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Tag: politica (Page 1 of 11)

Galleria Principe di Napoli, la good news (con riflessione) [FOTO]

Galleria Principe di Napoli: riaperta!

Stiamo lavorando per l’immediata riapertura della Galleria Principe
(Luigi De Magistris, sindaco di Napoli – 24 gennaio 2019)

Sei mesi dall’‘annuncio-video del Sindaco e dopo un anno dalla chiusura per caduta calcinacci, riapre la Galleria Principe di Napoli.

Ancora incerottata ma restituita alla città.
I bar ed i vari esercizi commerciali con le saracinesche mezze alzate, preparano i locali per l’apertura totale.

Un passo avanti rispetto al desolante cancello sbarrato di inizio anno.
Ma anche l’ennesima conferma dei tempi biblici dell’operatività delle Istituzioni: il passaggio dalla dichiarazione ufficiale del politico di turno alla realizzazione concreta (e finale) dell’opera, equivale ad una imprevedibile traversata nel deserto.

Nel caso della Galleria Principe di Napoli, la traversata è durata solo sei mesi (dopo un anno di attesa).

Sei mesi dall’‘annuncio-video del Sindaco: resto indeciso se essere felici per l’apertura oppure critico per l’inaccettabile prolungarsi dei tempi?

La Galleria Principe di Napoli riaperta

Le foto della Galleria riaperta

Felice per la good news oppure assuefatto alla burocrazia malata?

Mi porto il dubbio in sella alla mia e-bike.
Ogni giorno, per recarmi al lavoro in bici, passo d’avanti la Galleria.
Quel cancello sbarrato era il simbolo di un paese ingessato, malato di cavilli e in perenne emergenza con l’assenza di fondi pubblici.
Davvero inguardabile.

La Galleria Principe ora è accessibile.
Non operativa al cento per cento, con le reti metalliche a garantire la sicurezza dei visitatori.
Ma di nuovo viva.

Per il momento, dalla sella della e-bike, posso tirare una sana boccata di smog.
Mi fermo, parcheggio, poggio il casco sul manubrio, spengo il motore elettrico, entro, fotografo.

Oggi voglio godermi la good news.


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Pedalare a Napoli: il sacrificio del giovane paraurti

Paraurti anteriore: volato via

Appena quattro mesi e poco meno di ottocento chilometri.
E il paraurti anteriore della mia nuova e-bike vola via.

Qualche giorno fa, i primi sinistri scricchiolii.
Proseguo fiducioso: dopotutto, ho comprato un carro armato su due ruote proprio per affrontare i peggiori «mostri» urbani!

Ma, nulla è possibile contro le continue vibrazioni provenienti dalla pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia.

Il paraurti volato via

Nemmeno la fat bike resiste

In sella alla fat bike, non temo nulla.
Batteria più telaio, 24 kg di peso per una velocità massima di 25 km/h.
Ammortizzatori professionali, coprisella imbottito, ruote di scooter.

Organizzato come se combattessi al fronte: io, ciclista napoletano compio il mio dovere e ogni giorno vado al lavoro in bici.

I sampietrini di via Foria, le montagne russe di piazza Carlo III, la guerra al Museo Nazionale.
Lo zig zag tra le auto in sosta con le quattro frecce napoletane accese sulla pista ciclabile di Corso Umberto, progettata, finanziata e ferma nel cassetto di qualche assessore.

Basta!

E’ troppo anche per il novello carro armato.
In funzione solo da quattro mesi.
Dopo appena ottocento chilometri.

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La fine di un giovane paraurti servirà?

Paraurti, vola via!
Il tuo sacrificio è la sconfitta della mobilità alternativa.
La tua ribellione dimostra l’assenza totale di una vera politica ambientale.

Una nuova carrozzeria spezzata dal disinteresse istituzionale, dalle mille promesse sbandierate, intrappolate dalla burocrazia malata e rimaste prigioniere nei meandri dei palazzi governativi.

Ma non mi arrendo.
Continuo a pedalare.
Perché il sacrifico di un giovane paraurti non resti inascoltato.


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La battaglia (vinta) del marciapiede dissestato [FOTO PRIMA/DOPO]

Prima email: 18 maggio

Buonasera,
Segnalo un prevedibile incidente: via Confalone (Napoli) da mesi pezzo di marciapiede inutilizzabile per un pericoloso ferro arrugginito che spunta da una recinzione per buca.
Presenza di bimbi per piscina
Chi interviene?
Grazie per l’attenzione

Destinatario: l’Urp del Comune di Napoli.
Dopo l’email con foto allegate, segue la segnalazione sul sito del Comune.

La risposta giunge dopo qualche ora:

Si inoltra, per quanto di competenza, la segnalazione relativa
all’oggetto.
Cordiali saluti
Servizio URP

L’Urp inoltra l’email alla municipalità di competenza (in questo caso, la V Municipalità).

Il marciapiede di via Confalone

Un pericolo per anziani, mamme e bambini

Questo primo messaggio nasce dalla indignazione nel constatare lo stato di incuria del marciapiede a via Confalone, recintato da svariati mesi.

Un buco, un ferro arrugginito che sporge, i pedoni costretti ad abbandonare il marciapiede per scendere lungo la strada, subito prima della curva.
Una via a senso unico, in pendenza, con le auto parcheggiate a restringere la carreggiata ed una pavimentazione estremamente sconnessa.

Una piscina nei pressi frequentata da mamme e bambini che, mentre risalgono, sono obbligati a deviare con il pericolo di essere investiti da auto e scooter che giungono in senso opposto.

Il cantiere, dunque, rappresenta un pericolo quotidiano per chiunque percorre quella via.

Dunque, ci si sarebbe atteso un ripristino veloce del manto stradale, un intervento nel più breve tempo possibile.
Invece, chiunque abiti in zona può testimoniare l’assoluta mancanza di manutenzione e tanto meno un intervento perentorio.

Via Confalone, la prima riparazione

Riparato dopo una settimana ma …

Dopo una settimana dalla prima segnalazione, ripasso per via Confalone e, con stupore, trovo la buca riparata ma il piccolo cantiere ancora in piedi.

Il malefico ferro arrugginito minaccia i passanti costretti ad abbandonare il marciapiede.
Segue altra e-mail sempre all’Urp del Comune di Napoli:

Buongiorno,
a cinque giorni dalla segnalazione (e vari mesi di incuria), la questione non è risolta.
Ieri sera, il foro ed il ferro arrugginito erano circondati come in foto allegata.
Resta il problema: i pedoni sono costretti a scendere dal marciapiede occupando la strada (stretta) con scooter e auto che giungono in senso opposto in curva.
Per cortesia, potreste ripristinare la pavimentazione del marciapiede in modo da tornare alla *normalità*?

Via Confalone, marciapiede riparato ma ...

Fu vera gloria?

L’happy end giunge a fine maggio: ripasso per via Confalone e trovo il marciapiede finalmente ripristinato!

Mi chiedo: le segnalazioni hanno modificato il flusso degli eventi?
Se non avessi scritto, l’indifferenza avrebbe trionfato?
Oppure, le email sono giunte in un periodo nel quale – comunque – era prevista la manutenzione?

Dubbi amletici di un cittadino non assuefatto.

Forse, c’è ancora speranza.

Via Confalone, marciapiede riparato ma ...


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«La nostra casa è in fiamme», il libro di Greta Thunberg sul clima (e la sua famiglia) [RECENSIONE]

Il mondo ha bisogno di Greta Thunberg?

La nostra casa è in fiamme. La nostra battaglia contro il cambiamento climatico di Greta Thunberg è un caso letterario da analizzare con attenzione.
Come afferma la mamma di GretaMalena Ernman, famosa cantante lirica svedese – e vera autrice del libro:

Il mondo necessita di un account instagram di una ragazzina di 16 anni per comprendere la gravità del cambiamento climatico in atto?

Domanda lecita visto che l’azione della figlia smuove l’opinione pubblica mondiale e suscita dibattiti tra gli studenti in ogni angolo del Pianeta.

Greta Thunberg in sciopero per denunciare la gravità dei cambiamenti climatici in atto

Il libro, tra pubblico e privato

La nostra casa è in fiamme descrive due aspetti, il primo privato, l’altro pubblico.
L’autrice (la mamma di Greta), alterna la narrazione tra il dramma familiare scoppiato dopo la scoperta della sindrome di Asperger della figlia e le drammatiche conseguenze causate dal cambiamento climatico in corso.

Le osservazioni della piccola Greta sul clima sono il contorno ad una storia ben più ampia: la profonda crisi dei genitori di fronte al disturbo della bimba occupano parte importante dell’opera.

L’impossibilità di comprendere il comportamento della ragazzina, le difficoltà degli insegnanti ad integrare la studentessa-Greta, l’isolamento scolastico e sociale: La nostra casa è in fiamme è anche una forte denuncia contro il sistema-Svezia, perfetto per i «normali» ma discriminatorio verso chi presenta una diversità.

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Greta Thunberg, perché leggere il libro

Il Pianeta è ancora vivo perché l’80% della popolazione mondiale è povera.
Se il resto del mondo utilizzasse le medesime risorse dell’Occidente ricco, la fine sarebbe prossima.

Greta ci pone una semplice domanda: siamo disposti, da subito, a cambiare il nostro stile di vita?

Dal suo punto di vista – nero o bianco, non esistono compromessi – scivoliamo velocemente verso il baratro.
L’opinione pubblica non dedica attenzione ad una crisi irreversibile, l’economia sfrutta l’ambiente e nonostante le conseguenze siano sotto gli occhi di tutti, i Governi non muovono un dito.
Sottoscrivono accordi che poi smentiscono con i fatti.
A partire dall’avanzatissima Svezia.

Dunque, il mondo necessita di un account instagram di una ragazzina di 16 anni per comprendere la gravità del cambiamento climatico in atto?
Si, signora Malena: sembra proprio che preferiamo girarci dall’altra parte fingendo che tutto vada bene.

Il sorriso di Greta, le sue osservazioni semplici e lineari, il suo volto innocente ci ricordano che il tempo delle promesse è scaduto.

Occorre agire.
Ora o mai più.

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Gli Intellettuali radical chic, razza pericolosa? Un romanzo (divertente) di Giacomo Papi [RECENSIONE]

Frun, semplificare è bello

Perché tutti quanti usavano la parola “intellettuale” come sinonimo di “radical chic”? […]
Sembrava che la cultura si fosse trasformata in inganno, l’ignoranza in innocenza.

Frun mi mancherà.
Il Funzionario Redattore Ugo Nucci, con i suoi consigli puntuali, semplifica la vita.
Interviene – se necessario – per sostituire termini difficili con parole elementari.
Ed è tutto qui Il censimento dei radical chic di Giacomo Papi

Sembra poco.
Invece, il romanzo è un’accattivante fotografia dei nostri giorni.

Una mondo (inventato?) dove trionfa lo slogan problemi complessi, soluzioni immediate e la superficialità regna sovrana.

Il censimento dei radical chic, un romanzo di attualità di Giacomo Papi [RECENSIONE]

Il Primo Ministero degli Interni

L’alfiere di questa società «semplificata» è l’onnipresente Ministro degli Interni: a colpi di selfie e tweet, annuncia, proclama e nuota in bagni di folla acclamante.
Un politico astuto che, per piacere alle masse, recita il falso ignorante.

E, a furor di popolo, diventerà il Primo Ministero degli Interni.

“Si vergogni! Lei fa citazioni mentre il popolo muore di fame”.

In un mondo dove sono bandite le parole difficili, gli Intellettuali diventano una razza da controllare.

La Cultura, dunque, ben presto, è percepita come «nemica» del popolo.
I suoi esponenti, una fastidiosa minoranza da ghettizzare.

“Chi sono quelle signore, mamma?”.
“Sono intellettuali, Arturo.”
“E che cos’è un intellettuale, mamma?”
“Qualcuno che legge molto e usa parole difficili, suppongo.”
“E a che cosa serve?”
“Questo devi chiederlo a tuo padre.”

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Un romanzo di pura fantasia?

Il censimento dei radical chic tratta il delicato rapporto tra società e cultura con spensieratezza.
I primi capitoli, i migliori.
Con il trascorrere delle pagine, la sorpresa si attenua ed il romanzo diviene lineare, a volte un po’ ripetitivo – ma sempre leggero.

In caso si termini ostici, ci pensa Frun sotto la sovraintendenza del Funzionario Redattore Capo Salvo Pelucco.

Laddove il lettore ravvisasse ancora parole difficili o intellettualismi astrusi è pregato di segnalarli inviando una raccomandata A/R a: Signor Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana, Lungotevere dei Marescialli 79/A, 00100, Roma.

Ironia e riflessioni, Giacomo Papi diverte e pone dubbi.
Come il compito di un vero intellettuale radical chic impone.

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Fate presto: la pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia sta sparendo!

A Napoli, la pista ciclabile immaginaria più lunga d’Italia

Da bravo ciclista napoletano ne sono convinto: la pista ciclabile immaginaria presenta molteplici aspetti positivi.

L’iniziativa del Comune va lodata.
Evidenzio tre caratteristiche che, nel corso delle tante rischiose pedalate per Napoli, ho apprezzato:

  • la pista ciclabile immaginaria non sottrae spazio agli automobilisti in cerca di parcheggio, sempre stressati e con le fiamme negli occhi per il caos urbano (peraltro, generato da loro stessi)
  • zero costi di manutenzione (difatti, sta sparendo)
  • da un momento all’altro, la pista ciclabile immaginaria può nascere in qualsiasi quartiere.

Oltre ai suddetti, innegabili vantaggi per le Istituzioni, la pista ciclabile immaginaria stimola chi ama pedalare per Napoli.
Perché la mattina, se prendi la bici per recarti al lavoro, sei certo di trovare un percorso dedicato a te, coraggioso ciclista-guerriero.

Un percorso sbiadito disegnato per terra.
Un geroglifico con due ruote ed un manubrio che ti guida, incerto, lungo il sentiero.

Napoli, a via Duomo la pista ciclabile immaginaria

Via Duomo, quando il miracolo?

Le foto le scatto tempo addietro mentre pedalo per via Duomo, a poche centinaia di metri dalle spoglie del patrono della città.

Dalla sella della e-bike, percorro la pista ciclabile disegnata lungo la ZTL, un pezzo sbiadito, l’altro occupato da un’auto in sosta selvaggia, un ultimo tratto cancellato dalle intemperie.
In un lampo di misticismo, medito speranzoso:

Dovrei parlare con San Gennaro che, poco distante, ogni anno ripete il miracolo. Una vera pista ciclabile, un miracolo, appunto.
Che un giorno, sono sicuro, si realizzerà.

E così, durante il viaggio lungo il sentiero invisibile dedicato ai ciclisti napoletani, mi domando perché mentre nel resto d’Europa si investe nella mobilità alternativa, da noi la bici è considerata un mezzo per pochi intimi.
Anzi, la bici non è affatto considerata un mezzo di trasporto.

Supero via Duomo, giungo nella bella e larga via Foria.
Stavolta, nessun geroglifico col manubrio lungo la strada.
Procedo cauto verso l’inferno metropolitano del Museo, con lo smog alle stelle e il maxi ingorgo quotidiano ad attendermi.

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La (sola) certezza

Dopo chilometri a rischio e pericolo personale, maschere antismog, imprecazioni contro l’assenza di cultura ciclistica, indignazione per la perenne indifferenza della politica, la pista ciclabile immaginaria resta ancora l’unica certezza per chi ama pedalare per Napoli.

Altri segnali concreti: nessuno.
Risultati raggiunti dai vari governi cittadini : zero.

Insomma, salviamo la pista ciclabile immaginaria!
Fate presto: quel geroglifico con le due ruote ed il manubrio sta sparendo.

Napoli, a via Duomo la pista ciclabile immaginaria sta sparendo


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Corea del Nord, la fuga verso la libertà di Yeonmi Park raccontata in un libro choc [RECENSIONE]

Corea del Nord, l’inferno oscurato

C’erano così tante persone disperate per strada a implorare aiuto che il tuo cuore si induriva per forza, o il dolore ti avrebbe sopraffatto.
Dopo un po’ non te ne curavi più.
Ecco a che cosa assomiglia l’inferno.

Scrivere una recensione di La mia lotta per la libertà della giovane Yeonmi Park mi risulta davvero difficile.
Anzi, impossibile.

Il libro descrive la vita della famiglia Park nel piccolo paesino della Corea del Nord e, pagina dopo pagina, scopriamo un «paese indescrivibile».
Ti chiedi: questa ragazzina così coraggiosa, racconta episodi del medioevo?
Poi, rileggi meglio e scopri l’anno: 2001, 2004 … e resti senza fiato.

Nel 2002 lo stipendio medio di un lavoratore era 2400 won al mese, circa due dollari secondo il tasso di valuta non ufficiale.

La testimonianza di Yeonmi Park accende il riflettore su un angolo buio del pianeta dove, ogni giorno, la dittatura militare viola i diritti umani della popolazione nel silenzio generale (la pagina Diritti umani in Corea del Nord di Wikipedia è un lungo elenco dell’orrore).

Le uova erano una prelibatezza rarissima per noi, le mangiavamo solo a Capodanno o in occasioni speciali.
E le arance erano un tale lusso che non ne avevo mai mangiata una intera in tutta la mia vita, solo uno spicchietto quando mio padre ne aveva riportato un esemplare nel nostro periodo di agiatezza: buttare via la scorza era uno spreco assurdo.

Saltare un pasto poteva letteralmente essere fatale, e questa diventò la mia più grande paura e ossessione.
Non ti importa più che sapore abbia il cibo e non mangi più per piacere.
Mangi con l’istinto animale di sopravvivenza, calcolando inconsciamente a ogni boccone per quanto tempo il tuo corpo continuerà a funzionare.

Corea del Nord, l'inferno e la fuga verso la libertà di Yeonmi Park raccontata in un libro choc [RECENSIONE]

Corea del Nord, il paese-prigione

La mia lotta per la libertà è scritto con uno stile semplice e lineare.
Ma le parole sono macigni.

Dopo tre giorni dalla fine della lettura, non ho la forza di iniziare un nuovo libro.
Sto ancora elaborando la gravità delle informazioni acquisite.
E continuo a non comprendere perchè, nel ventunesimo secolo, il mondo tolleri la dittatura e l’esistenza di un paese-prigione.

In Corea del Nord vige il Pensiero Unico

In Corea del Nord al governo non basta controllare dove vai, che cosa studi, dove lavori e ciò che dici; ti controlla anche attraverso le emozioni, rendendoti sottomesso allo Stato e distruggendo la tua individualità e la tua capacità di reagire alle situazioni sulla base della tua personale esperienza di vita (dittatura emotiva)

Corea del Nord, il paese prigione

Yeonmi Park, icona della libertà

Nessuno mi aveva mai insegnato a utilizzare la parte del mio cervello relativa al “pensiero critico”, quella che produce giudizi ragionati sul perché una cosa sembra migliore di un’altra.

La mia lotta per la libertà è un libro pieno di speranza e forza.
Forza per cercare la libertà. per noi occidentali scontata, per chi dalla nascita vive come un prigioniero, essenziale come l’aria.

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«La Corea del Nord è un posto indescrivibile»

L’intervento di Yeonmi Park all’One Young World a Dublino, nel 2014.
Se avete coraggio, guardate il video fino alla fine.

 

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L’extracomunitario spazzino (con il consenso del netturbino ufficiale)

Via Orsi e l’extracomunitario spazzino

«Ha visto l’extracomunitario che pulisce il marciapiede?» chiedo al netturbino dell’ASIA Napoli, l’azienda di igiene ambientale della nostra città.

Sabato mattina, via Orsi, quartiere Vomero.
La scena è anomala: da una parte, il ragazzo di colore spazza la strada ed i passanti elargiscono mance piene di gratitudine.
Dall’altro estremo del marciapiede, l’operatore “ufficiale” compie il suo dovere senza preoccuparsi dell’opera del volontario.

Alla mia osservazione, lo spazzino “ufficiale” alza lo sguardo, ferma la scopa per un istante, mi scruta ma non comprende la domanda.

Specifico meglio: «guardi, c’è un extracomunitario che vi sta aiutando a pulire il marciapiede» ripeto ed indico il ragazzo di colore, a pochi metri da noi.

«Ah, si … bene» farfuglia l’uomo come se fosse una scena di ordinaria normalità.
E torna a spazzare la parte di strada di sua competenza.

L'extracomunitario spazzino: pochi centesimi per tener pulita la strada

Il fallimento del netturbino “ufficiale”

Speravo in una reazione offesa del netturbino “ufficiale”.
Richiamare la sua attenzione, mostrargli l’extracomunitario spazzino operare sullo stesso marciapiede, pensavo provocasse un gesto di rabbia istintiva.

Sognavo che il netturbino “ufficiale” urlasse «ci penso io, non c’è bisogno del tuo aiuto!».
Un picco di orgoglio, una risposta per salvare la dignità calpestata.

Invece, calma piatta ed accettazione passiva del suo fallimento professionale.

L'extracomunitario spazzino: via Orsi pulita

E se si applicasse il «Modello Via Orsi» in tutta Napoli?

Procedo lungo via Orsi.
Registro l’evidenza: l’opera congiunta del netturbino “ufficiale” e dell’extracomunitario spazzino funziona.

La strada è pulita, senza gli escrementi di cani ad infestare il marciapiede, niente cartacce e mozziconi.
L’extracomunitario spazzino è ben visto dai cittadini, integra il lavora dei netturbini “ufficiali”, si tiene occupato, rappresenta un primo step di integrazione sociale.

Bene.
Allora perché non ufficializzare ed estendere il «modello via Orsi» in tutta Napoli?


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Via Orsi, se i lavori per la fibra distruggono la strada [FOTO]

Via Orsi e quel cantiere incompiuto

A chi tocca ripristinare l’asfalto di via Orsi?
Perché prima dei lavori per la fibra, la trafficata arteria del Vomero – collega piazza Medaglie d’Oro con l’Arenella – era una strada in condizioni normali.

Poi, un giorno (febbraio), mentre passeggio, noto il cantiere, il restringimento della carreggiata, il traffico in tilt, l’inizio dei lavori, gli operai intenti a scavare, la rottura del manto stradale.

«Attendo la fine» ed annoto un post-it mentale per vedere come terminerà la vicenda.

Ora, a lavori conclusi, mi rimprovero di non aver aver letto le informazioni sul perché si rompeva una strada in buone condizioni, quale società operava e per conto di chi.

Oggi del cantiere non vi è più traccia.
L’opera è terminata.

Restano, però, le tracce evidenti del cantiere: via Orsi presenta una ferita lunga una trentina di metri, proprio nel punto dove gli operai scavavano.

Via Orsi dopo i lavori: da strada in condizioni normali a strada dissestata. Ora a chi tocca ripristinare l'asfalto?
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Via Orsi, a chi tocca ripristinare l’asfalto?

La pioggia completa il disfacimento.
Così, via Orsi passa da condizioni normali a strada da riparare.

Ma il suo destino è diverso dalle strade colabrodo dove si aprono voragini dopo i temporali.

In questo caso, la rottura dell’asfalto è opera di una società privata. 
Dunque, è un loro dovere ripristinare le condizioni per una corretta viabilità.

Perchè nessuno controlla lo stato della strada dopo la fine dei lavori?
A chi tocca intervenire ora?
Il Comune agirà con azioni legali?

Via Orsi dopo i lavori: da strada in condizioni normali a strada dissestata. Ora a chi tocca ripristinare l'asfalto?

Le foto? Inviate al Sindaco

Invio queste fotografie al Sindaco ed al Comune di Napoli.
Attendo ottimista delle risposte.

Nel mentre, aggiungo un nuovo post-it mentale.
Tornerò a via Orsi. e vedrò le strada ripristinata?

Via Orsi dopo i lavori: da strada in condizioni normali a strada dissestata. Ora a chi tocca ripristinare l'asfalto?
Via Orsi dopo i lavori: da strada in condizioni normali a strada dissestata. Ora a chi tocca ripristinare l'asfalto?


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Quando al cinema si fumava e la politica intervenne (bene)

Italia, la legge antifumo (Sirchia, 2003)

La pellicola scorre sul grande schermo ma la magia del cinema è inquinata dalla nicotina che, come una nebbia nefasta, cala sugli spettatori inermi.
In sala, i fumatori sono liberi di incenerire l’aria come e quando vogliono: nessuna legge impedisce loro di accendere e spegnere le sigarette nei locali chiusi.

Anche il sottoscritto ricorda queste scene di ordinaria follia quando, da bambino, tra l’emozione di ET che telefonava casa, le risate con zio Bud in difesa dei più deboli e Rocky che metteva al tappeto Apollo, il cinema si trasformava ben presto in una sauna di fumo passivo.

Oggi, a distanza di qualche anno, è inconcepibile vedere un professore fumare in classe, accendere una sigaretta al cinema o in un locale chiuso.

Perché in Italia è in vigore la Legge Sirchia del 2003.

La legge Sirchia ed il divieto di fumare nei locali chiusi (2003)

La politica del buon senso

La Legge Sirchia è il giusto compromesso tra la politica ed il buon senso.
Un principio semplice e rivoluzionario:

è vietato fumare nei locali chiusi, ad eccezione di quelli privati non aperti ad utenti o al pubblico

Ecco cosa ci si attende dalla politica: che operi in difesa di tutti i cittadini, a favore del bene comune, a partire dalle piccole, grandi questioni quotidiane.
Oltre gli schieramenti ciechi (e strumentali) dei partiti.

E la Legge Sirchia è un esempio di buona politica.

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Chi votare il 4 marzo?

Alle prossime (e vicine) elezioni del 4 marzo, chi votare?

La sinistra? Il centro destra?
Il minestrone riscaldato? 
La zuppa acchiappa-voti?

Basta con i fiumi di parole.
Ho deciso: voterò chi incarna lo spirito della Legge Sirchia.

Premierò la buona politica.


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Perché (da tre mesi) nessuno raccoglie il pneumatico al centro della pista ciclabile immaginaria? [FOTO]

Dicembre 2017, spunta il pneumatico incivile

L’osservo da oltre tre mesi.

Ogni giorno, nel tragitto casa-lavoro, dalla sella della mia e-bike studio l’evoluzione del pneumatico incivile abbandonato al centro della pista ciclabile immaginaria di corso Malta, a poche centinaia di metri dal Centro Direzionale di Napoli.

Lo ricordo come se fosse oggi: comparve in un freddo giorno di metà dicembre (2017), da allora vive indisturbato vicino al marciapiede.

Eppure, ad un occhio attento, non sfugge il dettaglio: la strada risulta pulita, segno che viene spazzata ed i rifiuti «normali» raccolti in un mucchietto a far compagnia al pneumatico incivile.

Dunque: perché il piccolo «mostro» nero non viene rimosso?

A chi tocca raccogliere il pneumatico al centro della pista ciclabile immaginaria di corso Malta?

Pneumatico, a chi tocca raccoglierlo?

A chi tocca rimuovere il pneumatico incivile?

La domanda – seppur ovvia – ricade nella sfera della burocrazia malata.

Mi ricorda la questione della fontana pubblica che perdeva acqua.
Una serata trascorsa al telefono per capire a chi toccasse intervenire: non è compito dei Vigili del Fuoco, all’ABC Napoli non compete perché la fontana è in un parco pubblico, non tocca nemmeno ai giardinieri, al Comune mi rimandano ai Vigili Urbani.

Finché un Vigile volenteroso si adopera e la questione si risolve.

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Pneumatico incivile, come finirà?

Il pneumatico incivile è vittima della burocrazia malata.

Gli operatori ecologici spazzano lungo il marciapiede ma non raccolgono il rifiuto speciale.
Gli altri impiegati dell’ASIA Napoli non intervengono, non rientra nei loro (specifici) compiti.

Nel mentre, le intemperie provvedono e il pneumatico incivile, piano piano, si consuma.

Ma il «mostro» è duro a morire e la sua presenza inceppa il gigantesco (e milionario) ingranaggio della raccolta dei rifiuti.

Resterà lungo la pista ciclabile immaginaria di corso Malta, a poche centinaia di metri dal Centro Direzionale, finché un operatore ecologico, armato di buona volontà, con un gesto rivoluzionario, lo preleverà.

Ancora una volta, il rimedio contro la lacuna organizzativa, dipenderà dalla volontà del singolo.


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Matera, l’unica provincia italiana senza treno: perchè?

FS: a Matera? In autobus

«Torno in autobus».
Per anni ho lavorato con una collega lucana.
Il venerdì, per raggiungere la famiglia in provincia di Potenza, non aveva alternativa all’autobus.

Perché ancora oggi – nel ventunesimo secolo – raggiungere la Basilicata in treno, è impossibile.

Eppure, ammetto di non essermi mai scandalizzato da quel rassegnato “torno in autobus”.

Suona normale: vivi in Basilicata, non hai diritto ai treni.

Come reagirebbe, invece, un bolognese se, per raggiungere Milano, dovesse spezzare il viaggio in treno e proseguire con un pullman per altre tre ore?
Sarebbe (giustamente) indignato.

E allora, perché la medesima situazione, viene percepita come «regolare» ed accettata in Basilicata?

Da Napoli a Matera: in treno+autobus, 4 ore per 255km!

Fs Napoli-Matera: 255km in 4 ore!

Per curiosità, consulto il sito delle Ferrovie dello Stato Italiano.
Da Napoli, per arrivare a Matera, la soluzione proposta è:

  • partenza in treno alle ore 15.15
  • giungo alla stazione di Salerno alle 15.52 (dopo 37 minuti)
  • parto da Salerno alle 16.12 con l’autobus Freccialink LK017
  • arrivo alla stazione di Matera alle 19.07 dopo 2 ore e 55 minuti
  • costo del viaggio: 37€

Dunque, secondo le Ferrovie dello Stato, nel 2017, per percorrere 255 km impiego quasi 4 ore con il cambio treno-autobus!

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Matera, capitale della cultura 2019
(senza treno)

Nel 2019 Matera sarà la capitale della cultura.
Dal sito ufficiale:

“La giuria è stata colpita dall’entusiasmo e dalla innovatività caratterizzanti l’approccio artistico. Ci sono diversi progetti dotati del potenziale per attrarre un varia e più ampia audience europea, compresa la grande mostra Rinascimento del Mezzogiorno”.

Bene.
Tutti si pongono la medesima domanda: le masse di turisti provenienti da mezz’Europa, come giungeranno e quanto tempo impiegheranno per visitare questo angolo abbandonato d’Italia?

Due clic in Rete e scopri mille verità:

Così, dopo aver costruito la stazione, a Matera non sono arrivate né le rotaie né i cavi elettrici. Una spesa di oltre 500 miliardi di vecchie lire per 25 chilometri di rete ferroviaria inesistente.
(fonte: Tutti i treni (non) portano a Matera)

Seguono molteplice inchieste dallo stesso tenore: «investimento non conveniente», «assenza di mercato», «isolamento della città».

La Storia ci ricorda: Cristo si fermò ad Eboli.
Il presente, invece, l’amara verità: Matera, nel ventunesimo secolo, continua ad essere l’unica provincia italiana non raggiunta da nessun treno.

Tutt’oggi, non ho ancora capito il motivo e perché non si pone rimedio a questa vergognosa questione nazionale.
Perseverare, oltre ad essere diabolico, è inaccettabile.


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