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Tag: pioggia

L’ombrello napoletano

Un ombrello, due euro

«Solo due euro, dotto’».
Il venditore propone la sua merce con maestria, conscio dell’urgenza del momento.
La pioggia improvvisa ci coglie impreparati, «non esistono più le mezze stagioni» è il mantra che si diffonde subito nel mercato di Antignano, al Vomero.

Il prodotto è ricercato, l’uomo deve solo allungare il braccio ed incassare.
Gli ombrelli on the road vanno via come il pane.

L'ombrello napoletano

Un mondo «usa e getta»

«Due euro, avete battuto pure la concorrenza degli extracomunitari» commento.
«Dotto’ roba cinese» ammette l’esperto (a sua insaputa) sales management.
«Ma è buono?» do corda al venditore marketing napoletano.
«Dotto’ si deve aprire con delicatezza» conferma il sales consultant (sempre a sua insaputa).

L’astuto commerciante sfila il piccolo ombrello dalla custodia nera, lo apre e mostra con fierezza la robustezza dello scudo: le aste sono ben rigide ed il tessuto impermeabile resistente.
Richiude la spada nel fodero e mi porge il parapioggia.

«Spero di farci tutto l’inverno» azzardo.
«Se l’usate con delicatezza …» insiste.
«Ma se piove, lo posso usare?» porgo il quesito mentre la pioggia d’ottobre bagna l’intraprendenza napoletana.

Puzzle, il passatempo riscoperto?

Una domenica uggiosa

La pioggia incessante mi costringe in casa.
Prigioniero tra le quattro mura domestiche, riscopro vecchie passioni assopite: un puzzle da cinquecento pezzi steso sulla scrivania mentre osservo la grandine scendere tra i palazzi.

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Passatempo o stress?

La tecnica è elementare e la conoscono anche i più piccoli: partire dalla cornice.
Dopo trenta minuti di concentrazione massima, capisco perché abbandonai il micromondo di Ravensburger e compagni in tenera età: non sono capace.
Nonostante lo sforzo, della cornice non c’è traccia ed i quattro cuccioli restano un sogno irraggiungibile.

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La vendetta corre sul web

Devo arrendermi, prendo una pausa.
Il «mostro» è ancora sparpagliato sulla scrivania in centinaia di misteriose, piccole forme pronte a sfidarmi.
La grandine continua a cadere senza tregua.

Immortalo il momento: dopotutto, con la pioggia Internet è il passatempo ideale.
Altro che un fantasioso puzzle colorato!

Un passatempo del passato: il puzzle


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Un arcobaleno spuntò tra i palazzi

Piove da tre giorni ed il cielo di Napoli è più brizzolato dei capelli di George Clooney.
Governo ladro – nonostante il Job Act – diluvia durante la sudata pausa pranzo e noi, dipendenti privati, restiamo i più danneggiati tra i lavoratori.

E’ un venerdì uggioso.

Torno a casa dopo una lunga settimana di duri impegni, molteplici doveri e pochi diritti.
I «mostri» degli ultimi giorni sono belli tosti: la mafia e la politica ancora a braccetto nella dolce vita romana, scandali vari che non fanno nemmeno più notizia – tangenti e mazzette in ogni angolo d’Italia, la riforma del mondo del lavoro – o presunta tale, il clima impazzito al quale ci siamo ben presto abituati.

Ma, nonostante tutto, l’ottimismo non mi abbandona.
Fermo l’auto, parcheggio, apro lo sportello, mi godo l’aria fresca post temporale ed osservo il cielo.
Il mio sguardo (miope) attraversa i caotici palazzi che quasi si urtano, supera la jungla disordinata di antenne installate sopra i vecchi tetti e si concentra su una macchia colorata tra le nuvole diradate.

Aggrotto la fronte e focalizzo la vista: è proprio un arcobaleno!

Sorrido e fotografo.
Un arcobaleno metropolitano, dopotutto, é merce rara.

L'arcobaleno napoletano

I (falsi) motivi per amare la pioggia

Pioggia, gli aspetti positivi

Napoli piove ininterrottamente da due giorni, nulla di catastrofico sia ben chiaro ma comunque le secchiate d’acqua incessanti prima o poi ti inzuppano i piedi.

Non fosse altro per il traffico impazzito, la sosta selvaggia dei genitori apprensivi intenti ad accompagnare il pargoletto con l’auto fin dentro la scuola e gli innamorati iperprotettivi pronti a tutto pur di proteggere dall’umidità la messa in piega della fidanzatina, accetterei di buon grado il nubifragio di questo periodo.

Perché la pioggia ha i suoi aspetti positivi che – nonostante l’ombrello distrutto da una maligna folata di vento – vorrei evidenziare.

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Chiedete al proprietario di un SUV

La pioggia lava tutto: le vie cittadine mai abbastanza pulite, il marciapiede infestato dagli escrementi canini, l’auto ricoperte di polvere ma soprattutto le scarpe dell’incauto pedone costretto a destreggiarsi tra fiumi in piena a bordo strada e violente cascate che cadono dai balconi dei palazzi.

Perché beccarsi un acquazzone (con o senza ombrello è lo stesso) mentre ci si reca a lavoro con i mezzi pubblici è davvero l’ideale: è vero che poi seguirà un’intera giornata fuori casa con i piedi ghiacciati ed i calzini umidi ma – se prestiamo la giusta attenzione – osserveremo come le nostre scarpe siano diventate improvvisamente nuove.

Merito della pioggia (lavaggio gratuito peraltro).

Oltre a questo vantaggio per le masse bagnate, il vero motivo per amare un salutare e duraturo rovescio ve lo potrà confidare solo il proprietario di un SUV metropolitano.

Perchè amare la pioggia?

Perchè il SUV in città?

Intendo proprio quegli enormi «mostri» che imperversano tra le strette vie comunali, macchinoni inquinanti usati per brevi spostamenti urbani, rumorosi carri armati impossibili da parcheggiare nelle affollate città moderne.

Perché se posso comprendere l’uso di queste costose auto in estrema campagna oppure in montagna dove nevica e impazza la bufera invernale, non capisco l’esistenza di questi giganti a quattro ruota (o sei?) a Napoli, Roma o Milano.

Ecco allora che con la pioggia insistente, le carreggiate colabrodo, le utilitarie ferme ai bordi strada e le minuscole vetture in tilt per l’acqua caduta dal cielo, si scatena la rivincita dei SUV: durante il diluvio sbucano come i funghi, i padroni di queste bestie osservano disgustati dall’alto della loro postazione di guida i “normali”, con lo sguardo fiero di chi non teme le intemperie e con una manovra virile ci sorpassano mentre convinti (anzi auto-convinti) riflettono: «per fortuna io ho il SUV, lo sapevo che mi serviva il SUV, evviva il mio SUV».

Il fascino del maltempo è nella scintilla che brilla negli occhi di chi guida un SUV cittadino.

Guardateli bene, sono «mostri» felici (almeno quando piove).


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Come cambiai il mondo in un pomeriggio di pioggia

Il rifugio

Un violento vento spazza via le strade, gli ombrelli dei passanti rivoltati come calzini.
Dal cielo cadono brutali secchi d’acqua, i chicchi di grandine un dolce ricordo.
Chiuso nella mia giacca, la tempesta mi coglie impreparato: alzo il bavero in un gesto spontaneo e con lo sguardo cerco un riparo per difendermi dalla improvvisa bufera.
Vedo un portone aperto, senza indugio mi infilo in questa moderna grotta metropolitana.
L’atrio del palazzo è affollato, trascorrono secoli ma l’istinto di sopravvivenza accomuna i comportamenti umani.

«Wow ragazzi, che pioggia!» farfuglio per rompere il tipico imbarazzo presente nei luoghi chiusi condivisi con estranei.

Come cambiai il mondo in un pomeriggio di pioggia autunnale

Una improvvisata banda di rivoluzionari

L’effetto domino parte e si innesta il dibattito sui temi scottanti di attualità: «ai miei tempi, tutta sta pioggia non si vedeva mai» urla il pensionato; «ci vorrebbe una rivoluzione!» incalza l’uomo con la valigetta; «i prezzi sono alle stelle, impossibile arrivare a fine mese» denuncia la donna col carrello della spesa; «i politici, la colpa è loro, sono i politici i veri mafiosi» sentenzia il giovane studente che ha marinato la scuola; «dobbiamo unirci, noi cittadini onesti, scendere in piazza, organizzarci, protestare, una nuova rivoluzione francese!» conclude il gruppo coeso.

L’improvvisata comitiva è carica, l’adrenalina è alle stelle, la convinzione di cambiare il mondo aleggia in questo anonimo portone di città.

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Un esercito di egoisti?

«Etchù!», lo starnuto di un bimbo rompe l’incantesimo.
Il piccolo é in disparte, tiene per mano la baby-sitter pakistana mentre con l’altra mantiene un colorato lecca-lecca al gusto di fragola.
Si gode la leccornia, dal delicato nasino cola il moccio dell’influenza che – senza indugio – il pargoletto provvede a ripulire con la manica della camicia.
«Che combini!» tuona la ragazza asiatica minacciosa; con fare frenetico, cerca nella borsetta e poi sbotta: «oh no, ho dimenticato i fazzolettini».

Fuori, la burrasca si è inaspettatamente placata, un raggio di sole sbuca tra le nuvole nere: il battito di una ciglia e l’atrio del palazzo è deserto.

Del piccolo partito di rivoluzione popolare nessuna traccia, restiamo solo io, la inquieta baby sitter pakistana ed il fanciullo goloso, gli unici a non aver proferito parola durante il dibattito guerraiolo su come resettare il sistema e ristabilire giustizia ed equità.

Sono stato sempre un fautore dei piccoli gesti, il Mondo cambia se agiamo in prima persona partendo dal nostro personale orticello senza attendere le decisioni dei grandi della Terra.

«Prego …» offro un nuovo pacchetto di fazzolettini alla baby sitter mentre sorrido al bimbo: «buon appetito piccolino».
Saluto e vado via.


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