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Tag: sogno (Page 2 of 2)

10 motivi per non dormire la notte

I «mostri» provocano insonnia

Lo confesso: la preoccupazioni mi ha provocato l’insonnia.
Bloccato nel letto, in piena notte, tra mille dubbi progetto, rifletto, medito.

Innumerevoli domande con gli occhi aperti, l’oscurità che rallenta il trascorrere dei minuti, la frenesia di voler operare subito ed il sole tarda ad arrivare.

I «mostri» sono i nemici del dolce dormire, è indubbio.

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Non si dorme per l’attesa?

Ma oggi penso positivo ed affermo convinto: il Tapiro dalla Gualdrappa è salvo, il lupo cattivo non minaccia Cappuccetto Rosso ed – oltre alle inquietudini – anche la troppa gioia ci tiene svegli.

Difatti, a me capita: se il giorno successivo vivrò un evento particolarmente positivo, la notte non chiudo occhio.
Vorrei che il buio venisse spazzato via per godermi da subito la luce e vivere appieno il lieto evento.
L’ansia mi tiene vigile e l’attesa allontana Morfeo …

10 motivi che alimentano l'insonnia

Insonnia, la classifica

Allora, amici Lettori, elenco dieci motivi positivi per i quali affronto volentieri una notte insonne (classifica casuale in ordine sparso):

1 – la partenza per un lungo, bellissimo e sospirato viaggio (in sogno anticipo le tappe)
2 – l’esame all’Università (di notte ripetevo il programma)
3 – il trasloco (e se la sveglia non suona? E se la ditta incaricata non viene? L’emozione per l’inizio di una nuova vita)
4 – ricezione dei sacramenti (tranne il primo – troppo piccolo per ricordare – e l’ultimo – difficile svegliarsi durante il sonno eterno)
5 – l’attesa per la visita di Babbo Natale e/o Befana (dolce ed irripetibile infanzia)
6 – l’eccitazione per la finale olimpica dei cento metri stile libero contro i migliori nuotatori del mondo (sogno per ingannare il tempo)
7 – TO DO
8 – TO DO
9 – TO DO
10 – TO DO

A voi il beneaugurante compito di completare l’onirica lista.


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Convinzioni

Le antipatiche, solite dichiarazioni

La politica è accusata di essere distante dalla realtà.
Come i monarchi di un tempo, di fatto i nostri amati governanti non carpiscono le reali esigenze dei sudditi, anonimi individui da ascoltare solo in prossimità delle elezioni. Numeri, sondaggi, exit poll, preferenze, ballottaggio, voti, nomine, cariche, ministeri: il cerchio si chiude e ritorna la siderale lontananza tra il centro del potere ed il cittadino medio.

A comportamenti fastidiosi seguono inevitabilmente dichiarazioni antipatiche.

Prendiamo in esame l’ultima affermazione del Premier in trasferta negli Emirati Arabi: «La crisi è finita, tornate ad investire in Italia».

Il quesito di Letta e le sue convinzioni sulla crisi

Le domande di Mario Rossi

Il nostro buon Enrico Letta viaggia con gli autobus sempre in ritardo?
La mattina raggiunge Palazzo Chigi in metropolitana insieme ai pendolari depressi chiusi in carrozze come sardine?
E’ conscio di quanto costi un litro di latte?
Si pone lo stesso quesito esistenziale di tutti gli automobilisti? (perché al primo temporale in Arabia Saudita il prezzo della benzina schizza e poi impiega settimane per calare – se cala?)
E’ normale che l’RC auto costi più dell’auto?
Se nessuna azienda propone un contratto a tempo indeterminato e le banche non rilasciano mutui, un neoassunto potrà mai acquistare una casa?
Domani sono certo di non trovare il cartello “Chiuso” fuori il mio ufficio oppure la lettera di licenziamento nella cassetta postale?

Forse sono io il pessimista, devo ricordarmelo: «la crisi è finita».

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Economia ferma: convinzioni o pessimismo?

Eppure, nell’ultimo periodo, i biglietti dei mezzi pubblici aumentano come anche i pedaggi autostradali, nessun mio conoscente ha comprato una macchina nuova (e nemmeno usata), in molti perdono il lavoro e tanti amici sono in cassa integrazione.

Nel mio quartiere, svariati negozi chiudono bottega e mio cugino da due mesi combatte per ottenere il sospirato prestito.
I prezzi degli immobili calano ma, almeno nelle mie cerchie, nessuno ha la possibilità di fare l’affare o comprare a buon prezzo.

Tutti sintomi di un’economia ferma.

Detto questo, oggi mi sento anche io un sognatore ed urlo al Lettore indignato: «calma ragazzo, non sempre ciò che appare è come sembra, se lo desideri ardentemente e ci credi, la crisi è finita».
Se poi non hai veramente un centesimo, che dirti?
Il problema è tuo.


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Il calcio non è (più) uno Sport

Il calcio è solo profitto

La distanza tra il calcio e lo Sport è ormai siderale.
Il paradosso è evidente: da una parte gli ultras legati a stupidi ed anacronistici rituali, dall’altro i club vere e proprie aziende dal business milionario.

Ma anche: da un lato gli ingenui tifosi ed i colori delle squadre, dall’altro i calciatori professionisti senza nessun legame con la città che rappresentano.

L’industria del pallone è priva di scrupoli, la fedeltà in bianco e nero di un tempo lascia il posto ai petrodollari degli sceicchi, i sentimenti di ieri sono una cartolina sbiadita difronte all’unico, vero comandamento a cui oggi tutti rispondono: il profitto.

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Il becero razzismo delle curve

Eppure, le opposte tifoserie continuano a darsi battaglia sugli spalti e fuori dagli stadi, persistono i beceri cori Nord contro Sud, il razzismo di curva prevale sul fair-play ed i delinquenti domenicali trasformano uno spettacolo in una violenta ed assurda guerra civile.

I poliziotti in divisa antisommossa presidiano stazioni e scortano i pullman degli ospiti che – magari – sognavano solo di visitare un’altra città col pretesto della trasferta.
Le antiche rivalità di quartiere,poi, sono benzina sul fuoco ed i derby costituiscono l’occasione ideale per manifestare la mai sopita ignoranza cafona di pochi idioti.

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Segnali di vero sport? Non pervenuti

Del calcio, almeno come evento sportivo da gustare all’aria aperta, sotto la pioggia oppure in una calda giornata di sole primaverile, vi è rimasto ben poco.
Si preferisce la comoda poltrona del salotto alle gradinate dello stadio, il telecomando per lo zapping della diretta su tutti i campi ed il campionato-spezzatino da digerire tra il venerdì ed il lunedì.

E così  lo sport più amato dagli italiani si è trasformato miseramente in un volgare reality-show.
Da vietare ai minori, loro credono ancora nei sogni.

Il benvenuto dei tifosi della Juve ai napoletani


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La reazione del tennista

Tennis, sport di vita

Non sono mai stato un asso del tennis, lo possono confermare i miei avversari che – in più di vent’anni di onorata carriera – ho affrontato senza troppe pretese.

I risultati parlano chiaro: giocavo solo per divertimento ed ho appeso la racchetta al chiodo quando il piacere di sudare sulla terra rossa è divenuto prima sforzo e poi noia.

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Il tennis, però, mi ha forgiato il carattere: è uno sport singolo e come tale insegna a contare solo su se stessi, riflettere, incoraggiarsi, mormorare tra sé e sé per ritrovare la concentrazione perduta.
Inoltre, presenta una peculiarità unica nel suo genere: il tuo avversario per batterti deve necessariamente chiudere l’ultimo punto.
Anche se conduce 6-0, 6-0, 5-0, 40-0 con servizio a favore ed innumerevoli match-point, la partita non termina finché non completa i tre fatidici set.

E nella storia di questo nobile sport, quanti incontri apparentemente impossibili poi sono stati teatri di epiche rimonte e memorabili vittorie?

Non serve disturbare il re delle statistiche sportive, il mitico Rino Tommasi per rispondere … io stesso ho assistito a tanti “miracoli” in diretta tv.

La reazione

Perché il vero tennista ha tra le sue corde un’arma inconfondibile, una tecnica che non ti insegna nessun coach, un colpo naturale che nemmeno gli allenamenti più faticosi possono migliorare, o ce l’hai oppure è inutile provare ad impugnare una racchetta: la capacità di reagire alle avversità.

Non abbattersi mai, nemmeno quando manca un soffio alla fine del sogno, rialzarsi ed iniziare nuovamente a colpire la palla con la giusta grinta, forza e concentrazione.

Così puoi anche perdere l’incontro – dopotutto la sconfitta è parte dello sport – ma dentro di te sei conscio che hai lottato fino all’ultimo senza mai rinunciare.

A quel punto, il risultato non conta più.

La reazione del tennista, insegnamento di vita

foto di repertorio

Io donatore (di sangue) arrabbiato con un sogno nel cassetto

Solidarietà vs egoismo

«Papà, che vuol dire donazione
«Significa dare un po’ del tuo sangue a chi ne ha bisogno» rispondo a mio figlio, sei anni e tanta curiosità negli occhi.
«Non ho capito» ribatte sconsolato, «perché devi donare?» conclude sorridente.

La solidarietà è un concetto ignoto ai bimbi, l’accetto.
L’egoismo di noi adulti, invece, mi provoca una insana orticaria galoppante: globalmente attenti al nostro (piccolo) mondo, non dedichiamo un attimo dell’esistenza al prossimo.

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L’alibi

Maestri nell’autoassoluzione («non ho tempo», «purtroppo devo lavorare», «ho paura dell’ago», «temo infezioni»), ci aggrappiamo ad ogni possibile alibi pur di non donare il sangue.

Eppure, pagare le tasse è un dovere di ogni (onesto) cittadino, donare il sangue invece è un onore (di pochi, purtroppo).

Donare il sangue: come raddoppiare il numero di volontari?

All’ospedale Pascale di Napoli

E così, affranto per non aver coinvolto nessun nuovo donatore come auspicato, questa mattina mi reco al Centro Trasfusionale dell’ospedale Pascale di Napoli per la mia donazione estiva.

Ma quando meno te l’aspetti, la Vita riserva piacevoli sorprese: alle otto del mattino, prima di me, la sala d’attesa del centro è già piena con  undici (11!) volontari pronti per le visite mediche.

Mentre guardo il poster “dedicato agli eroi sconosciuti che donano sangue”, la mia irritazione per non aver portato nessun familiare, amico, collega o parente si placa. La vista della mamma riconoscente mentre abbraccia il piccolino vale più di mille parole.

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Come raddoppiare il numero di donatori

Sui vantaggi (fisici e morali) conseguenti a questo nobile gesto, ho già scritto vari post (cercate “donazione sangue” su questo sito).
Il mio obiettivo, ora, è un altro: se ogni donatore riuscisse ad interessare un nuovo volontario, in breve il numero dei donatori di sangue raddoppierebbe.

La tesi è semplice ed elementare, occorre solo superare l’ignoranza, la diffidenza e la pigrizia di chi ci circonda.

Aiutatemi a sconfiggere questi ennesimi «mostri» già alla prossima donazione.


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