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Tag: ufficio (Page 1 of 2)

Riuso invece di riciclare: io ci credo

Riuso: un thermos contro la plastica

Riusare invece di riciclare.
Ecco la vera rivoluzione da applicare nel nostro piccolo.

E, a ben vedere, il riuso era un comportamento diffuso fino a qualche anno fa.
Ricordo che da piccolo, dal lattaio, consegnavo la bottiglia di vetro vuota.
In questo caso, il contenitore non rientrava nel circolo di lavorazione del riciclo ma veniva riutilizzato con un effetto pratico ed ecologico immediato:

  • restituire il “vuoto” garantiva un risparmio sull’acquisto del successivo litro di latte
  • il riuso non alimentava il processo industriale necessario per distruggere e ricreare il vetro

Inizio io, dall’ufficio: elimino le malefiche bottiglie di plastica a favore di un comodo ed efficiente thermos.
Il primo passo per ridurre l’inquinante usa-e-getta, bloccare la fabbrica della plastica, applicare un concetto elementare: utilizzo un oggetto mille volte prima di sostituirlo.


Termos in ufficio: il riuso contro il riciclo

Plastic free: dipende da noi

Se l’esempio del sottoscritto venisse imitato dai colleghi di lavoro, dagli altri uffici di Napoli, poi da tutte le altre società private e pubbliche del sud Italia.
Se le aziende pubbliche e private incentivassero l’uso del thermos – o di un contenitore equivalente – quante bottiglie di plastica eviteremmo di acquistare e diffondere (per sempre) nell’ambiente?

Perché è lecito attendere il rispetto da parte dei Governi dei trattati globali sull’ambiente ma è anche vero che ogni rivoluzione necessita dell’impegno del singolo cittadino.

Cambiare un’abitudine quotidiana – l’acquisto dell’acqua in bottiglia – è il primo passo per un effetto domino plastic free.

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La rivoluzione continua dal salumiere

Dopo il thermos in ufficio, punto a ridurre le confezioni imposte dal salumiere.
Se acquisto cento grammi di prosciutto, mi ritrovo con una confezione di plastica e dei fogli di carta che avvolgono le fettine di salume.
Centro grammi di alimenti trasformati in mezzo chilo di materiale da riciclare.

La prossima volta, dal salumiere, mi presenterò con un mio contenitore dove, una volta pesati, chiederò di porgere i cento grammi di prosciutto.
Rifiuterò tutti gli accessori imposti dalla vendita.
Uscirò dal negozio con un peso minimo di materiale da smaltire.

Verrò scambiato per un fissato?
Forse.
Ma non mi interessa.
Perché sono un convinto sostenitore del plastic free.


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Noi, i ragazzi di ieri (riflessioni di un adulto di oggi)

Da bimbi a adulti, la differenza è: scegliere

Mano nella mano, da piccolo seguivo mio padre.
I genitori, la nostra guida.

Toccava a loro decidere per noi – almeno fino all’età della formazione.

Oggi, da adulto, posso decidere.

Decidere significa scegliere.
Scegliere è il mio potere, il nostro potere.

Perché la società dipende dalla mia scelta, dalla tua scelta, dalla scelta di ogni singolo adulto.

In bici al lavoro, scegliere per migliorare la collettività

Decidere per contrastare l’egoismo

Decido di recarmi in ufficio in bici anziché in auto.
E’ una scelta convinta perché credo nella mobilità alternativa, credo nell’esempio diretto, credo che anche il più grande tra gli oceani sia composto da milioni di singole gocce.
Andare in bici implica un tubo si scappamento spento in più, un pendolare in meno tra metropolitane affollate ed autobus intasati.
Ed un ciclista metropolitano felice in giro per Napoli.

Ogni scelta comporta una conseguenza per se stesso e per la collettività.
Risulta spontaneo decidere per una convenienza personale, quasi sempre dettata dall’egoismo che contraddistingue l’essere umano.

Resto colpito, invece, da chi sceglie per andare incontro al prossimo.

Sono l’eccezione, però esistono.

Persone disponibili, generose, solidali, capaci di indossare i vestiti dell’altro per comprenderne le difficoltà – grandi o piccole che siano.
Ascoltare, aiutare.

Un collega che ti presta un libro, un amico ben disposto ad ascoltare un tuo sfogo, un conoscente capace di stupirti con una telefonata, uno sconosciuto che ti soccorre mentre l’auto è ferma a bordo strada, un politico che fa la scelta giusta.

Tocca a noi, i ragazzi di ieri, in metropolitana cedere il posto ad una donna, in ufficio evidenziare i meriti del collega, trasmettere serenità alla famiglia, aiutare gli amici.
Piccoli gesti di cavalleria e quotidiana generosità per cambiare il nostro mondo.

Perché noi siamo gli adulti di oggi e possiamo scegliere.


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Bookcrossing in ufficio, una semplice idea per leggere libri (gratis)

Bookcrossing in ufficio, è già realtà!

«Il Diario di una schiappa? Mio figlio li ha letti tutti, ora è cresciuto, li abbiamo sulla mensola a prendere polvere, se vuoi te li porto».

In ufficio la scintilla nasce per caso, tra una chiacchierata innocente ed una mezza richiesta rivolta a Paola – lettrice seriale e persona disponibile.
Detto fatto: il nostro bookcrossing è realtà!

I primi volumi colorati dell’autore statunitense Jeff Kinney distribuiti a colleghe e colleghi, prima stupefatti e poi sorridenti.
Con una promessa: «a fine lettura, riporta il libro in ufficio».

Pronti per una nuovo prestito.

Bookcrossing in ufficio, una semplice idea per leggere libri gratis

I tre punti del successo

L’ufficio è l’ambiente ideale per il bookcrossing per ovvi motivi:

  • l’ambiente è circoscritto
  • le persone sono fidate

Due elementi fondamentali per essere sicuri di consegnare il libro a chi è veramente interessato.
E – particolare non trascurabile – in ogni caso, con la certezza di recuperare il volume.

Inoltre, la condivisione aiuta a condividere: se il sottoscritto è il primo a mettere a disposizione un proprio libro, fornisce l’esempio diretto a colui che lo riceve.
E, come tutti i casi di successo insegnano, colui che riceve il libro gratis, a sua volta, sarà invogliato a prestare.

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Bookcrossing in ufficio: dove possiamo arrivare?

Più rifletto, più mi convinco della bontà dell’idea!

Volo con la fantasia … addirittura, il successo del bookcrossing in ufficio potrebbe portare ad un’evoluzione inattesa: la creazione di una libreria aziendale!

Si!

Una libreria dove ogni impiegato può depositare un qualsiasi libro – dal manuale tecnico al romanzo –  un regalo da condividere con gli altri colleghi.

Chi desidera leggere quel determinato volume, compila una semplice scheda col nome e la data del prestito, preleva  il libro e, al suo posto, lascia la scheda informativa per comunicare agli altri la presenza di quel titolo e chi e quando lo ha prelevato.

Potrebbe davvero funzionare!
Se ampliamo l’idea, creiamo in tutti gli uffici d’Italia un piccolo spazio dedicato alla lettura gratis.

Ne parlerò con i miei colleghi, scruterò le reazioni ed il loro entusiasmo.

Il Diario di una schiappa ha iniziato il viaggio itinerante (e gratuito).
Ora, tocca convincere gli altri libri impolverati e abbandonati sulle nostre mensole: fermi sono sprecati, il loro posto è tra le mani di un nuovo lettore.

Ci proviamo?


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Evernote, per non stressarsi con le password (dimenticate)

L’amnesia post ferie

Dopo il lungo sonno estivo, al primo bip il computer dell’ufficio chiede impassibile la password.

Nessuna pietà per un lavoratore al rientro.
Assente da tre settimane, il reset vacanziero di agosto cancella riti da impiegato e memoria d’ordinanza.

Davanti al monitor, altri rientranti protestano: ancora con la testa in spiaggia, dopo vari tentativi e relativi fallimenti, restano con lo stupore scolpito sul volto e le mani immobili sulla tastiera.
Account bloccato – la medesima espressione sbigottita di fronte al bancomat che si mangia la carta dopo i tre errori del PIN.

Per il sottoscritto, nessun dramma.
Apro il taccuino, leggo la nota.
Addio amnesie: le password dell’ufficio sono scritte, classificate per argomento, pronte alla consultazione.

Ovvio?
Guardandomi in giro, direi proprio di no.

Evernote, per non restar fregati dalle password dimenticate

Evernote, taccuini e note

Un gruppo di taccuini da portare ovunque.
In ogni taccuino, le mille note ordinate e comode da consultare.

Dal computer, con lo smartphone e dal tablet, i cento taccuini ed i mille appunti di Evernote sempre a portata di clic.

Il funzionamento dell’app è intuitiva perché rispecchia la medesima organizzazione della vita reale con l’indubbio vantaggio della dematerializzazione dei taccuini e la facilità di consultazione delle note.

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Tecnologia semplice, tecnologia amica

Prendere appunti, scrivere un post-it, memorizzare le password, ritagliare un pezzo di carta da conservare sono gesti comuni.

Le stesse azioni eseguite con lo smartphone finiscono in Evernote – l’app con la memoria d’elefante – che registra sul cloud taccuini e note.

Elementare Watson?
Forse sì o forse no.

Banale?
Come diciamo dalle nostre parti:

dopo la soluzione tutti i ciucci sono maestri

Registrate il consiglio con un post-it.
Sarà necessario quando non ricorderete più la password per entrare in Evernote 🙂

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Contro lo smog, il disegno di Maria Pia

Smog, il «mostro» invisibile è tra noi

Il «mostro» è invisibile.
La sua sinistra presenza si annuncia con sintomi evidenti: prima la vampata di calore, poi la puzza, segue un senso di disgusto nauseabondo.

Lo smog, la cappa di fumo nero che attanaglia le nostre città e rende l’aria irrespirabile.
Colpisce tutti, senza distinzione di colore e razza, età e posizione sociale.

La difesa di un ciclista napoletano

D’avanti a me – esponente dell’esiguo esercito di ciclisti napoletani – una moto riscalda il motore pronta per lo sprint.
Al suo fianco, il pilota di un vecchio furgone prepara la partenza con la stessa concentrazione di Lewis Hamilton.

L’orchestra di motori rombanti suona la triste musica, la nuvola di inquinamento copre pedoni, auto, moto e ciclisti.

Fermo al semaforo, attendo diligente il via, percepisco l’attacco.
La mascherina antismog funge da scudo impenetrabile, sotto assedio non perdo la calma: con un’agile mossa felina sposto la mia e-bike sul marciapiede limitrofo.
Se non posso sconfiggere il «mostro», preferisco una ritirata strategica.

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Scatta il verde,

I tubi di scappamento sparano velenosi colpi neri ed i pesanti dinosauri fuggono via, la nube tossica si dissolve, la strada è libera, torna la calma apparente.
Pedalo e riparto, la sfida continua.

L’opera di Maria Pia

Giunto in ufficio, trovo il ritratto: autrice Maria Pia.
La mia collega è un’artista: ispirata dalle bici, quella del sottoscritto – neofita della pedalata – e le due ruote di Angela, la vera esperta del settore, immortala i mezzi in sosta.

Il quadro colorato ispira aria pulita, natura e musica rilassante.
L’opera è la perfetta risposta ai tubi di scappamento grigi e sporchi che infestano le nostre città.

Grazie Maria Pia, era la giusta boccata d’ossigeno che cercavo 🙂

Lotta allo smog: le bici secondo Maria Pia


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Il ciclista napoletano

La gioia del ciclista

Pedalo per San Gregorio Armeno con calma, tra turisti e passanti.
Il famoso vicolo è affollato anche in un anonimo venerdì pomeriggio di marzo.

Giro in bici nel centro storico di Napoli, esperienza per pochi fortunati, affascinante ed alquanto originale.

Osservo vetrine, bancarelle, presepi, chiese, volti e colori.
Incamero odori e profumi.

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Pedalare a Napoli tra mille difficoltà

Pista ciclabile assente, pavimentazione sconnessa rendono faticoso ogni singolo metro percorso.

Mancanza assoluta di cultura ciclistica, un continuo zigzag tra pedoni e sanpietrini malefici trasformano la bici in un doloroso yoyo.
Ogni sussulto una pugnalata alla schiena.

Pedalare a Napoli è un’impresa eroica.

Bicicletta a Napoli, una scelta coerente

Sono conscio: l’indubbia morfologia del territorio partenopeo – salite / discese / strade strette / vicoli / buche – non favorisce l’uso della bici per spostamenti quotidiani.

Eppure desidero pedalare in città perché girare in bici è coerente con la mia personale visione della vita.

Acquisto una bici a pedalata assistita ed aderisco all’esercito – ancora in minoranza – di cittadini napoletani che, nonostante tutto, lasciano l’auto in garage e raggiungono il luogo di lavoro con mezzi non inquinanti.

Il motore elettrico montato discretamente sul mezzo permette di affrontare il tragitto casa-lavoro con serenità.
Giungo in ufficio senza particolari sforzi fisici eppure l’attività quotidiana aiuta il corpo, rilassa la mente, combatte lo stress, mi aiuta a star meglio.

Nonostante il traffico, lo smog ed i mille «mostri» presenti in una metropoli dove il ciclista è considerato ancora un alieno da abbattere.

Io, ciclista (napoletano) felice

Io, ciclista (napoletano) felice

Un fantastico itinerario verso il mare

Saluto San Gregorio Armeno.
Procedo lungo i decumani, raggiungo via Toledo, intravedo il teatro San Carlo, l’ennesimo slalom intorno alla fontana di piazza Trieste e Trento ed accelero verso piazza del Plebiscito.

Ancora poche pedalata ed intravedo il mare.
Sulla mia e-bike sembra di volare, piccole lacrime escono spontaneamente dagli occhi colpiti dal vento gelido d’autunno.

Arrivo sul lungomare.
Mi fermo, osservo le onde ancora alte.
Tolgo i guanti.
Poi il casco.

Con la mano destra mi asciugo gli occhi.
Sorrido mentre guardo l’orizzonte blu.

Anche oggi ho sconfitto i mille «mostri».
Anche oggi sono un ciclista (napoletano) felice.

Quando sei in salita e non ce la fai più, le gambe ti fanno male e vuoi fermarti, è giunto il momento di pedalare ancora più forte.

Mario, un ciclista napoletano


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Vivere e lavorare in un open space [SONDAGGIO]

L’eterna guerra tra pinguini e draghi

Una folata di vento gelido mi pugnala alla schiena: raddrizzo istintivamente le spalle e mi irrigidisco sulla sedia come uno stoccafisso norvegese.

Il blitz è riuscito, un soffio di vita passa tra lo spiraglio della finestra e taglia l’aria pesante presente nell’open space.
Sorrido d’avanti al monitor mentre continuo a digitare linee di codice.

Il conflitto si consuma in tutti gli uffici del globo e vede contrapposte le due fazioni storiche: i draghi (la maggioranza) ed i pinguini (la minoranza alla quale appartengo con orgoglio)

Vivere e lavorare in un open space

I draghi

Combattono per preservarsi in luoghi perennemente surriscaldati: con la sciarpa al collo anche in ufficio, necessitano del calore per sopravvivere e guardano con terrore chi si avvicina alla finestra.

Incapaci di comprendere le ragioni altrui, sono i custodi dell’aria viziata.
Il panico li guida, spaventati da un possibile raffreddore etichettano chi la pensa diversamente come «intolleranti».

I pinguini

Sognano un ambiente semipolare convinti che il freddo aiuti a restar freschi e concentrati: necessitano del cambio d’aria continuo.

Cacciati dai colleghi, condannati con processi sommari, marchiati come i peggiori tra i lamentosi, perlopiù inascoltati anche se le loro ragioni sono sostenute da teorie scientifiche acclamate: cambiare aria in ufficio ogni due ore fa bene a tutti.

In inverno, nell’open space, la minoranza viene sopraffatta quotidianamente.
Spiragli zero, aperture sigillate, atmosfera ferma.

Nessun compromesso, niente onore delle armi: ai pinguini non resta che attendere tempi migliori.

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L’open space, come è dura la convivenza

E’ l’ora dello snack: biscotti per i golosi, yogourt per i salutisti.
I profumi diffusi nell’unico grande ufficio ci preparano per il pranzo.
L’antipasto è servito.

Cuffiette, musica, testa nel monitor, ognuno cerca l’isolamento dal brusio di sottofondo incessante.

Siamo in pieno inverno anche se, per la guerra sopra descritta, nell’open space la temperatura percepita è quasi trentotto gradi nonostante fuori la colonnina di mercurio non superi i dieci.

L’open space è un’unica grande piazza dove la privacy è un optional: viviamo tutti insieme per otto, intense ore lavorative e come ogni luogo ove la convivenza è forzata, la sopportazione è virtù rara.

Colleghi, la vita nell’open space è dura: che tu sia un drago o un pinguino, sii tollerante.

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Cinque consigli per una salutare vita d’ufficio

1 Lo yogurt

A metà mattinata mangio uno yogurt per evitare un calo di energie e traghettare lo stomaco senza traumi verso la pausa pranzo.
Inoltre, lo spuntino respinge le sirene tentatrici celate dietro le saporite merendine appostate nel distributore automatico.
Per i valorosi, c’è lo yogurt magro (ci sto lavorando …)

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2 L’indistruttibile borraccia d’acqua

Sulla scrivania dell’ufficio non manca la borraccia, la prima arma per contrastare il selvaggio «uso e getta».
L’indelebile bottiglia mi ricorda il doppio obiettivo: bere due litri di acqua al giorno e difendere l’ambiente dalla feroce invasione della plastica.

Lo scopo idrico lo raggiungo sorseggiando ogni trenta minuti l’equivalente di un mezzo bicchiere – anche in assenza dello stimolo della sete.

A fine giornata, mentre spengo le luci per andar via, osservo il cestino della raccolta differenziata stracolmo di bicchieri e bottigliette, rifiuti giornalieri prodotti dalla eco-pigrizia dei miei colleghi: io ho bevuto senza contribuire a tale scempio.

Cinque consigli per una vita d'ufficio salutare: la borraccia contro l'uso e getta e tutelare l'ambiente

3 La pausa pranzo

La corretta educazione alimentare d’ufficio prevede un primo piatto leggero ed una frutta di stagione (un pasto frugale aiuta la concentrazione pomeridiana).

Il contenitore dei cibi, rigorosamente in vetro, evita l’odiato monouso tipico dei cibi d’asporto e risulta conforme al riscaldamento veloce nel microonde.
Del pane non vi è traccia.

Il mercoledì è il giorno dell’eccezione.
Il meritato premio? Una pizza con i pochi, fidati colleghi (al più quattro per non trasformare la pausa pranzo in un noioso meeting aziendale).

4 Due caffè al giorno

La mattina, appena giunto in ufficio, un caffè al distributore automatico è d’obbligo: una chiacchiera social, un approfondimento sull’attualità scottante, il gossip sul collega e via.

Dopo pranzo, la seconda ed ultima tazzina al bar: uscire, passeggiare, incontrare volti diversi ossigena il cervello ed aiuta ad affrontare la seconda parte della giornata.

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5 Il consiglio più importante

Le otto ore d’ufficio, sommato al tempo speso per raggiungere la sede, comportano un’assenza da casa di quasi dieci ore per gran parte dell’anno (cioè della vita). Dunque, mi sono imposto il rispetto di semplici regole del viver sano:

  • non restare digiuno per più di tre ore consecutive
  • ogni due ore di lavoro, fermarsi per una pausa di 10-15 minuti
  • non fumare (evergreen)
  • dopo la pausa pranzo, concedersi quattro passi fuori dall’ufficio

Un ultimo, importante suggerimento senza il quale l’intero discorso crolla, denominato il consiglio zero: non facciamoci licenziare.


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Italiano per un giorno

L’inizio

Giunto in ufficio, passo il distintivo nel lettore magnetico che, dopo un attimo, autorizza l’accesso nello spazio aperto.
Raggiungo la solita postazione ed accendo il calcolatore.
Inserisco il nome utente e la parola d’ordine ed entro – anche oggi! – nella rete aziendale.
Lentamente Finestre fa il suo spettacolare ingresso, compaiono le prime iconcine sulla scrivania digitale.
Sono pronto per una nuova, intensa giornata lavorativa.

I due colossi

Apro il programma di posta per leggere i messaggi elettronici, ambasciatori di novità non sempre piacevoli (i tempi sono quelli che sono).
Immagino la felicità di Guglielmo Cancelli: tutte le mattina, negli uffici pubblici e privati, un elaboratore si attiva ed utilizza il suo sistema operativo.
Anche i soci di Stefano Lavori non si lamentano: la Mela è in ogni tasca di milioni di utenti fedeli a Cupertino.

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La riunione

Ore dieci: il direttore convoca gli impiegati per una riunione.
I vertici sono cambiati: c’è da illustrare la nuova organizzazione aziendale.
Vengono mostrate una serie impressionante di diapositive, chi è del campo ammetterà senza esitazione che Potenza del Punto è un prodotto eccezionale per visualizzare in modo elegante informazioni noiose o, nel migliore dei casi, inutili.
L’incontro termina con il beneaugurante invito dell’amato superiore: «la mia segretaria vi ha appena inviato un messaggio elettronico con allegato un documento Parola, leggetelo con attenzione. E’ presente una sintesi dei dati, aprite anche l’archivio di Eccellere. Grazie a tutti per l’attenzione».
Sveglio il collega alla mia sinistra che oramai russa e l’invito alla macchinetta del caffè per una pausa ristoratrice.

La sfida

Dopo pranzo, consulto le ultime novità tramite la Rete Mondiale.
Accedo al libro delle facce e depenno duecentocinque amici (o presunti tali) dai restanti duemila e passa, mi disconnetto disgustato e lancio un cinguettio di centoquaranta caratteri ai miei seguaci: «io, italiano per un giorno: quale è il vero significato dei termini in corsivo di questo post?».

La sfida tricolore è lanciata.
Viva la lingua italiana.

italiano per un giorno


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Pozzuoli inclinata

La pausa pranzo

Pozzuoli è magnifica anche nello scatto rubato durante un frettoloso rientro dalla pausa pranzo, mentre sei in auto con i colleghi e ritorni in ufficio per la seconda metà della giornata lavorativa.
Il meteo regala una pausa dalla pioggia, approfittiamo?
La pizza – nuovo locale? – col salto nel buio si sfora il tempo concesso, al caffè nessuno rinuncia e allora via di corsa torniamo subito tra le quattro mura.

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Riflessioni

Il lavoro oggi, un privilegio ed una prigione, sogni ed aspirazioni da condividere con i compagni di tutti i giorni (feriali).
Per mesi.
Per anni.
Fino all’immaginaria pensione.

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La foto in movimento

Abbasso il finestrino, l’auto vola veloce – ci provo! – scatto e catturo il panorama.
Inclinato.
Artistico.
Fortunato.

Il mare.

Pozzuoli.
Monte di Procida.
Procida.

Stupendo.

Pozzuoli in movimento


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Come ridurre i rifiuti usa e getta (in plastica)

«Mario, ti andrebbe un mezzo tea?».
Sono le undici di una qualsiasi mattinata lavorativa e da due ore sono concentrato con lo sguardo immerso nel monitor. Nella foresta di righe di codice sparse per la Rete, i bug spuntano come funghi e minacciano le malridotte autostrade digitali italiane. A me tocca riparare queste infide buche (nessuna medaglia, è il mio lavoro).

La pausa del dipendente-modello si consuma nell’agorà dell’ufficio: il distributore di bevande, la macchinetta del caffè, lo sgancia-merendine-avvelenate.

Osservo i miei colleghi: riuniti in piccoli fedeli gruppi, digitano il codice sulla bottoniera del bar automatico, richiedono la sbobba, il «mostro» sputa il liquido da bere in quel maledetto bicchiere di plastica che, dopo un minuto di sorseggi svogliati ed una mezza chiacchiera sul tempo, con un gesto distratto finisce nella montagna indistruttibile di rifiuti di plastica presenti nel cestino stracolmo.

La montagna di rifiuti usa e getta

E’ il trionfo dell’usa-e-getta, il regno degli scarti superflui, la condanna dell’ambiente, l’eutanasia delle regole intelligenti del vivere comune.

Per combattere questa impari eco-battaglia, mi sono attrezzato con due elementari armi: una borraccia stile ciclista da riempire ogni mattina con acqua corrente e riusare ogni giorno per i prossimi anni ed una tazza “Mind the gap” acquistata anni addietro a Londra come souvenir.

Invece di attendere le conseguenze positive del trattato di Kyoto e le importanti decisioni dei grandi della Terra riuniti in summit negli alberghi a sei stelle, il sottoscritto – da subito – preferisce compiere piccoli gesti quotidiani di indubbia importanza. Perché se i cento dipendenti di un qualsiasi ufficio seguissero il mio (modesto) esempio, ogni benedetto giorno eviteremmo di diffondere nell’ambiente innumerevoli bottiglie e bicchieri di plastica, immondizia da smaltire e materiale indigesto per il nostro obeso Pianeta.

Perché è fondamentale differenziare ma è ancora meglio non produrre alcun tipo di rifiuto.

Le mie armi contro i rifiuti usa e getta, per combattere l'abuso di plastica

Coming out, Maria

12 settembre, il coming out

Basta!
Il dodici settembre di ogni anno la storia si ripete puntuale come la TASI (o, se preferite, l’ex IMU più la sporca TARSU un tempo TIA poi TARES).

Il paese è in festa, le Maria di mezzo mondo ricevono baci, abbracci e dispensano sorrisi spensierati a parenti, amici e nemici mentre io, da solo, dietro il grande monitor del mio triste computer dell’ufficio, non ricevo nemmeno un messaggio virtuale dai miei millenovecentottantrè contatti facebook.

Allora ho deciso, pubblico il mio coming-out.

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La confessione choc

Un respiro profondo, un attimo di riflessione, raggiungo l’equilibrio catartico, fiato alle trombe butto fuori il rospo che attanaglia la mia anima a-social: oggi dodici settembre festeggio il mio onomastico.

Clicco su “Pubblica” ed il post è on-line.

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Per l’amico dimenticato

Il messaggio nella bottiglia parte per il suo lungo viaggio nel cyberspazio.

Le onde della Rete spingono la mia esternazione verso direzioni imprevedibili, la corrente della condivisione porta questo annuncio verso sponde lontane fino a raggiungere il mio vecchio amico dimenticato.

Quell’amico, un tempo inseparabile, di cui oggi ho perso ogni traccia.

12 settembre, coming out Maria


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