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Tag: Milano

«Fight Eat Club? Ispirato da Edward Norton e Brad Pitt» [INTERVISTA]

Fight Eat Club, da un sogno di Antonio Prestieri

Quella domenica di ottobre del 2016 in tv davano uno dei miei film, ma soprattutto uno dei miei romanzi preferiti, Fight Club.

Questa storia non parte da un garage di Palo Alto: stavolta siamo in Italia, nel produttivo nord.
Tra la nebbia della periferia milanese, avanza l’idea di un gruppo di giovani capeggiati dall’istrionico Antonio Prestieri.

Già scrittore (Le Cose degli Altri, il suo romanzo d’esordio), dal nulla crea Fight Eat Club, il primo portale dedicato alle sfide tra cuochi amatoriali.

[…] Hanno messo sopra un piatto da portata la loro tenacia, competenze e complicità, e fatto di un guantone da cucina il loro acchiappasogni

Con curiosità, intervisto l’Amministratore Delegato di Fight Eat Club.
Per carpire quel momento magico nel quale un sogno diviene realtà.

Fight Eat Club, lo staff

Fight Eat Club, le 8 regole della sfida

D: Antonio, amo studiare i casi di successo e la vostra startup lo è.
Rientri tra quelle persone che, grazie ad un’idea vincente, modifica il proprio destino.
Ci racconti il momento magico nel quale scatta la scintilla e nasce Fight Eat Club?
R: Tutto accadde lo scorso autunno.
Avevo avuto un improvviso attacco di Media.
Succede ogni volta che per pigrizia cerco di liberare la mente senza dover uscire.
Così mi lascio andare sul divano e subisco il flusso televisivo.
Quando ho bisogno di resettare la mente la televisione riesce pienamente ad addormentare i neuroni.
Quella domenica di ottobre del 2016 in tv davano uno dei miei film, ma soprattutto uno dei miei romanzi preferiti, Fight Club.
Il cervello così si attivò e, anziché spegnersi, iniziò ad eccitarsi sotto lo sguardo di Edward Norton il quale acquistava mobili dagli svedesi.
Fu l’alter ego, Brad Pitt, ad accendere la miccia.
L’attore aveva interpretato in Ocean’s eleven e in Snatch, un personaggio che spesso mangiava.
Non so perchè, quando lo rividi in Fight Club pensai alle scene di questi film.
La parola “eat” entrò di prepotenza e nacque Fight Eat Club con le sue 8 regole

Antonio Prestieri, quando la scintilla

D: Antonio, Fight Eat Club era nei meandri del tuo cervello.
Nascosto tra i geniali pensieri che emergono di sera, prima di addormentarsi, e svaniscono con i primi raggi di sole.
Stavolta il sogno è proseguito.
Perché? Quali gli elementi forti/diversi dell’idea?
R: Quella notte di ottobre sognai le sfide tra cuochi amatoriali come la lotta liberatrice del film.
Come tanti cuochi e foodie, quando cucino mi rilasso col mondo ma non abbasso la guardia, anzi sono più combattivo che mai e so che potrei vincere con chiunque ai fornelli.

D: Talento, passione, coraggio: sono i tre elementi necessari per vincere una sfida.
In quale dei tre ti riconosci?
R: Sicuramente nella passione.
Quando c’è la passione, il coraggio arriva sempre e il talento sbuca improvvisamente dal nulla.

Antonio Prestieri, Amministratore Delegato di Fight Eat Club

Fight Eat Club, come funziona

D: La passione per la tecnologia, l’amore per il buon cibo, la voglia di divertirsi.
Ci spieghi come funziona Fight Eat Club?
R:  Fight Eat Club è il primo “talent” sul web di sfide culinarie a premi tra cuochi amatoriali, una vera e propria gara con video ricette da casa.
L’innovazione è soprattutto nella APP.
La prima al mondo dedicata alle video ricette: l’APP permetterà a chiunque volesse realizzare una video ricetta da casa di farlo in modo semplice usando solo il proprio cellulare.
L’app, infatti, guida l’utente passo passo nella realizzazione della video ricetta, curando anche il montaggio e la musica.
In questo modo tutti i cuochi amatoriali possono partecipare e vincere!

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La forza di un sognatore

D: Fight Eat Club: quali obiettivi vi siete posti?
Quando il vostro progetto sarà «un successo» e quando «un fallimento»?
R:  In America un business man si valuta dal numero dei suoi fallimenti, maggiori saranno e maggiore sarà il suo successo.
A questo punto della mia vita possiamo essere tranquilli: sarà un successo!

D: Antonio il percorso da seguire per concretizzare un sogno è zeppo di fossi, curve, salite. Quali i principali ostacoli da segnalare ai futuri sognatori?
Come superare i mille imprevisti?
R:  Troppe variabili per dare un consiglio, posso solo dire che il mondo non ama i sognatori perché sono capaci di cambiarlo.

Fight Eat Club, lo staff

Fight Eat Club, emozioni culinarie

D: Antonio, sei sul blog dei «mostri».
Ci sono più «mostri» in cucina o sul web?
R:  Nel Web.
In cucina i mostri sono pochi.
Qualche chef professionista che crede che pendano tutti dai sui piatti; non ricorda che tutto il cibo si trasforma e una buona parte si scarta nei wc di ogni cliente.

D: Antonio, salutaci con una riflessione libera e stimola il nostro appetito con una video ricetta speciale.
R:  Quando, per la prima volta, vidi crescere il Flan nel forno ebbi la netta sensazione che quella sarebbe stata la prima di un’infinita serie di emozioni culinarie.
L’emozione più grande però arrivò dopo, quando le persone che amavo assaggiarono il piatto e rividi nei loro occhi l’espressione dell’amore che avevo riversato dentro …
Il progetto Fight Eat Club nasce da un film, chiuderei con una frase allora.
Con una frase del film Ratatouille:

“Il cibo trova sempre coloro che amano cucinare! “

Tra le tante ricette, vi consiglio la Tarte Tatin alle Cipolle di Stefano Callegaro, il nostro testimonial (Vincitore di Masterchef 4)


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Maticmind Napoli, buon (primo) compleanno!

15 ottobre 2015 – 15 ottobre 2016

Il 15 ottobre Maticmind Napoli festeggia il primo anno di vita.
Siamo sempre noi, gli ex centoventi dipendenti di HP Pozzuoli trasferiti dalla sede campana della multinazionale americana presso la filiale partenopea della società milanese (l’intera, drammatica vicenda è raccontata nell’ebook gratuito Gli ultimi giorni di HP Pozzuoli).

Dopo un anno, come procede la vita in Maticmind?
Quale futuro ci attende?

Inaugurazione di Maticmind Napoli

Maticmind Napoli, il primo chilometro

Il percorso è lungo, pieno di insidie ed il traguardo ad una distanza inimmaginabile.
Però abbiamo percorso il primo chilometro.
Con una casacca diversa, uno stile nuovo, superiamo già i primi mille metri.

Un traguardo insignificante oppure un risultato importante?

Il primo chilometro, in una maratona di cento chilometri, può non significare nulla oppure essere fondamentale.

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Quale futuro per il neonato?

Oggi, con una sola candelina sulla torta, non riesco ad immaginare quale tragitto seguiremo nel prossimo futuro.

Il neonato è ancora troppo piccolo per comprenderne il destino: sarà un giovane pieno di entusiasmo, forte, intelligente ed indipendente?
Oppure – e nessuno se lo augura – crescerà pigro, privo della forza per staccarsi dal cordone ombelicale di mamma HP e vivrà sotto l’ombra (e la continua minaccia) dell’ingombrante passato?

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Il sondaggio: credi nel neonato?

Il primo chilometro è andato.
Giunti al traguardo – stremati per la distanza percorsa, le insidie affrontate, i tradimenti di chi avrebbe dovuto tutelarti, la fatica della gara affrontata giorno per giorno, ci guarderemo indietro.

Solo allora stabiliremo se quel 15 ottobre 2016, il fatidico primo chilometro, sarebbe stata una tappa da ricordare oppure una bolla di sapone.

E tu, come lo vedi il futuro di Maticmind Napoli?
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(ps: i ricavati li devolverò in beneficenza)

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Il barbiere napoletano

L’attesa rituale

Il rito prevede l’attesa.
Mezz’ora, un’ora, non è possibile quantificare lo stop.
Nel salone del barbiere napoletano il tempo perde di significato.
Fuori, la solita, isterica vita continua alla normale assurda velocità; dentro, il ritmo rallenta fino a fermarsi.

L’atmosfera distesa ti riporta a quando eri bambino e tuo padre ti accompagnava dal suo barbiere (che poi diventerà il tuo).

Seduto sulla poltrona davanti all’immagine riflessa allo specchio, prigioniero del candido asciugamano bianco, chiudi gli occhi e ti rilassi.
«Il solito taglio?».
«Sì, il solito, grazie».

L’attesa incentiva la discussione sul calcio e sul buon cibo: i piaceri della vita, il motore dell’ottimismo!

Dal barbiere napoletano il cliente viene coccolato.
Pura evasione, come al cinema, e l’attore protagonista sei tu.

Il barbiere napoletano, li migliore d'Italia!

Il caffè per il dotto’

Il ragazzo del bar porta quattro caffè fumanti.
«Prego dotto’ servitevi pure».
«Grazie, l’ho appena bevuto. Comunque mi chiamo Mario» replico dubbioso.
«Come volete dotto’», il giovane consegna il vassoio con le tazzine calde e vola via.

Il barbiere milanese

Eppure, i barbieri non sono tutti uguali.
Sono a Milano in trasferta-lavoro.
Mi reco dal coiffeur nei pressi dell’ufficio, il locale e vuoto ed il professionista sosta all’ingresso.

Entro ma vengo bloccato sull’uscio da una domanda sconvolgente: «ha prenotato?».

E, nonostante il locale vuoto, non mi concede il taglio.
(da notare: la medesima esperienza mi capitò a Siena).

Non ho dubbi: il barbiere napoletano è il miglior barbiere d’Italia

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41 gradi: il caldo inverno napoletano

Napoli Campione d’Inverno

L’inverno napoletano è caldo.
Il termometro segna 41 gradi.

La sciarpa ed il cappello giacciono nell’armadio dal quel lontano dicembre del 1989.
Il letargo dura da ventisei anni, finalmente è giunto il giorno tanto atteso.

I 41 gradi, frutto di una stagione pazzesca, generano una valanga azzurra che travolge lo stivale.

A Milano e Torino sono abituati alle nevicate, fiocchi bianchi tutti eguali.
Da noi invece la neve è evento raro ed ha un colore speciale: è blu.

Quando cade – prima d’oggi, solo tre volte nella storia – è un’immagine indelebile da tramandare ai posteri.

Sarari e l'inverno napoletano da 41 gradi

La primavera napoletana

Nell’entusiasmante inverno, mentre il ciuccio continua a volare, la lupa sembra un agnellino impaurito, il giglio appassito soffre l’altezza, il diavolo spuntato è più docile di un angioletto.
Resta l’instancabile zebra, resuscitata dalle ceneri autunnali, corre veloce.

Vedremo come andrà a finire.
I conti li tireremo in primavera.

Per ora tiro fuori la sciarpa ed il cappello azzurro.
Questo dicembre bollente da 41 gradi va festeggiato.
L’inverno del  ’90 lascia ben sperare.

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Perché non vivo a Milano (nonostante #hpemergency)

Milano, città generosa

Nel produttivo meccanismo lombardo, c’è un’opportunità per tutti.
Il gigantesco congegno gira senza mai incepparsi da più di cinquant’anni e sostiene l’intera economia del Nord.

Chiunque giunga a Milano – i campani, pugliesi e calabresi di ieri o gli egiziani, siriani, filippini di oggi – può contribuire a tener vivo il sistema.

Potrà insediarsi in un anello infinitesimale del congegno, essere un nuovo bullone in una serie di bulloni invisibili oppure ampliare l’insieme inventandosi nuove funzionalità.

Dipende dalle proprie potenzialità e capacità, Milano è pronta ad inserire il volenteroso nel sincronismo perfetto.

Milano al settimo posto, Napoli al novantaseiesimo

La pagella finale stilata dal Sole 24Ore per il 2014 premia Milano con un lodevole settimo posto.
Nella classifica annuale che misura la qualità della vita, il capoluogo lombardo è la prima tra le grandi metropoli italiane (precede Roma di cinque posti).

I numeri bocciano il Sud e Napoli: nonostante guadagni undici posizioni rispetto all’anno precedente, la nostra città resta nei bassifondi con il desolante novantasei appiccicato sul Vesuvio.

Perché non vivo a Milano (per ora)

Perché non vivo a Milano (per ora)

La qualità della (mia) vita

Lo scorso luglio pernotto a Milano per un paio di giorni.
Mancavo dal capoluogo lombardo dal lontano 2004 (allora ero uno dei tanti pendolari: mi fermavo dal lunedì al venerdì per rientrare a Napoli nel weekend e ripartire ad inizio settimana).

A distanza di dieci anni, trovo la città più accogliente ed organizzata.

L’efficienza dei trasporti pubblici è – se possibile – migliorata, la puntualità della metropolitana e degli autobus, la pulizia delle strade, gli eventi per l’EXPO sono aspetti positivi di un quotidiano buon funzionamento della macchina lombarda.

Una metropoli italiana al pari delle più grandi capitali europee, ne sono convinto.

Bastano questi parametri per valutare la qualità della vita?

No.
Io a Napoli vivo bene, nonostante il 96, numero scarlatto.

Finché potrò lavorare nella mia caotica città, contribuirò a migliorare il disordinato meccanismo partenopeo che, seppure non risulta efficiente come l’orologio milanese, conta sulla generosità, volontà, tenacia, dignità e talento di un popolo abituato ad affrontare le avversità da sempre.

Dateci solo la possibilità di restare a Napoli, fermate #hpemergency.

I (falsi) motivi per amare la pioggia

Pioggia, gli aspetti positivi

Napoli piove ininterrottamente da due giorni, nulla di catastrofico sia ben chiaro ma comunque le secchiate d’acqua incessanti prima o poi ti inzuppano i piedi.

Non fosse altro per il traffico impazzito, la sosta selvaggia dei genitori apprensivi intenti ad accompagnare il pargoletto con l’auto fin dentro la scuola e gli innamorati iperprotettivi pronti a tutto pur di proteggere dall’umidità la messa in piega della fidanzatina, accetterei di buon grado il nubifragio di questo periodo.

Perché la pioggia ha i suoi aspetti positivi che – nonostante l’ombrello distrutto da una maligna folata di vento – vorrei evidenziare.

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Chiedete al proprietario di un SUV

La pioggia lava tutto: le vie cittadine mai abbastanza pulite, il marciapiede infestato dagli escrementi canini, l’auto ricoperte di polvere ma soprattutto le scarpe dell’incauto pedone costretto a destreggiarsi tra fiumi in piena a bordo strada e violente cascate che cadono dai balconi dei palazzi.

Perché beccarsi un acquazzone (con o senza ombrello è lo stesso) mentre ci si reca a lavoro con i mezzi pubblici è davvero l’ideale: è vero che poi seguirà un’intera giornata fuori casa con i piedi ghiacciati ed i calzini umidi ma – se prestiamo la giusta attenzione – osserveremo come le nostre scarpe siano diventate improvvisamente nuove.

Merito della pioggia (lavaggio gratuito peraltro).

Oltre a questo vantaggio per le masse bagnate, il vero motivo per amare un salutare e duraturo rovescio ve lo potrà confidare solo il proprietario di un SUV metropolitano.

Perchè amare la pioggia?

Perchè il SUV in città?

Intendo proprio quegli enormi «mostri» che imperversano tra le strette vie comunali, macchinoni inquinanti usati per brevi spostamenti urbani, rumorosi carri armati impossibili da parcheggiare nelle affollate città moderne.

Perché se posso comprendere l’uso di queste costose auto in estrema campagna oppure in montagna dove nevica e impazza la bufera invernale, non capisco l’esistenza di questi giganti a quattro ruota (o sei?) a Napoli, Roma o Milano.

Ecco allora che con la pioggia insistente, le carreggiate colabrodo, le utilitarie ferme ai bordi strada e le minuscole vetture in tilt per l’acqua caduta dal cielo, si scatena la rivincita dei SUV: durante il diluvio sbucano come i funghi, i padroni di queste bestie osservano disgustati dall’alto della loro postazione di guida i “normali”, con lo sguardo fiero di chi non teme le intemperie e con una manovra virile ci sorpassano mentre convinti (anzi auto-convinti) riflettono: «per fortuna io ho il SUV, lo sapevo che mi serviva il SUV, evviva il mio SUV».

Il fascino del maltempo è nella scintilla che brilla negli occhi di chi guida un SUV cittadino.

Guardateli bene, sono «mostri» felici (almeno quando piove).


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