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Tag: stress (Page 1 of 2)

Salvator Rosa, stazione Linea1: svelato il mistero delle scale mobili ferme da tre mesi [FOTO]

Linea1, stazione Salvator Rosa: l’avviso ANM

Impianto temporaneamente fuori servizio.
Stiamo lavorando per ripristinarlo nel più breve tempo possibile.
Ci scusiamo per il disagio
(avviso ANM, stazione Linea1 Salvator Rosa)

Il Comune di Napoli fa sul serio.
Le scale mobili ferme da tre mesi alla stazione di Salvator Rosa, dimostrano la ferrea volontà politica di raggiungere l’obiettivo-salute entro l’estate.

E’ assurdo immaginare il perché l’impianto, da diverso tempo guasto, non funzioni ancora.
E’ davvero così complicato riparare delle ordinarie scale mobili?
Non ci credo.

L’unica spiegazione razionale è il piano segreto delle Istituzioni: combattere la pigrizia del cittadino costringendolo al movimento.

Come?
Riducendo gli autobus pubblici, fingendo di non possedere le risorse per potenziare la metropolitana, fermando sistematicamente le funicolari, abolendo qualsiasi forma di mobilità alternativa.

I primi risultati sono incoraggianti.
La resistenza del napoletano è superiore alla media nazionale e – caratteristica sviluppata negli anni di disservizi continui – si adatta in ogni altro luogo senza difficoltà alcuna.
(da una testimonianza recente di una cavia napoletana)

Stazione di Salvator Rosa, scale mobili ferme da tre mesi

Salvator Rosa, ingresso secondario: le foto

Di fatto, chiunque entri per l’ingresso secondario di Salvator Rosa, è costretto a percorrere una lunga scalinata prima di giungere all’interno della stazione.

Il Comune non fa sconti a nessuno: mamme con le carrozzine, anziani, i diversamente abili, infortunati vari.
Tutti a piedi, costi quel che costi.

Il cittadino deve curare la forma fisica: o corri giù scalino dopo scalino oppure raggiungi l’ingresso principale (sempre a via Salvator Rosa, distante un quattro/cinquecento metri dall’entrata secondaria) e prendi l’agognato ascensore.

Stazione di Salvator Rosa, l'avviso ANM

Stazione di Salvator Rosa, l'altra scala mobile è solo in salita

Linea1, quando arriva il prossimo treno?

Oltre la forma fisica, il Comune lavora per temprare anche l’aspetto psicologico del cittadino napoletano.

Da tempo immemore, infatti, i display presenti nelle stazioni della Linea1, invece di annunciare quando giungerà il prossimo treno dei desideri, visualizzano (se accesi) un asettico messaggio: “Prove tecniche”.

Ecco l’altro punto del piano segreto delle Istituzioni: un corpo sano è inutile se guidato da una mente fragile.

Occorre fortificare il carattere del passeggero: il mistero sui tempi d’attesa forgia lo spirito, sprona la comunicazione, allena la pazienza.

Salvator Rosa, i tempi d'attesa del prossimo treno restano un mistero

Scale mobili, è finito l’esperimento?

Ora che il sottoscritto ha reso pubblico il vero motivo dello stop delle scale mobili di Salvator Rosa, chiedo ufficialmente agli organi competenti di interrompere l’esperimento.

Il guasto simulato, dopo tre mesi di finta inefficienza, falso disinteresse, cattiva gestione delle stazioni, può ritenersi concluso.

I cittadini ringraziano le Istituzioni per la ritrovata forma fisica.
Ora, però, rimettete in funzione le scale mobili della stazione di Salvator Rosa.
Desideriamo un sano riposo.

Dopotutto, dopo tre mesi di allenamenti, lo meritiamo.

Salvator Rosa, quando finirà l'esperimento?


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Come evitare lo shock da rientro: il consiglio del diretto interessato

Come una rivista estiva

«Ti piacciono i fiori?» SI: continua – NO: vai al punto 5.
«All’asilo piangevi?» SI: continua – A VOLTE: prenditi un altro giorno di ferie – NO: corri in ufficio.

Questo post va letto come uno di quei test presenti nelle riviste estive sotto l’ombrellone.
Leggero, spensierato – per alcuni ha un senso mistico, per molti altri è una perdita di tempo.

Perché prima di rientrare al lavoro, dopo un lungo periodo di vacanze, occorre prepararsi psicologicamente.

Lo shock da rientro colpisce tutti, dunque butta l’oroscopo e continua la lettura.

Un consiglio contro lo shock da rientro

Shock da rientro: il consiglio del sottoscritto

Il weekend prima del giorno X, gioco un euro al Superenalotto.
Una schedina a caso, due colonne di sei numeri qualsiasi generati dal computer della ricevitoria.

Due possibilità su 622.614.630 combinazioni.
Immagino un enorme cesto riempito con 310 milioni palline bianche e solo una rossa.
Ho un tentativo per prelevare dal cesto quell’unica, minuscola, pallina rossa persa nell’infinito bianco.

Impossibile?
Assurdo?

Eppure devo provarci.
Puntare tutto su quella estrazione speciale, la giocata precedente al rientro in ufficio.

Perché succede: alla Dea Bendata piace scherzare e, a volte, premia chi crede in lei.
E, se per assurdo, beccassi quell’unica pallina rossa, ne sono certo: lo shock da rientro diventerebbe l’ultimo dei pensieri.

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Punto 5

A proposito.
Tu torna al lavoro già domani.

Al sottoscritto, invece, piacciono i fiori.
Merito un’altra settimana di vacanza.


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Ferragosto italiano, tre perché (ed una risposta)

Ferragosto, Italia ferma
(come negli anni sessanta)

  • Perché l’esercito dei lavoratori (pubblici e privati) è costretto ad andare in ferie ad agosto?
  • Perché, in Italia, ci comportiamo ancora come negli anni sessanta quando la grande industria regolava i ritmi degli operai?
  • Perché, mentre il lavoro diviene flessibile, la regolamentazione delle ferie resta rigida nel tempo?

Milioni di lavoratori in partenza, tutti nello stesso weekend.
Città vuote, negozi chiusi.
Chi resta, costretto a sobbarcarsi il lavoro dei colleghi vacanzieri.

Al supermercato, la cassiera stressata.
Alla Posta, l’impiegata scorbutica.
Al Pronto Soccorso, il dottore latitante.

Lavorare fino ad estate inoltrata risulta snervante: negli uffici, il nervosismo si taglia con un coltello, ognuno vorrebbe essere altrove.
Eppure, in Italia, continuiamo ad usufruire del periodo di ferie, tutti insieme appassionatamente.

Una regola anacronistica impone ai dipendenti il periodo nel quale spendere le vacanze: dai primi di agosto fino alla settimana dopo ferragosto.

Il ferragosto degli anni 60: le vacanze legate alla catena di montaggio

La regola della catena di montaggio

La piccola utilitaria carica di ogni ben di Dio, la famiglia compressa nella FIAT cinquecento.
Il viaggio è lungo, dal laborioso nord verso il profondo sud.
A salutare i parenti rimasti, per trascorrere l’agognata vacanza.

Ad agosto, la catena di montaggio si ferma: gli operai – e chi lavora nell’indotto – liberi per un mese.

Aveva senso.
Nell’Italia degli anni sessanta.

Oggi, nella società del mordi e fuggi, fermare la nazione – per una settimana! – è un concetto preistorico.

In Italia, la grande industria è praticamente assente.
Il massiccio esercito di operai (moderni), frammentato in mille unità precarie.
Ognuna con regole e tempi diversi, nessuna uniformità, ritmi specifici, diritti e doveri legati al territorio.

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La risposta ai tre perché

Permettere ai lavoratori (pubblici e privati) di consumare le proprie settimane di ferie (due, tre, quattro o cinque) tra il primo giugno ed il trentuno agosto.

Spalmare le vacanze in più mesi, evita:

  • lo stress dei lavoratori costretti a recarsi in ufficio fino ad estate inoltrata
  • il miglioramento della qualità dei servizi offerti in ogni settore
  • gli esodi di massa ed i relativi bollini rossi sulle autostrade italiane (con diminuzione degli incidenti stradali)
  • lo svuotamento delle città e l’azzeramento delle prestazioni (vedi anziani e chi necessita di assistenza)
  • la speculazione dell’alta stagione e lo sfruttamento indegna del turista
  • varie (furti in casa, abbandono degli animali …)

Con questo semplice accorgimento, le aziende (piccole e grandi) non si fermano e raggiungono un doppio obiettivo: soddisfare le esigenze del proprio impiegato, far consumare le ferie al lavoratore come stabilito dal contratto nazionale.

Resta un ultima domanda: in Italia, oggi perché andiamo ancora in vacanza tutti insieme come negli anni sessanta?


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Smog, gli effetti (raccapriccianti) in una foto

Smog, il «mostro» invisibile: la foto

Il filtro della maschera antismog compie il suo sporco dovere: ha assorbito fumi e scarichi diretti nei polmoni del sottoscritto.

In meno di un anno, le macchie nere sono ben evidenti.

Lo smog è un «mostro» invisibile che attacca i cittadini senza pietà e la foto è una diretta testimonianza.

Lo scatto è privo di modifiche: si noti il colore scuro – indice di sporcizia – in prossimità dei bordi e l’avanzare della macchia ombrosa dal basso verso l’alto.
La minaccia è ancora più evidente se confronto lo stato attuale del filtro con il bianco candido dell’originale.

Gli effetti dello smog

Smog, quali contromisure?

Noi ciclisti metropolitani, fermi al semaforo, bloccati in un ingorgo, colpiti dai subdoli fumi inquinanti provenienti dai tubi di scappamento del traffico impazzito.

Sciami di motorini, auto bollenti, camion puzzolenti ammorbano l’aria ed infestano i polmoni di chi, ogni giorno, è costretto a subire le aggressioni della nube nera che si addensa sulla città.

A Napoli, la politica quali contromisure mette in campo?
Il bike sharing è fermo – bloccato dalla burocrazia folle, gli incentivi a pedalare assenti, il trasporto pubblico affossato dai soliti problemi (si chieda ai pendolari esausti).

Unica arma: le targhe alterne o il blocco virtuale della circolazione.
Non basta.

Io, ciclista metropolitano

Chi è lo strano?

Per recarmi al lavoro, imperterrito, affronto il «mostro» invisibile e continuo a pedalare.

Con un pizzico di tenacia ed organizzazione (impossibile rinunciare alla maschera antismog ed al casco), metro dopo metro, ho raggiunto e superato i primi 1000 chilometri metropolitani.

La mancanza totale della cultura delle due ruote a Napoli è tangibile: assenza di piste riservate, il ciclista metropolitano è un ostacolo da abbattere, un fastidioso insetto da schiacciare nel traffico caotico, un extraterrestre in un mondo di anormale assuefazione allo smog.

M,a nonostante il look inquientante, l’alieno non è chi pedala.

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Come affronti il percorso casa-ufficio?

Il nemico si nasconde nel cervello del pigro, schiavo dell’auto, utilizzata sia per comprare le sigarette nel quartiere che per lo spostamento quotidiano casa-lavoro.

Prima di recarti in ufficio in auto, mentre a prima mattina resti bloccato nel solito maxi-ingorgo, poniti un elementare quesito: ho un mezzo alternativo?
A te, amico Lettore, la sincera risposta.

E’ giunto il momento di andare.
Salgo in bici e pedalo.
Stavolta effettuo una deviazione e mi regalo una passeggiata sul lungomare.

Tu, invece, continua a strombazzare col clacson, con lo sguardo del serial killer imprigionato nel traffico da te stesso generato 🙂

Io ciclista metropolitano, nonostante tutto


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Nuvola di Fantozzi, l’evoluzione

Nuvola di Fantozzi, ieri

Osservazione di un lavoratore degli anni duemila: dopo la crisi economica e l’indispensabile riforma Fornero, la nuvola di Fantozzi raggiunge la maturazione massima.

La teoria appurata dal dipendente-modello nella sua eterna carriera – oramai solo gli highlander aspirano al traguardo finale –  risulta (come l’impiegato cinquantenne) obsoleta:

*** TEORIA SUPERATA ***

il sole brilla dal lunedì mattina al venerdì pomeriggio.
Prevista pioggia nel week end

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Nuvola di Fantozzi, oggi

Il meteo impazzito costringe gli esperti del settore, per non esporsi alla solita doccia gelata, ad assegnare nomignoli ai temporali e rifugiarsi nell‘instabilità, termine tecnico che cela l’incapacità previsionale dei più moderni modelli aeronautici.

E così la tradizionale e burlona nuvola di Fantozzi, pronta a rovinare i week end degli impiegati di ieri, oggi è incattivita: piccole e fastidiose piogge cadono nella pausa pranzo del dipendente per rovinare l’ambita mezz’ora d’aria.

L'evoluzione della nuvola di Fantozzi

La pioggia? Durante la pausa pranzo

Anche oggi osservo il piccolo, minaccioso «mostro» avanzare proprio alle ore tredici, il momento tanto agognato dall’esercito dei lavoratori.

Una boccata d’aria per ossigenare il cervello.
Una caffè per ricaricare le batterie ed affrontare il pomeriggio.

Sono pronto.
La nuvola di Fantozzi, geneticamente modificata, non mi fermerà.

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Il ciclista napoletano

La gioia del ciclista

Pedalo per San Gregorio Armeno con calma, tra turisti e passanti.
Il famoso vicolo è affollato anche in un anonimo venerdì pomeriggio di marzo.

Giro in bici nel centro storico di Napoli, esperienza per pochi fortunati, affascinante ed alquanto originale.

Osservo vetrine, bancarelle, presepi, chiese, volti e colori.
Incamero odori e profumi.

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Pedalare a Napoli tra mille difficoltà

Pista ciclabile assente, pavimentazione sconnessa rendono faticoso ogni singolo metro percorso.

Mancanza assoluta di cultura ciclistica, un continuo zigzag tra pedoni e sanpietrini malefici trasformano la bici in un doloroso yoyo.
Ogni sussulto una pugnalata alla schiena.

Pedalare a Napoli è un’impresa eroica.

Bicicletta a Napoli, una scelta coerente

Sono conscio: l’indubbia morfologia del territorio partenopeo – salite / discese / strade strette / vicoli / buche – non favorisce l’uso della bici per spostamenti quotidiani.

Eppure desidero pedalare in città perché girare in bici è coerente con la mia personale visione della vita.

Acquisto una bici a pedalata assistita ed aderisco all’esercito – ancora in minoranza – di cittadini napoletani che, nonostante tutto, lasciano l’auto in garage e raggiungono il luogo di lavoro con mezzi non inquinanti.

Il motore elettrico montato discretamente sul mezzo permette di affrontare il tragitto casa-lavoro con serenità.
Giungo in ufficio senza particolari sforzi fisici eppure l’attività quotidiana aiuta il corpo, rilassa la mente, combatte lo stress, mi aiuta a star meglio.

Nonostante il traffico, lo smog ed i mille «mostri» presenti in una metropoli dove il ciclista è considerato ancora un alieno da abbattere.

Io, ciclista (napoletano) felice

Io, ciclista (napoletano) felice

Un fantastico itinerario verso il mare

Saluto San Gregorio Armeno.
Procedo lungo i decumani, raggiungo via Toledo, intravedo il teatro San Carlo, l’ennesimo slalom intorno alla fontana di piazza Trieste e Trento ed accelero verso piazza del Plebiscito.

Ancora poche pedalata ed intravedo il mare.
Sulla mia e-bike sembra di volare, piccole lacrime escono spontaneamente dagli occhi colpiti dal vento gelido d’autunno.

Arrivo sul lungomare.
Mi fermo, osservo le onde ancora alte.
Tolgo i guanti.
Poi il casco.

Con la mano destra mi asciugo gli occhi.
Sorrido mentre guardo l’orizzonte blu.

Anche oggi ho sconfitto i mille «mostri».
Anche oggi sono un ciclista (napoletano) felice.

Quando sei in salita e non ce la fai più, le gambe ti fanno male e vuoi fermarti, è giunto il momento di pedalare ancora più forte.

Mario, un ciclista napoletano


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Perché conviene essere un pendolare lumaca

Il film che si ripete ogni giorno (feriale)

Location: stazione centrale di Napoli.
Cast: migliaia di individui.

Trama
Un giorno feriale qualsiasi.
Spezzo la catena, rompo la routine e con uno sforzo mentale liberatorio mi fermo al centro della nuova galleria Piazza Garibaldi.

Alzo lo sguardo al cielo, stupito osservo un enorme stormo di uccelli virare compatto in una traiettoria serpentina per poi allontanarsi in un unico blocco.

Perso nella mia corsa quotidiana, un simile spettacolo della natura – fino ad oggi – non l’avevo mai carpito.

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Il percorso scandito dal tempo

L’esercito dei pendolari continua indifferente la folle corsa, treni che non prevedono fermate intermedie.
Alcuni automi sfrecciano a pochi centimetri, mi urtano e continuano il viaggio isolati nelle cuffiette e nei loro pensieri.

«Correre! Arrivare il prima possibile!», il flusso umano sembra obbedire ad ordini perentori diffusi dagli altoparlanti della stazione sotto forma di note musicali.

Come soldatini ubbidienti, i robot schizzano via indisturbati, una folla unisona che ogni giorno si ritrova agli stessi orari, con le medesime abitudini, con i minuti contati.

Al rientro, le stesse dinamiche ripetute in direzioni opposte.
Sempre con l’occhio attento sull’orologio-padrone.

La lumaca, sentinella del tempo nella stazione centrale di Napoli

La lumaca, sentinella del tempo nella stazione centrale di Napoli

La lumaca

L’abnorme lumaca verde, ferma nella galleria Piazza Garibaldi, contrasta con forza l’andirivieni continuo dei pendolari in fuga.
Immobile, osserva il flusso umano in perenne movimento.

Col distacco dei giusti, chiede: «perché correte?»
La riflessione, però, resta inascoltata di fronte all’indifferenza dei passanti.
«Rallentate!», urla la sentinella del tempo che scappa via.

Ma i pendolari non possono frenare, devono proseguire.

Altre piccole lumache colorate lentamente si arrampicano lungo le travi e – piano piano – raggiungono il tetto trasparente per osservare gli stormi di uccelli.

Avanzano senza stress, in cerca della libertà che i pendolari sembrano aver smarrito nei meandri della stazione.


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Se la pausa pranzo è con vista mare [FOTO]

Bagnoli, tra rilancio e dura realtà

Che meraviglia trascorrere la pausa pranzo con vista mare.
Seduto in un piccolo ristorante di Bagnoli, osservo i deboli raggi del sole di novembre farsi strada tra i nuvoloni autunnali e cadere all’orizzonte.

Nel piatto l’insalatona “fantasia” mi invita a nozze, al tavolo siamo in tre, dibattiamo di svariati temi, come ogni giorno degli ultimi diciotto anni.

Poco distante, percepisco ancora i fantasmi dell’Italsider mentre la cocente ferita di Città della Scienza non è ancora guarita.

Bagnoli sembra un pendolo in perenne oscillazione tra il  rilancio turistico, le bonifiche del territorio e le possibilità potenziali ma mai realizzate.

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Pozzuoli e la magnifica zona flegrea

Alla nostra destra, il lungomare giunge fino a Pozzuoli per proseguire verso l’amata zona flegrea.
In lontananza l’imponente castello di Baia fa da sentinella al promontorio di capo Miseno.

Un quadro perfetto, non vi è dubbio.

Termino l’insalata, termina il relax.
Batterie ricaricate, è giunto il momento di rientrare.

La pausa pranzo, relax e riflessioni

«Offro io», un caffè al bar è obbligatorio.

Rifletto su ciò che questa zona potrebbe offrire, sulle mancate opportunità, l’incapacità cronica di sfruttare un territorio così affascinante per scopi turistici.

La giornata è limpida, la pioggia sta ripulendo il cielo, il panorama merita uno scatto, il mio profilo Instagram ringrazia.

Non tutti i lavoratori trascorrono una pausa pranzo con vista mare in un luogo così seducente.
Buon per me.

Sorrido mentre rientro in ufficio 🙂

Una magnifica pausa pranzo a Bagnoli con vista mare!

Bigfoot, l’intervista esclusiva [SCOOP]

Bigfoot, l’appuntamento

Incontro Bigfoot in un bar affollato del centro, vicino gli uffici.
Il locale brulica di impiegati pronti a consumare velocemente la pausa pranzo.
C’è un bel sole, decidiamo di accomodarci fuori.

«Non ho molto tempo, iniziamo subito» afferma in modo spicciolo lo Yeti mentre si mette a proprio agio in un tavolino già apparecchiato (impietosamente piccolo rispetto alle sue gigantesche dimensioni).
«Ti ringrazio per aver accettato il mio invito. Siete esseri rari al giorno d’oggi, quasi come i contratti a tempo indeterminato!» scherzo per rompere il ghiaccio mentre accendo il portatile per l’intervista del secolo.

Bigfoot sorride per educazione, poi alza il lungo braccio sinistro e cattura l’attenzione del giovane cameriere (seduto, l’arto verticale raggiunge i tre metri d’altezza).
Squilla il (suo) cellulare.
«Confermo il meeting domani alle 14,30 … un’insalata grazie» organizza ed ordina.
«Sono a dieta, il lavoro a progetto, la crisi, la scadenza di contratto, lo straordinario non pagato … troppo stress, devo perdere qualche etto» si giustifica lo scimmione.

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La leggenda del lavoro indeterminato

«Il lavoro, appunto, per molti è un evento leggendario, proprio come te. Perciò ti ho scomodato» chiarisco al mio ospite esclusivo.
«Dunque, sei d’accordo con la linea del Governo?» incalzo.

L’enorme mano del Bigfoot afferra il minuscolo bicchiere, la belva sorseggia delicatamente la bevanda.

Si guarda intorno con fare sospetto quasi temesse per la sua incolumità, poi con un filo di voce confida:
«le Istituzioni vogliono estinguerci, siamo una razza protetta eppure la caccia continua. Sono astuti: non utilizzano armi dirette ma strumenti subdoli, capaci di colpirci a distanza senza innescare il clamore mediatico».

«Bigfoot, puoi essere più esplicito?» sento odore di scoop.
«Il Governo modifica la Legge, i nostri diritti cancellati con il beneplacito dei sindacati, partiti politici, maggioranza ed opposizione, chiesa e ONU» continua lo Yeti visibilmente turbato.
«Le tutele acquisite dai miei avi – i Gigantopithecus – sono utopie per noi giovani Bigfoot. A volte mi chiedo se riuscirò ad arrivare alla pensione prima di 130 anni» afferma desolato.

Digito veloce le dichiarazioni dello scimmione, l’articolo prende forma.

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L’utopia: più tempo per se stessi

«Dopo vent’anni di lavoro, desidero coltivare i miei interessi.
Studiare nuove materie – magari iscrivermi ad una facoltà, frequentare un corso di recitazione, praticare uno sport, imparare a suonare il violino, trascorrere più ore con i miei cari, viaggiare, dedicarmi agli hobbies … sottrarre energie al lavoro ed incrementare il tempo da dedicare a me stesso.
Invece no! Licenziamenti, cassa integrazione, instabilità, contratti a progetti … basta! E’ uno stillicidio, sto pure facendo il pelo bianco» si sfoga il Bigfoot dagli occhi tristi.

Chi non si adatta si estingue

«La storia dell’Umanità parla chiaro: chi non si adatta si estingue. Se il trend non cambia, non resisterò ancora per molto».

Segue una pausa sofferta, poi il lavoratore giunto da lontano si riprende:
«devo andare, la pausa pranzo è terminata. E’ stato un piacere conoscerti Mario, seguo sempre il tuo sito di mostri, sei forte» sentenzia lo Yeti.

Lo scimmione si alza e con un gesto plateale indossa un paio di occhiali scuri.
Dall’alto dei suoi tre metri e 250 chilogrammi, mi fissa per un tempo che sembra interminabile.
Poi, con tono profetico asserisce:
«Mario, vogliono ammazzare i sogni. Continua a credere nelle leggende anche se da oggi siamo tutti precari».

Il battito di una ciglia ed il Bigfoot svanisce, per sempre credo.

Il messaggio del Bigfoot

Mi guardo intorno stordito: gli impiegati rientrano nei loro uffici, la pausa pranzo è terminata, i camerieri puliscono i tavoli e raccolgono le ingenerose mance.

«Il conto per cortesia».
Ancora emozionato, mi domando se ciò che ho ascoltato sia frutto della mia fantasia oppure sia la triste realtà.

Forse sono impazzito?

Abbasso lo sguardo, ai miei piedi c’è una foto.
Deve essere caduta dalla tasca di qualche precario frettoloso, la raccolgo, guardo, sorrido: è proprio lui.

Avevo ragione: il contratto a tempo indeterminato è una leggenda, come il Bigfoot.

L'intervista al leggendario Bigfoot (come il contratto a tempo indeterminato)


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Cinque consigli per una salutare vita d’ufficio

1 Lo yogurt

A metà mattinata mangio uno yogurt per evitare un calo di energie e traghettare lo stomaco senza traumi verso la pausa pranzo.
Inoltre, lo spuntino respinge le sirene tentatrici celate dietro le saporite merendine appostate nel distributore automatico.
Per i valorosi, c’è lo yogurt magro (ci sto lavorando …)

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2 L’indistruttibile borraccia d’acqua

Sulla scrivania dell’ufficio non manca la borraccia, la prima arma per contrastare il selvaggio «uso e getta».
L’indelebile bottiglia mi ricorda il doppio obiettivo: bere due litri di acqua al giorno e difendere l’ambiente dalla feroce invasione della plastica.

Lo scopo idrico lo raggiungo sorseggiando ogni trenta minuti l’equivalente di un mezzo bicchiere – anche in assenza dello stimolo della sete.

A fine giornata, mentre spengo le luci per andar via, osservo il cestino della raccolta differenziata stracolmo di bicchieri e bottigliette, rifiuti giornalieri prodotti dalla eco-pigrizia dei miei colleghi: io ho bevuto senza contribuire a tale scempio.

Cinque consigli per una vita d'ufficio salutare: la borraccia contro l'uso e getta e tutelare l'ambiente

3 La pausa pranzo

La corretta educazione alimentare d’ufficio prevede un primo piatto leggero ed una frutta di stagione (un pasto frugale aiuta la concentrazione pomeridiana).

Il contenitore dei cibi, rigorosamente in vetro, evita l’odiato monouso tipico dei cibi d’asporto e risulta conforme al riscaldamento veloce nel microonde.
Del pane non vi è traccia.

Il mercoledì è il giorno dell’eccezione.
Il meritato premio? Una pizza con i pochi, fidati colleghi (al più quattro per non trasformare la pausa pranzo in un noioso meeting aziendale).

4 Due caffè al giorno

La mattina, appena giunto in ufficio, un caffè al distributore automatico è d’obbligo: una chiacchiera social, un approfondimento sull’attualità scottante, il gossip sul collega e via.

Dopo pranzo, la seconda ed ultima tazzina al bar: uscire, passeggiare, incontrare volti diversi ossigena il cervello ed aiuta ad affrontare la seconda parte della giornata.

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5 Il consiglio più importante

Le otto ore d’ufficio, sommato al tempo speso per raggiungere la sede, comportano un’assenza da casa di quasi dieci ore per gran parte dell’anno (cioè della vita). Dunque, mi sono imposto il rispetto di semplici regole del viver sano:

  • non restare digiuno per più di tre ore consecutive
  • ogni due ore di lavoro, fermarsi per una pausa di 10-15 minuti
  • non fumare (evergreen)
  • dopo la pausa pranzo, concedersi quattro passi fuori dall’ufficio

Un ultimo, importante suggerimento senza il quale l’intero discorso crolla, denominato il consiglio zero: non facciamoci licenziare.


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Al supermercato la coda è maleducata

«E’ in apertura la cassa quattro»

La voce suadente annuncia il miracolo.
Il supermercato sembra la stazione centrale all’ora di punta e noi consumatori dei pendolari confusi.
Le file alle uniche due casse aperte superano il livello critico, i tempi di attesa generano irritazione.

Sono al centro della lunga coda, la scia di persone ansiose si districa come un serpente fino agli scaffali della carta igienica.
D’avanti a me una donna parla al cellulare mentre osserva il carrello stracolmo, ha comprato le riserve per l’intero mese. Dietro, seguono almeno una decina di individui di ogni età, razza, colore … tutti carichi di merci.

L’impazienza agita la fila: in un mondo veloce ed ipertecnologico restare immobilizzati per pagare il conto della spesa diviene una situazione kafkiana.

Indispettiti per l’estenuante pausa, imprechiamo contro la solita carenza di personale.

La fila al supermercato come la peggior partenza di formula1

Il sorpasso

Poi l’annuncio liberatorio: «E’ in apertura la cassa quattro»
L’anziana signora alle mie spalle, con un balzo felino, si lancia e diviene la prima della nuova fila.
Due giovani – gli ultimi della coda – senza alzare lo sguardo dallo smartphone, saltano dietro l’agile vecchia.
Due uomini dell’altra fila, con uno slalom degno del miglior Alberto Tomba, guadagnano la quarta e quinta posizione.
Fermo nella mia coda dimezzata, superato dagli sprint dei maleducati, resto sbigottito.

E la precedenza?

La regole del vivere civile imporrebbe il rispetto delle posizioni: se al supermercato apre una nuova cassa, la fila che si crea dovrebbe rispettare le disposizioni presenti nelle altre code.
Dare la precedenza a chi ti sta d’avanti evitando comportamenti scorretti stile peggior Formula1.

Una principio elementare tra persone educate ignoto ai tanti «mostri» che affollano le code dei supermercati nostrani.

Il totem dell’indifferenza

L’assurdo prezzo del parcheggio

Osservo il paletto conficcato nel cuore del posto-auto e mi chiedo sconsolato: perché?

Questa prassi di assurda normalità è presente in molti condomini del centro città dove la scarsità di spazi farebbe perdere la proverbiale pazienza anche al biblico Giobbe.

La richiesta è superiore alla disponibilità ed il mercato risponde con la solita, spietata legge: l’impennata dei prezzi del parcheggio assume un valore economico sproporzionato ed il proprietario dell’auto è ben disposto a pagare cifre irragionevoli pur di evitare svariati giri del quartiere per pescare il jolly, un minuscolo anfratto – cento manovre – dove depositare finalmente la macchina.

L'assuefazione, un brutto mostro che genera indifferenza. Anche nel parcheggio dell'auto

Difendere lo spazio con un paletto

In una metropoli, chi ha la fortuna di possedere un piccolo garage all’aperto è conscio dell’importanza del patrimonio e protegge il prezioso tesoretto con ogni mezzo.

Con un effetto domino incontrollato, infilare un palo di ferro nell’asfalto del parco per impedire agli altri di occupare un bene a noi assegnato, diviene un’abitudine accettata, una consuetudine naturale, un metodo di difesa che non scandalizza nessuno.

L’assuefazione alla anormalità genera «mostri» ai quali ben presto ci adeguiamo senza più sdegnarsi.

Gli abusi edilizi, il decoro urbano maltrattato, la sporcizia lungo i marciapiedi, le piccole grandi inciviltà quotidiane sono la triste testimonianza di una indifferenza galoppante che il paletto conficcato nel posto-auto denuncia ogni giorno.


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