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Tag: pendolari

Chi stabilisce l’altezza dei palazzi di Napoli? [FOTO]

La strana altezza dei palazzi di Napoli

Una lunga distesa di cemento.
Dall’interno della città, fino al mare.

Un zig-zag di edifici incastrati.
Visti dall’alto, ricordano quelle costruzioni disordinate create dalla fantasia di un bimbo mentre gioca nella sua stanzetta.

Agglomerati cresciuti senza norme, quartieri privi dei criteri di minima vivibilità.
Ecco la prima impressione mentre osservo i palazzi di Napoli dall’autobus bloccato sulla tangenziale.

Siamo fermi nel solito ingorgo mattutino di Corso Malta, noi pendolari racchiusi nelle lamiere del 130 a formare un unico corpo omogeneo e compatto.
In questa piovosa mattina d’autunno, costretto ad appendere la bici al chiodo, sono comunque tra i più fortunati: nell’autobus strapieno, riesco a muovermi – nonostante sia incastrato nella massa di viaggiatori come un pezzo di un puzzle – e guadagno preziosi centimetri verso la porta.

Dal vetro mezzo appannato, guardo la linea continua di costruzioni, le strade sottili che separano gli edifici incastonati.

Pensieroso mi chiedo: quando hanno costruito, con quale criterio stabilivano le altezze dei palazzi di Napoli?

Chi stabilisce l'altezza dei palazzi di Napoli?

Come in una fotografia di gruppo

In una foto di gruppo, i più alti vanno sempre nell’ultima fila.
Una semplice regola per garantire a tutti di guardare avanti senza incontrare ostacoli.

Se a Napoli avessimo seguito la medesima logica, da tutti i palazzi avremmo visto il mare!
E, in alcuni casi, anche il cielo.

Invece, negli anni della corsa al mattone, ogni angolo della città è stato occupato da una colata di cemento anarchica.
Chissà quale disegno prevede il leggendario piano regolatore della città (casomai ce ne fosse uno).

Fossi nelle Istituzioni, vista l’impossibilità di correggere gli orrori del passato e per evitare dissonanze tra la (triste) realtà e la burocrazia comunale, nominerei una apposita commissione (di amici ben stipendiati) per «adeguare i documenti ufficiali alle costruzioni esistenti».

Geniale vero?

Chi stabilisce l'altezza dei palazzi di Napoli?

Una nuova prospettiva

Il 130 riparte, l’ingorgo mattutino è superato.
Da lontano intravedo il Centro Direzionale.

Scendo dall’autobus con una consapevolezza in più: osservare la città dall’alto è una prospettiva interessante, permette di vedere ciò che dal basso sfugge.

Così, dall’ingorgo traggo la giusta lezione: da oggi, quando passeggio, alzerò lo sguardo con maggior frequenza.
Per verificare le altezze dei palazzi, indice della storia della città.


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Due mesi senza te

Sfogo d’amore

Dicono che la Vita sia come una ruota.
Gira, gira e rigira.
Nessuno può essere maestro perché oggi capita a me, domani a te.
La Vita gira sempre.
Come una ruota.

E se parliamo di ruote, non posso che pensare a Lei.
Mi manca, da morire.
Da quel maledetto 17 maggio, sono trascorsi due malaugurati mesi.
E di Lei, ancora nessuna traccia.

Eppure, l’ho vista per l’intero inverno.
La pioggia ed il vento non mi hanno fermato.
Ho comprato due magliette termiche pur di recarmi ogni giorno in ufficio, con Lei.
Ogni santo giorno, inseparabili amici di viaggio.

E oggi, che potremmo passeggiare al sole, col tepore dell’estate e la libertà dei gabbiani, non c’è.

La Vita non gira come una ruota.
La Vita va al contrario.

La Vita non gira come una ruota, la Vita va al contrario

Oggi sono un uomo più forte

Senza di Lei, da due mesi combatto contro i «mostri» metropolitani ben noti alle cronache.

Compresso nella carrozza della metropolitana insieme ad altri mille pendolari già sfiniti a prima mattina, alla fermata dell’autobus in balia delle intemperie ed in attesa di un mezzo pubblico che non giungerà mai, sono esperienza della Vita che mi rendono un uomo più forte – non credo migliore. 

In queste occasioni di dolore, rimpiango la nostra frequentazione giornaliera.

Con Lei ero un pendolare libero, un lavoratore rilassato, uno sportivo felice, un uomo indipendente.

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Un caso su un milione, eppure succede

Per consolarmi, chi l’ha accolta – quel maledetto 17 maggio – affermò: «è un problema che non capita mai».

Già, ma le statistiche non giustificano gli imprevisti.
Perché anche lo sventurato colpito dal fulmine si chiede: «un caso su un milione, perché proprio a me?».

Da quel giorno, telefono ogni settimana per sapere come procede.
Messaggi, e-mail, Whatsapp: non mi dimentico di Lei, attendo il suo rientro con fiducia.

E così, da quel maledetto 17 maggio, sono senza la mia amata e-bike.
Il motore è andato.
KO.
BLACK OUT.
Prima un rumore sordo, poi il silenzio.

Il negoziante l’ha spedita al rivenditore, «la bici è in garanzia, non ti preoccupare».
Le ultime parole famose.
Da allora, niente pedalate per la città.
Niente vento tra i capelli.
Niente libertà.

Ma non demordo.
Attendo e mentre viaggio con i mezzi pubblici, osservo la Vita.
Perché la metropolitana e gli autobus sono ricchi di volti, parole ed espressioni.
Mille storie da ascoltare.

Già, la Vita.
Non gira come la ruota di una bici.
Sarebbe troppo lineare e prevedibile.

La Vita, va sempre al contrario.

Presto tornerò al lavoro in bici


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Salvator Rosa, stazione Linea1: svelato il mistero delle scale mobili ferme da tre mesi [FOTO]

Linea1, stazione Salvator Rosa: l’avviso ANM

Impianto temporaneamente fuori servizio.
Stiamo lavorando per ripristinarlo nel più breve tempo possibile.
Ci scusiamo per il disagio
(avviso ANM, stazione Linea1 Salvator Rosa)

Il Comune di Napoli fa sul serio.
Le scale mobili ferme da tre mesi alla stazione di Salvator Rosa, dimostrano la ferrea volontà politica di raggiungere l’obiettivo-salute entro l’estate.

E’ assurdo immaginare il perché l’impianto, da diverso tempo guasto, non funzioni ancora.
E’ davvero così complicato riparare delle ordinarie scale mobili?
Non ci credo.

L’unica spiegazione razionale è il piano segreto delle Istituzioni: combattere la pigrizia del cittadino costringendolo al movimento.

Come?
Riducendo gli autobus pubblici, fingendo di non possedere le risorse per potenziare la metropolitana, fermando sistematicamente le funicolari, abolendo qualsiasi forma di mobilità alternativa.

I primi risultati sono incoraggianti.
La resistenza del napoletano è superiore alla media nazionale e – caratteristica sviluppata negli anni di disservizi continui – si adatta in ogni altro luogo senza difficoltà alcuna.
(da una testimonianza recente di una cavia napoletana)

Stazione di Salvator Rosa, scale mobili ferme da tre mesi

Salvator Rosa, ingresso secondario: le foto

Di fatto, chiunque entri per l’ingresso secondario di Salvator Rosa, è costretto a percorrere una lunga scalinata prima di giungere all’interno della stazione.

Il Comune non fa sconti a nessuno: mamme con le carrozzine, anziani, i diversamente abili, infortunati vari.
Tutti a piedi, costi quel che costi.

Il cittadino deve curare la forma fisica: o corri giù scalino dopo scalino oppure raggiungi l’ingresso principale (sempre a via Salvator Rosa, distante un quattro/cinquecento metri dall’entrata secondaria) e prendi l’agognato ascensore.

Stazione di Salvator Rosa, l'avviso ANM

Stazione di Salvator Rosa, l'altra scala mobile è solo in salita

Linea1, quando arriva il prossimo treno?

Oltre la forma fisica, il Comune lavora per temprare anche l’aspetto psicologico del cittadino napoletano.

Da tempo immemore, infatti, i display presenti nelle stazioni della Linea1, invece di annunciare quando giungerà il prossimo treno dei desideri, visualizzano (se accesi) un asettico messaggio: “Prove tecniche”.

Ecco l’altro punto del piano segreto delle Istituzioni: un corpo sano è inutile se guidato da una mente fragile.

Occorre fortificare il carattere del passeggero: il mistero sui tempi d’attesa forgia lo spirito, sprona la comunicazione, allena la pazienza.

Salvator Rosa, i tempi d'attesa del prossimo treno restano un mistero

Scale mobili, è finito l’esperimento?

Ora che il sottoscritto ha reso pubblico il vero motivo dello stop delle scale mobili di Salvator Rosa, chiedo ufficialmente agli organi competenti di interrompere l’esperimento.

Il guasto simulato, dopo tre mesi di finta inefficienza, falso disinteresse, cattiva gestione delle stazioni, può ritenersi concluso.

I cittadini ringraziano le Istituzioni per la ritrovata forma fisica.
Ora, però, rimettete in funzione le scale mobili della stazione di Salvator Rosa.
Desideriamo un sano riposo.

Dopotutto, dopo tre mesi di allenamenti, lo meritiamo.

Salvator Rosa, quando finirà l'esperimento?


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L’autobus pubblico e quella ragazzina senza biglietto

ANM e la ragazzina-portoghese

«Entra solo chi ha il biglietto!»
L’anatema lanciato dall’autista coglie di sorpresa i pendolari.

«Io non ho il biglietto» sussurra la ragazzina, in fila, proprio davanti al sottoscritto, mentre saliamo sull’autobus pubblico.

«Vendo io i biglietti» propone l’autista-controllore.
«Non ho i soldi» replica la giovane senza tradire imbarazzo.
«Devi scendere, allora» sentenzia l’uomo che applica il nuovo regolamento dell’ANM, l’azienda napoletana di mobilità.

A Napoli, l'autobus pubblico è gratuiti?

Guerra ai portoghesi?
A discrezione dell’autista

L’azienda dei trasporti pubblici napoletana ha i conti in rosso e – finalmente! – contrasta l’atavico fenomeno dei portoghesi, cittadini abituati ad utilizzare i mezzi pubblici sprovvisti del titolo di viaggio.

Combatte la guerra agli abusivi assegnando agli autisti un’ulteriore onere: oltre a guidare in condizioni di stress estremo (vedi traffico e attacchi alla sicurezza personale e dei passeggeri), da qualche giorno i conducenti verificano e vendono i biglietti a chi ne è sprovvisto.

Non ho ben inteso, però, questa legge come e quando viene applicata.
Al ritorno, sempre sulla stessa linea, all’apertura delle porte, l’autista non batte ciglio e le due macchinette obliteratrici presenti sull’autobus, risultano entrambe fuori servizio.

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«Obliterate il biglietto!»

La discussione dura pochi minuti, con l’autobus fermo, l’autista-controllore intento ad applicare la Legge, la ragazzina-portoghese che resiste e non scende, gli altri viaggiatori spazientiti per la perdita di tempo.

«Ce ne andiamo?» gridano dal fondo del pullman.

La solidarietà sblocca l’empasse.
Una signora regala il biglietto alla ragazza-portoghese per la pace di tutti.

«Mi raccomando, obliterate il biglietto!» urla alla platea di pendolari l’autista zelante.
Perché, evidentemente, a Napoli, acquistare il tagliando non significa necessariamente utilizzarlo.

«Ah, se tutti gli autisti fossero come questo impiegato» rifletto mentre nell’autobus nasce il dibattito sul nuovo ruolo dell’autista ANM, se spetti a lui il compito di controllare o deve limitarsi alla vendita dei biglietti.

Nessuno, invece, condanna il comportamento illecito della ragazza-portoghese che considera normale viaggiare su un mezzo pubblico sprovvista di titolo.

Assuefatti, ripartiamo.

L’autista-controllore, invece, è uno dei mille «eroi silenziosi di Napoli» al quale va il nostro ringraziamento.


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MetroNapoli, superato il record di passeggeri compressi in carrozza (ed io c’ero!)

MetroNapoli, la carrozza dei record

Record aggiornato.
Non immaginavo che si potesse superare il livello raggiunto ieri.
Invece, grazie alla copiosa pioggia, abbiamo superato il limite psico-fisico appena stabilito.

Ho la conferma al grido di rabbia lanciato dalla signora, al mio fianco, mentre combattiamo per guadagnare spazio tra la folla compressa in carrozza: «sono usciti in sei, fateci entrare!».

MetroNapoli, superato il record di passeggeri per carrozza

11 minuti, all’ora di punta

Undici minuti prima, non riusciamo a salire.

La carrozza della Linea1 è colma, un unico blocco di individui intrappolati, una muraglia umana incastrata nel vagone giallo della nuova metropolitana di Napoli.

L’ammasso di pendolari stipati costituisce una barriera insuperabile per noi, nuovi viaggiatori, in attesa spasmodica del treno mattutino.

«Prossimo treno 11 minuti».
Il display sentenzia.

11 minuti.
Un battito di ciglia oppure un’eternità.
All’ora di punta, un tempo di attesa inaccettabile.

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MetroNapoli, i nuovi treni nel 2019

Dal Comune annunciano: Metropolitana, ecco la firma per i nuovi treni.
Grazie all’acquisto di venti nuovi treni, a partire dal 2019, la frequenza scenderà a 4-5 minuti.

Traduco per i non addetti ai lavori: per aggiornare il record di passeggeri stipati in una carrozza, abbiamo sicuramente tempo fino a gennaio 2019.

Fino ad allora, nessuna miglioria nei carri-bestiame moderni.
Ai pendolari, toccherà stringersi fino a divenire una massa omogenea che viaggia compatta.
In carrozza, durante il tragitto, non sono accettati colpi di tosse, starnuti o movimenti bruschi.

L’equilibrio è precario, basta un nonnulla per rovinare il record.

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2019, siamo proprio certi?

Rifletto ancora sull’annuncio-choc del Comune.
Tra le righe del burocratese, avanza un pensiero ottimistico: sicuramente seguirà un ritardo nella consegna dei treni.

Un motivo si trova sempre: un cavillo petulante, il ricorso della ditta delle pulizie, il giorno di ferie del cugino del macchinista.

Forza!
Il record può essere migliorato.
C’è tanto tempo … troppo tempo …

Il record? Possiamo migliorarlo!

Il treno arriva.
Sono appena scesi sei viaggiatori, un po’ provati ma ancora vivi.

La signora, dopo l’urlo disperato, rabbiosa, spinge, guadagna spazio, entra in carrozza!
Il sottoscritto, con un gruppetto di vili pendolari, segue l’eroica donna.

Siamo almeno una decina: l’algebra segna un incoraggiante +4
Il record è battuto!

Fino al prossimo treno.
Fra 11 minuti.


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Se perdi un amico (e lo ritrovi per caso)

Un incontro inatteso

Livia è ad un passo.
Il taglio degli occhi, il sorriso, il solito entusiasmo nel parlare.
E’ proprio lei.
Nonostante non l’incontri da più di vent’anni, la riconosco.

Sliding doors e le possibili scelte

Diciotto anni, stessa comitiva di amici

Le caotiche uscite del sabato sera, in coda al freddo o sotto la pioggia per una pizza, in lotta per conquistare i migliori posti al cinema (negli anni ottanta, la prenotazione era fantascienza), le chiacchierate infinite, «faremo», diremo, «mai», «sempre».

Io, Livia, compagni di gioventù, insieme a pochi amici – quelli che si contano sulle dita di una mano – con i quali condividere sogni, vacanze, momenti indimenticabili, emozioni.

Poi svaniti col tempo.

La vita scorre e scioglie quel gruppo di amici: da «inseparabili» a distanti, il passo è breve.
Fino a perdersi, ognuno per la sua strada.

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Amici ieri, estranei oggi

La metro viaggia veloce, affollata di pendolari ansiosi di rientrare, ognuno immerso nei propri pensieri.

Osservo le stazioni scorrere: Garibaldi, Municipio, Università.

Con gli occhi nel finestrino, intercetto il riflesso di un volto familiare.
Giro lo sguardo, metto a fuoco, tra i tanti c’è Livia.

Siamo a pochi passi l’uno dall’altro ma non ci intercettiamo.
Lei conversa amabilmente con un tizio, c’è confidenza tra loro.
La guardo ma lei non guarda me.

Oggi Livia è una donna, della ragazzina di vent’anni fa restano i lineamenti delicati, il taglio degli occhi, il sorriso, la voce allegra.
Dopotutto, è sempre la stessa.

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Amicizia, questione di evoluzione

Inchiodato al mio posto, ascolto ma non oso avvicinarmi.
Livia sembra non accorgersi del sottoscritto e nemmeno scruta gli altri passeggeri.
La sua attenzione è assorbita dall’interlocutore.
Ha una borsa a tracolla, tipica di chi porta documenti.
Sarà un avvocato?

La metro continua il suo percorso, indifferente agli incontri casuali consumati nei vagoni.

Giungo a destinazione, il treno frena, le porte scorrono, fuggo via, con un pensiero saluto Livia.
Mentre cammino verso l’uscita della stazione, un quesito guadagna spazio: dovevo avvicinare Livia?

Chissà se avrò una seconda chance.

Forse non sarà necessaria.
Avvicinarsi o perdere i contatti con un amico è un’evoluzione, positiva o negativa che sia resta comunque un’evoluzione.

Frequentare o seguire l’inerzia è un comportamento non casuale.

Nessun alibi, nessun «mostro» celato nell’animo umano.
Solo una libera scelta dipendente dalla volontà di ognuno di noi.
O sbaglio?


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Perché conviene essere un pendolare lumaca

Il film che si ripete ogni giorno (feriale)

Location: stazione centrale di Napoli.
Cast: migliaia di individui.

Trama
Un giorno feriale qualsiasi.
Spezzo la catena, rompo la routine e con uno sforzo mentale liberatorio mi fermo al centro della nuova galleria Piazza Garibaldi.

Alzo lo sguardo al cielo, stupito osservo un enorme stormo di uccelli virare compatto in una traiettoria serpentina per poi allontanarsi in un unico blocco.

Perso nella mia corsa quotidiana, un simile spettacolo della natura – fino ad oggi – non l’avevo mai carpito.

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Il percorso scandito dal tempo

L’esercito dei pendolari continua indifferente la folle corsa, treni che non prevedono fermate intermedie.
Alcuni automi sfrecciano a pochi centimetri, mi urtano e continuano il viaggio isolati nelle cuffiette e nei loro pensieri.

«Correre! Arrivare il prima possibile!», il flusso umano sembra obbedire ad ordini perentori diffusi dagli altoparlanti della stazione sotto forma di note musicali.

Come soldatini ubbidienti, i robot schizzano via indisturbati, una folla unisona che ogni giorno si ritrova agli stessi orari, con le medesime abitudini, con i minuti contati.

Al rientro, le stesse dinamiche ripetute in direzioni opposte.
Sempre con l’occhio attento sull’orologio-padrone.

La lumaca, sentinella del tempo nella stazione centrale di Napoli

La lumaca, sentinella del tempo nella stazione centrale di Napoli

La lumaca

L’abnorme lumaca verde, ferma nella galleria Piazza Garibaldi, contrasta con forza l’andirivieni continuo dei pendolari in fuga.
Immobile, osserva il flusso umano in perenne movimento.

Col distacco dei giusti, chiede: «perché correte?»
La riflessione, però, resta inascoltata di fronte all’indifferenza dei passanti.
«Rallentate!», urla la sentinella del tempo che scappa via.

Ma i pendolari non possono frenare, devono proseguire.

Altre piccole lumache colorate lentamente si arrampicano lungo le travi e – piano piano – raggiungono il tetto trasparente per osservare gli stormi di uccelli.

Avanzano senza stress, in cerca della libertà che i pendolari sembrano aver smarrito nei meandri della stazione.


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Routine, la grande bellezza

Routine, il solito (bel) film

Ore 7,15 di un qualsiasi giorno lavorativo.
Chiuso nel mio giubbotto nautico (il look preferito del momento), zaino in spalla, occhio vispo, cervello fulgido e con il serbatoio pieno di energia, pronto per affrontare una nuova avventura balzo via di buonora.

Mi piace uscire quando per gli altri suona la sveglia, la città non è ancora invasa dal traffico caotico e l’aria (anzi lo smog) è ancora frizzante.

Il film della routine

Incontri ripetuti ogni mattina

«Buongiorno!», il primo saluto della giornata lo regalo al pensionato del terzo piano mentre mi mangio le scale e  volo verso l’uscita.

L’incrocio puntualmente ogni mattina, porta i due anziani cani a sgranchirsi le ossa giù al parco e – palette alla mano – a soddisfare i bisogni psicofisici degli amici quadrupedi.
Risponde sempre in modo educato e scambiamo quattro cordiali chiacchiere di buon vicinato.

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Nel parcheggio, mentre deposito lo zaino nel portabagagli del mio bolide, passa «il signore con la cravatta».
Lo chiamo così perché veste in modo elegante, impeccabile nella sua giacca scura non intercetta mai il mio sguardo.
Non ci conosciamo, eppure la scena si ripete sempre uguale: io a maneggiare nei pressi della mia auto, lui che cammina nel viale per raggiungere la sua.
Occhi bassi, non concede il fianco a nessuna possibile apertura verso il mondo esterno.

Perplesso, salto alla guida e parto per l’ufficio.
Appena varco la soglia, scorgo il salumiere alzare la saracinesca del suo negozio: mi sorride e ci salutiamo con un gesto automatico della mano.
Di fronte, la signora bionda attende l’autobus e – come ogni mattina – per ingannare l’attesa si abbandona nelle cuffiette bianche del suo cellulare.

La routine, l’orologio della vita

La routine regola la nostra vita, scandisce i momenti e decide gli incontri come in una sequenza di fotogrammi che si replicano ogni giorno, sempre allo stesso orario e con gli stessi attori.

Sembra un film «mostruoso» ma – quando la pellicola si spezza – comprendi la vera importanza della normalità.


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Metropolitana, quell’odiosa abitudine di non cedere (mai) il posto

Londra, la metropolitana ideale?

Nel lontano 2004 lavoravo a Londra come consulente informatico presso l’ABN AMRO, un’importante gruppo bancario olandese.
Ogni mattina, come migliaia di altri pendolari inglesi, utilizzavo la metropolitana per recarmi negli uffici di Canary Wharf, un elegante distretto ad est di Londra.

Il mitico tube conferma le leggende sul suo conto: nel peggiore dei casi, l’attesa tra una corsa e l’altra è di circa due minuti.

Le stazioni costituiscono una rete che copre la quasi totalità dell’immensa superficie londinese, le informazioni sono precise e consentono un rapido spostamento dei viaggiatori.
Difatti, in undici mesi di movimenti sotterranei, non ho mai sbagliato percorso e quell’apparente labirinto si è mostrato un viavai sicuro ed efficiente per tutti, inglesi e non.

Questa esperienza mi ha confermato l’idea che Londra rappresentasse un esempio da seguire, una vera metropoli moderna.

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Noi come Londra?

Eppure, ogni mattina mentre viaggiavo nell’Underground londinese, non potevo fare a meno di notare la condotta del pendolare tipo chiedendomi: «visto che loro sono avanti di almeno cinque o sei anni, anche noi italiani un giorno diventeremo così?»

Metropolitana, quell’odiosa abitudine di non cedere il posto

In metropolitana, incollati alla sedia

Cuffiette bianche, la musica sparata ad alto volume nelle orecchie, occhi distratti e sguardo indifferente, i pochi fortunati seduti intenti a leggere ebook o riviste.

Agli occhi di un osservatore esterno quale io ero, i pendolari inglesi rappresentavano una moltitudine di singoli individui, una folla di viaggiatori scollegati, un insieme di persone indifferenti gli uni agli altri.

La caratteristica che più mi ha colpito, però, resta l’incollamento alla sedia: in quasi un anno di viaggi via tubenon ho mai visto nessun pendolare cedere il posto ad un anziano, una donna in dolce attesa oppure semplicemente alzarsi per un gesto di sana cavalleria (o educazione).

Mai!

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La rottura dell’incantesimo

Finché un giorno ruppi il sortilegio.
Sono diretto verso Covent Garden, il metrò si ferma a Piccadilly Station e mentre parte il solito rituale «mind the gap» salgono persone di ogni razza e colore.

Io – stranamente – sono seduto.
Una signora dai lineamenti asiatici si ferma in piedi accanto a me, affranta resiste compressa nella carrozza stracolma.
La guardo, la sorrido e spontaneamente mi alzo per cederle il posto.
Stupita, non capisce subito l’insolito gesto, poi comprende ed incredula si siede ringraziandomi svariate volte.

Anche nella metropolitana di Napoli …

Qualche giorno addietro, ero in giro per Napoli.
Saliamo nel metrò in direzione casa, con gli occhi pieni di gioia per la piacevole vista delle nostrane stazioni-museo, osservo i giovani occupare tutti i sediolini della carrozza.

Mamme, donne, anziani e bimbi in piedi mentre gli studenti incollati alle sedie scherzano, giocano con gli smartphone di ultima generazione, ascoltano musica.

A nessuno di loro passa per la mente di cedere il posto ad un anziano o una donna, addirittura c’è un uomo con un bastone che barcolla ad ogni frenata del treno.
Dopo qualche istante di imbarazzo generale, finalmente un signore sulla cinquantina lo fa accomodare.

Mi chiedo: ma qualcuno – in famiglia oppure a scuola – insegna ancora i principi base dell’educazione civica?
La trasformazione di una società implica necessariamente la perdita di umanità e solidarietà verso il prossimo?

Osservo questi giovani maleducati seduti mentre la metropolitana sfreccia veloce, due facce di una stessa medaglia, il cambiamento della società e l’evoluzione della specie e non posso non pensare: piccoli «mostri» crescono.


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Napoli, se il C16 batte anche Google …

In balia del C16

I pendolari godono della mia sterminata ammirazione, soprattutto coloro che sono costretti a viaggiare con gli autobus dell’ANM, l’azienda napoletana di mobilità.

Li osservo ogni mattina – col freddo, sotto la pioggia o soffritti da un sole cocente – quando attraverso corso Vittorio Emanuele, la strada panoramica con vista mozzafiato sul golfo che sfocia poi verso Mergellina.

Questi «eroi» metropolitani sono in balia del C16, una linea a dir poco maledetta. Dal sito ufficiale apprendo «di una periodicità media di 16 minuti»: se così fosse, sarei raggiante.

il mostro C16

L’attesa infinita

Purtroppo la realtà è tutt’altra ed è tristemente nota a chi attende anche quaranta (40!) minuti sotto la fermata (anzi, “nei pressi” vista l’assenza quasi ovunque di una tettoia per proteggersi dagli agenti atmosferici).

Io stesso sono stato vittima dell’inefficienza del C16: dopo circa mezz’ora di viavai sul marciapiede (tipo il papà nervoso fuori la sala-parto), all’orizzonte compare il muso del «mostro»: sono costretto a censurare i commenti (non proprio eleganti) della compagnia formatosi nel mentre (sulle condizioni del viaggio, poi, stendiamo un velo pietoso).

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CityBus, un app contro il C16

Non mi abbatto e mi ricordo che – nonostante il C16 – viviamo nel ventunesimo secolo e la tecnologia-amica aiuta il pendolare: dal PlayStore di Google, scarico l’app City & Bus Napoli, «un servizio integrato ai cittadini e ai turisti per conoscere informazioni in tempo reale relative al trasporto pubblico napoletano (autobus, tram, metro e funicolari) …».
In pratica, inserisci il numero della fermata e l’istante successivo ottieni in risposta fra quanti minuti giunge il mezzo pubblico che aspetti.

E così ieri, fermo nei pressi della solita fermata, attendo il «mostro».
Stavolta, però, sono preparato: afferro fiducioso il mio smartphone, pigio convinto sull’icona di City & Bus Napoli: inserisco il numero della fermata e sghignazzo: «mostro, stavolta non mi freghi ih ih ih»
Dopo un istante ricevo la freddura: «C16: dato non pervenuto».

Il C16 è più forte anche di Google.


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La risposta è tra la gente (comune)

Voci di popolo

Le voci della strada descrivono meglio di un telegiornale la realtà odierna.
Basta passeggiare per la città per carpire il mondo di oggi, gli stati d’animo delle persone comuni e le mode del momento.

Cammino, incrocio l’altro e negli istanti di intersezione delle nostre vite ascolto frammenti di discorsi, particelle di sfoghi, briciole di esistenze.

Poi il tizio a passo veloce svanisce tra la folla subito sostituito da un altro anonimo individuo.
Nuove parole urlate al vento, frasi incomplete per disegnare parti del mondo che vivono dietro ogni essere umano.

Bisogna però prestare la giusta attenzione.

Voci di popolo: perché la risposta è tra la gente (comune)

Lasciarsi su facebook

Tra il fiume di pendolari mattutini che scorre nei tunnel del metrò, capto lo sfogo di una giovane ragazza: «mi sono appena lasciata e difatti su facebook ho messo nessuna relazione» urla al cellulare mentre tenta di aprire un varco tra la ressa della stazione.

La generazione social vive mischiando realtà virtuale e vita privata: il confine è ormai depennato e probabilmente il suo ex (eterno) amore scoprirà di essere tornato single perché non è più tra gli “amici” di lei.

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I politici sono tutti ladri

Il battito di un occhio ed afferro il più gettonato tra i luoghi comuni: «Berlusconi si trova bene in Parlamento perché sono tutti ladri!» sentenzia un tale mentre corre verso la biglietteria con un altro sconosciuto che annuisce pacchiano.

Giunge il sospirato treno, in breve la mandria dei pendolari riempe le carrozze-bestiame.
Compressi come sardine, per restare in equilibrio non è necessario nemmeno mantenersi alle maniglie: la schiena dell’uno appoggiata a quella dell’altro a formare un unico, voluminoso corpo compatto autogestito.

Dal fondo si alza una protesta: «il biglietto aumenta ma il servizio fa sempre schifo» sentenzia un uomo in vena di polemiche.
A parlare è uno dei pochi fortunati che viaggia seduto.

Non tutti i frammenti captati sono esempi di buon senso.


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Galleria di volti a Montecalvario, il metrò dell’arte di Napoli

Montecalvario, stazione Toledo

Domenica mattina, in giro per Napoli, visito la nuova uscita di Montecalvario, stazione Toledo del MetroNapoli, la famosa metropolitana che ha innovato il concetto di spostamento in città.

Ogni fermata un museo da visitare, i viaggiatori si ritrovano in un ambiente unico ricco di opere d’arte antiche e moderne.

Stazione Toledo, Montecalvario

Il metrò dell’arte di Napoli

Nel mio precedente post, MetroNapoli, viaggio nelle stazioni-museo ho descritto la coreografica successione di Fibonacci a piazza Vanvitelli, osservato le vecchie cinquecento FIAT ospitate a Salvator Rosa, la stazione “Pink”, fotografato i volti famosi di Materdei, letto le divine citazioni presenti a Dante e immortalato il blu di Toledo, la mia stazione preferita. Il viaggio terminava tra i colori giovanili dell’Università.

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Montecalvario, foto di Oliviero Toscani

Oggi, invece, è possibile continuare e scoprire le nuove installazioni di Oliviero Toscani che accompagnano il pendolare da Toledo fino ai quartieri spagnoli, nel centro storico della città.

Mi limito a pubblicare gli scatti così come il mio modesto smartphone li ha catturati: la bellezza e la fantasia delle immagini non necessitano di ulteriori dettagli.
Dopotutto, siamo pur sempre in una stazione della metropolitana.

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