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Tag: media (Page 2 of 2)

Come calcolare l’indice di Teledipendenza domestica

Il numero di televisioni è significativo

Mi piace osservare le case degli altri.
L’arredamento moderno o antico, i colori scelti per le pareti (uniformi oppure a tinta diverse), il tipo di pavimento, la dicotomica scelta tra vasca e doccia, il gusto per i dettagli e l’ottimizzazione degli spazi.

E infine, l’attenzione ricade sull’ultima significativa informazione statistica: quante televisioni sono presenti?

Come calcolare la teledipendenza domestica

Secondo una mia personalissima indagine, il numero di apparecchi televisivi misura l’atmosfera familiare.
Per capire la teledipendenza domestica eseguo un semplice algoritmo: calcolo il rapporto tra il numero di televisori ed il numero di inquilini presenti in casa.

L'indice della teledipendenza

Alta teledipendenza? Famiglia disunita

Per semplificare il ragionamento, è utile fornire alcuni esempi limite.
Pensiamo ad un nucleo composto da quattro persone con un solo televisore: l’indice della teledipendenza è basso (1/4 = 0,25).
Invece, una coppia che vive in un appartamento con cucina, piccolo salotto, studio e camera da letto con un apparecchio televisivo in ogni stanza ha un rapporto pari a 2 (4/2 = 2).

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Maggiore è  il valore della teledipendenza e più alto sarà il grado di distrazione generale provocato dalle immagini e dai suoni che scorrono sul piccolo schermo in ogni angolo dell’alloggio, minore sarà il dialogo tra gli inquilini ed il tempo da dedicare ad altre attività (lettura, ascolto della radio, modellismo, gioco …) e – con molta probabilità – il nucleo si dividerà per guardare un programma diverso con conseguente isolamento.

Con un solo televisore in casa, invece, se l’apparecchio è acceso il gruppo sarà coeso (quasi sempre, insieme sul divano del salotto) favorendo il confronto, la condivisione di opinioni, l’unità.

La TV in camera da letto: da evitare!

La statistica prevede un ulteriore coefficiente peggiorativo per coloro che hanno posizionato il televisore anche in camera da letto.

A costoro auguro la rottura irrimediabile del telecomando: solo un incidente così violento potrà ridurre il loro «mostruoso» indice di teledipendenza.


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Indifferenza gialla (ipocrisia nera)

Cinesi e Rom, le due bombe sociali

Nelle nostre moderne metropoli convivono due bombe sociali ad orologeria che, difatti, periodicamente esplodono per poi essere subito disinnescate dalle Istituzioni.

La comunità cinese, perlopiù invisibile, vive nascosta negli scantinati di fatiscenti palazzi della periferia.
Uomini, donne, anziani e bambini astratti, anelli vitali del ciclo produttivo occidentale ma non riconosciuti ufficialmente, lavoratori privi dei diritti basilari. Operai incorporei che producono beni materiali.

I rom vivono in campi degradati ai bordi della città, quasi sempre abusivi, in condizioni igienico sanitarie da terzo mondo, senza un lavoro fisso sopravvivono con le elemosina e spesso sono sfruttati dalla criminalità organizzata. Gente disperata ignorata dallo Stato.

Contesti paradossali, teoricamente inaccettabili per un «paese civile» ma, in pratica, una triste e quotidiana realtà: i cinesi segregati in bui seminterrati illuminati solo dai neon bianchi, i rom oramai stanziali in fatiscenti baraccopoli dimenticate da Dio, alla luce del sole.

Indifferenza gialla (ipocrisia nera)

L’indifferenza dello Stato

E lo Stato?
Impotente, non interviene.

La politica dell’indifferenza prevede la non-azione, l’abbandono di queste persone senza tutela al loro tragico destino per poi scandalizzarsi quando – puntualmente – avviene la tragedia annunciata (una stufa brucia una baracca rom sterminando un’intera famiglia oppure un incendio incenerisce gli operai cinesi di Prato).

Il copione prevede la squallida passerella dei politici e le dovute dichiarazioni di circostanza davanti le telecamere affamate, il circo mediatico accende i riflettori e – per un paio di giorni – noi onesti cittadini, turbati, ci offendiamo per quelle immagini scomode (ma note a tutti).

Poi, spente le luci, l’indifferenza copre i lutti e torna il colpevole e conveniente silenzio.
Fino ai prossimi inevitabili morti.

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Letta e Alfano, i Tom e Jerry della politica italiana

Tom e Jerry ed il finto odio

Seduto sul divano del salotto, guardo la TV insieme al mio piccolo pargoletto.
Ride come solo un bimbo di sei anni può ridere difronte alle peripezie di Tom che dal 1940 (data di nascita del cartone animato ideato da Hanna e Barbera) sogna di catturare l’inafferrabile Jerry.

La natura imporrebbe alle due simpatiche canaglie l’odio ancestrale della razza ma la coppia è oramai umanizzata e – sotto sotto – la lotta per l’evoluzione della specie ha fatto posto ad un più conveniente equilibrio domestico. 

Il gatto minaccia ma tutto sommato è buono, il topo è vendicativo però disposto a perdonare: l’uno ha bisogno dell’altro, vivono una finta guerra per il predominio territoriale ma in realtà si godono il vantaggioso dualismo.

Tom e Jerry e la finta guerra politica

Letta ed Alfano: sogno o realtà?

«Forza, a dormire domani ti aspetta la scuola, devi alzarti presto …».
Dopo le solite proteste, costringo il marmocchio ad andare a letto con la mamma; finalmente il potere torna tra le mie mie mani, mi impossesso del telecomando ed inizio il meritato zapping serale.

Pochi minuti e cado in uno stato di torpore, l’anticamera al dolce sonno preserale davanti la TV accesa.

All’improvviso sobbalzo, guardo lo schermo ed intravedo Enrico Letta congratularsi con Angelino Alfano: una vigorosa, sportiva stretta di mano, un sorriso soddisfatto di entrambi ed il patto è suggellato, le grandi intese sono salve, la fiducia ritrovata salverà il Paese.

Con gli occhi semichiusi, la realtà per un attimo si ingarbuglia con la fantasia confondendo i personaggi: intravedo nei due politici gli stessi volti compiaciuti di Tom e Jerry che dopo le infinite (ma finte) guerre si ritrovano amici nella stessa casa e con il medesimo obiettivo.

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La finta lotta

Costretti per natura ad una subdola diversità, si combattono senza mai annientarsi per poi essere più vicini di prima.

Mi stropiccio gli occhi e balbetto perplesso: «che minestrone   … ».
La stanchezza gioca brutti scherzi, forse è solo uno di quei pensieri assurdi che balenano di sera e svaniscono la mattina successiva.
Forse …


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«George Alexander Louis, il Royal Baby, è un bimbo di colore»

George Alexander Louis, finalmente!

IL mondo tira un sospiro di sollievo, finalmente è nato il nuovo rampollo della monarchia inglese, il piccolo George Alexander Louis.

William e Kate mostrano entusiasti il bebè alla stampa mondiale, i volti rilassati dei neo genitori non presentano i tipici segni della prima notte insonne.

Evidentemente, il poppante è venuto al mondo già regale ed evita i soliti piagnistei dei comuni mocciosi.
Pochi scatti e la nobile famiglia si dilegua portandosi dietro le mille curiosità globali: a chi assomiglia il pargoletto?
E’ tutto suo padre?
Oppure ha i caratteri della mamma?
Latte materno o artificiale?
La Corona è favorevole all’uso del ciuccio già nei primi giorni di vita?
Quali pannolini userà?

Domande lecite alle quali la stampa mondiale sta lavorando freneticamente e – prima o poi – fornirà le giuste risposte.

Ciò che nessuno vi dirà mai, invece, sono le indagini alle quali George Alexander Louis è stato sottoposto.

«George Alexander Louis, il Royal Baby, è un bimbo di colore»

Lo choc

Appena nato, infatti, il potente MI6 (per chi non è del settore, è la sigla dei temibili servizi segreti inglesi) insieme ad un importante centro africano specializzato sugli studi genetici dei cetacei, tramite un innovativo software sperimentale ha simulato la crescita del bimbo nei prossimi due anni.

Ebbene, il dossier catalogato subito top-secret dalla Regina Madre, evidenzia una insolita carnagione «scura» del neonato.

L’esito, secondo gli specialisti, è sconvolgente: «George Alexander Louis è un marmocchio di colore.  Più precisamente, il giusto termine scientifico riportato dai tecnici africani, è “di colore nero” (con una probabilità del 97,6%)».

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La reazione di Buckingham Palace

Nessuno può prevedere le conseguenze di questa inchiesta sull’intero ecosistema.

Al momento, da Buckingham Palace, non trapelano reazioni ufficiali né tantomeno smentite scandalizzate.

Il più importante studio di avvocati anglosassone è pronto a distruggere chiunque osi parlare dell’argomento, il primo ministro del Regno Unito di Gran Bretagna ha prontamente alzato il livello dei controlli negli aeroporti e nelle stazioni, la Banca Centrale Europea monitorizza costantemente lo spread tedesco, il Vaticano invita «a non strumentalizzare la concezione» mentre la nazionale di calcio inglese ha ufficialmente chiesto di giocare con la foto del piccolo stampata sulla maglietta bianca.

Il diritto di George Alexander Louis

Mentre il mondo impazzisce dietro le stupide congetture sul colore della pelle di un essere umano, l’innocente George Alexander Louis come si comporta?
Ha appena aperto gli occhi e piange, chiede solo di essere coccolato dall’amore della sua mamma e del suo papà.

Che poi, a ben riflettere, è lo stesso improrogabile, elementare, naturale diritto che spetta ad un qualsiasi altro bimbo nato in un altro angolo del Pianeta, ultimo imperatore o comune moccioso che sia.


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Andrea Antonelli, il rispetto del silenzio

Le regole (spietate) del circo mediatico

Lo spettacolo deve continuare, sempre.
Anche se c’è di mezzo una giovane vita spezzata, il circo mediatico non concede sconti.

I motori rombano, gli sponsor pagano, la pay-tv investe e lo spettatore esigente ha «fame» di immagini, meglio se drammatiche.

Difronte alla tragica morte di Andrea Antonelli, ancora una volta, nessuno ha il coraggio di fermarsi: è successo a Mosca, lo stesso sarebbe accaduto a Monza, Indianapolis oppure alla Parigi-Dakar.

I piloti sono solo attori, gladiatori moderni nell’arena globale, dipendenti del network televisivo, uomini di sport ridotti a testimonial di merendine (solo i volti più popolari però).

Sono consci di essere marionetta in moto, talentuosi impiegati obbligati a rispettare il contratto firmato col sangue, alcuni si considerano fortunati altri diventano famosi, tutti – in ogni gara – (consapevoli) rischiano la vita

Andrea Antonelli

Sempre dopo

Il giorno dopo la sciagura, si torna a parlare di sicurezza delle piste.
Per rispetto della famiglia del pilota e di tutti i suoi cari, sarebbe delicato evitare la solita litania: «in quelle condizioni, non si doveva correre» (Marco Melandri), «viene a tutti la voglia di tornare a casa» (Valentino Rossi) … perché dopo l’onda emotiva del momento e le (finte) polemiche, ognuno rientrerà nel suo box, dai suoi meccanici, dal proprio ingegnere di pista per chiedere rassicurazioni sul domani.

Le parole non sono necessarie, le regole sono note a tutti: uno sguardo di intesa ed il circo mediatico continuerà la sua inarrestabile, folle, mostruosa corsa.

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