamo vivere lontano dai riflettori.

Ma oggi il destino ci mette lo zampino, anzi la racchetta: entrambi utilizziamo la medesima Wilson (che firma anche le nostre scarpe, calzini, i pantaloncini e maglietta ma, secondo i fashion blogger, il più anziano – sempre io – è comunque più chic).

Dunque, l’idea: la Wilson sponsorizza l’incontro tra il sottoscritto e Pete Sampras.

Porta con te i «mostri» di faCCebook ovunque tu vada! Scarica l'app ufficiale di faCCebook per Android

Il mio impegno per i fans

La multinazionale dell’abbigliamento sportivo investe e stanzia i (volgari) soldi, lo scrivente raggiunge il sosia junior a New York, pernotta nella suite dell’Hilton Hotel, per esibizione gioca qualche set col campione americano sul cemento di Flushing Meadows, posa per le riviste a Times Square, vive la Grande Mela con la guida di Sampras, redige un diario degli eventi per la gioia di voi appassionati fans.

Io ci sto, e tu Pete?

PS: ovviamente, per l’intero mese newyorkese (scusatemi, non posso restare oltre), vestirò Wilson 🙂


Ti è piaciuto questo post? Ricevi la newsletter

Page 1 of 4

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Translate »