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Tag: regole

Strisce pedonali violate, a Napoli la fantascienza è realtà

A Napoli le strisce pedonali sono superate

Le automobili volanti non necessitano di parcheggiare, sostano sui terrazzi dei grattacieli.
Mezzi ecologici e veloci, non restano bloccati nei rumorosi ingorghi cittadini, evitano di stirare i pedoni distratti, si spostano nella metropoli del futuro come delle leggere navicelle spaziali.

Come i film di fantascienza insegnano, se pensiamo alla società del domani, la prima immagine che il nostro cervello visualizza è proprio una macchina volante che, silenziosa ed ecologica, veleggia tra i palazzi illuminati.

Siamo tutti sicuri: le metropoli del futuro sono libere da quella odiosa e continua linea di ferraglia in sosta, i marciapiedi puliti e raggiungibili dai pedoni senza impedimenti di alcun genere.

Nei film di fantascienza, le strisce pedonali semplicemente non esistono.
Perché superflue.

Come a Napoli oggi.

Strisce pedonali violate: chi controlla?

Strisce pedonali, terra di conquiste (illegali)

Un grosso SUV nero fermo proprio sulle strisce pedonali
Un’altra auto, sempre all’incrocio, impedisce di salire sul marciapiede.
Il SUV e l’utilitaria formano un angolo retto perfetto, indice di una geometrica illegale tipica del parcheggio selvaggio.

Il cofano dell’una ed il paraurto dell’altra distano pochi centimetri: passare tra le due carrozzerie è impossibile.
La maleducazione dei conducenti arriva a bloccare qualsiasi varco, anche la pedana per le carrozzine (mamma o disabile che sia) è chiusa dal macchinone incivile.

Chi se ne frega del prossimo?
L’importante, per i «mostri» metropolitani, è parcheggiare l’auto.
Costi quel che costi.

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Proposta futuristica: cancellare le strisce pedonali

Portiamoci avanti con il lavoro.
Veniamo incontro ai «mostri» nostrani ed anticipiamo il futuro: Napoli sarà la prima città italiana senza strisce pedonali.

Intervenga subito il Sindaco con una legge speciale.
Noi cittadini capiamo ed accettiamo assuefatti.

Oggi risulta impossibile far rispettare la sosta, le auto necessitano di spazio, i pedoni possono infilarsi tra le lamiere parcheggiate senza soluzione di continuità, le mamme ed i disabili acquistino delle carrozzelle motorizzate pronte a saltare sul marciapiede privo della pedana.

Il futuro ha un prezzo.
Come l’inciviltà dilagante.


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Le quattro frecce napoletane

«Ma ho le quattro frecce accese!»

«Si sposti, qui non può parcheggiare» il vigile urbano, cordiale, mi invita a traslocare l’auto.
Fermo, in sosta vietata, attendo un amico uscire dall’aeroporto di Capodichino.
«Ma ho le quattro frecce accese!» ribatto, scandalizzato dall’assurda richiesta.

Perché accendere le quattro frecce, autorizza l’automobilista napoletano ad ogni tipo di manovra/azione.

Prima di sparare a zero contro il «mostro» di turno, un esame di coscienza è obbligatorio.
Scagli la prima pietra chi non ha mai fermato l’auto in doppia fila, con le quattro frecce accese, per comprare al volo il giornale o le sigarette?
O – peggio – parcheggiato sulle strisce pedonali, sempre con i segnalatori attivi, per indicare «giusto un minuto e torno».

A Napoli, le quattro frecce ti autorizzano a tutto?

Quattro frecce, il nostro alibi

La presenza delle quattro frecce fornisce il giusto alibi morale all’automobilista irrispettoso delle regole.

Il lampeggiare delle luci indica la temporaneità dell’infrazione e dunque, l’impunità.
Come se, sostare in doppia fila per dieci minuti, fosse consentito e tollerato.
Dopotutto, violare la regola per un tempo transitorio, è accettato e considerato «normale».

Ben presto, però, con l’assuefazione, l’intervallo temporaneo si dilata e veder circolare uno scooter sul marciapiede diviene normale come l’ordinaria sosta selvaggia delle auto sulle strisce pedonali o i furgoni davanti le rampe impedendo l’accesso ai marciapiedi a chi necessita.

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Lo sfogo (giusto) del vigile urbano

«Voi e ‘ste quattro frecce! A Napoli basta che le accendete e siete convinti di poter fare quello che volete!!!» inveisce il vigile urbano con uno sfogo legittimo e spontaneo.

L’episodio è accaduto una quindicina di anni fa ma lo ricordo come se fosse oggi. Perché il tutore della Legge aveva pienamente ragione.

Le quattro frecce non autorizzano l’automobilista a violare le regole ed il rispetto della collettività non ammette deroghe.

Nemmeno per qualche minuto.
Nemmeno con le quattro frecce accese.


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Ferragosto italiano, tre perché (ed una risposta)

Ferragosto, Italia ferma
(come negli anni sessanta)

  • Perché l’esercito dei lavoratori (pubblici e privati) è costretto ad andare in ferie ad agosto?
  • Perché, in Italia, ci comportiamo ancora come negli anni sessanta quando la grande industria regolava i ritmi degli operai?
  • Perché, mentre il lavoro diviene flessibile, la regolamentazione delle ferie resta rigida nel tempo?

Milioni di lavoratori in partenza, tutti nello stesso weekend.
Città vuote, negozi chiusi.
Chi resta, costretto a sobbarcarsi il lavoro dei colleghi vacanzieri.

Al supermercato, la cassiera stressata.
Alla Posta, l’impiegata scorbutica.
Al Pronto Soccorso, il dottore latitante.

Lavorare fino ad estate inoltrata risulta snervante: negli uffici, il nervosismo si taglia con un coltello, ognuno vorrebbe essere altrove.
Eppure, in Italia, continuiamo ad usufruire del periodo di ferie, tutti insieme appassionatamente.

Una regola anacronistica impone ai dipendenti il periodo nel quale spendere le vacanze: dai primi di agosto fino alla settimana dopo ferragosto.

Il ferragosto degli anni 60: le vacanze legate alla catena di montaggio

La regola della catena di montaggio

La piccola utilitaria carica di ogni ben di Dio, la famiglia compressa nella FIAT cinquecento.
Il viaggio è lungo, dal laborioso nord verso il profondo sud.
A salutare i parenti rimasti, per trascorrere l’agognata vacanza.

Ad agosto, la catena di montaggio si ferma: gli operai – e chi lavora nell’indotto – liberi per un mese.

Aveva senso.
Nell’Italia degli anni sessanta.

Oggi, nella società del mordi e fuggi, fermare la nazione – per una settimana! – è un concetto preistorico.

In Italia, la grande industria è praticamente assente.
Il massiccio esercito di operai (moderni), frammentato in mille unità precarie.
Ognuna con regole e tempi diversi, nessuna uniformità, ritmi specifici, diritti e doveri legati al territorio.

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La risposta ai tre perché

Permettere ai lavoratori (pubblici e privati) di consumare le proprie settimane di ferie (due, tre, quattro o cinque) tra il primo giugno ed il trentuno agosto.

Spalmare le vacanze in più mesi, evita:

  • lo stress dei lavoratori costretti a recarsi in ufficio fino ad estate inoltrata
  • il miglioramento della qualità dei servizi offerti in ogni settore
  • gli esodi di massa ed i relativi bollini rossi sulle autostrade italiane (con diminuzione degli incidenti stradali)
  • lo svuotamento delle città e l’azzeramento delle prestazioni (vedi anziani e chi necessita di assistenza)
  • la speculazione dell’alta stagione e lo sfruttamento indegna del turista
  • varie (furti in casa, abbandono degli animali …)

Con questo semplice accorgimento, le aziende (piccole e grandi) non si fermano e raggiungono un doppio obiettivo: soddisfare le esigenze del proprio impiegato, far consumare le ferie al lavoratore come stabilito dal contratto nazionale.

Resta un ultima domanda: in Italia, oggi perché andiamo ancora in vacanza tutti insieme come negli anni sessanta?


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Al supermercato la coda è maleducata

«E’ in apertura la cassa quattro»

La voce suadente annuncia il miracolo.
Il supermercato sembra la stazione centrale all’ora di punta e noi consumatori dei pendolari confusi.
Le file alle uniche due casse aperte superano il livello critico, i tempi di attesa generano irritazione.

Sono al centro della lunga coda, la scia di persone ansiose si districa come un serpente fino agli scaffali della carta igienica.
D’avanti a me una donna parla al cellulare mentre osserva il carrello stracolmo, ha comprato le riserve per l’intero mese. Dietro, seguono almeno una decina di individui di ogni età, razza, colore … tutti carichi di merci.

L’impazienza agita la fila: in un mondo veloce ed ipertecnologico restare immobilizzati per pagare il conto della spesa diviene una situazione kafkiana.

Indispettiti per l’estenuante pausa, imprechiamo contro la solita carenza di personale.

La fila al supermercato come la peggior partenza di formula1

Il sorpasso

Poi l’annuncio liberatorio: «E’ in apertura la cassa quattro»
L’anziana signora alle mie spalle, con un balzo felino, si lancia e diviene la prima della nuova fila.
Due giovani – gli ultimi della coda – senza alzare lo sguardo dallo smartphone, saltano dietro l’agile vecchia.
Due uomini dell’altra fila, con uno slalom degno del miglior Alberto Tomba, guadagnano la quarta e quinta posizione.
Fermo nella mia coda dimezzata, superato dagli sprint dei maleducati, resto sbigottito.

E la precedenza?

La regole del vivere civile imporrebbe il rispetto delle posizioni: se al supermercato apre una nuova cassa, la fila che si crea dovrebbe rispettare le disposizioni presenti nelle altre code.
Dare la precedenza a chi ti sta d’avanti evitando comportamenti scorretti stile peggior Formula1.

Una principio elementare tra persone educate ignoto ai tanti «mostri» che affollano le code dei supermercati nostrani.

La statistica dei capelli bianchi

Da Edward mani di forbice

Bloccato sulla comoda poltrona ed imprigionato nel morbido asciugamano di spugna bianco, osservo cadere lentamente una ciocca innevata di capelli.

Il colpo del barbiere suscita una profonda riflessione: «ma quanti capelli bianchi ho?» rifletto a voce alta.

«Dotto’ non vi preoccupate, non sono molti» mi consola con tono incerto il giovane coiffeur.
«Non chiamarmi dottore, sono Mario …» replico dubbioso.
«Come volete voi, dotto’» sentenzia asettico il giovane mentre continua la sua opera di potatura.

La nevicata improvvisa mi riporta dietro nel tempo, nell’aula dell’Università di Matematica, lezione di Statistica: come contare il numero di pesci in un lago?

Quanti pesci ci sono in un lago?

Il metodo è detto del cattura-ricattura: si pescano alcuni pesci, si marcano con una vernice innocua e si rimettono nel lago.
Dopo qualche giorno, si ripescano un certo numero di pesci (solitamente diverso da quelli presi la prima volta).
Sono stati marcati ad esempio 20 pesci.
Si sono ripescati 15 e 3 di essi sono marcati.
Con una opportuna proporzione, si ricava il numero N dei pesci totali presenti nel lago (per gli esperti, 15 : 3 = N : 20, cioè nel lago ci sono N= 15*20/3 = 100 pesci circa).

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Le stime non mentono: sono bianco al 60%

Prendo tra le mani il ciuffo appena caduto, conto minuziosamente quanti capelli sono bianchi e quanti neri, poi lo getto.
Ne riprendo un altro, continuo con il conteggio.
Ripeto il procedimento con un terza, microscopica ciocca.

«Dotto’ che fate?» chiede il parrucchiere incuriosito.
«Calcolo quanti pesci ci sono nel lago» replico concentrato.

Mi guardo allo specchio con attenzione, la statistica conferma: il 60% dei miei capelli sono innevati.

«Dotto’, volete fare una tintura? Usiamo solo prodotti naturali», l’imprenditore fiuta l’affare e subito si insinua tra le prime incertezze senili.

«E perché?» sbotto divertito.

La statistica – come la Vita – ha le sue regole e vanno accettate.

 

la statistica dei capelli bianchi svela come sarò tra vent'anni:

la statistica dei capelli bianchi svela come sarò tra vent’anni:


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